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Lucia Gaiotto - la signora del bar centro PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 30 Novembre 2012 08:10
 
 
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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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LA SIGNORA DEL BAR CENTRO

di Lucia Gaiotto

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 18 novembre 2012

 

 




Nella vita, puoi scegliere: o aspetti o fai aspettare gli altri. Non so più chi me l’ha detto, è una delle cose che, con il tempo, ho dimenticato. Dicono anche che ci si ricorda soltanto delle cose più importanti; io ho scordato quasi tutto. Nella vita, o aspetti o fai aspettare gli altri, così mi hanno detto. Prega di non aspettare, aggiungerei io.

Lo chiamano La Bettola, perché l’odore di fritto si attacca a tutto, anche ai capelli e alle tovaglie di carta usa e getta. Solo chi non lo conosce lo chiama con il suo vero nome: Bar Centro. La maggior parte lo indica e dice: “Quello lì, sì, il bar all’angolo.”
Io ci abito davanti, ma ci sono entrata per la prima volta soltanto una settimana fa. Mi sono messa il rossetto, orecchini con grosse pietre verdi e il vestito nero, quello scollato, con le maniche di tulle trasparente. Non me ne importa delle rughe, che le guardino come mi hanno guardato il seno, da giovane.
Nel bar, l’unico rumore che si sentiva era quello della partita a basso volume. Ho scelto il tavolino più in disparte, anche se non c’erano molte persone; il menù era già lì, ma non l’ho aperto.
“Aspetta qualcuno?” mi ha chiesto la proprietaria.
“Sì”, ho risposto.
“Allora passo dopo.”
“No”, le ho detto io “Mi porti un bicchiere di vino rosso, per piacere.”
La donna ha annuito.
Il vino era buono, sapeva di fuoco e fumo. L’ho bevuto piano, a piccoli sorsi, mentre fuori il cielo si faceva sempre più grigio, fino a quando non hanno iniziato a cadere le prime gocce. Le ho guardate scendere, prima facili perfino da contare, poi sempre più confuse e sfocate, come una nebbia d’acqua. Ha piovuto tanto, una di quelle piogge che fanno cadere tutte le foglie morte. Sono stata lì fino a quando la proprietaria non mi si è avvicinata dicendo: “Signora, dobbiamo chiudere.”
Non avevo l’ombrello, fuori l’asfalto era fradicio e la città sapeva di cemento umido. Il ramo di un grande platano era caduto a terra.

Aspetta qui tutte le sere, da una settimana. Io le porto il suo bicchiere di vino, lei mi fa un cenno con la testa. E’ sempre elegante, ha sempre il rossetto. Arriva verso le sette, non si alza mai dal tavolo, e se ne va quando iniziamo a spegnere le luci. Non parla con nessuno. Ieri, però, quando le ho portato il suo bicchiere, mi ha fatto segno di sedermi.
“E’ un bene raro, la puntualità” ha detto.
 “Come, prego?”
“La puntualità. Sono sempre tutti in ritardo, non crede?” mi ha chiesto.
Poi ha bevuto un sorso di vino, lasciando il segno delle labbra sul vetro.
“Chi aspetta?”
Lei ha sorriso, un sorriso storto. Se avesse parlato, forse avrebbe detto: “Non la riguarda.”
“E’ sicura che verrà qualcuno?”
“Sì, prima o poi. Gliel’ho detto. Al giorno d’oggi sono sempre tutti in ritardo.”
Poi ha finito il bicchiere in un sorso.
“Ne vuole un altro?”
Ha scosso la testa.
E’ stata l’ultima volta che l’ho vista.


*


Il cadavere fu ritrovato la sera stessa, in un bidone della spazzatura. Indossava un vestito nero e aveva la bocca sbavata di rosso. Sul corpo ronzavano le mosche e la puzza era quella della carne marcia. A trovarla era stato un barbone e, per quanto lo interrogassero, non riuscirono a cavarne niente. La donna non aveva con sé documenti e l’identificazione era pressoché impossibile. Quando chiesero alla proprietaria del Bar Centro se l’avesse mai vista e lei rispose che era stata lì la sera prima, i poliziotti si guardarono con aria perplessa e dissero che non era possibile. La donna, infatti, era morta da circa una settimana, probabilmente la notte precedente all’acquazzone, quella in cui era caduto il ramo del grande platano. La proprietaria del Bar Centro stette in silenzio un attimo, come per riflettere. Poi alzò lo sguardo e, portandosi una mano alla fronte, disse che si scusava, che probabilmente avevano ragione. Di gente ne passava tanta, doveva essersi confusa.





                                     

 
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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Lunedì 11 Febbraio 2013 08:49 )
 

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