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Rumyana Slavova - non sapevo ci fosse anche lei PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 11 Febbraio 2013 10:19
 
 
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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 


NON SAPEVO CI FOSSE ANCHE LEI

di Rumyana Slavova

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 3 febbraio 2013

 

 
        

Erano tagli perfetti quelli. Precisi. Dritti. Profondi. Selvaggi.
L’operazione era andata a buon fine. Anestesia totale, poco dolore al risveglio.
La vedevo la tua pancia tagliata… era li… davanti a me, ma sembrava non ti appartenesse.
Sembrava fosse la mia e non la tua.
Tu corpo nato per produrre, Io corpo prodotto per nascere.
Tu orgasmo ed Io secrezione.
Tu ed Io… beh… ben arrivata.
Ti chiedo solo di lasciarmi qui, di non cacciarmi. Il terrore che suscito in te genera la mia presenza, senza di esso nulla determinerà la tua.
Come sei bella Sara. Così leggera, così donna. Ti svegli la mattina e rifai subito il letto, come se quel piccolo gesto, invece di riordinare la camera da letto lo facesse con la tua giornata. Fai colazione. Esci di casa per andare a lavoro in perfetto orario e quando rientri sei sempre in ritardo.
Prepari la cena, mangi con Enrico mentre aspetti che più tardi sia lui a mangiare te.
Iooo… beh io… mi sveglio la mattina e la prima cosa che faccio è chiedere ad Enrico dove ha lanciato il mio reggiseno. Potrei rifare il letto, ma l’ordine mi annoia. Io non faccio colazione… sono più una da sigaretta e caffè.

Tacchi, giacca e giù per le scale, perché sono perennemente in ritardo.

Sono anche nata… in ritardo. La sostanziale differenza tra noi, è che tu sei nata il giorno in cui sei stata partorita ed io il giorno in cui ho avuto il coraggio di nascere; il giorno in cui ho capito che si pensa sempre alla vita dopo la morte, ma mai a quella dopo il parto.
Tu sangue ed Io dolore.
Tu lettera ed Io parola.
Tu emozione ed io brivido.
Tu cristallo ed Io diamante.
Tu corpo invaso ed Io corpo che invade.
Ricordo il giorno in cui, in ufficio, esasperata dal troppo lavoro hai preso un pezzo di carta ed hai fatto si che lì, lì su quel foglio, noi ci incontrassimo.
"Mi spaventa la tua presenza, perché so che quel che cerco vorrei non esistesse."
Erano queste le tue parole.
Quell’uomo ti ha aperta, tagliata, ripulita del tuo male ed ha perfettamente ricucito la tua ferita senza accorgersi d’avermi urtata.
Sono terrorizzata.

Ho paura che colui che ti ha fatto quei tagli abbia portato via anche me.

Ho paura che tu l’abbia autorizzato a farlo.
Quello di cui non ho paura è che questo sia realmente successo.

Vedi Sara, condividiamo lo stesso corpo, ma abitiamo in due luoghi diversi. Condividiamo quel corpo a cui Io limo le unghie e tu le ferite. Quel corpo che tu hai, ma io posseggo.
Non ti chiedo di trovarmi, ma non perdermi mai.
Tu reato ed Io omicida.
Tu foto ed Io fotografo.
Tu l’atmosfera ed Io la situazione.
Tu seno ed Io le mani che lo sfiorano.
Tu lacrima ed Io pianto.
Tu l’abito ed Io il corpo.
C’è solo una cosa che non mi torna Sara!

Ieri mattina tu hai fatto colazione, io sono arrivata tardi in ufficio, ma chi è tornato a casa in anticipo?
Tu la conosci la nuova arrivata nel nostro corpo?




                                     

 

 
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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 11 Febbraio 2013 10:26 )
 

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