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Silvia Perugia - il viaggio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 11 Febbraio 2013 10:26

 

 

 
 
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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 


IL VIAGGIO

di Silvia Perugia

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 3 febbraio 2013

 

 
        

 

La ragazza salì sul treno e cercò il posto che aveva prenotato; lo trovò e vide che sopra c’era un settimanale,  lasciato da qualche passeggero. Lo prese e, accomodatasi sulla poltroncina, lo sfogliò, soffermandosi con interesse sulla rubrica femminile scritta da una celebre giornalista.
Curiosa, iniziò a leggere:
<< Care lettrici, la scorsa settimana, mi trovavo sul treno della linea Bari - Milano e, come certamente avrete appreso dai quotidiani, il treno ebbe un piccolo guasto e il destino volle che fosse, mentre era in una galleria. Fortunatamente non vi fu nessun ferito, ma solo molto spavento da parte di noi passeggeri.  Eravamo in nove dentro la vettura: una distinta signora molto anziana, tre giovani, un uomo maturo seduto in disparte dall’altra parte del vagone e una giovane coppia con un bimbo di circa due anni. Ad un certo punto il bambino si mise a piangere e sua madre, si affrettò a dargli un biberon con dell’acqua di un colore rosato. Pensai che piangesse  per il gran caldo ma, guardandolo meglio, mi accorsi che sembrava non stesse in buona salute.
 Il padre del bambino, accortosi che stavo osservando il figlio, mi disse:
“E’ la sua medicina è molto malato. Mia moglie ed io stiamo andando a Milano dove il bimbo sarà visitato da uno specialista, un illustre professore. Ho perso il conto di quanti medici abbiamo consultato, ma nessuno di questi, è riuscito a darci una diagnosi certa. La salute di mio figlio sta peggiorando e io, che da più di un anno prendo permessi sul lavoro, rischio il licenziamento! Ora il prof. Carlo Verdini, studiando i suoi referti medici, ci ha dato una speranza e così gli portiamo Carletto per una visita. Spero che sia di augurio il fatto che mio figlio ha lo stesso nome di questo professore".
 Terminò di raccontare il signor Giuseppe accennando un sorriso, mentre la moglie cullava il bambino che nel frattempo si era addormentato.
 L’aria nel vagone si era fatta pesante: tutti avevano udito le parole di Giuseppe.
 La signora anziana, che era seduta accanto al finestrino, prese dalla sua borsetta, aprendolo, un piccolo involucro di raso bianco e mostrandocelo disse:
 “Volete dei confetti? Sono del matrimonio di mia nipote, si sposa domani. Spero che non sia brutto tempo e non piova! Non si dice: sposa bagnata, sposa fortunata? Che sia vero, posso ben dirlo! Il giorno che ci sposammo, Antonio ed io, ricordo, era piovuto tantissimo e le scarpe furono un grosso problema. Eravamo in Aprile nel ’46, la guerra era finita da poco e noi eravamo tutti più poveri. Antonio indossava il vestito grigio, già usato dai suoi tre fratelli per il loro matrimonio. Lui era un po’ più alto e magro di loro e il vestito gli stava corto e largo ma, quando entrai in chiesa, lo vidi vicino all’altare, mi sembrò bellissimo! Il mio vestito da sposa lo cucirono le mie due sorelle usando la seta di un paracadute e le scarpe  me le diede in prestito mia cugina Elide. All’altare mi condusse lo zio Nanni perché mio padre era stato dichiarato disperso al fronte. Mia madre piangeva tanto da sembrare la pioggia che, fin dal mattino presto, cadeva incessante. Le strade erano piene d’acqua e rovinai le scarpe di mia cugina. Elide, quando gliele riportai, s’infuriò molto perché, mi disse, l’aveva promesse in prestito ad un’altra nostra cugina. Antonio ed io abbiamo avuto un matrimonio fortunato.  Si, è vero, una vita di lavoro all’estero, ma siamo riusciti a crescere quattro bravi figlioli!”
La ragazza che faceva parte della piccola comitiva, nostra compagna di viaggio, si tolse la sciarpa lilla dal collo e scherzosamente la tirò verso i suoi compagni seduti accanto a me, ma sbagliò la mira e finì sulla mia testa.
“E’ pazza, pazza d’amore!" esclamò uno dei suoi amici.
Laura, questo era il nome della ragazza, con una sonora risata, si riprese la sciarpa chiedendomi scusa.
 La ragazza, che nel frattempo era venuta a sedersi fra l’anziana signora e me, con modo sognante ci raccontò:
“E’ vero sono innamorata! Mi sposerò presto! Lui è uno studente irlandese, John, il mio amore! Ci siamo conosciuti due anni fa, quando è venuto in Italia per un corso di “letteratura latina” che si teneva nella mia università. Eravamo nella copisteria e, non volendo, lo urtai. A John caddero a terra tutte le dispense del corso e mentre le raccoglieva mormorò in inglese qualcosa che non capii ma che intuii benissimo. Quando, subito dopo, raccolse i fogli e  sollevò la testa verso di me e i nostri occhi si incontrarono, sentii un brivido: fu amore a prima vista! Ora, Luca e Sandro, miei amici d’infanzia e compagni di studio, non hanno voluto che andassi sola e mi stanno accompagnando all’aeroporto di Milano. John è ritornato in Italia con la sua famiglia per incontrare la mia".
L’allegria dei tre giovani sembrò contagiare il piccolo Carlo che, nel sonno, rise.
 L’uomo, nostro compagno di viaggio, era rimasto tutto il tempo in silenzio. Lo guardai e mi accorsi che stava scrivendo.
Finalmente, riparato il guasto, il treno, lentamente, si rimise in moto.
Il nostro silenzioso compagno si alzò, mi venne vicino, mi diede un biglietto e frettolosamente scese dal treno che stava acquistando velocità.
Guardai il biglietto e lessi quello che l’uomo aveva scritto:
 “Mi sembra di riconoscere in lei la dottoressa Giovj, nota giornalista che si occupa di una rubrica su un famoso settimanale. Forse è il destino che ha fermato questo treno. Poche ore fa avevo deciso di andare lontano, in quel posto a noi sconosciuto e da dove non vi è possibilità di ritorno. Vedere questi ragazzi mi ha fatto ritornare al tempo della mia gioventù, ai miei studi, alla mia ragazza, Sandra, che pochi anni dopo divenne mia moglie. La mia è una famiglia molto ricca e il mio è stato un matrimonio sfarzoso. Era bella Sandra, nel suo abito bianco, sembrava una principessa con i suoi bellissimi capelli biondi raccolti sulla nuca e il velo lunghissimo. Ricordo, quando lei si scoprì il viso e mi fece un sorriso, vidi soltanto i suoi grandi occhi nocciola che sembravano avere pagliuzze dorate per quanto erano splendenti! Sandra amava molto la sua rubrica; la prima cosa che faceva, quando acquistava il suo settimanale, era di cercare la sua rubrica e leggere, commentando insieme a me, i consigli che dava alle sue lettrici. Ho un peso dentro l’anima che la notte non mi fa dormire: mi sento colpevole! Non ho capito che Sandra era molto malata e che, per non farmi soffrire, me lo teneva nascosto. Quando lo scoprii, era troppo tardi! Quei poveri genitori! Non ho voluto togliere loro la speranza. Quel professore, Carlo Verdini, è molto bravo, ma non è riuscito a guarire Sandra. Non ho voluto togliere la speranza a questi genitori e auguro loro, fortemente, che il piccolo possa guarire. Giovj,vorrei tranquillizzarla, non ho più intenzioni suicide. Scendo dal treno perché ho voglia di camminare nei colori di questi prati in fiore. Spero di ritrovare la forza per iniziare una nuova vita, un nuovo viaggio. Un saluto.“
Questo è tutto quello che vi era scritto. Care lettrici, ne approfitto per dirvi, come è mia consuetudine, una mia riflessione: non nascondete il vostro dolore o i vostri affanni dentro di voi! Non siamo soli!
Ci sarà sempre una persona che ci potrà ascoltare e confortare, ne sono certa! La vostra, amica, Giovj >>

La ragazza alzò gli occhi dalla rivista e con lo sguardo turbato dette un’occhiata fuori dal finestrino. Scorse alcuni cartelli che avvertivano dell’approssimarsi della fermata del treno. Frettolosamente raccolse il suo bagaglio e, mentre aspettava che il treno si fermasse nella stazione dove aveva deciso di scendere per tornare indietro, pensò al bambino che da due mesi portava in grembo.
Anche sapendo che il suo compagno non voleva figli non sarebbe più fuggita e confidando nell’amore che lui le aveva sempre dimostrato, gli avrebbe detto che nel suo grembo ne portava uno suo. Se fosse andato diversamente e non sarebbe stata compresa, le parole della giornalista le aveva dato una forza e un coraggio per affrontare il futuro che non credeva esserne capace.

Fine



                                     
 
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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Lunedì 11 Febbraio 2013 10:44 )
 

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