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Pietro Tartamella - la perla e l'anello d'oro PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 30 Novembre 2012 08:18
 
 
 
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LA PERLA E L'ANELLO D'ORO

di Pietro Tartamella

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 18 novembre 2012

 

 



“Le perle” sono tante.
“La perla” è una sola.
Al singolare, “perla”, mi ricorda una battuta che ho fatto fin da ragazzo e che ho sentito fare mille volte da mille altri ragazzi e adulti in mille circostanze con valore di imprecazione: “per la miseria!”.
In realtà il sostantivo è stato scomposto nei suoi due possibili componenti grammaticali: preposizione e articolo. Se lo lasciamo sostantivo: “perla miseria!” ha anche un senso. È come se una perla, cosa di per sé preziosa, lucente e orientale da Mille e una Notte, si contrapponesse alla povertà e alla miseria creando così un contrasto ossimoricheggiante; e allora è come se dicessimo qualcosa tipo: “piove, governo ladro”, o comunque che si tratta di una tale e grande miseria che è una perla di miseria, come se la miseria fosse una miseria su-perla-ti-va. Sì lo so, vado un po’ per la tangente.
Perla tangente è una perla che sfiora e accarezza, o una perla vera che si tocca con mano, tangibile.

Ero appena uscito dalla scuola elementare “Lessona” di Corso Regio Parco dove avevo tenuto una lezione di lettura ad alta voce a bambini di terza elementare.
Mi accingevo ad attraversare le strisce pedonali per raggiungere la mia auto parcheggiata poco lontano. Erano le 12.30. Non mi ero accorto dell’anello d’oro con la perla bianca che brillava al sole. O meglio, avevo intravisto qualcosa di luccicante al sole, lì, per terra, che entrava per metà nel piccolo incavo tra due porfidi pitturati di bianco.

Se diciamo: “tutto questo è per la libertà”, lasciando una breve pausa dopo “per”, che diventa così preposizione, vuol dire che facciamo delle cose finalizzate a raggiungere la libertà. Se diciamo invece: “tutto questo è perla libertà” facendo diventare il vocabolo un sostantivo, allora vogliamo dire che le cose che facciamo sono libertà, una libertà preziosa come una perla. La parola “perla” in verità è come se avesse in questo contesto un valore di aggettivo.

Il timore che un’automobile potesse sopraggiungere in quel momento (se mi fossi inclinato a raccogliere il luccichìo che avevo intravisto), mi aveva fatto attraversare la strada senza fermarmi. Il timore era anche dovuto alla curiosità, e un po’ anche all’avidità. Mi era sembrato infatti di scorgere per terra qualcosa di prezioso, che forse qualcuno aveva perduto. Impossessarmene senza essere visto era stato il mio primo istintivo pensiero.

Solo nella scrittura possiamo capire bene la differenza e il gioco di parole. Nella lingua parlata non si percepisce chiaramente, ma i duplici significati potrebbero essere veicolati con accostamenti subliminali o, con molta probabilità, attraverso le intonazioni della voce che potrebbero mettere in risalto le diverse intenzioni.

Quel luccichìo mi era rimasto impresso nella mente mentre attraversavo le strisce pedonali. Il desiderio di scoprire cosa fosse mi sollecitava a tornare indietro a raccoglierlo.

Ci sono perle d’acqua dolce e perle d’acqua salata. La perla ha forma sferica come una biglia di bambino, costituita soprattutto da carbonato di calcio in forma cristallina che all’interno delle ostriche si deposita in strati concentrici. Il termine deriva dal latino “pernula” con cui i romani indicavano la conchiglia che la contiene.

Fermo sul marciapiede a guardare che nessuna automobile sopraggiungesse, ero pronto a tornare indietro per raccogliere il luccichìo che tanto mi aveva abbagliato.
Poiché era l’ora del pranzo, il traffico in verità era pressoché nullo.

Le perle hanno per lo più il colore bianco, ma si possono trovare anche perle rosa, color crema, viola scuro, grigie, nere e, oggi, grazie alla tecnologia, possiamo anche avere perle verdi, azzurre, arancioni, usate soprattutto per creare monili. A rendere preziose le perle contribuiscono il colore, la forma, e il lustro, cioè la luce che riesce a riflettere.

A pensarci bene avrei dovuto essere più pronto. Dovevo raccogliere l’anello subito, nel momento stesso in cui avevo intravisto il bagliore tra i due porfidi. Ma è risaputo che non sono eccelso in quanto a riflessi pronti.

Le perle vivono in fondo al mare nel silenzio. Vivono dentro un’ostrica dove il silenzio è ancora più buio. Unica compagnìa il silenzio delle navi colate a picco, i relitti dei velieri, le alghe sui legni marciti degli scafi che forse conservano ancora l’eco degli annegati.

Ora dovevo guardarmi intorno con circospezione per non essere scoperto nell’atto di raccogliere da terra qualcosa di presumibilmente prezioso che non era mio.

In quel silenzio e in quel buio le perle silenziosamente e in segreto crescono per costruire una luce di meraviglia, una bellezza di navigante, uno splendore di sirena.

La perla incastonata nell’anello d’oro era una perla bianca. Ma con mia sorpresa, guardando le strisce pedonali, l’anello e il bagliore erano scomparsi!

Per i Greci la perla era simbolo dell’amore, emblema di Afrodite figlia del mare.
I cinesi, i greci, gli ebrei del medioevo ritenevano che le conchiglie fossero fecondate dal fulmine e che le perle contenessero un fulmine dentro di sé. Presso altri popoli era il tuono a fecondare le conchiglie.

Una donna araba sulle strisce pedonali, avvolta dal profumo di lasagne al forno che arriva fino a noi dal Bar Della Torre, viene verso di me con una mano tesa, forse a chiedermi un’ informazione.

Le credenze popolari dicono che sognare molte perle significa miseria, infelicità, lacrime. Chi sogna di raccogliere perle dal mare resterà senza il becco di un quattrino. Chi sogna una collana di perle che si sfila avrà dolori e  afflizioni. Chi sogna invece di infilare perle ritroverà il successo. Se uno sogna di trovare perle con fatica e gran lavoro, otterrà successo e danaro.

Nella mano tesa la donna araba, che porta un velo sui capelli, mi mostra l’anello raccolto da terra: “ha perduto questo anello - dice - meno male che l’ho trovato”.

Nei mari della Birmania, della Malesia, dell'Indonesia, dell'Australia si trovano le tipiche perle bianche dalle sfumature argento e oro che, come tradizione e leggenda vogliono, portano ricchezza a chi le indossa.
La lucentezza superba è proprietà tipica delle perle giapponesi di Akoya prodotte da un'ostrica più piccola e delicata, pregiate per perfezione di forma e luminosità.

La donna era comparsa all’improvviso. Troppo all’improvviso! Mi viene il sospetto che fosse nei dintorni appositamente appostata. Poiché non ero il proprietario di quell’anello, non potevo essere stato io a perderlo.
Che ci fosse un trucco o un’imboscata?

Nelle acque dolci cinesi si pescano le perle color pesca, bianco-crema e malva. Si tratta di perle interamente di madreperla, molto resistenti, adatte ad essere indossate a lungo tutti i giorni.
A Tahiti si trova la perla nera conosciuta con il nome indigeno "poe mata uiui" o "perla dai mille riflessi" (verde, bronzo, blu) immortalata dalle leggende come perla che richiama l'amore. La perla di Tahiti è apprezzata dai cinesi che ritengono il colore nero metafora di saggezza, prosperità e conoscenza di sé stesso. La preziosa perla nera ha fatto parte delle collezioni reali delle corti russe, austriache e francesi, ed era abitualmente usata come ornamento dalle donne polinesiane ben prima dell'arrivo degli europei.

La donna araba, consapevole del sole primaverile, espone al sole l’anello d’oro con la perla, per farlo risplendere ancora di più.
“È un bell’anello, è d’oro! – esclama.
E aggiunge: “Anche la perla è vera!”.
Come se fosse una intenditrice.

A ricordare le conchiglie chiuse entro cui quella luce futura e preziosa va maturando in perla, la lingua ha costruito metafore e similitudini di languore: “scrigno di perle”.
E per dare risalto a qualcosa di importante per il nutrimento dello spirito la lingua ha inventato  “perla di saggezza” a indicare un pensiero profondo che emana luce e che, a comprenderlo e a farlo nostro, ci dà la sensazione di toglierlo dal buio e dal silenzio di tomba in cui era sepolto.

La carnagione scura, il velo sui capelli, le labbra carnose, un vago accento straniero, mi ricordano davvero un personaggio femminile delle Mille e Una Notte mentre dall’aiuola vicina esala il profumo delle viole.

“Non gettate le vostre perle ai porci” è un modo di dire, a significare che non vale la pena di dare cose preziose a uomini ingrati o ignoranti ché sarebbe come gettarle via. L’espressione si trova già nel Vangelo di Matteo (libro VII, cap.6).
“Essere una perla rara” si usa per indicare qualcuno o qualcosa che sono un'autentica rarità e che oltre ad essere già di per sé preziosi, non si trovano facilmente.

Può avere 40, 50 anni, ragione per cui, tra le donne delle Mille e Una Notte, non posso paragonarla per bellezza e avvenenza alla bella giovane Shaharasad, come io me l’ero immaginata  quando la notte narrava le sue storie al sultano.

“Una perla di marito, una perla di virtù, una perla di...”. Metafora a indicare qualcosa  di particolare pregio che spicca per doti e capacità. 
“Perla giapponese” per indicare un errore madornale, di comportamento o di grammatica, espressione che compare nel 1935.

La donna araba armeggia per far scivolare l’anello nella mia mano e recita la contentezza di averlo restituito al legittimo proprietario:
“ecco il suo anello – dice – è davvero un bell’anello!”.
Ma io sapevo di non esserne il proprietario.

Le perle sono finite nei proverbi, negli aforismi, nei detti popolari dove alcune restano per l’eternità (perle eternità?):

“Come l'ostrica, anche le donne più dure, a volte, nascondono una perla”
dice Michel de Certeau.

“L'educatore è un uomo che getta perle false a porci veri”
dice J.G. Pollard.

“Un bravo artista é destinato ad essere infelice nella vita: ogni volta che ha fame e apre il suo sacco, vi trova dentro solo perle”
dice Herman Hesse.

Resto con l’anello in mano, sospeso in una strana incertezza, con la donna che sembra voler proseguire la sua strada. Ma a un tratto propone: “se vuole darmi una ricompensa per averglielo restituito…”.

Le perle di rugiada sono il vestito di cui si ammantano i campi nelle albe primaverili.

Cinquanta euro è la cifra che la donna propone per aver ritrovato il mio anello d’oro con la magnifica perla bianca incastonata che riluce al sole come un abbaglio.

Una collana di perle adorna i colli femminili e il petto posandovi sopra una voce di mare dolce e delicato bacio che accarezza e va discendendo in declivi di vigne esposte al sole di settembre e al vino della notte in fine.

La donna, che per essere straniera ha una bella e sciolta perlantina italiana, è consapevole che l’unico ragionamento possibile per me è quello di valutare quanto avrei potuto ricavare dalla vendita di quell’anello che valeva molto di più di 50 euro.
L’affare sembra conveniente. Dalla scuola giungono le voci dei bambini radunati nel refettorio per il pranzo.

Perline colorate, monili di poveri, donne belle comunque giocano con caviglie e polsi nudi esposti nelle balere estive, nei balli in piazza, nelle rotonde sul mare.

Ma se l’anello fosse stato di ferro ricoperto di vernice dorata, e se la perla fosse stata una pallina di plastica, lo avrei pagato molto di più del suo valore.
Ormai avevo intuito che era stata quella donna a deporre a terra l’anello, come un’esca, aspettando un passante ignaro da imbrogliare.

Infinite perle di gran valore e bellezza erano tra i mille tesori nascosti nella montagna che Ali Babà e i 40 ladroni riuscirono a penetrare.

Rispondo infine che non mi interessa.
La donna scende a 30 euro, e insiste.
Le dico nuovamente di no.
Per un attimo la donna abbozza un’espressione perplessa, forse una leggera preoccupazione. Infatti, recitando sino in fondo la mia parte in quel teatro di strada perlifero e dorato, avrei potuto far finta che l’anello fosse veramente mio, avrei potuto semplicemente ringraziarla e andarmene via con l’anello. Tutt’al più avrebbe pensato che ero un ingrato. Ma lei sapeva benissimo che l’anello non era mio. Da truffatrice sarebbe diventata truffata. Era un rischio possibile.

Altrettante perle erano tra i tesori che il derviscio aveva lasciato al cammelliere che diventò cieco per la sua avidità.

“Lo tenga lei signora. Questo anello non è mio. Non intendo avere cose che non mi appartengono” le dico infine lasciandola lì sulle strisce pedonali.

Infinite erano le perle che giacevano invisibili nella lampada, pronte a diventare realtà se solo Aladino avesse voluto strofinarla per esaudire un desiderio.

La donna tenta l’ultima carta.
“Se non è suo - dice - chi se lo tiene l’anello”?
Per me potevamo rimetterlo per terra, là dov’era prima, nella fessura tra i due porfidi.
Nel suo viso l’espressione di rammarico di chi lascia a un altro la fortuna che ha trovato. “Glielo cedo per venti euro” è la sua ulteriore proposta ancora al ribasso.
Ma io le avevo già voltato le spalle.
Nel bar vicino gli avventori sorseggiavano il caffè seduti nel dehors al sole tiepido di maggio.

E altrettante infinite erano le perle del tesoro che il Conte di Montecristo aveva trovato dopo gli anni della prigionia. E sempre le perle hanno addobbato dimore e vesti di sovrani e seni di regine e principesse.

“Per la miseria!” mi sono ritrovato a bofonchiare pensando a quanto mi era appena accaduto, mentre infilavo la chiave nella toppa della portiera della mia auto parcheggiata poco lontano.
Aprendo la portiera era come se le viole e le lasagne venissero dall’auto.





                                     

 
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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 30 Novembre 2012 08:27 )
 

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