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Antonella Filippi - la dama di compagnia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 11 Febbraio 2013 09:05

 

 
 
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Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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LA DAMA DI COMPAGNIA
ancora un enigma per Sherlock Holmes

di Antonella Filippi

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 3 febbraio 2013

 

 



“Assurdità!” sbottò Watson spostando il vaso cinese che Lestrade aveva toccato poco prima “Non crediate di cavarvela così, mio caro ispettore.”
Holmes stava in disparte, accennando a suonare il violino e apparentemente disinteressandosi alla discussione che aveva luogo nella stanza.
“Come potete dirci con questo minimo anticipo che dobbiamo venire con voi a Dinsford? E poi chi sono questi Burton?”
Holmes posò il violino, improvvisamente interessato. Preso il Who’s Who sepolto sotto la pila di quotidiani della settimana, lo sfogliò fino a trovare quello che cercava.
“I Burton di Burton Commons della contea di Surbiton sono i discendenti di Sir Richard Burton, il cui nome risale alle Crociate, e vivono nella casa da 120 anni, dopo che quella precedente venne distrutta nel periodo della Grande Rivolta. L’ultimo Sir Robert Burton ha apportato diverse migliorie alla proprietà, ma pare abbia diseredato il figlio per via di un matrimonio poco gradito, finendo poi per convolare a nozze con un’oscura Miss Waterford, di trent’anni più giovane.”
La sua voce parve bloccare la tensione tra Watson e Lestrade, per dare poi il via a una serie di domande:
“Il figlio come ha preso il matrimonio del padre?” chiese Watson.
Fu Lestrade a rispondere: “Mr. Thomas Burton, dopo aver litigato con il padre, ha lasciato la casa ed è andato a vivere al villaggio. Il padre della moglie, Matthew Vance, abita nelle vicinanze, così la signora non si sente troppo sola quando il marito va a Londra per il lavoro che ha dovuto cercare quando il padre gli ha negato ogni mantenimento.”
“Questa faccenda purtroppo è finita anche sulla Gazette. Per fortuna Sir Burton non era presente quando quel dannato giornalista si è intrufolato nella proprietà importunando la signora, avrete visto la fotografia, immagino…” disse, porgendo a Holmes il foglio di giornale.
Watson riprese: “Certamente, la povera signora, mi pare si chiami Amelia, aveva davvero un viso sconvolto!”
“E come ha fatto l’oscura Miss Amelia Waterford a diventare Lady Burton?” chiese Lestrade.
“Era la dama di compagnia dell’opportunamente defunta prima signora Burton, Helen Drake Montgomery, di cui era la cugina di secondo grado.” interloquì Holmes “Ora il figlio sta cercando di dimostrare che fu lei a provocare la morte della madre per poter prenderne il posto e a convincere il marito a non riammetterlo a Burton Commons.”
“Assurdità!” reiterò Watson “Una signora così distinta e gentile non può essere un’assassina.”
Holmes inarcò appena le sopracciglia. “Caro Watson, non sa quante assassine e quanti criminali erano persone piene di garbo e buone maniere fino al momento in cui commisero il loro delitto. Non si faccia ingannare da un bel viso o da modi educati. Tante volte, e io lo so bene, se prendessimo i ritratti dei reprobi e li facessimo vedere alla gente comune nessuno ne indovinerebbe l’animo e le colpe, fermandosi a considerarne l’apparenza.”
Si rivolse poi a Lestrade: “Come mai Sir Burton ha deciso di affidare a Scotland Yard la dimostrazione dell’innocenza della moglie?”
“Più che altro è stato perché il capo della polizia, Sir Christopher Davenham, ha ricevuto dal ministro, Sir Charles Dewey, che è amico fraterno di Sir Burton, l’ordine di indagare con discrezione sull’intera faccenda.”
“E se alla fine invece si dimostrasse che Amelia Waterford è colpevole?”
“Allora la giustizia dovrebbe seguire il suo corso, ma lo scandalo sarebbe enorme, cosa che il ministro vuole evitare a tutti i costi.”
“Bene, Watson, non ci resta che seguire Lestrade a Dinsford.”

Il treno li portò a destinazione in poco più di tre ore. All’uscita dalla stazione trovarono la carrozza mandata da Sir Robert per condurli alla proprietà, dove li attendevano sia il baronetto con la seconda Lady Burton, sia il figlio, che si teneva a una certa distanza insieme alla moglie, Marion Vance.
Il padrone di casa era un uomo di circa 60 anni, dal portamento ancora altero nonostante l’evidente sovrappeso che lo faceva piegare in avanti in modo singolare. La barba ad anello, tutta bianca e ben curata, gli lasciava scoperto il labbro superiore e incorniciava il viso dagli occhi color nocciola, dalle palpebre pesanti e cerchiate. Di questa formidabile combinazione, il figlio aveva preso ben poco, se non il portamento e gli occhi chiari: era un uomo sui 30 anni, alto e magro, ben rasato e dal colorito roseo che si accentuava ogni volta che un pensiero molesto gli attraversava la mente o una parola sospetta pareva mettere in dubbio la sua credibilità.
Le due donne avevano pressappoco la stessa età, ma l’aspetto era piuttosto diverso, sia nelle fattezze, sia nell’atteggiamento: la seconda Lady Burton aveva ereditato dalla cugina l’alterigia e l’altezza, che superava di due dita quella del marito, ma l’attitudine alla buona tavola non l’aveva ancora arrotondata, né l’inclinazione per il buon vino aveva ancora ammorbidito il suo colorito pallido, o reso ridenti gli occhi azzurro chiaro sotto la massa di capelli biondi. La moglie di Mr. Thomas Burton, più piccola di statura e piacevolmente più in carne, aveva un bel viso sorridente e occhi e capelli di un castano ramato molto chiaro, che colpivano per la loro sfumatura inconsueta. Che fosse per questo o che fosse per l’aria simpatica e rilassata, la defunta suocera l’aveva presa a ben volere, tanto che, nonostante la disapprovazione del marito, l’aveva invitata molte volte a Burton Commons, dal giorno dell’avversato matrimonio. Erano inviti solo per il tè, niente di più, ma questo era sembrato comunque dispiacere alla cugina, che nelle parole e negli atteggiamenti di Marion leggeva solo il modo per intrufolarsi in casa e perorare la causa del marito. Perché era questo che faceva Marion, coglieva ogni occasione per lasciar cadere un’allusione, una parola, un suggerimento, che ricordassero a Helen il grave torto che Sir Robert stava facendo alla sua unica progenie.
“Ma poi chi è? da dove viene? come ha circuito Mr. Thomas?” aveva subito detto Amelia a Watson e Holmes, che avevano chiesto di poter parlare separatamente con ognuno. Mr. Burton era andato a Londra da amici ed era tornato dicendo al padre che si sarebbe sposato. Quando gli era stato chiesto chi fosse, di quale famiglia, non aveva voluto rispondere e Sir Robert aveva minacciato di diseredarlo. Il figlio gli aveva voltato le spalle e se n’era andato e il padre la sera stessa aveva chiamato l’avvocato.
“Anche se la povera Helen ha fatto davvero di tutto per dissuaderlo. Lei era pur sempre la madre. E se il figlio non era più ammesso in casa, lei ha fatto in modo di averne notizie tramite quella donna. Io approvo totalmente mio marito, Mr. Thomas gli aveva mancato di rispetto, sia sposandosi con una nullità sia disobbedendo al padre, che glielo aveva proibito, e la colpa non deve essere avallata in nessun modo. Dove andremmo a finire se ognuno potesse sposarsi con chi gli pare?”
Sir Robert non aveva fatto che rincarare la dose, con voce stentorea e sempre più paonazzo :”Non potevo impedire che la mia prima moglie vedesse quella dannata pel di carota, ma non avrei riammesso in casa mio figlio mai e poi mai! Nessuna mésalliance va perdonata! Il matrimonio serve per stringere amicizie e mantenere solide alleanze con persone dello stesso ceto sociale. E’ la via più breve dal disordine all’ordine, ecco cos’è. E quanto a dire che la cara Amelia è responsabile della morte della mia povera Helen, è una vera idiozia ed esigo che dimostriate che non può essere stata lei!”
Sul viso di Mr. Thomas Burton passavano i pensieri come le nuvole in un cielo ventoso di marzo. Aveva certamente sentito la voce reboante del padre e, con un’apparenza d’ira venata di ansia, disse a Holmes, seduto sul divano del salotto: “Mio padre è un uomo molto testardo, ma in questo caso è anche cieco. Lei gli gira intorno da quando è arrivata qui, chiamata dalla bontà di mia madre, che la sapeva in cattive condizioni economiche dopo la morte dei genitori, per essere la sua dama di compagnia. Più volte ho colto il suo sguardo invidioso, quando pensava di non essere vista, i suoi sorrisi falsi, la sua adulazione. Fu lei a portarle il cordiale, la sera della sua morte. E lui parla di persone di ceto sociale inferiore! Non ha aspettato tanto per sostituire mia madre…”
“Mr. Burton pare un libro aperto” commentò Lestrade, appena il giovane uscì dalla stanza.
Holmes socchiuse gli occhi: “Non sa quanti libri nascondono sotto le belle copertine azioni e pensieri crudeli. Ha timore del padre e anche la parzialità della madre lo ha reso un debole.”
Marion Vance entrò nel salotto e, con modi quieti e disinvolti, sedette sul divano di fianco a Holmes. “Il caro Thomas ha un ottimo lavoro a Londra e anche il cottage nel quale viviamo è moderno e ben ammobiliato, ma so che soffre per l’ingiustizia che gli è stata fatta. Non solo per causa mia“disse arrossendo lievemente “ma soprattutto per la memoria di sua madre, che gli era molto cara ed è mancata prematuramente, troppo presto per riuscire a rabbonire Sir Robert e a farlo tornare sui suoi passi. Avrei anche accettato di farmi da parte, ma il caro Thomas non ne ha voluto sapere. E’ buono e generoso come lo era sua madre. Non avete idea di quanto lui, così sensibile, sia stato bistrattato dal padre, che lo avrebbe voluto destinare alla carriera militare. Meglio un buon banchiere che un cattivo generale, dico sempre, e mio marito è davvero bravo negli affari, tanto che ha aperto un’agenzia di importazioni dalle nostre colonie, soprattutto dall’India e dall’Australia. Non mi lamento davvero, ma vorrei tanto che avesse quello che gli spetta di diritto, e non sto parlando solo di rango e denaro, ma di rispetto e considerazione, anche se temo che mio suocero sia ottenebrato dalla sua alterigia, tanto più che si è riammogliato con una fretta davvero eccessiva, ritengo, e con una persona che è proprio l’opposto della cara Helen e non ha fatto che versare veleno nelle orecchie di Sir Robert dal giorno del nostro matrimonio, poco più di sei mesi fa.”
Si interruppe per fare un lungo respiro e Lestrade ne approfittò per chiedere: “Come ha conosciuto suo marito?”
La giovane arrossì: “Ero a Bath in vacanza con mio padre, aveva bisogno di cambiare aria e di curarsi da un attacco di febbri reumatiche, eredità del periodo passato nelle Colonie. Una coppia di conoscenti molto simpatici dava una festa danzante e ci ha invitato. Ci hanno presentati a Mr. Burton e devo dire che mi ha colpito immediatamente, ma non sapevo di avergli fatto la stessa impressione, tanto che il giorno dopo ha fatto in modo di incontrarci durante la nostra passeggiata e di unirsi a noi e allora lo abbiamo invitato a cena la sera stessa e poi ci siamo frequentati nei giorni successivi, sempre con uno chaperon, ben inteso, quando mio padre era troppo stanco o impegnato a scrivere lettere ai suoi ex-commilitoni, sapete, è stato nell’esercito e ha servito nelle Colonie, come vi ho già detto, è stato lui che ha aiutato Thomas a trovare i contatti per il suo lavoro...” Tacque per pochi istanti, poi riprese: “Mia madre è morta diversi anni fa e mio padre, anche se era lontano, ha fatto il possibile per non farci mancare nulla e darmi una buona educazione, che è sempre utile se si vuole fare un buon matrimonio, e una cospicua dote, che lo è ancora di più, e che ha permesso al caro Thomas di non essere obbligato ad arruolarsi, dopo che il padre lo ha diseredato. Mio padre va spesso a Londra per aiutarlo e consigliarlo e a volte lo accompagno anche io, una grande città è sempre un gradito svago, non vi pare? anche se la solitudine non mi preoccupa, e poi ho così tanto da fare tutti i giorni…” Holmes arrestò il fiume di parole, ringraziandola e congedandola gentilmente, per fare poi entrare Matthew Vance.
Abbronzato e coriaceo, con vivaci occhi verdi e lineamenti energici, l’uomo era in tutto e per tutto il prototipo dell’avventuriero, più che dell’ex-militare, del quale, tuttavia, aveva il portamento. Confermò le parole della figlia in merito all’incontro a Bath, poi aggiunse: “Avevo avvertito Marion che non avrebbe avuto vita facile, con questa famiglia, il vecchio Sir Robert è un osso duro e quella sua tremenda consorte una vera spina nel fianco. Lady Helen era di tutta altra pasta, Marion le piaceva e la invitava spesso.”
“La vide anche il giorno della sua morte?”
“No, Marion era stata invitata per il tè il giorno prima, ma mentre era con la suocera aveva avuto un mancamento e, quando si era ripresa, era stata accompagnata a casa con la carrozza di Lady Helen. Non ha fatto in tempo a rivederla, purtroppo…”
Dopo aver congedato Matthew Vance, Holmes si era alzato dal divano e aveva iniziato a girare oziosamente per il salotto, mentre Watson e Lestrade lo osservavano.
D’improvviso aveva chiesto all’ispettore: “Cosa è successo il giorno della morte della prima signora Burton?”
Lestrade aveva aperto il taccuino: “Niente di diverso dagli altri giorni, il marito era uscito presto per andare da un fittavolo, la signora e la cugina si erano dedicate al ricamo, la servitù era impegnata nei lavori domestici o in cucina. Quando Sir Robert era tornato, le due donne erano ancora nel salotto adiacente alla stanza da letto della signora. Erano scese per il pranzo, dopo di che la cugina era andata nella camera di Lady Burton per prendere la bottiglia del cordiale. La signora ne aveva preso un cucchiaio e, come sempre, si era sistemata nella sua poltrona per un breve sonnellino, dal quale non si è più svegliata.”
“Non può aver avuto un attacco cardiaco?”
“Avrebbero tutti supposto di sì, se non fosse per un sedimento riscontrato nella bottiglia di cordiale, che è stato analizzato e identificato come bromidrato di ioscina.”
“Uhm, un centesimo di grammo provoca sonno e morte senza dolore… è contenuto nei semi di giusquiamo, nelle foglie di duboisia, nelle radici di belladonna e in diverse solanacee…” disse Holmes tra sé e sé.
Watson, che l’aveva inteso, chiese a Lestrade: “C’è qualcuna di queste piante nei giardini di Burton Commons?”
“Cosa non c’è in un giardino inglese?” proferì Holmes uscendo dal salotto, senza dare all’ispettore la possibilità di rispondere. “Per il momento possiamo congedarci dai nostri ospiti.”


(fine della prima parte)





                                     

 
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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 11 Febbraio 2013 09:15 )
 

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