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Pietro Tartamella - il gomitolo di lana PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 11 Febbraio 2013 10:13

 

 

 
 
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IL GOMITOLO DI LANA

di Pietro Tartamella

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 3 febbraio 2013

 

 
        


Mia sorella Enza, più grande di me di tre anni, se ne stava seduta tutto il pomeriggio in piazzetta, sulla panchina verde, a lavorare a maglia con le sue amiche.
Riusciva a chiacchierare e a lavorare ininterrottamente sino all’imbrunire, sino a quando non era ora di rientrare in casa per mettere a bollire l’acqua.
Era compito suo far trovare la cena pronta a mamma e papà che sarebbero rientrati dal lavoro, così come era anche compito suo badare a noi fratelli più piccoli.
Io avevo dieci anni. Scorrazzavo con i miei compagnia su e giù per la piazzetta giocando a rincorrersi, a volte alla lippa, a volte con le biglie, a volte saltellando nei quadrati della settimana disegnati col gesso, sconfinando così nel gioco delle femmine, un po’ per dispetto, un po’ per corteggiamento. Ogni tanto mi fermavo davanti alla panchina a guardare mia sorella che sferruzzava con abilità.
Mia sorella Lina, la più piccola, che aveva otto anni, giocava con le bambole sull’altra panchina verde, quella vicina alla fontana. Con le sue amichette inventavano parole e rimproveri da riversare sulle loro figliolette di stoffa e gomma.
Nuccio, gemello di Lina, stava accovacciato a giocare con le biglie o, a volte, a smontare e a curiosare dentro un vecchia radiolina che qualcuno del vicinato aveva gettato nell’immondizia.
Mio fratello Giuseppe, il più grande, che aveva ormai diciassette anni, lavoricchiava qui e là senza grande entusiasmo.
La scuola era finita. Libri e quaderni erano chiusi nelle cartelle che nessuno avrebbe più riaperto sino all’autunno.
Piazza Rocchetta per tutta l’estate, specialmente al tramonto, era uno sfrecciare di voci e di rincorse, di chiacchiere e grida di bambini, adolescenti, adulti, uno sfrecciare di rondini e profumi di minestra di cavolo, di fiori di zucca, di ceci, fave, frittelle di ricotta, che uscivano dalle finestre aperte ad abbracciare il sole che tramontava.
Le due panchine verdi erano sempre occupate e ogni tanto c’era qualche litigio per stabilire chi era arrivato prima. Molti stavano seduti per terra. Gli anziani sui gradini o su una sedia di paglia davanti alle porte delle loro case.
Un lunga scalinata all’aperto, sul lato corto della piazzetta, conduceva al primo piano di una casa dove abitava la signora Concetta.
A volte la signora Concetta era gentile, a volte sbraitava.
Fra qualche giorno tutti i ragazzini della mia età si sarebbero spostati su quella scalinata, e lì sarebbero rimasti seduti per ore a guardare il film con gli occhi rivolti verso l’alto.
La scalinata era così piena di ragazzini che molti giungevano esageratamente in anticipo per prendere posto, e finivano, spingendosi l’un l’altro, con l’ammassarsi contro la porta della signora Concetta, sull’ultimo gradino che era il luogo più alto e più vicino al film.
Allora la signora Concetta apriva la porta e sbraitava.
Il film era la bellissima bambina Gabriella di cui eravamo tutti innamorati, che veniva ogni anno da Milano a passare le vacanze dalla nonna, e che a tutti, senza nemmeno aver mai sentito la sua voce, aveva rubato il cuore e il cervello.
Dalla scalinata si vedeva, proprio di fronte, la facciata della casa, con le due finestre e un ampio terrazzo con balaustre che a noi sembravano di marmo, ma che erano di pietra chiara. 
La nonna di Gabriella aveva puro sangue Ventimigliese, gente di un certo stato sociale. Noi eravamo tutti bambini del sud e guardavamo la facciata aspettando che Gabriella comparisse con le sue treccine da capogiro, cercando di indovinare a quale finestra si sarebbe affacciata, o se piuttosto non fosse comparsa sul terrazzo.
Quando si affacciava alla finestra, poiché era una bambina come noi, riuscivamo a vederle solo il viso e qualche centimetro di spalle. Ma quando si affacciava al terrazzo potevamo vederla intera tra i gerani, con tutte le gambe e la gonna a fiori. Dalla scalinata si levavano allora alti sospiri e complimenti arditi e tremolanti di rossore.
Poiché eravamo ammassati come sardine, quando Gabriella guardava verso di noi, ognuno, immancabilmente, pensava che il suo sguardo e i suoi occhi avessero guardato proprio lui. Cosicché ciascuno persisteva nel suo innamoramento caparbio e la sognava ogni giorno e ogni notte nutrendo speranze di avvicinamento.
Senza dubbio su quella scalinata noi bambini eravamo allo stesso modo un film per tutti i grandi che nella piazzetta aspettavano la voce delle loro mogli o delle figlie più grandi che da un momento all’altro avrebbero gridato: “A tavola!”.
Nel pomeriggio Gabriella andava al mare.
Sapevamo che sarebbe ritornata verso le ore 18.00.
A quell’ora ci spostavamo ogni giorno sulla scalinata in attesa di vedere il film: prima l’asciugamano che Gabriella stendeva alla finestra. Poi il costume. Poi il suo viso e il suo sguardo, ed ero convinto che Gabriella avesse guardato proprio me!
Spesso scoppiavano le liti, perché un altro aveva il coraggio di sostenere che invece aveva guardato lui. La signora Concetta allora si affacciava sulla porta e sbraitava per tutto quel clamore.
Quando non ero sulla scalinata ad aspettare la comparsa di Gabriella, un’altra cosa guardavo con grande curiosità: mia sorella Enza che lavorava a maglia.
Mi incantavano le sue mani veloci, quel muovere con precisione i due ferri tra le dita, il gomitolo di lana rossa che ogni giorno si faceva più piccolo e il suo maglione per l’inverno che lentamente prendeva forma.
Mi avevano sempre affascinato le cose piccole e minute che, ammassandosi e unendosi, formavano col tempo cose enormi e meravigliose. Mi affascinava il fiocco di neve, per esempio: così piccolo, soffice, minuto. Quando nevicava la meraviglia per me non era il colore bianco che si posava su tutto, ma l’idea che con un fiocco di neve dopo l’altro si poteva formare, nel giro di una nottata, uno strato alto cinquanta centimetri. Mi mettevo a lavorare con la fantasia e con i numeri. Vedevo allora un inverno da fantascienza, un evento straordinario, la traiettoria sconvolta dei pianeti, una catastrofe atomica, un disastro cosmico, e la neve cadeva ininterrottamente per quattro mesi consecutivi.
Se la nevicata di una notte produce un manto di neve spesso cinquanta centimetri, in un giorno e una notte il manto sarebbe diventato spesso un metro. Se fosse nevicato per quattro mesi, centoventi giorni, avremmo avuto un manto di neve alto centoventi metri! Tutto sarebbe stato sommerso dalla neve, e gli uomini sarebbero rimasti intrappolati.
Come sarebbe stata la vita degli uomini sommersi da centoventi metri di neve? 
Da lì cominciavo a sognare come sarei potuto sopravvivere. Anche oggi a volte faccio ancora questo sogno qui a Macondo e allora penso di dover scavare un tunnel per arrivare almeno sino dai nostri vicini. Ma non è facile scavare un tunnel senza punti di riferimento, rischi di scavare centinaia di metri senza arrivare da nessuna parte. Prima però di scavare un tunnel che conduca ai vicini, sarebbe stato meglio scavare un tunnel sino al capanno degli attrezzi per prendere una pala e il piccone e poter così scavare. Sino al capanno come tolgo la neve? Con un cucchiaio? Con la paletta di plastica dell’immondizia? E la neve che man mano tolgo dove la metto? Inoltre dovrei scavare un tunnel verso l’alto per creare una presa d’aria …
Sogni così bianchi di neve che a volte andavano a sostituirsi al viso angelico di Gabriella che compariva sul terrazzo. Anche Gabriella nel sogno restava prigioniera della neve lì, in piazza Rocchetta, senza poter più tornare a Milano. Come avrei fatto a raggiungerla, sommersi entrambi dalla neve?
Anche una goccia d’acqua mi affascinava.
Gocce d’acqua, una alla volta, che incessantemente per anni cadono dall’alto su una superficie. Col tempo finiscono per perforare quella superficie. Avevo letto da qualche parte di una tortura, forse cinese, che consisteva nel mettere la testa di un prigioniero sotto una goccia d’acqua che cade dall’alto a ritmo costante e ininterrottamente, fino a perforare la testa.
Una suola di scarpa che passa su un gradino.
Con gli anni milioni di suole di scarpe che passano su quel gradino, lo consumeranno, produrranno un avvallamento, come mi era capitato di vedere in una vecchia casa di Via Garibaldi che aveva larghi scalini di ardesia consumati per le innumerevoli volte che le scarpe degli abitanti del palazzo vi avevano camminato sopra.
Ora ero lì incantato, davanti a mia sorella Enza che lavorava a maglia. Un punto piccolo e minuto, un punto di lana alla volta, e si sarebbe formato un maglione.
“Mi insegni a lavorare ai ferri?” chiesi a bruciapelo a mia sorella.
Enza e le sue compagne alzarono lo sguardo sorprese, interrompendo il lavoro. Se mi avesse insegnato, in Piazza Rocchetta tutti avrebbero visto per la prima volta un maschietto lavorare a maglia.
Io non avevo pensato che poteva essere una cosa strana; ero troppo preso dal fascino dei punti che uno dietro l’altro producevano una superficie di lana.
Le ragazze sulla panchina invece sembravano nutrire un dubbio sull’opportunità che imparassi a lavorare a maglia.
Mi sorella però si entusiasmava sempre quando qualcuno sinceramente le chiedeva qualcosa e lei poteva così dimostrare la sua bravura nell’insegnare. Mi ricordo quanto si era prodigata perché apprendessi a leggere l’orologio.
“Ti insegnerei volentieri” mi rispose – ma ti occorrono i ferri. Questi servono a me. Non abbiamo soldi per comprarne un paio”.
Dopo un attimo di silenzio, e di rammarico, mi rivolsi alle sue compagne implorante:
“Voi avete due ferri da prestarmi?”.
Nessuno aveva due ferri da prestarmi.
A quel tempo era proprio difficile avere utensili di riserva. Due ferri, e solo due, bastavano alle donne per lavorare a maglia. Ne avevano talmente cura che duravano anni, ed erano sempre quelli, e poiché lavoravano sempre a maglia, non potevano prestarmeli.
Trascorsi il pomeriggio a chiedere a tutte le donne che abitavano in Piazza Rocchetta, perfino bussando alle loro porte di casa, se avessero per caso due ferri per lavorare a maglia, da prestarmi, che poi li restituisco lo giuro.
Nessuno aveva due ferri da prestarmi.
Solo lo sguardo di Gabriella, poco dopo le 18.00, quando andai a sedermi sulla scalinata, mi consolò, ché mi parve mi avesse guardato con più intensità e perfino con più tenerezza del solito.
La sera a cena, di fronte al piatto caldo di cime di rapa e all’insalata di finocchi selvatici, ero silenzioso come mio padre. Il pensiero di dover rinunciare alla sciarpa di lana che avevo sognato di farmi, mi rattristava. Era impensabile chiedere a mia madre, e tanto meno a mio padre, i soldi per comprare due ferri.
Il giorno dopo aspettai con ansia che mia sorella e le sue amiche venissero a sedersi sulla panchina per lavorare a maglia. La piazzetta era già straripante di bambini giocosi, palloni, bambole, biglie.
Andai alla panchina e dissi a mia sorella:
“Puoi cominciare a insegnarmi! Ho trovato questi come ferri, credo che possano andare”.
Al mattino mi ero allontanato, tutto solo, sino al fiume Roya con un coltello. Avevo tagliato una canna. Da un calamo avevo ricavato due legnetti lunghi a cui avevo fatto la punta. Erano abbastanza robusti, avrei usato quelli come ferri.
E infatti li usai.
A pensarci ora, avrei potuto utilizzare due stecchini di legno come quelli che oggi si usano per gli spiedini di carne, che sono perfino lisci e arrotondati, non come le due strisce di canna che erano legnetti a sezione rettangolare. Ma allora per noi non esistevano gli spiedini di carne.
Enza mi insegnò il punto dritto e il punto rovescio per lavorare a maglia. Osservai con attenzione il movimento delle mani, dei ferri, del filo di lana, provai, riprovai. Imparai.
Comprare un gomitolo di lana era però impossibile come comprare i due ferri.
Enza si intenerì e mi diede qualche metro di filo di lana che spezzò dal suo gomitolo rosso. Incominciai con quei pochi metri di filo.
Quando finirono, chiesi in regalo qualche metro di filo alle sue amiche. Poi chiesi alle altre donne. Poiché ognuno stava lavorando a qualcosa di diverso, chi a un maglione, chi a un paio di calze, chi a un cappello, e i colori erano tutti diversi, mi davano il filo che in quel momento stavano usando. Cosicché univo con un nodo tutti i pezzi di filo di colori diversi. Le donne mi diedero volentieri in regalo un po’ della loro lana quando videro che la mia sciarpa lentamente cresceva ogni giorno di qualche centimetro. Volevano premiare con la loro generosità la mia costanza.
Ora avevo i miei due piccoli gomitoli di lana multicolore: uno direttamente collegato ai miei insoliti “ferri”, e l’altro che andavo man mano formando unendo con un nodo i singoli fili di lana che racimolavo dalle mie questue imploranti.
Nel pomeriggio non andavo più a sedermi sulla scalinata a vedere il film di Gabriella. Mi sistemavo ai piedi della panchina verde dove stavano sedute mia sorella e le sue amiche che lavoravano a maglia, sempre con gli occhi rivolti alle finestre e al terrazzo dove prima o poi Gabriella si sarebbe affacciata. E quando Gabriella, affacciandosi, guardava verso di me che lavoravo a maglia, ero finalmente sicuro che aveva guardato proprio me! Il suo sguardo mi esaltava e sempre con più gran lena lavoravo alla mia sciarpa punto dopo punto con tutto il cuore e tutto il cervello.
Quando alzavo lo sguardo per cogliere gli occhi di Gabriella, niente di più facile che per l’eccitazione mi scappasse un punto dai miei ferri di canna.
La sciarpa era iniziata con una larghezza di una ventina di centimetri, ma in alcuni punti si era ridotta a diciotto centimetri, poi era risalita a ventidue, poi a quattordici, cosicché era una striscia di lana che procedeva a zig zag. Ma non mi preoccupava affatto.
Quando la sciarpa raggiunse la lunghezza di un metro e ottanta, tutti mi dicevano che era sufficientemente lunga come sciarpa e che forse avevo finito. Ma io avevo preso ormai la rincorsa dopo aver imparato a muovere velocemente le mani e le canne tra le dita e continuavo a chiedere in regalo pezzi di fili di lana che ora sembrava mi dessero tutti con meno entusiasmo. Ma insistendo ne ebbi ancora.
Alla fine dell’estate avevo la mia sciarpa lunga tre metri che mostravo a tutti con orgoglio. Avevo avanzato alla velocità di un metro di sciarpa ogni mese, tralasciando perfino di leggere al contrario, com’ero solito fare, i fumetti a strisce di Nembo Kid e Tex Willer che bambini più facoltosi mi prestavano in cambio di una biglia di vetro.
Avrei potuto finire molto tempo prima, se non ci fossero state le molte interruzioni delle nasisanguìfere e occhipeste guerre che scoppiavano tra le bande rivali armate di spade di legno, archi, fionde, catapulte, che pullulavano in ogni piazzetta di Ventimiglia Alta.
Dire che fosse una bella sciarpa è un po’ inesatto.
Aveva mille colori che si alternavano e intersecavano senza nessun ordine, non c’era un disegno, non c’era uno stile, non c’era una decorazione sensata, se non quella dei nodi con ciuffetti di fili sporgenti che lasciavo apposta quando univo i fili che recuperavo.
Era la cosa più irregolare e accozzagliata che avessi mai visto. Ma era di lana, e teneva caldo e, soprattutto, l’avevo fatta io.
Ebbi il coraggio di avvolgermi in quella sciarpa per tutto l’inverno, anche andando  a scuola, infagottato da almeno cinque giri intorno al collo, e con gli estremi che penzolavano sino a toccare terra. Meno male che quell’anno era caduta la neve a giustificare i cinque giri di lana intorno al collo.
Mi sentivo un arcobaleno con quella sciarpa che avevo fatto con le mie mani.
Quando la scuola finì, la sciarpa non toccava più a terra. Ero cresciuto.
Quando Gabriella ritornò di nuovo in Piazza Rocchetta per trascorrere un’altra estate di vacanza con la nonna, accadde qualcosa di meraviglioso per tutti noi bambini.
La nonna di Gabriella, che ci osservava sempre con tenerezza, finì per invitare un gruppo di bambini a casa sua, a fare merenda con Gabriella.
Tra quei ragazzini c’ero anch’io. Che la vista della sciarpa e la mia costanza avessero intenerito la nonna sino a quel punto?
Finalmente vedemmo Gabriella da vicino, come da qui a lì, ed era più bella di quanto non avessimo sognato.
Cominciammo così a giocare con lei nel vicolo, dall’altra parte della casa. Il vicolo era stretto. Quando giocavamo a dama e cavaliere, stando seduti i maschietti in fila da una parte, e le femmine in fila di fronte, mi capitò perfino di sfiorarla col braccio e di sentire il suo buon profumo di bambina.
L’innamoramento dei bambini per Gabriella continuava e si rinnovava ogni estate.
Un giorno la nonna ci invitò a guardare la Tv dei ragazzi nel suo salotto, con Gabriella.
Pur essendo seduto per terra su un cuscino, inebriato dal profumo di Gabriella che era seduta al mio fianco; pur guardando più il suo profilo e le sue trecce che non la televisione, riuscii a rendermi conto, anche se confusamente, in modo indistinto, che quel pomeriggio eravamo in sette seduti davanti alla TV dei ragazzi.
Capii che sette di noi non erano in piazzetta quel pomeriggio a giocare con gli altri ragazzi. Quando anche la famiglia di Totuccio comprò la televisione e altri ragazzi cominciarono ad andare a vederla da lui, non solo Totuccio, ma anche il gruppetto di ragazzi che era salito da lui non era in piazzetta a giocare con gli altri.
Man mano che le famiglie compravano la loro televisione, la piazzetta andava sempre più svuotandosi di voci, di biglie, di ricami, fino a diventare deserta.
A pensarci mi piange il cuore, e il cervello.
Oggi solo le rondini sono rimaste a giocare nel tramonto.
Ci fu un anno in cui Gabriella non venne a trascorrere le vacanze in Piazza Rocchetta. Tutti sentimmo la sua mancanza con struggimento di cuore.
Pensammo che fosse solo quell’anno.
Ma non tornò nemmeno l’anno successivo.
Finché non ci rendemmo conto che non sarebbe più tornata.
Misi la sciarpa in un cassetto.
Lì vi restò chiusa e invisibile per anni a testimonianza di un antico amore infantile.
Diventato giovanotto non me la sentii di gettarla via.
Fu una delle cose che pigiai in uno scatolone con altri indumenti destinati ai terremotati del Belice. Forse in quel freddo inverno del terremoto, nel gennaio del 1968, a qualcuno, pur se così irregolare, arcobalenica, accozzagliata, forse sarebbe potuta servire una calda sciarpa di lana lunga tre metri.




                                     

 
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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 11 Febbraio 2013 10:19 )
 

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