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Antonella Filippi - l'altra madre PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 30 Luglio 2012 09:51

 

 

 
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L'ALTRA MADRE

di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 giugno 2012

 

 





Era màire cuma la fam
, e la fame era brutta sulle montagne nella primavera del 1945. Il cibo era scarso, i contadini aiutavano offrendo quello che potevano, a volte qualcosa veniva lanciato dagli aerei alleati, ma più facilmente in pianura e sulle colline che non sulle montagne.
Giuseppe aveva scelto per sé il nome di Freccia, quando era scappato sui monti insieme al fratello diciottenne, dopo che, con l’armistizio e la fuga del re, era iniziata la parte più subdola della guerra, la resa dei conti.
Il padre, sofferente per l’ulcera gastrica, l’anno prima si era improvvisamente aggravato ed era stato operato, ma un po’ la debolezza un po’ la mancanza di antibiotici l’avevano portato presto a coltivare i campi ëd Nosgnor.
Quando, ventitre anni prima, il padre e la madre si erano sposati, a l’avìo nen un pich da fé balé ij dent, ma erano giovani, avevano un pezzo di terra da coltivare e una collina da dissodare e, con la giusta fatica, al giusto tempo avevano piantato alberi da frutto, viti, ortaggi, e i semi di nuove vite che presto avevano sgambettato dietro alle galline, alle capre e alle mucche. Di quelle smens solo due avevano messo radici, Giuseppe e suo fratello Severino.
Il padre aveva fatto la Grande Guerra sul fronte del Carso, così lontano da casa da credere di essere in un’altra parte del mondo. Aveva conosciuto il caporalmaggiore Mussolini, ricordava sempre ai familiari e agli amici, impressionati dal fatto che avesse combattuto, dormito, mangiato, parlato e fatto chissà cos’altro insieme al capo del Governo.
Ma, in breve tempo, l’ammirata opinione del capofamiglia per il direttore dell’Avanti aveva cominciato a traballare con l’attacco del 1919 contro la sede del quotidiano ed era mutata in profondo disagio per le violenze precedenti le elezioni del 1921 e per la marcia dell’ottobre 1922. L’assassinio del deputato Matteotti il giorno in cui nacque Giuseppe e le leggi di novembre promulgate nel mese della nascita di Severino divennero per lui un motivo d’opposission ëd famija, quasi avessero toccato i suoi figli, e non solo politica.
Nel 1938, dopo la promulgazione delle leggi razziali, aiutato dai figli adolescenti e dalla moglie, iniziò pian piano ad ampliare le cantine comunicanti sotto la cascina, modificandone la struttura per consentire il ricircolo dell’aria e l’accesso al pozzo, per nasconderne l’entrata e perché avessero un’uscita di sicurezza. Quelle cantine videro passare, negli anni, ebrei, oppositori, partigiani, prigionieri fuggiti, aviatori inglesi e francesi, soldati allo sbando. Qualcuno rimase per poco più di un anno, qualcuno solo pochi giorni. Gli abitanti della frazione, con quella difficoltà a chiedere di chi è discreto e amico, escogitarono diversi modi per trattenere un po’ di grano in più che neanche il podestà poté dire una parola.
Anche le due veje ciamporgne di là dal cortile fecero finta di non vedere gli andirivieni e qualche volta portarono una bella pagnotta “ché ne avevano fatta per sbaglio una in più, che chissà dove che avevano la testa, non erano più buone a pesare la farina”.
Dopo la sua morte, la madre e i figli avevano mandato avanti terra e cantine, ma all’inizio del 1943 Giuseppe era stato chiamato “al servizio” con la cartolina precetto del Regno d’Italia e a distanza di una manciata di mesi era arrivata la cartolina rosa dell’esercito repubblicano. Per non aver risposto alla prima era stato arrestato e aveva passato tre mesi in prigione, dalla quale riuscì a uscire una settimana prima perché con lui in carcere c’era il figlio naturale dell’avvocato M.., che era stato prefetto: la madre gli chiese di liberare non solo suo figlio, ma anche gli altri fieuj, e lui volle una dichiarazione scritta da parte loro che pensava gli sarebbe potuta risultare utile in futuro in caso di vittoria degli alleati.
Ma quando arrivò la seconda cartolina decise di rimanere a casa e farsi vedere poco in giro. Anche se gli avevano detto che il maresciallo a capo della caserma non avrebbe mai mandato i carabinieri a cercarlo, ben sapendo che era renitente alla leva, segò le sbarre di una finestra di casa in modo da poter scappare in qualsiasi momento.
Nel febbraio 1944, dopo il bando che prevedeva la pena di morte per i renitenti alla leva e i disertori, e dopo diversi casi di arruolamento forzato nei paesi vicini da parte di soldati della repubblica sociale, cominciò a pensare d’andé partisan. Non solo per motivi ideologici, ma anche per tener fede al senso di giustizia che lo animava e alla convinzione che fosse necessario l’impegno di tutti.
Gli venne in mente quando, affascinati dalla camicia nera con il fazzoletto azzurro, i pantaloni grigioverde, la fascia nera e il fez, ma soprattutto dal moschetto (se pur in versione giocattolo per i Figli della Lupa), anche lui e il fratellino avevano voluto andare alle esercitazioni, ma in breve il gioco aveva svelato la sua cruda inutilità e il medico compiacente aveva detto che erano troppo fragili per tutto quello sfoggio di maschia forza e determinatezza, due veri cicin bujì, e avevano potuto tornare ai giochi nell’aia.
Giuseppe aveva quasi ventun anni quando, nella tarda serata del 23 marzo, insieme al fratello diciottenne, a due cugini, di cui uno militare e in licenza, e a un paio di amici del paese, lasciò la madre in lacrime e la sua giovinezza alle spalle.

La Brigata, che contava poco più di 400 uomini, era comandata da un ex-ufficiale, il comandante Boris. A Giuseppe, per la conoscenza dei luoghi e per la rete che era riuscito a tessere per l’attività, il rifornimento e la protezione delle “cantine”, fu chiesto di agire come staffetta di collegamento e portaordini. Nei mesi che seguirono passarono pochi giorni senza combattere, senza azioni di sabotaggio, senza cercare di procurare armi e munizioni, o fornire e cercare informazioni e tenere i contatti con le altre Brigate e gli alleati.
Con loro rimase per due mesi un soldato russo fuggito da un campo di prigionia, da cui imparò qualche frase con una pronuncia improbabile, ma che lo faceva sentire parte di un mondo più grande.
L’11 ottobre venne segnalata la presenza di un treno carico di farina, pirite e macchinari, alla stazione di C. L’operazione di assalto venne affidata a un gruppo di quindici volontari, tra i quali Severino. Rassicurati dalla tranquillità della stazione, iniziarono a svuotare il treno e a piazzare le mine sui binari. Quando già stavano dirigendosi verso le baite e il bosco, una pattuglia tedesca in perlustrazione iniziò a sparare contro di loro. Nel tentativo di consentire la ritirata dei compagni e di salvare la mitragliatrice che si era caricata sulle spalle, Severino rimase indietro. Lo sentirono gridare “Vieni avanti, amico dei “Me ne frego”! It’l’has veuja ëd meuire, folaton?” e sparare fino a quando non ebbe più munizioni e iniziò a lanciare le bombe a mano. Mentre correvano ne sentirono gli scoppi, poi più niente.
Giuseppe lo venne a sapere solo tre giorni dopo. Una ragazza del paese, che curava gli approvvigionamenti e l’assistenza ai feriti e alle famiglie dei partigiani, fece sapere che, finite anche le bombe, era stato colpito da una raffica di maschinenpistole. Nottetempo il parroco e un paio di anziani del paese ne avevano ricomposto il corpo e l’avevano seppellito nel locale cimitero.
In quel momento Giuseppe vide solo il fratellino che correva da lui gridando per farsi proteggere quando le oche lo inseguivano sull’aia, dopo che le aveva stuzzicate. Un gioco terribile, gli sembrava ora, ora che non era stato in grado di aiutarlo, ora che gli sembrava non essere più il minore ma il più grande cui guardare per trovare la forza di continuare da solo, e il coraggio di scrivere alla madre.

Il 19 aprile 1945 il CLN diede il via all’insurrezione generale. La Brigata in cui era Giuseppe si era già avvicinata a Torino, dove la sollevazione era stata preceduta, il 18, dallo sciopero generale che aveva bloccato tutte le attività cittadine e dall’occupazione delle fabbriche, difese strenuamente da fabricant e ovrié contro gli attacchi dei tedeschi. Dopo aver ricevuto l’ordine di avanzata sulla città, il 25 la Brigata e le altre formazioni stanziate sulle colline di Pino Torinese scesero a Torino. La battaglia si frammentò in rivoli oscuri, nelle vie, casa per casa, facendo attenzione ai cecchini e cercando di stanarli, assalendo le caserme in cui erano asserragliati i fascisti, occupando il Municipio, cercando di riprendere le stazioni ferroviarie. La squadra di Giuseppe oltrepassò corso Giulio Cesare. Colse un movimento e fece per sparare a uno dei soldati nemici, nascosto all’interno di una casa sinistrata tra Piazza Baldissera e Via Cecchi, quando questi si sfregò il naso e l’orecchio e Giuseppe ebbe una vertigine, perché gli parve di vedere il gesto che faceva di solito Severino. Non fu che un attimo, e il compagno al suo fianco fece fuoco al suo posto. Il soldato si accasciò. La zona era libera e Giuseppe fece segno agli altri di andare avanti, mentre entrava nella casa.
Il soldato era a terra e al vederlo ebbe un gesto di paura e alzò una mano, ché con l’altra premeva forte il fiore scuro che gli macchiava il torace. Giuseppe fece lentamente segno di no, gli prese la mano e si inginocchiò al suo fianco. Non ne avrebbe avuto per molto “avrà diciott’anni, potrebbe essere mio fratello” pensò, “questa è una guerra tra fratelli… Severino non mi ha avuto vicino mentre moriva, ma questo avrà me.” L’altro continuava a guardarlo, reso muto dal timore e dalla vita che gli passava tra le dita, e Giuseppe scosse ancora la testa, mentre gli metteva una mano sulla fronte. A quel contatto l’altro si abbandonò di colpo, con un brivido e un profondo respiro.
Dopo un po’ sentì che la stretta s’indeboliva e la mano scivolava via. La strinse più forte, poi la mise vicino all’altra.
Cercò i documenti di quel ragazzo, trovò il ruolino, il foglio matricolare, una lettera. Si chiamava Alfredo P. ed era di un paese così vicino a quello di Giuseppe che poteva anche averlo incontrato un sabato alla festa del santo, o a ballare, o alla vendemmia. Lasciò i documenti, ma prese la lettera indirizzata alla madre.
Il 28 aprile la città venne liberata definitivamente.

Tornò a casa all’inizio di ottobre 1945, già vecchio.
La madre, che aveva già ricevuto da lui una lettera per la morte del fratello e aveva raddoppiato le preghiere e fatto strani patti con Dio, nella speranza di conservare almeno quel figlio, volle sapere dalla sua voce, ancora una volta, dalla sua voce viva, come era morto il fratello e in quell’occasione lui le raccontò anche dell’altro.
All’inizio del 1946, verso ij dì dla merla, andarono insieme a F.
La madre gli strinse forte la mano quando incontrarono l’altra madre e si sedettero vicino al camino acceso, prima che lui cominciasse a parlare.
La guardò sperando in una pena meno acuta di quella che sentiva, macchiata dalla felicità di avere ancora accanto suo figlio. L’altra iniziò a piangere dondolandosi piano sulla sedia, tormentandosi le mani, portandole davanti alla bocca come a voler fermare la disperazione, serrandole nel palmo quasi le unghie potessero scavare un sentiero fino a modificare la linea della sua vita.
Alla fine disse solo due volte “grazie” e gli prese una mano, stringendola fino a non sentirla più e in quella parola Giuseppe sentì l’inutilità delle altre.
Per tutto quell’anno e l’anno successivo lui andò a trovarla di tanto in tanto, aiutandola nella semina e nel raccolto, sistemando una volta la porta del fienile, un’altra il tetto che perdeva dopo la grandinata, altre ancora tagliando la legna, potando la vigna, zappando l’orto, ricostruendo un muretto di confine che era caduto per lo spostamento d’aria di una bomba.
Arrivava appena dopo l’alba, lavorava sodo fino all’ora di pranzo, tirava fuori dal tascapane il cibo che la madre gli aveva preparato, poi di nuovo fino a sera, quando riprendeva la strada di casa. Non parlava quasi, e neanche lei.
Una volta cominciò a nevicare nel pomeriggio e l’altra madre gli disse di fermarsi a dormire lì. La sera, seduti al tavolo della cucina, lei gli versò la zuppa nel piatto e, esitando appena, gli fece una carezza sulla testa. Lui le prese la mano e se l’appoggiò alla guancia. Poi mangiarono in silenzio, ognuno con il suo dolore stretto nel petto come un sostegno cui non potevano ancora rinunciare.
Non so cosa le disse, ma l’anno dopo lei traslocò nella cascina.

Gli scontri e le manifestazioni verso la fine dell’inverno del 1949, i manifesti affissi nelle chiese nel giugno dello stesso anno con la minaccia di scomunica per chi votava comunista, i morti di Modena nel gennaio dell’anno dopo durante una manifestazione sindacale la turbarono, così come, negli anni che seguirono, le rinate intolleranze, gli attentati, i nuovi razzismi, i velati pregiudizi.
“È per questo che abbiamo combattuto? che i miei figli sono stati nemici?” pensò, guardandolo. Si stupì d’avere, per la prima volta, pensato a lui come a un figlio e disse grazie al figlio morto per averle mandato qualcuno che, forse non come alla mamma vera, poteva volerle bene. Dalla mamma di lui si fece raccontare fin i ricordi della gravidanza, della nascita in casa, dei primi passi, della caduta dal fienile, della sera in cui non lo trovavano ed era andato nei campi a vedere la luna che si rifletteva sulla neve, della scuola tenuta dal vecchio prevosto, frequentata fino alla seconda, dei primi peli di barba e delle sigarette che di nascosto rubava al nonno, una per pacchetto fino a quando il vecchio se n’era accorto e gli era corso dietro con il bastone, degli occhi smarriti mentre teneva la mano al padre morente, del ragazzo che era andato a fare il partigiano sui monti. Con gli occhi chiusi cercò di vederlo crescere, di seguirlo fino al ritorno a casa, e finalmente riuscì a parlare della propria vita, del marito e del primogenito prigionieri in Russia e mai tornati, della figlia morta piccola di gastroenterite, del figlio.

Nella primavera del 1950, quando lui si accorse che la Gina, che abitava nella cascina confinante, da bambina dispettosa tutta ossa era diventata tota, trovò tutti i truschin per incontrarla, senza accorgersi, come spesso accade, che lei era sempre pronta a farsi trovare.
La sua amarezza, il senso di dover espiare con l’assenza di un sorriso, svanirono lentamente di fronte alla gentile allegria di lei. La prima volta che scoppiò in una risata subito dopo pianse. Lei l’abbracciò goffamente e lo lasciò piangere senza chiedere niente, neppure dopo.
Qualche giorno più tardi, dopo le lunghe ore di lavoro nei campi e nella stalla, lui si lavò a fondo, si pettinò con cura, mise il vestito migliore e il cappello di suo padre e andò a casa della Gina. La ragazza, le due sorelle e la madre stavano sgranando il granoturco per il pastone delle galline e il padre stava risuolando un paio di scarpe. Il fratello maggiore era morto nei primi mesi della guerra e il secondo era ancora nella stalla a curare una vaca che stava per avere un bocin. Al suo ingresso levarono il viso, perplessi da quella visita così tarda. Si tolse il cappello ed entrò, dopo aver pulito bene le scarpe. Venne invitato a sedersi al tavolo e a bere un bicér ëd vin. La mano gli tremava un po’, mentre prendeva il bicchiere, e la Gina e sua madre capirono perché era lì. Il padre ci mise un po’ di più, agli uomini servono sempre le parole, ma quando le parole arrivarono fu soddisfatto. La Gina avrebbe voluto gridare al padre: “c’a-j disa 'd sì, c’a-j disa 'd sì!”, ma poi si accorse che stava per piangere e che le parole le si strozzavano nella gola.
Una volta fatta la dichiarazione e avuto il consenso del padre non c’era molto altro di cui parlare, ma la madre ci tenne a fargli sapere che la Gina aveva un bel corredo cusu e tut brodà, ma che soldi, purtroppo, non ce ne sarebbero stati e che sperava che non sarebbe stato un problema, avevano in casa ancora tre figli e le bestie e la terra e anche il lavoro da calzolaio non andavano troppo bene, ma che di lì al giorno del matrimonio…
Ross coma un pito lui la interruppe con un gesto della mano, non si aspettava niente, voleva solo la Gina, era l’unico figlio, adesso, e come sapevano aveva terra e bestie, aveva delle idee per l’una e per le altre e qualche spicciolo per metterle alla prova, ed era sicuro che con la Gina ne avrebbero visti i frutti.
Dato che adesso erano moros, poté restare ufficialmente solo con la Gina e le raccontò delle sue due madri, della promessa fatta a se stesso di essere un figlio anche per la seconda, della sofferenza che era stata mitigata dall’amore per lei, che sperava avrebbe trattato le due con lo stesso riguardo. La Gina, che come tutti quelli della frazione pensava fosse una parente o una vecchia amica della madre rimasta sola per le vicissitudini impronunciabili di quella guerra finita da pochi anni, e che come tutti non aveva mai chiesto per la delicatezza di non volerle risvegliare, rimase stordita dal racconto, soprattutto dalle parole non dette, che condensavano un dolore così profondo che, provando a immedesimarsi, ne ebbe una vertigine. E, sempre al di là delle parole, le fu chiaro che quel ragazzo che era venuto per chiederle di passare il resto delle loro vite insieme era un uomo che meritava tutta la sua stima e il suo amore, un eroe normale come ce n’erano stati tanti in quel periodo, tornati poi all’oscurità dell’anonimato con una coscienza luminosa.
Il perdono è l’ornamento dei forti, ma quale ornamento è il perdonare se stessi e quale ancora il perdonarsi anche quando non si è compiuto materialmente nulla, ma ci si sente responsabili per le azioni di altri?
Al matrimonio venne na rablera ëd gent. Le donne prepararono il pranzo e chi sapeva suonare suonò per chi voleva ballare. Le due madri regalarono alla Gina un velo che avevano ricamato insieme durante l’inverno e un bel vestito a fiori, che si poteva allargare facilmente, perché entrambe si aspettavano che il loro figlio le avrebbe fatto fare tanti bambini. “Chi a n’ha un a n’ha gnun” si dicevano e gli ricordavano, ma dovettero aspettare fino al 1953 per tenere in braccio la prima nipote. Gli altri seguirono a qualche anno di distanza, altre due femmine e poi il mas-cc.

In modo burbero, lontani da manifestazioni esteriori, si dimostrarono affetto tutta la vita. Lei dimostrò apertamente il suo amore solo ai cit, i figli e i nipoti di quel figlio della guerra, noi che le correvamo tra le braccia gridando “mare granda!”
Noi che scappavamo urlando pieni di risate quando combinavamo qualcosa e lei, dopo averci ammoniti dicendo “vardé che l'armanach a marca patele”, ci inseguiva piano con il battipanni, gridando “i seve ëd bej farinél!”
Lui non faceva una piega quando la sentiva canticchiare, come soprappensiero, “Faccetta nera” mentre zappava l’orto.
Lei fingeva di fare la maglia mentre lui discuteva con i compagni della sezione che venivano alla cascina ogni settimana per parlare di difesa del lavoro e di scioperi, di metodiche per ottimizzare la crescita del frumento e dell’uva o portare avanti idee di avanguardia nella conduzione delle stalle, o progettare l’acquisto di un trattore in cooperativa.
Un ventotto aprile lui l’accompagnò a Giulino di Mezzegra, dove lei depose un fiore sopra la croce, che era ancora di legno, e poi alla Cascina Fusetti; il 25 agosto di nove anni dopo lei andò con lui a Roma, al funerale di Togliatti.


Questa è la storia che mi ha raccontato mio nonno.

L’àutra mare ha vissuto tanto da diventare bisnonna perché ha fatto in tempo a vedere nascere anche me, che mi chiamo Alfredo.




                                     

 
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GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Venerdì 30 Novembre 2012 07:41 )
 

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