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Alessandra Teatini - solo il buio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 11 Febbraio 2013 08:49

 

 
 
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SOLO IL BUIO

di Alessandra Teatini

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 3 febbraio 2013

 

 



“Hai tutto il tempo per organizzarti, pensaci.”

Mi ha lasciata con questa frase. E con questa frase convivo da settimane. Ma non è facile. Sono inquieta. La sua frase mi ha appesantita. Mentre lei sa benissimo quanto la mia vita sia sempre stata un continuo sforzo per superare il limite del nostro peso. Sforzo? Non esattamente. Slancio. Sì, ecco, direi che davanti alle difficoltà mi piace immaginare di alzarmi in volo per osservare il mondo, così che il mio piccolo accidente biografico diventa un elemento tra gli elementi. Non per sorvolare però. Non sono superficiale infatti. Non c’è niente di più profondo della pelle, diceva qualcuno. E in genere mi fido abbastanza delle sensazioni “a pelle”.
“Non saprei a chi altro chiederlo, se non a te. Del resto la nostra vita è qui, insieme. Io e te. Adesso che ci siamo ritrovate.”
E dicendomi questo mi ha fatto capire che io sono l’unica sua risorsa per risolvere questa situazione. Dico situazione, ma farei meglio a dire condizione. Mi ha chiesto di non chiederle nulla.
“Ascolta per favore, pensaci, poi fammi sapere, ma ti prego di non chiedermi nulla. Oltre a quello che ti dirò non saprei che altro dirti.”
Ci sono argomenti sui quali è inutile tentare di approfondire. Non ci sono risposte, né certezze. Solo il buio.
Nella mia vita è entrata di colpo a quarant’anni. Così, senza chiedere permesso. Con una certa dose di prepotenza. Di cui avevo forse bisogno. Come si dice in questi casi, mi ha stravolto, soggiogandomi con le sue cure e il suo sapersi muovere con disinvoltura nello spazio, in ogni situazione. Si è installata a casa nostra dopo essere scomparsa per venticinque anni. Eravamo compagne di liceo i primi due anni, poi s’era trasferita e di lei s’erano perse completamente le tracce. Qualcuno di noi l’aveva cercata, ma sua zia, con cui viveva da quando era piccola, aveva venduto il negozio e aveva cambiato casa. Erano sparite nel vuoto. Zia e nipote. Dei genitori sapevamo poco, se non che erano rimasti al sud. 
Al liceo eravamo diventate amiche per la pelle, quelle amicizie ossessive per cui ti telefoni dopo cena dopo aver trascorso insieme tutta la mattina a scuola e il pomeriggio nella stessa casa. Di solito ero io che andavo da lei, perché da lei stavamo in santa pace, la zia era sempre in negozio e non rompeva mai le scatole. Era grassoccia e affettuosa sua zia Carmen e aveva una testa riccia trionfale, bionda ramata, invece Tina era scura e aveva i capelli lisci, li porta ancora così, con lo stesso taglio, sfilato in avanti, corto, con una bella massa a carciofo a incoronarle il viso, quasi lo volesse nascondere, sì, perché ha i capelli spessi, folti, lucenti, come le sudamericane. Capelli che sprizzano vigore. Non come i miei. Che tendono a formare gomitoli di nodi, specialmente sotto il collo, di notte quando dormo, e al mattino è un disastro spazzolarli, però lo faccio, anche se sarei tentata spesso di rinunciarci, da quando una splendida signora dai lunghi capelli ramati in ospedale mi disse: il segreto, per avere dei bei capelli come i miei, è spazzolarli all’aria aperta piegando la testa in giù abbondantemente almeno una volta al giorno, meglio se due. E in effetti, il suo consiglio ha funzionato a meraviglia, i miei capelli sono lievitati e oggi potrei dire di avere una chioma quasi accettabile. Li spazzolo davanti alla finestra aperta. Anche in pieno inverno. E il fatto non è irrilevante. Trovo che i capelli siano fondamentali, un po’ come i consigli giusti, quelli che ti migliorano sensibilmente la vita. I conigli, come li chiamavamo noi. I conigli buoni e i conigli cattivi, quelli bianchi e quelli neri, dettati dall’invidia, che sarebbe sempre bene fiutare e stanare, se non fossimo offuscati da una certa ingenuità, cosa che a me capita ancora e capitava puntualmente perché di natura non sono mai stata diffidente. Avere dei bei capelli è un ottimo supporto per affrontare ogni giorno a testa alta. Sarà che mamma mia ci pativa tanto per i suoi capelli. Non ne era mai soddisfatta. E allora giù tintura colpi di sole permanente fialette ricostituenti… ti credo che ti si sfibrano mamma! Ma lei non ci sentiva. Eppure nelle foto da ragazza aveva capelli da schianto, con le onde e le mossette giuste, e poi?? Non ho mai capito cosa le fosse successo e pure mamma era evasiva, fatto sta che io invece li ricordo lanugginosi, quando usciva dalla doccia sembrava un pulcino spennacchiato, perché aveva la testa piccola piccola con gli zigomi alti e pronunciati. E una bocca, come la mia, con il labbro inferiore un pizzico più carnoso e sporgente. Poi c’era quell’amica di mia sorella che aveva perso i capelli con la morte del padre e non le erano più ricresciuti: per me bambina di nove anni aveva qualcosa di terrificante e leggendario, come del resto molti altri fatti che riguardavano la mia bizzarra sorella. Con lei si varcava facilmente la soglia del razionale e del buon senso per accedere a una dimensione onirica, perturbante. Perché questo era l’effetto che aveva su di me. Mi turbava e a lei credo che ciò piacesse terribilmente, la eccitava spaventarmi. E nei suoi occhi blu dardeggiava una bella luce sinistra. La stessa luce che a tratti, non senza sgomento, mi sembra di intravedere negli occhi di Tina, però virata all’ebano, allora mi ritraggo e la osservo in tralice, cercando di carpire un segreto recondito dal quale sento opportuno proteggermi. Come del resto da mia sorella e dai suoi amici.
“Hai tutto il tempo per organizzarti.” Mi ha detto per tranquillizzarmi e non sembrare insistente.
Invece il tempo sta volando via. Mi perdo a pensare. E ancora non ho preso una decisione. Entro la mezzanotte. Mentre almeno una decisione gliela devo. Non voglio lasciarla in sospeso. Non lei. E neanche me. Sarebbe ingeneroso, perché in fin dei conti ce lo meritiamo. Di stare finalmente bene dopo tutto quello che abbiamo passato.
Mi pare di non avere elementi per decidere. Non me li ha voluti dare.
“Fidati di me”, mi ha detto. “So che ti sto chiedendo qualcosa di enorme. Un favore che non chiederei a nessun altro se non a te. Insieme potremo sopportarne il peso. Di cosa si tratta esattamente posso dirtelo solo pochi minuti prima di quando accadrà. Lo leggerai in un biglietto che poi brucerai. A ridosso dei fatti. Così non avrai modo di tormentarti. È una forma di tutela, lo faccio per salvaguardarti. Fidati di me.”
Ho intuito qualcosa però. È inevitabile che mi faccia dei film viste le premesse, chi non se le farebbe al posto mio? Che so, immagino che nei suoi trascorsi sudamericani si siano addensate delle zone buie, magari un ricatto, un tentativo di estorsione. Oppure mi vedo lei scoprire, con le sue dipendenti sguinzagliate tipo segugi, che tra i suoi clienti più affezionati si cela, sotto mentite spoglie, un aguzzino delle SS che si è ricostruito un’onorata esistenza da nonno dolce e affettuoso con tanti bei nipotini biondi. Oppure vuole aiutare un’amica che si è cacciata nei guai o, semplicemente, ha deciso di nascondere tutti i suoi risparmi in Svizzera, vista la brutta aria che tira, come fanno quelli che ne hanno in più nonostante la crisi. Quando sono in ballo giri di denaro è facile ficcarsi nei guai. Maneggia le banconote a mazzette e se le infila con cura nella tasca dei pantaloni, per il lavoro che fa. Magari si è rifiutata di pagare il pizzo alla mafia locale e adesso le presentano il conto. Salatissimo.
Temo che mi stia chiedendo qualcosa di più grande di me. Deve avere a che fare con il buio. E il buio è poche cose, POCHE COSE BRUTTE E OSCURE.
Tina è una forza della natura. Mi ha riagganciato attraverso il social network, in cui mi ero creata un account grazie a Martina, l’amica uptodate del nostro gruppo, quella che è sempre aggiornata sulle ultime novità, così siamo state tra le prime, io Martina e Marcella, le amiche storiche del liceo, a farci il profilo con le nostre foto migliori e le info fondamentali tra cui la classe mitica, la prima G del 79. E insieme abbiamo deciso di organizzare un weekend al buio invitando tutti i compagni nella casa in campagna alla Morra dello zio di Marcella. Quindi, in un certo senso, il primo passo l’ho fatto io.
Fu divertentissimo anche se non si presentarono in tanti, saremo stati una quindicina, i migliori però. E venne anche Tina che ci raccontò poco di lei, del suo passato, ci aggiornò solo sul suo presente, aveva una piccola impresa di informatica e se la passava piuttosto bene. Arrivò con una bella macchina sportiva coupé, la più figa, ma la più incasinata, dentro la quale c’era di tutto: scarpe di ricambio, felpe di pile, scatolette per cani, componenti di PC, cavalletto per macchina fotografica, proiettore, carica batteria, batterie, bottigliette di plastica, barrette ipocaloriche al cioccolato di soia. Perché Tina è un po’ cicciottella, ma in modo simpatico, nel senso che il suo di più lo sa portare, non disturba, anzi, ti fa venire voglia di farti abbracciare da lei.
Captai che nella sua vita si era riciclata diverse volte e che non aveva terminato l’università. Forse non ci si era neanche mai iscritta. Mentre noi, il terzetto di santa merenda, l’immancabile merenda delle cinque, tè, biscotti e chiacchiere, l’abbiamo finita anche se con qualche fatica, perché nessuna di noi era una secchiona piegata sui libri, ci piaceva troppo divertirci e goderci la vita. Come? In un’infinita varietà di modi. Molto all’aria aperta, anche in pieno inverno eravamo sempre in giro, col motorino loro due e io, la sfigata, in bicicletta, o caricata da Marcella che aveva il vespino con la sella comoda per due anche se era un cinquantino. Per noi ridere era respirare, un’attitudine naturale e incontenibile. La battuta ci sgorgava facile e avevamo tutta una serie di codici e sottotesti per chiosare i fatti che capivamo naturalmente solo noi. Andavamo avanti a tormentoni, una attaccava, le altre la seguivano e così si generava la battuta della settimana e il personaggio di turno. Top ten e graduatorie le stilavamo una volta al mese. In genere prendevamo di mira una di noi abbinata a qualcun altro o altra. La coppia spaccava sempre per la comicità, un po’ come in amore, quando funziona. Gli amori si sprecavano e in genere erano stagionali, ogni stagione aveva i suoi, specialmente primavera ed estate, ovvio no? Incontrarsi era più facile con il bel tempo, mentre d’inverno se ne stavano tutti rintanati in casa, tranne noi, che non pativamo il freddo e ci piaceva andare in piazzetta da Luigi anche con sottozero, poi, quando lui chiudeva, eravamo capaci di farci l’ultimo giro di chiacchiere e sigarette sui gradini della cattedrale. Che mortorio c’era in giro, ma era bello sentirsi a casa propria sempre, a tutte le ore del giorno e della notte, e non avere paura di niente e di nessuno.
Tina si è inserita tra noi con grande scioltezza, come se non fosse neanche sparita per vent’anni. E si è imposta, perché è una persona carismatica, che sa trascinare. Ha un’energia vitale contagiosa. Poi ha cominciato a frequentare assiduamente casa mia, trascurando Marcella e Martina, del resto però eravamo state noi le amiche per la pelle al primo anno del liceo. Così arrivava prima di Michele, sempre carica di ogni ben di dio. Tina e le cornucopie. Mi raccontava di quando era stata in Bolivia, dove aveva aperto una gelateria, poi un’altra, fino a creare una catena, la più fashion, con tanto di articoli sulla stampa locale e poi internazionale. Perfino su Travel e Vogue edizione americana.
Michele rientrava tardi, verso le otto e mezzo, le nove, le dieci, riceveva i clienti in studio fino alle otto passate e quando si univa a noi io e Tina avevamo già un certo tasso alcolico brioso, mentre lui doveva avere ancora negli occhi i 730, le rendicontazioni, i bilanci, le liquidazioni, le chiusure fallimentari, le dichiarazioni dei redditi e quel senso dilagante di crisi che ci attanagliava tutti, ma forse disturbava più coloro che la toccavano con mano ogni giorno, sul lavoro. Anche i suoi clienti più grossi tendevano a non rispettare più i pagamenti. E lui ci rimetteva. Un mese prima un suo cliente si era suicidato nel garage con il tubo di scappamento. Aveva sigillato tutto con cura. Michele si sedeva con noi a smangiucchiare e bere, annuiva, ogni tanto sorrideva. Un pugno di tristezza però gli ammaccava il sorriso. E c’era buio nelle sue parole. Lo stesso di sempre, o forse un pizzico in più. Di malinconia e sarcasmo. Dopo un’oretta, con aria assente, ci salutava, se ne andava su in studio in mansarda o in camera, mentre io e Tina eravamo capaci di tirare fino a mezzanotte, l’una, così, a bere l’ultimo calice di champagne, a chiacchierare, a ridere di noi da piccole, con quella complicità intima che si ricrea con chi ci è stato molto vicino da giovane.
BUIO. Sarà buio. Entro la mezzanotte. Devo decidermi ma non sono il massimo del decisionismo, tranne in casi molto particolari, in cui decido svolte capitali in pochi minuti.
“Prendi una decisione e poi non tornare più indietro per favore. Ti chiedo solo questo. Ti accompagnerò. Ti starò vicina prima e dopo, ma non nel momento preciso. Non mi chiedere niente se decidi di farlo, fallo e basta. Poi cancellalo dalla memoria.”
“Non ti sembra di chiedermi troppo?”,  le chiedo perplessa, anzi, dovrei dire preoccupata. 
“Zia Carmen mi diceva sempre chiedi il meno possibile, arrangiati, ma se chiedi fai in modo che gli altri non ti chiedano altro, spezza la catena, altrimenti ne sarai tu la vittima. Le catene sono pericolose, ricordatelo. Per questo detesto le catene di Sant’Antonio. E le banche. Sì, le maledette banche. Sono strozzini istituzionalizzati. Non corrono neanche un rischio però. Quanti supermanager che hanno mandato in malora i risparmi di migliaia di clienti sono finiti in manette? Nella nostra libera Europa democratica, negli Stati Uniti, nel grande impero decaduto?”
Così mi risponde Tina. Con una certa durezza nella voce. E adesso non c’è niente da ridere. Inutile Martina, Marcella, la santa merenda, i viaggi, i ricordi, tagliare la scuola, correre a perdifiato, adrenalina a mille, le facce dei passanti scandalizzati a Chieri, gli scherzi, le farse, noi nude al Prater di Vienna, noi a Londra con la cresta viola. Penso al denaro che lei maneggia con la disinvoltura di chi è abituato a fare transazioni, scissioni, spostamenti, investimenti. E ripenso ai racconti di Michele, alle vicende sordide che si celano dietro tante operazioni bancarie, fusioni di società, separazioni… spesso per frodare il fisco, per evadere, per occultare, per accumulare ricchezze spropositate, dacché l’eliminazione del falso in bilancio ha reso le cose ancora più facili.
Buio. Devo agire al buio. Entro la mezzanotte. Cosa dovrò fare? Non lo so. Forse non lo saprò mai.
“Perché proprio io?”
“Perché tu sei perfetta. Tu sei meravigliosamente perfetta. Ed ora è giunto il momento giusto per fare la cosa giusta.”
“Quindi sto per compiere una buona azione?”
“In un certo senso. Però non solo. Passa anche attraverso il buio. Viene dal buio e al buio ritorna. Ma tu sarai solo un passaggio di testimone. Un anello di congiunzione prima della svolta.”
Da quando questa richiesta è calata tra noi non riusciamo più a fare l’amore. Non riesco a venire.
Questo mi rende nervosa. Mi sembra che senza sesso la vita sia come una bevanda riscaldata d’estate. Io al sesso non ci penso. Lo pratico. Con molta soddisfazione. Finalmente. Dico finalmente. Ma in realtà sarebbe stato sempre così. Perché sono propensa a cogliere il lato sensuale ed estetico delle cose. Quando mi piacciono. Anche con Michele ha sempre funzionato. Anche con Luca e con Pietro.
Per strada guardo mentre cammino. A volte mi sento uno sguardo vorace. Rapace. Come un uomo. Nel senso che mi piace guardare con insistenza per catturare l’intimità o meglio il quid irripetibile.  Volo in picchiata sugli esseri che incrocio e mi incuriosiscono. Non sono selettiva. Ma qualcosa deve colpire la mia immaginazione e allora parto. Le visioni fluiscono da sole. Mi salgono o forse mi arrivano da fuori. Vedo quella persona , che adesso è seduta di fronte a me sul tram, nel bagno alla mattina, mentre si guarda allo specchio e ascolto i suoi pensieri. In alcune circostanze soffro. Mi si inumidiscono gli occhi. Sono lui nel suo corpo. Mi acquatto dietro i suoi occhi. Osservo la cicatrice e ripenso a quella volta in cui mi ritrovai coinvolto in uno strano giro. All’epoca in cui giocavo ai cavalli, tiravo e consumavo il patrimonio di san Luca, così si chiamava il ristorante di mio padre. La buca di san Luca. Tutti mi conoscevano anche se io non conoscevo loro e la vita scorreva abbastanza facile in città. Mi sentivo onnipotente dietro la montatura di osso nero dei miei occhiali, che ricordavano chiaramente quelli di Woody Allen, anche se i miei modelli erano altri. Ascoltavo i Roxy Music, David Bowie, Iggy Pop e i Ramones. Ma anche i Kraftwerk. Anch’io avevo la mia band, era d’obbligo suonare e avere un gruppo se non volevi essere uno sfigato. E suonavo un rock ska retrò con variazioni hard core. Vicino al ristorante c’era il mercatino dei libri sotto i portici, così mi soffermavo a sfogliare, non ero un grande lettore, ma sbocconcellavo i romanzi come fossero commestibili, li masticavo, li assaporavo. Una frase, due, me le appuntavo sugli scontrini lasciati dai clienti distratti, poi le lasciavo decantare quelle frasi, le ruminavo, le elaboravo in numeri per poi giocarli in ippodromo, perché io non andavo mai nelle sale scommesse, solo dal vivo che è molto più eccitante. L’adrenalina. Portavo sempre una bella camicia bianca con le mie iniziali ricamate e i gemelli d’oro che si inzuppava completamente alle corse. Per fortuna avevo sempre giacca e impermeabile per mascherare le mie docce fredde.
BUIO. Entro la mezzanotte. Rifiutarmi non è facile. Potrebbe incrinare il nostro equilibrio.
“E se mi tirassi indietro?” le chiedo una sera prima di addormentarmi.
“Nessun problema… sentiti libera di fare ciò che preferisci.” Tina sta cercando di facilitarmi la scelta senza grandi risultati.
“Ma se non lo faccio io lo farà qualcun altro?”, continuo ancora io.
“Non lo so. Ma non ha importanza.”
“Vorrei sapere se continuerai a cercare qualcuno che lo faccia al posto mio”
“Questo è possibile. Ma la cosa non ti riguarderà più.”
“Non credi che questo getterà un’ombra tra di noi?”
“Le ombre esistono già. E ci rendono il tutto più appassionante.”
“Lo sai che i tuoi segreti mi rendono inquieta, non so mai se posso fidarmi completamente di te”
“se lo farai saremo unite ma se deciderai per il no, saremo unite lo stesso, perché chiedendoti un favore enorme mi sono già esposta”
“Me l’hai chiesto perché sai di non rischiare niente con me”
“E’ vero, di te mi fido. Sei la prima persona dopo zia Carmen di cui mi fidi.”
“Perché non mi dici i tuoi scheletri nell’armadio così mi aiuti a capire? Compiere un’azione al buio è assurdo. Perché dovrei farlo? Abbi pazienza, non ha senso.”
“Hai ragione, non ha nessun senso. Come l’amore ostinato e contrario. Perdonami se te l’ho chiesto. Buonanotte.”
“Buonanotte.”
Mentre facciamo l’amore sento qualcosa arrivare da molto lontano, lentamente, un rigagnolo umido che scorre tra le mie viscere. So che sto per venire. Finalmente. Entro la mezzanotte.





                                     

 
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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 11 Febbraio 2013 09:04 )
 

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