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Giulio Silvi - cristalli, vetri e altre fragilità PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 11 Febbraio 2013 10:06

 

 

 
 
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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
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CRISTALLI, VETRI E ALTRE FRAGILITA'

di Giulio Silvi

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 3 febbraio 2013

 

 
        


La casa di mia zia era piena di cose fragili.
Il leone pascolava con l’agnello sul ripiano di un tavolino, dove galli più grandi di loro vigilavano sul buon esito del pasto, tenendosi  a debita distanza per garantire il rispetto della prospettiva. Oche starnazzavano al centro di un’aia immaginaria su un carrello, mai utilizzato per portare delle vivande. E poi cani di Capodimonte avevano stretto amicizia con gli scintillanti colleghi Swarovski, i delfini sfidavano a frotte la durezza della pietra e saltavano fra onde immobili. L’elefante, gravato da una portantina, e ornato da un rosso drappeggio, paziente portava a spasso il marajà impettito.
Sullo scaffale sottostante, un cigno moribondo si manteneva fiero nell’estremo commiato. Sbatteva le ali per l’ultima volta, alzava il collo in maniera plastica. All’inizio mi preoccupavo, poi ogni volta lo vedevo sempre lì che non si decideva, quindi.
Su di un ripiano della libreria, due fidanzati si baciavano sotto un albero, rappresentazione lievemente erotica, ma moralmente accettabile. I seni di porcellana della ragazza, coperti da un vestito blu a pois, invitavano me bambino a indagare oltre la scollatura; lui era un ragazzo forte, con le spalle larghe e una piuma sul cappello, e godeva della mia stima.
Sotto, due gendarmi si esercitavano nel cambio della guardia. La loro giubba rossa denunciava che erano stati comprati in un viaggio a Londra. Mi divertivo a scambiarne, con cautela, la posizione.
Qualche sera la zia mi autorizzava a dormire di fianco a lei nel letto azzurro e dai fiori d’oro. La Madonna sopra di me, fosforescente su sfondo stellato, mi infondeva un’emozione sacrale (e mi teneva al riparo da sconci maneggi).
Appena spenta la luce, iniziava  a passare la carovana dei personaggi , davanti i soldati, poi il notabile indiano con il suo pachiderma, i fidanzati e poi tutti gli animali del mondo, di vetro e di porcellana, zitti e mansueti come andassero a prender posto sull’Arca. Li vedevo sfilare, scuri contro la parete, (si credevano inosservati per essersi mossi nottetempo, nondimeno i soldati un po’ di premura la mettevano al resto della compagnia) e attraversare le dune lanose delle coperte, affaticandosi sulle collinette delle mie ginocchia, per poi calare sullo scendiletto e raggiungere altri lettoni e altre zie.
E le vetrinette con i bicchieri colorati, quelli da vermouth. Se la zia era intenta in qualche faccenda, ne approfittavo per estrarre un bicchiere dopo l’altro e osservare la stanza attraverso i vetri, la stanza gialla, la stanza fucsia, la stanza blu…Non oso immaginare che cosa sarebbe successo se uno di quei bicchierini mi fosse… va beh non riesco a scriverlo.
Un grande specchio  dominava l’ingresso. Mi è sempre piaciuto fare le facce, vedere come sarei stato se avessi avuto una faccia diversa, sarebbe bastato così poco, solo le narici più larghe o gli occhi più spiritati, ma poi mi avrebbero amato ugualmente anche se?
La zia mi diceva che sarebbe passato l’angelo che dice amen e io sarei rimasto congelato con quel volto tutto raggrinzito, da bambino vecchio sdentato.
Quando andavo a trovarla, non riuscivo a resistere alla tentazione di specchiarmi. Da adolescente mi guardavo i brufoli, se ne avevo tanti spegnevo la luce nel corridoio per non vederli, e poi tornavo a guardare che espressione avevo quando dicevo le frasi.
Più tardi, controllavo il progredire della calvizie, anche lì spegnevo la luce perché si vedeva di meno.
Sempre nell’ingresso, ai due lati della porta, due mazzi di fiori dai petali di porcellana, dall’alto di due supporti della stessa materia, spandevano il loro profumo perpetuo e impercettibile ai più.
Per me questo era un grosso problema quando volevo giocare a palla, lo so che non si gioca a palla in casa, ma quando si va dalla zia si sa com’è, solo che la porta dove tirare i rigori la dovevamo mettere dall’altra parte, io e mio cugino.
La zia aveva una libreria chiusa da due ante con i vetri colorati. Nella libreria c’erano per lo più dei libri di latino e di greco che usava nel suo lavoro di insegnante. Li tirava fuori per aiutarmi, studente zuccone, a rimediare situazioni al limite della bocciatura, e sapevano di naftalina, un po’ di gesso, un po’ di muffa.
Ma non era stato sempre così. Prima, dentro quell’armadio, c’era un Mussolini a cavallo di cartapesta, vecchio giocattolo di famiglia, e io sbavavo, va beh, avrò avuto sette anni, che cosa volete da me.
 Non era buttato dentro così, ma era contenuto dentro una scatola rossa. Bisognava prendere la scatola rossa, aprirla, ed estrarre Mussolini, con il suo braccio alzato.
Comunque, attraverso il vetro, vedevo la scatola rossa, che c’era, era lì, e un giorno sarebbe stata mia con il suo contenuto.
La zia andava matta per le caramelle di gelatina con lo zucchero sopra, le chiamava le caramelle di punta. Le teneva in una grossa coppa di vetro, un’“amburnia” la chiamava con termine piemontese. In fondo all’amburnia, insieme allo zucchero che si staccava dalle caramelle, rimanevano solo le gelatine alla menta, mentre quelle al limone finivano subito, non so perché le prendesse quelle alla menta che non piacciono a nessuno, forse perché nella vita bisogna mangiare tutto, non solo quello che ci piace, si vede che non hai fatto la guerra.
Molte altre amburnie c’erano in casa. Un’amburnia con il cotone idrofilo, lei celeste, lui bianco, e una con dei trucchi,  e stentavo a immaginarla mentre si preparava in bagno per incontrare un uomo che la stringesse, che la baciasse, non sapevo se questo veramente potesse succedere alla zia, se fosse mai successo.

Non so perché, proprio oggi, mi sia tornata in mente. Forse perché lei era la trasparenza e la pulizia dei vetri e dei cristalli, anche se non ne condivideva la fragilità,  la gru di porcellana che mette giù la zampa per salvare Chichibio,  la paura di rompere qualcosa, che, a parte che lo devi comunque sempre dire alla zia,  poi sì, lo aggiusti con il bostik, ma si vede, poi si attaccano le dita fra di loro e devi andare all’ospedale perché non riesci più a staccarle.




                                     

 
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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 11 Febbraio 2013 10:13 )
 

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