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Pietro Tartamella - l'ultimo maglione PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 02 Luglio 2012 15:37

 

 
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L'ULTIMO MAGLIONE

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 giugno 2012

 

 

Nel 1968 Salvo era un giovanotto di 20 anni con i capelli corti e ordinati. Ancora indossava, non senza imbarazzo, le giacche del fratello maggiore con i gomiti un po’ consunti.
La carne sua madre la metteva a tavola solo nelle feste comandate. Aveva perso ormai l’accento siciliano dopo anni di studi elementari, medi, e da geometra. Terzo di cinque figli era l’unico che aveva potuto studiare. Frequentava l’oratorio della Vergine Assunta a ridosso della Cattedrale di Ventimiglia Alta costruita nell’undicesimo secolo sulle rovine di un tempio pagano. Il sagrato e i quattro scalini d’ingresso della Cattedrale erano stati testimoni negli anni ’60 di tante scazzottature tra ragazzini immigrati e bande di adolescenti rivali che nei carruggi e nelle piazzette vivevano in buie cantine spesso senza finestre e con le porte marcite che i padri avevano ristrutturato alla meglio.
Don Matteo era il prete che gli aveva tirato le orecchie più di una volta, non perché avesse fatto chissà quali gravissime cose, ma perché a Don Matteo piaceva semplicemente tirare le orecchie; e lo aveva costretto a vestire l’abito da chierichetto per servire messa tra i marmi della navata medievale, e ogni volta gli punzonava il cartoncino colorato che attestava che la messa l’aveva servita davvero.
A capodanno, trascorso da poco, Salvo non aveva vinto granché a carte.
Chi aveva vinto era lo zio Totò che ogni anno vinceva sempre, anche se cambiavano spesso i mazzi di carte, ché non era proprio possibile che vincesse sempre lui. Ma zio Totò, viso scarno e accento siciliano che non aveva perduto di una virgola, sembrava l’avesse scritto in fronte che anche quell’anno a Capodanno avrebbe vinto lui come una tradizione. Anche Don Vincenzo, il padre di Salvo, e gli altri parenti avevano imparato da tempo ad accettare il fatto che zio Totò avrebbe vinto di nuovo come un destino scritto.
Era la gelida mattina del 15 gennaio quando tutta Ventimiglia Alta entrò in subbuglio alla notizia che il terremoto aveva distrutto la Valle del Belice.
Anche se pochissimi avevano la televisione, e quasi nessuno leggeva i giornali, la notizia del terremoto si sparse in un amen, perché molti di coloro che abitavano a Ventimiglia provenivano da quei paesi della Sicilia che il terremoto aveva messo in ginocchio.
E così ci fu un intreccio di telefonate e voci che correvano nei carruggi di Ventimiglia, e lamenti, e Ave Marie che superavano i cardini arrugginiti delle porte ed entravano nelle buie cucine delle cantine. Voci come di vulcano e mare e spari che venivano da Gibellina, Salaparuta, Montevago, Poggioreale, Menfi, Partanna, Camporeale, Chiusa Sclafani, Contessa Entellina, Sambuca di Sicilia, Sciacca, Santa Ninfa, Salemi, Vita, Calatafimi, Santa Margherita del Belice… così tante e fitte che la parlata siciliana rimbalzava sui muri di ogni dove, e Salvo dovette fare uno sforzo per non disimparare l’italiano che aveva appreso con tanta fatica.
Nei giorni seguenti si cominciò a capire quanto fosse immane la tragedia che si era abbattuta sulla Sicilia. La terra traditrice aveva raso al suolo Gibellina che tra le macerie nascondeva centinaia di morti che venivano restituiti man mano, giorno dopo giorno, alle barelle dei soccorritori. Migliaia di feriti venivano trasportati negli ospedali di Palermo, Agrigento, Sciacca, affrontando con gran disagio le strade risucchiate dalla terra, le piazze ingombrate dagli ammassi e dalla polvere dei blocchi di tufo rovinati al suolo. Le travi e le capriate di legno dei tetti crollati, come shangai giganti di un solo colore, si erano mescolate formando croci a caso sulle macerie. E poi la pioggia e il gelo di quell’inverno, il fango ovunque.
Un testimone racconta: “La pioggia ha ridotto la piana ad un acquitrino nel quale si affonda fino alle caviglie... Macchine ed autocarri si sono impantanati sia tra le tende che lungo la strada, continuamente bloccata da ingorghi”.
Il chirurgo Giuseppe Ferrara, primario dell’ospedale di Sciacca, raccontava che operavano i feriti mentre la terra continuava a tremare sotto i loro piedi:  “Stavamo operando, il pavimento ci ballava sotto i piedi. Sentivo accanto a me la suora assistente che recitava le sue preghiere mentre mi porgeva i ferri, attenta e precisa come sempre. Eravamo in sala chirurgica dalle 8 del mattino. Non c'era un momento di sosta fra un intervento e l'altro. Uno solo di tutti quelli che abbiamo operato è morto. Aveva perso le gambe, ed ambedue le arterie erano recise.  Gli altri, senza una gamba, senza un braccio, li abbiamo tutti salvati. L'intervento più difficile fu una trapanazione del cranio: era una bambina di quattro anni che i vigili avevano trovato a Gibellina, fra le braccia della madre morta”.
Il pilota di uno degli aerei impegnati nella ricognizione dichiarò di avere visto “uno spettacolo da bomba atomica”.
In pochi giorni più di mille vigili del fuoco, la Croce Rossa, l’esercito, furono impegnati a portare soccorso, e tutta l’Italia andava mobilitandosi, pur se con gran confusione e disorganizzazione, a raccogliere derrate alimentari, coperte, medicinali, vestiario.
Perfino il movimento studentesco sembrò arrestarsi per un po’ di fronte alla tragedia. Una pausa che forse lo aiutò ad esplodere nel mese di maggio con le grandi occupazioni delle università.
L’oratorio della Vergine Assunta era il luogo di raccolta degli aiuti che un TIR avrebbe portato personalmente ai terremotati. Salvo era uno dei ragazzi che smistava ciò che la gente portava, e tutto inscatolava seguendo il più possibile un criterio logico e uniforme, assemblando le scarpe, i vestiti, le coperte, il cibo, in scatoloni di mille formati portati anch’essi dalla gente che faceva la spola.
Salvo aveva una giacca con i gomiti lisi che era stata di suo fratello, la portava da un paio di anni, e per qualche anno avrebbe ancora potuto indossarla. Un po’ indeciso tra l’imbarazzo, perché era consunta, e l’incertezza, perché avrebbe potuto ancora usarla, la pigiò infine con altre giacche e sigillò lo scatolone con più giri di scotch.
Sua madre recuperò da una vecchia cassapanca due coperte ancora buone, e camminando sulla neve che ricopriva a tratti i carruggi, le portò all’oratorio.
Le sue sorelle rovistarono nell’armadio e trovarono un paio di scarpe coi tacchi, fuori moda è vero, ma ai terremotati potevano essere utili. Il padre mandò una punta di ferro, una mazzetta, una cazzuola e una livella da muratore.
Altra gente arrivava in oratorio col naso e le mani arrossate dal gelo e scaricava, o per terra o su un grande tavolo, tutto quello che portava in spalla o sottobraccio.
La duna di vestiario si elevò presto sino al soffitto.
Una squadra di giovani, organizzata come una catena di montaggio diretta dal prete, smistava e inscatolava ogni cosa. Infine decine e decine di scatoloni giacevano ammassati per terra e sigillati con la scritta a pennarello nero che indicava ciò che contenevano, pronti per essere caricati sul Tir che l’indomani mattina sarebbe partito con un prete in persona per la Valle del Belice.

Era ormai notte fonda. Tutti i giovani avevano lasciato l’oratorio. Solo Salvo era rimasto a sigillare gli ultimi colli e aveva le chiavi per chiudere l’oratorio.
Fu in quel momento che, in mezzo agli ultimi capi di vestiario ancora da inscatolare, Salvo scorse un maglione.
Era un gran maglione di lana, massiccio, pesante, in ottime condizioni. Lo guardò con molta accuratezza. Non un graffio, non un filo scucito. Sembrava proprio nuovo nuovo, pulito, profumato di lavaggio recente. Fatto di lana bianca, spessa, calda, con delle decorazioni di colore scuro sulle spalle a forma di triangoli incastonati. Un bel maglione. Lo guardò a lungo.
Poi lo indossò.
Gli stava a pennello. Teneva caldo. Era un maglione fatto apposta per lui, accogliente, avvolgente. Se lo tolse.
Nel rivoltarlo controllò che non avesse qualche sfilacciatura all’interno. Nessuna sfilacciatura, un maglione perfetto. Lo mise in un angolo e continuò a pigiare negli scatoloni il vestiario rimanente.
Per terra ora non c’erano più capi di vestiario. Un sola scatola era rimasta da chiudere.
Il maglione di spessa lana bianca riposto in un angolo.
Salvo lo prese. Lo mise nella scatola.
Ma il maglione era così spesso e ingombrante che nella scatola già piena non ci stava.
Provò a pigiare con più forza, ma il maglione non entrava, se non a rischio di rompere la scatola. Così lo lasciò fuori e chiuse con lo scotch l’ultimo scatolone.
Erano rimasti nella penombra dell’oratorio solo lui con il maglione bianco di lana in mano e la montagna intorno di scatoloni sigillati. Il crocefisso appeso alla parete che sembrava tremare per il freddo pareva messo lì a guardia di tutto quel materiale portato in tanti andirivieni dalla gente operaia di Ventimiglia Alta.
Il pensiero si fece strada nella mente di Salvo: quel maglione poteva prenderlo lui, poteva tenerlo per sé.
Non era facile però decidersi.
Il crocefisso appeso alla parete lo guardava, e pareva che il corpo stilizzato di Cristo sulla croce fosse un punto interrogativo tale e quale.
E poi c’era una vocina dentro di lui…
Se lo avesse tenuto per sé, quel maglione, sarebbe stato un furto?
Non si sentiva un verme a non mandare ai terremotati che ne avevano proprio bisogno quel maglione così caldo?
Salvo ricordò quanti maglioni aveva già inscatolato, e quante coperte, e giacche.
E pensò a quante altre giacche e coperte e cappotti e scarpe avevano inscatolato nelle altre parrocchie in tutta Italia…
Era solo un maglione in fondo. Un maglione nuovo che a lui stava a pennello. Aveva provato ad indossarlo ed era vero, gli stava proprio a pennello, e non aveva i gomiti lisi!
E’ vero: era solo un maglione! Ma tenerlo per sé…!?!
Una vocina interiore gli diceva che non era giusto, non era onesto, non avrebbe dovuto prenderlo, sarebbe stato “rubare”.
Era anche vero che lui aveva deciso di metterlo nello scatolone, ma il caso ha voluto che non ci entrasse nemmeno a pigiarlo con tutto il peso del suo corpo. Se èra rimasto fuori, forse non era una casualità, forse era un segno che poteva prenderlo…
Certo, avrebbe potuto metterlo in uno scatolone nuovo, ma gli sembrava innaturale: un maglione solo… in un scatolone con tanto spazio vuoto intorno… gli sembrava di sprecare uno scatolone… e poi era fuori dalla regola: tutti gli scatoloni erano ricolmi fino all’orlo…
No, non aveva senso metterlo da solo in uno scatolone, gli sembrava ipocrita.
E se, indossandolo quell’inverno, il proprietario originale lo avesse riconosciuto?!!
E ancora non si decideva.
Dalla porta accostata dell’oratorio soffiava il vento gelido.
Salvo si strofinò le mani ricoperte dai guanti di lana e notò che più di un buchetto tappezzava il guanto sinistro. Quell’anno non aveva potuto comprarsene un paio nuovi.
Si ricordò di un libro di trigonometria che non aveva ancora acquistato, perché era troppo caro, e non aveva potuto ancora racimolare la somma necessaria.
Gli vennero in mente i contadini di Gibellina senza tetto, le macerie, il freddo che imperversava nella Valle del Belice.
Immaginò qualcuno senza volto che indossava quel maglione bianco di lana che ora teneva in mano. Con la mente simulò di sfilarglielo di dosso. Il contadino rimase in canottiera. Ma subito lo vide rivestito con una giacca che aveva i gomiti lisi, e in qualche modo quel contadino con la giacca gli sembrava più vero, più siciliano.
In fondo lui aveva inscatolato la sua giacca per darla ai terremotati.
Prendersi il maglione di lana era come fare uno scambio.
Sì, il pensiero reggeva, si trattava di uno scambio, anche se in questo modo lui, Salvo, non dava nulla di sé ai terremotati. E’ vero, lui no, ma sua madre aveva portato due coperte, e le sue sorelle un paio di scarpe coi tacchi, e il padre perfino una livella, di quelle a bolla, da muratore.
Per un momento anch’egli si sentì terremotato.
In fondo era nato in quei luoghi, e pur se con un tetto sulla testa, la sua vita da emigrato era dura. Insomma era combattuto da mille argomentazioni.
Poi gli sembrò che l’aria interrogativa del crocefisso non era un rimprovero, non gli stava dicendo: “ma che cosa stai facendo?”. Piuttosto gli sembrò che anche Cristo in croce non sapesse se era giusto quello che stava pensando di fare. Era come se anche Lui avesse un dubbio appeso lassù alla parete!
No, non era giusto, non era corretto!
Ma c’era una qualche landa remota nella sua coscienza, parallela all’area che lo faceva sentire in colpa, dove comunque una voce gli diceva che poteva prendere quel maglione e tenerlo per sé. Non sapeva spiegarlo, ma diede infine retta a quella voce.
Indossò allora il maglione bianco sopra il maglione vecchio che già indossava, si infilò il cappotto, chiuse la grande porta dell’oratorio con la grossa chiave di ferro, tirò su il bavero e s’incamminò con le mani in tasca nel carruggio che ululava per il vento gelido, convinto di aver fatto la cosa giusta.
No, non era il caso di dirlo al prete.
La risposta se l’era già data da solo, e ora si sentiva leggero.
Quel maglione di lana Salvo lo indossò per anni con affetto e riconoscenza. Cominciò ad indossarlo solo un anno dopo il terremoto, ogni inverno. E quando lo indossava… quel maglione che aveva sottratto ai terremotati lo riportava a quelle terre dov’era nato, a quella gente che aveva perduto ogni avere nelle macerie.
Per molti e molti anni i terremotati del Belice vissero nelle baracche. Qualcuno, chissà, forse aveva indossato la giacca usata che era stata di suo fratello.
Il paese di Gibellina completamente distrutto fu trasformato, a ricordo perenne della tragedia, in una città-museo “en plain air” progettata da famosi architetti e artisti, dimenticando però che sono l’occupazione lavorativa degli abitanti e la creazione di luoghi di socializzazione il punto di partenza per una buona ripresa economica e una buona ricostruzione.
La ferrovia Salaparuta-Castelvetrano che collegava i centri terremotati con la zona costiera, distrutta dal terremoto, non venne più ricostruita, nonostante avesse un discreto traffico di passeggeri. La viabilità ordinaria dissestata che collegava i centri abitati, urgente ed essenziale, languì sulla carta chiusa nei cassetti degli uffici tecnici per lungo tempo, mentre la popolazione ancora viveva nelle baracche. Venne invece finanziata e costruita l’autostrada Palermo-Mazara del Vallo da molti battezzata “l’autostrada del deserto”.

Gli anni che seguirono il terremoto furono testimoni di una fitta costellazione di appalti, proclami, concessioni, stanziamenti. E ancora par di sentire, contro il malaffare politico-mafioso, la severa voce di Danilo Dolci che per sensibilizzare l'opinione pubblica nazionale scriveva a grandi caratteri sulle pietre, sui ruderi e le macerie dei paesi terremotati:


“LA BUROCRAZIA
UCCIDE PIÙ DEL TERREMOTO"


"QUI LA GENTE È STATA UCCISA NELLE FRAGILI CASE
DAL TERREMOTO E DA CHI LE HA IMPEDITO
DI RIAPPROPRIARSI DELLA VITA CON IL LAVORO"


"GOVERNANTI BUROCRATI:
 SI È ASSASSINI ANCHE
FACENDO MARCIRE I PROGETTI"


Salvo ricorda di non aver mai incontrato su quei ruderi e su quelle macerie la scritta:  “ladro, ti sei impossessato di un maglione di lana”. 
Il maggio studentesco era ormai alle porte.




notizie di cronaca tratte da Wikipedia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Terremoto_del_Belice



                                     

 

 
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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Giovedì 26 Luglio 2012 09:18 )
 

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