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Veronica Petinardi - game over PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 11 Febbraio 2013 10:45

 

 

 
 
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GAME OVER

di Veronica Petinardi

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 3 febbraio 2013

 

 
        

Sei maschio o femmina? Questa è la domanda dietro alla sigla “mof”. M oppure F: rispondi e il gioco può cominciare. Sì, perché di questo si tratta. Di un gioco! Non ce la raccontiamo, per favore, questa smania dell’amicizia, di scambio di idee, di conoscenza reciproca. Lo scopo è unico, il gioco. Parliamo di Internet, certo, del web, del cosiddetto mondo parallelo. E di noi tutti che ci navighiamo  dentro. Ancora prima di Cameron sapevamo benissimo cosa significhi essere un Avatar. Ok, va bene, mi spiego meglio.
Io, giocatore, sono seduto al calduccio a casa mia, fuori piove, che umidità! Arriva perfino nelle ossa, se esci. Io avrei ben altre idee su come passare un pomeriggio così triste. Qua, dentro casa mia, con un bel fuoco che scoppietta, che emana calore, chi ha voglia di uscire? Mi sento solo con il mio solito PC a farmi compagnia. Se sono stato abbandonato, se ho litigato di brutto con la mia ragazza, poco importa. Voglio una distrazione, una a mio piacimento, una che non litighi, una che sia lì pronta e mi attizzi. Cosa ci vorrà mai, l’universo del web è così vasto, ci sarà pure una tizia da qualche parte che io mi possa pigliare per oggi pomeriggio senza spostarmi dalla mia comodissima poltrona! È semplicissimo, vado nella chat. Non è un’operazione complicatissima, davvero, ci si arriva con una facilità quasi assurda.  Assurda…
Come la litigata di oggi, ma perché è nata stavolta? Lei voleva andare a tutti costi in montagna, un viaggio con una strada tortuosa per arrivare lì in cima. «Va bene» le dicevo «capisco come sia bella la vista da lì, sì ti ascolto, ti fa sentire onnipotente guardare da lì in alta quota, se sei fortunata però, e non trovi la vista ostacolata da un sacco di nuvole» e lei intanto continuava a insistere su come sia bello farsi un giro in montagna! Io continuavo a non capire: «Ma ti rendi conto di com’è alto? Andare fin lì e per che cosa poi? Per una registrazione di un programma televisivo di cucina?»    
Fino a lì ero tranquillo, a tratti direi ironico. Forse quello la irritava, ma io sono così, non mi va di prendere sempre tutto così seriamente. Specialmente se si tratta di una situazione scomoda, dalla quale mi devo svincolare, possibilmente senza grossi investimenti d’energia.  Lei invece continuava a provocarmi convinta che così mi sarei deciso ad arrampicarmi sulle montagne.
«Mica vorrai stare qui ad ammuffire tutto il giorno?» domandava per finta e poi: «Domani di nuovo al lavoro e tu davvero pensi che io abbia voglia di passare la domenica così?».
«No» cercavo di usare ancora un tono tranquillo «è tutta la settimana che ci penso a un’idea del genere, mettermi al volante a fare le serpentine, per di più ghiacciate.». Fu circa qui che il suo umore cambiò e il tono di voce aumentò di qualche ottava.  «Tu non mi capisci, non mi vuoi mai accontentare!».
«Ti sei ammattita.» ero rimasto bloccato davanti al suo “mai” e cercavo di difendermi «Che c’entra, perché ci dobbiamo andare insomma?».
«Come al solito non mi ascolti, te l’ho già spie-ga-to!» le parole le scandiva urlando ormai. «Ho avuto una dritta dalla cugina di Erica, che lavora con me! »
Certo, chi non conosce Erica? Per dimostrarle di avere presente benissimo quella sua cosiddetta dritta le avevo chiesto molto semplicemente: «E cosa ci sarà da capire, dimmi, cosa ci sarà di tanto straordinariamente bello nell’andare a vedere quattro stupidi aggirarsi attorno ai fornelli mentre tu ti congeli in alta quota?» per confermare di sapere il fatto mio. 
Lei sbuffava e forse pensava che mi avrebbe smosso degradando il mio senso per l’alimentazione sbrigativa. «Certo, perché a te basta schiaffare un hamburger con un pezzo di formaggio sopra e tutto lì il tuo interesse per il cibo!». Mi stava proprio sottovalutando. «Guarda che la pastasciutta la so fare anch’io.». Avevo provato a guadagnare un po’ di terreno. 
«Se, se … ti vorrei vedere, con la neve che ti va addosso per esempio, come te la caveresti eh? Tu, che cucini, certo!». Si sentiva vittoriosa lei. Invece a quel punto era pronta per il mio colpo finale. «Per cucinare, io, non ho bisogno di andare al monte cucuzzolo a farmi filmare, puoi vedermi anche qui dentro.» così le avevo detto, allargando le braccia e mostrandole lo spazio che circondava me e la poltrona, poi avevo acceso la tv per decretare la mia decisione di non scendere neanche dal mio divano.
Lei aveva capito. Prima mi aveva urlato dietro: «Non ho voglia di stare sempre qui dentro, devo uscire, ho bisogno di ossigeno, e poi un’occasione come questa non capita tutti giorni!» poi aveva sbattuto la porta.

M o F, arriva il mio primo foglio bianco sulla schermata del PC. Rispondo subito: «Sì, sono maschio» e penso “femminucce mettetevi sotto!” Il foglio sparisce. Probabilmente era un maschio anche lui.  Arrivano tanti altri inviti.  Questo metodo è più sbrigativo, uno si presenta in una veste anonima, nel senso che non si è registrato. Serve come un assaggino. Per vedere che aria tira. L’offerta insomma. Di chi oggi è in rete.
Ogni chat ha le sue regole, ha i suoi frequentatori, ospiti casuali. Io vengo ogni  tanto.  La mia ragazza lo sapeva, anche per questo motivo tempo fa c’era stata una litigata, un'altra. Penso fosse più che altro una manifestazione di gelosia che io avevo troncato subito, dichiarandole che il computer non m’interessava più del tanto, quella importante era lei e poi, se ci teneva tanto, io non ci sarei più entrato, ed era finita lì.
Per stare bene con le ragazze bisogna salvarsi come si può. Un mio amico per andare a seguire la sua squadra del cuore faceva ammalare sua nonna. Capite, la domenica andare a tifare allo stadio invece di vedere una mostra di arte contemporanea? Per una fidanzata è una scelta incomprensibile: “L’arte è per tutti, il calcio solo per chi piace!” L’argomentazione era tutta al femminile, certo, e il mio amico doveva all’ultimo momento correre dalla nonna.
Insomma la verità è che io chatto eccome. Ho anche un nick, quel nomignolo che uno s’inventa tramite il quale s’identifica e mostra la parte migliore di sé. Sì, questo è l’Avatar di cui parlavo. Un” io” come mi vorrei. Uno appetibile per le donne che non si avventurano per le montagne e trovano l’arte anche dentro le mie castronate, quelle che m’invento per sembrare più bello. No, mi correggo, per sentirmi più bello. Non che io sia uno da buttare via, ma come si dovrebbe sentire uno che non è stato preferito a quegli spadellatori sotto la neve?  Ho bisogno di ricaricarmi l’autostima, ho bisogno di sentirmi desiderato, voluto a tal punto che quella femmina là, dietro lo schermo, sbavi a mille. Devo sentire tutta la sua smania di volermi conoscere.
Certo, perché noi maschietti non siamo tanto complicati. O meglio, non siamo noi a complicare la vita a voi femmine. Siete voi che non volete accettare che a noi bastino quelle due o tre cosette con le quali viviamo un’esistenza appagante. Siete voi che dovete farvi STAR davanti alle amiche, avendo il più figo, il più forte, il più intelligente, il più capace, sì, l’astronauta! Se scendeste tranquillamente per terra, stareste molto meglio. Senza queste vostre invenzioni fantasiose che vi fanno decollare così in alto e con le quali poi vi fate solo male, quando cascate giù davanti al vostro sempliciotto. Uno poi si sente obbligato ad andarsi a inventare il meglio che volete voi!
Accidenti, sì, in rete è arrivata una che si è descritta come fosse una gnocca, notate bene, è domenica.
“Che cosa fai tutta sola soletta?“
“Piove” dice lei.
“Quindi sei vicina”.
“Dipende” fa lei spiccia.
“Io mi avvicino in un baleno”. Butto un amo molto semplicemente. Che sia chiaro, anche se il suo nick è Desiree, il suo meglio di sé è assolutamente attraente, ed io sono solo, l’unica cosa che m’interessa è che il suo sbavare virtuale arrivi da me, qui, nel mio calduccio, senza che io faccia un passo molto impegnativo verso la sua direzione.  Come ho detto è solo un gioco, poi in tv non danno un granché e lo sportivo fanatico è il mio amico.
Ok, qual è la mia posta in gioco? Il mio Avatar è appetibile, naturalmente. Vediamo, cosa potrebbe desiderare una ragazza sola una domenica piovosa? Non c’è bisogno di andare a inventarsi chissà che, se di divertimento si tratta. Per essere all’altezza delle aspettative di voi ragazze basta una prova, ovvero che un’altra come te io la ascolto eccome.
“Ti piace la buona cucina?” le mando la mia domanda.
“Tu sai cucinare?”
“Ci sono tanti chef maschi.” tengo quel tasto ben stretto.
“Sei uno chef?” domanda lei.
“No, è un mio hobby.” rispondo per non esagerare. 
“Sentiamo, cosa mi proporresti?” lei forse si è incuriosita.
“Ho una nuova ricetta.” Cerco di guadagnare tempo e intanto spulcio le ricette su Google: un sito, un certo Zafferano.
“E dai.” tiene la corda stretta, lei.
“Hai delle preferenze sugli ingredienti?” scrivo io e mi rendo conto che dovrò presto tirare fuori un asso dalla manica.
“No, stupiscimi.”
“Che ne dici del coniglio brasato?”
“Mai sentito.” risponde lei ed io so di aver colpito nel segno.
“T’interessa?” le chiedo per avere conferma.
“Vediamo come te la cavi.” risponde lei.
Non faccio copia e incolla, non sono così sfrontato. Le racconto a piccoli passi come si prepara la marinata del coniglio, che ho trovato quasi per disperazione. Le descrivo come metto la pancetta all’interno della carne, nelle piccole incisioni, e come poi il coniglio vada a riposo, affogato completamente nel vino.
Quando arrivo alla preparazione delle verdurine tagliuzzate, e scelte secondo le sue indicazioni, lei è già in una piccola estasi per l’essere il centro della mia ricetta, divenuta così veramente speciale come le avevo promesso.  L’olio extra vergine sfrigola nella padella, dapprima con le sue verdurine e poi aggiungo i miei aromi sui quali naturalmente io non transigo, giusto per mantenere la mia importanza di chef. 
Lei è tutta contenta e: ”Quand’è che sarà pronto?” domanda.  Insomma, me la cucinavo per bene.
Nota d’autore: Come odiavo i finali aperti. Pensavo che quando si gioca, vabbè, non sempre si sa come finirà, allora eccovi due finali a scelta:

Finale numero 1:
«Ah, è per questo che volevi poltrire, complimenti!».
L’aria è letteralmente invasa dall’urlo della mia ragazza che è entrata nella stanza sorprendendomi tutto preso a chattare, tanto che non ho sentito la porta aprirsi. Lo schermo è tutto pieno di faccine sorridenti e cuoricini lampeggianti.
«Tu - con - me - hai - finito!»
È perché abbiamo già litigato troppo, questa domenica la nostra storia è veramente finita, stavolta per colpa di un gioco.

Finale numero 2:
Sullo schermo finalmente arriva la proposta della mia lei:
“Incontriamoci.” e mentre penso a come risolvere, suona il mio cellulare.
«Pronto!»
«Scusi, parlo con il signor Paolo?»
«Sì, chi parla?»
«Le telefono dall’Ospedale Maggiore, dovrebbe venire qua, la ragazza ha detto di avvisare lei.».
«Cosa?» chiedo con un ponte levatoio dentro l’aorta.
«Si tratta della signorina Elena Franchini, ha avuto un incidente e deve essere operata, mi ha chiesto di avvisarla, è l’unico Paolo che ho trovato nella rubrica della ragazza.».
Non mi schiodo dal divano, parto come un razzo, forse l’unica cosa che faccio prima di volare fuori di casa è schiacciare il pulsante sul PC, quello del game over.

Non vi è piaciuto? Allora ancora uno, ma è l’ultimo.
Ricordate quando ho detto che lo scopo preciso della chat è un gioco? E se a giocare fosse invece l’altra persona, quella che Paolo ha incontrato in rete? E se Paolo volesse credere, o fosse davvero convinto, che quella bella gnocca sia una lei?
Fuori ha smesso di piovere da un bel po’ e l’invito di Desiree per incontrarsi è troppo allettante, Paolo non resiste e decide di uscire per vederla dal vivo. D'altronde quella cucinata è arrivata al punto giusto di cottura e la tizia conferma che ha smesso di piovere pure da lei. Per questo, chiarita la poca distanza fra i due collegamenti, maggiore sarà stata l’attrattiva per un immediato appuntamento.
Solo che qui siamo al bivio. Mi sono impanata pure io nel finale aperto, se non vi andasse nessuno dei primi due finali proposti, allora decidete voi se all’appuntamento è arrivato un brutto ceffo di maschietto, oppure la fidanzata incazzata che in verità non è mai partita per la montagna…



                                     
 
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GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Domenica 05 Maggio 2013 16:27 )
 

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