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Luisa Martucci - leggera PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 02 Luglio 2012 15:24

 

 

 

  SMETTERE O CONTINUARE...?

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 


LEGGERA

di Luisa Martucci
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 giugno 2012

 

 



“Ti assicuro che posso farti dimagrire quanto vuoi”.
Heavy osservò la donna seduta di fronte a lei, grassa, il viso sformato, avvolta in un enorme scialle nero, i capelli neri sparsi sulle spalle, unti e in disordine, l’esatto contrario della pubblicità del suo sito, che aveva trovato su Internet e mostrava il viso sorridente di una modella magra e bellissima, bionda ed eterea come un elfo.
“IL METODO GIUSTO PER DIMAGRIRE SENZA SOFFRIRE. BEVI LEGGERO OGNI SERA E DIVENTERAI LEGGERA COME UNA PIUMA”
Da quando aveva incominciato ad ingrassare in modo incontrollato, dopo la menopausa, aveva provato decine di metodi “miracolosi” per dimagrire: creme, alimenti dietetici, pillole anti fame. Tutto inutile. Naturalmente si era rivolta anche alle diete, e con quelle sì, riusciva a perdere qualche chilo, soltanto per riacquistarlo quando non riusciva a resistere al richiamo da sirena del frigorifero o alla vetrina troppo allettante di una pasticceria, in un momento in cui  sentiva un irresistibile bisogno di gratificazione.

Sì, perché suo marito l’aveva lasciata per una donna più giovane, suo figlio, laureato in economia, era andato a lavorare in Belgio e Heavy, dopo una vita dedicata alla famiglia, intrappolata in un lavoro ordinario e noioso, scelto perché si conciliava con i suoi impegni domestici, si era ritrovata sola e senza uno scopo, senza hobby, senza amici, senza un uomo. Così si era buttata sul cibo, e aveva incominciato a ingrassare, sempre di più.

Quel sito, come molti altri, l’aveva trovato navigando nella rete, durante una delle sue serate solitarie. Seduta al tavolo di cucina, una scatola di cioccolatini aperta accanto a sé, una bottiglia di Coca cola bella fresca, aveva digitato “come dimagrire” sulla striscia di Google e le si erano palesate davanti agli occhi intere pagine di siti in ogni parte del mondo.
Non avrebbe saputo dire perché proprio quello l’aveva colpita: ne aveva aperti parecchi, ma non l’avevano convinta ad approfondire. Forse era stata proprio l’immagine di quella ragazza, solare, bionda e snella, somigliante a quella che lei era stata venticinque anni prima, a fare la differenza. E anche quella parola “leggera”, che evocava le farfalle, le nuvole, i batuffoli di lana, lo zucchero filato, tutto ciò che è lieve e impalpabile, la seta, la schiuma… sì, era così che voleva diventare, leggera.

Ma adesso quella donna lì davanti a lei era l’esatto opposto di ciò che prometteva: pareva quella che sarebbe diventata lei stessa tra una decina d’anni, se avesse continuato a vivere e a mangiare come stava facendo. Heavy si mosse a disagio sulla sedia scomoda: perché quella strana donna non vendeva il suo elisir “magico” via internet, come tutti gli altri venditori di cataplasmi che aveva sperimentato prima? Perché aveva insistito a farla venire nel suo cosiddetto laboratorio? Aveva letto e sentito di maniaci e psicopatici che adescavano le loro vittime in quel modo, nella rete, facendo scintillare con i sistemi più svariati e fantasiosi i loro specchietti per le allodole. Era forse capitata in una di quelle trappole?
Si guardò attorno. La stanza, o laboratorio, era tutta rivestita di tende scure, la luce del giorno era esclusa e l’unica illuminazione proveniva da un lampadario appeso al soffitto che pendeva al centro del tavolo rotondo, rivestiti di tessuto scarlatto sia l’uno che l’altro. Intorno al tavolo c’erano quattro sedie rigide di legno e, appoggiati alle pareti, degli scaffali bassi, chiusi. Niente quadri, niente ninnoli, silenzio assoluto. L’ambientazione pareva quella del camerino di una chiromante, o di una veggente, mancava solo la sfera di cristallo o il mazzo di carte.

Il cuore di Heavy incominciò a battere più forte, mentre la donna esaminava la scheda che le aveva fatto compilare, con i suoi dati e i motivi per cui voleva dimagrire. La domanda era:
“Perché vuoi diventare più leggera?”
Lei aveva risposto:
“Per riacquistare il peso che avevo da giovane”.
E non soltanto il peso, avrebbe voluto scrivere. Anche l’aspetto, la fiducia, la voglia di vivere, la felicità, l’amore.
Incominciò a sudare. Era soltanto aprile, e non faceva caldo, anzi, quando era arrivata aveva tenuto il soprabito, perché le era parso che l’ambiente non fosse riscaldato, ma ora se lo tolse e aveva ancora caldo. Le mancava il fiato. Guardò di soppiatto la porta d’ingresso, quasi decisa ad afferrare la borsa, fare un balzo e raggiungerla, sperando che non fosse chiusa, e riguadagnare la libertà.
“Quanto pesava da giovane?”
Chiese la donna all’improvviso. Aveva una strana voce, un po’ ansante, come se dovesse farsi strada a fatica tra quelle montagne di grasso che le schiacciavano i polmoni e persino le corde vocali.
Heavy sussultò, impreparata alla domanda.
“Non ricordo esattamente. In quale periodo? A vent’anni, quando mi sono sposata, pesavo cinquantacinque chili. Ricordo che il mio vestito da sposa era taglia 42”.
“Adesso pesa 84 chili. Ha scritto così”.
“Sì, 84. Mi sono pesata stamattina prima di venire qui”.
La donna le lanciò uno sguardo penetrante.
“La prego di non barare. Stia molto attenta, perché io non ho l’abitudine di controllare il peso: il mio sistema è basato sulla fiducia”.
Ascoltandola, Heavy si sentiva già più leggera: quasi certamente non si trattava di una psicopatica assassina, tutt’al più era un’innocua fattucchiera che le avrebbe carpito un po’ di soldi in cambio di una bottiglietta d’acqua vagamente colorata.
“Non avrei interesse a barare. Peso esattamente 84 chili, ma non ho la pretesa di tornare a cinquantacinque. Mi accontenterei di 68: ecco, quando pesavo 68 chili ero ancora in forma”.
La donna obesa la scrutò per alcuni secondi, come se volesse capire a fondo le sue intenzioni o stesse decidendo che parole scegliere per farsi capire meglio.
“Il mio rimedio non è una bufala, signora Heavy, è una cosa molto seria. La esorto a prenderlo molto, molto sul serio”, ribadì, caricando quell’aggettivo di un’importanza spropositata.
Me lo farà pagare un occhio della testa, pensò Heavy, incominciando a chiedersi se era davvero disposta a sborsare una somma per un intruglio che non sarebbe servito a nulla.
“In quanto tempo perderò peso?”, domandò, più che altro per tergiversare.
“Due chili ogni bottiglietta”, rispose con sicurezza la donna.
Heavy tentennò.
“Due chili non sono molti. Quanto costa una bottiglietta?”
“Cento euro”, fu la risposta.
Caspita! Ammesso e non concesso che la sparata della fattucchiera corrispondesse a verità, avrebbe dovuto comprare almeno una decina di confezioni per raggiungere il suo peso forma, per un totale di circa mille euro. Per una donna con un piccolo stipendio, il cui marito divorziato non le corrispondeva gli alimenti, mille euro erano una grossa cifra. Impensabile per comprare una bufala.
Ma se non fosse stata una bufala? Avrebbe potuto provare almeno una confezione. Se questa le avesse fatto perdere davvero due chili, avrebbe potuto continuare almeno per un po’.
“D’accordo. Ne prendo una, per provare. Eventualmente, le ordinerò le altre per posta”.
La fattucchiera scosse il capo lentamente, spostandolo da destra a sinistra e da sinistra a destra e tirandosi dietro il suo mantello di capelli sporchi.
“No, signora Heavy, da me non funziona così. Il mio prodotto non viene spedito. Dovrà venire da me per comprarlo, ogni volta che ne avrà bisogno e gliene darò soltanto quanto è necessario”.
Le venne il nervoso. Guarda che razza di ciarlatana, presuntuosa ed esigente, per giunta. Non abitava vicina, aveva dovuto prendere un treno e fare parecchi chilometri per venire da lei, e aveva la pretesa che facesse quel viaggio un’altra volta per procurarsi il resto del trattamento.
Fu tentata di rispondere male e andarsene, o di dirle che ci avrebbe pensato e andarsene, ma poi concluse che, così facendo, avrebbe sprecato i soldi del viaggio e che valeva comunque la pena di provare. Se avesse funzionato sarebbe tornata ancora una volta e avrebbe comprato qualche altra confezione del prodotto, quante se ne poteva permettere.
Con notevole fatica, la donna si alzò dalla sedia e trascinò la sua mole fino al più vicino scaffale, estraendone una bottiglietta di vetro scuro senza etichetta. Con altrettanta lentezza, trascinando i grossi piedi infilati in un paio di ciabatte sformate, tornò da Heavy e gliela porse.
“Il tappo è un misurino. Ne prenda uno ogni sera, non di più: dura esattamente una settimana”.
Heavy la prese e frugò nella borsa per estrarre i cento euro, con un certo mal di stomaco.
“Posso mangiare, nel frattempo?” chiese, sperando che, almeno, le fosse concessa quella soddisfazione.
“Mangi quello che vuole. Il rimedio funziona in ogni caso. Ma badi a rispettare le dosi”.

Incominciò la cura rimproverandosi di aver buttato dei soldi. Con quella cifra avrebbe potuto comprarsi un vestito nuovo, o una borsa, o un paio di scarpe e invece si era fatta bidonare da quella cicciona scorbutica. Pazienza, un’altra delle sue trovate.
Per dispetto si comprò un vassoio di bignole e le divorò davanti alla TV, guardando una commedia sentimentale. Poi ingollò un misurino del rimedio, sentendosi una minchiona.
La sera dopo, pizza quattro stagioni, una birra e una vaschetta di gelato davanti a un film giallo. Continuò così per tutta la settimana, sfidando la fattucchiera a provare che il suo rimedio poteva funzionare nonostante le abboffate. E funzionò.
La domenica mattina, quando si mise sulla bilancia, Heavy constatò che aveva perso esattamente due chili.
Stupita e deliziata, telefonò immediatamente alla sua fornitrice per chiedere se poteva recarsi da lei quel giorno stesso a comprare le altre bottigliette e la risposta fu affermativa.
Ne avrebbe comprate cinque e calcolò che ci sarebbe dovuta andare ancora una volta per comprarne altre cinque, perché di più dal Bancomat quel giorno non poteva prelevare. Altri due viaggi per indossare almeno la taglia quarantasei e sentirsi soddisfatta nel guardarsi allo specchio.

“Ha funzionato”, comunicò alla cicciona quando fu introdotta nel solito locale foderato di tendaggi e scarsamente illuminato da una luce violacea.
“Certo che ha funzionato. Io non vendo aria fritta, ma deve stare molto attenta a comportarsi lealmente e seguire le mie istruzioni”.
Che buffona! Pensò Heavy. Guardandola sembrava incredibile che l’acqua colorata del suo rimedio avesse davvero una qualche efficacia: perché non la prendeva lei stessa, tanto per cominciare? Ne avrebbe avuto più bisogno di lei. Osservando quel corpo pachidermico Heavy fu di nuovo assalita dai dubbi: magari era stato un caso. Ci sono quei periodi in cui l’organismo si comporta in modo imprevisto. Oppure si era trattato di suggestione. In ogni caso, acquistò le cinque bottigliette.
“Mi raccomando, non ne prenda più di un misurino al giorno. Si attenga scrupolosamente alle mie istruzioni”.
Prima di andarsene, Heavy non riuscì a resistere:
“Mi scusi, ma lei… perché lei non approfitta del suo rimedio? Forse non le farebbe male perdere qualche chilo…”
L’obesa le lanciò un’occhiata velenosa, mentre le imbustava i cinque flaconi e prendeva le cinque banconote dalle sue mani.
“Il mio rimedio è efficace, ma va maneggiato con molta cautela. Non pensi a me e stia attenta lei, piuttosto”.
Ok, come dire fatti gli affari tuoi. Messaggio ricevuto.

Man mano che perdeva peso, l’umore di Heavy continuò a migliorare, risollevandosi. Si sentiva davvero più leggera, fisicamente e psicologicamente. Quando riuscì di nuovo a indossare un vestito senza vedersi infagottata come un salame, decise di accettare l’invito di una sua collega e iscriversi a una scuola di ballo. Nonostante il rimedio della fattucchiera antipatica continuasse puntualmente a funzionare, era convinta che il movimento sarebbe stato d’aiuto, e in più avrebbe avuto l’occasione di incontrare gente nuova, magari un uomo… chissà, ora che il suo corpo ricominciava ad avere dimensioni normali e il suo viso non era più imbottito di ciccia, poteva ancora sperare di piacere all’altro sesso, non era ancora così vecchia, dopotutto.

In effetti alla scuola di danze latino americane c’erano uomini: la maggioranza erano donne, naturalmente, ma c’erano alcuni uomini, e un paio dell’età giusta per lei. Uno era parecchio interessante: alto, prestante, ben vestito, capelli ancora folti e baffi brizzolati, poteva avere una sessantina d’anni e aveva l’aspetto di un carabiniere, o di un militare, in pensione. Ballava con il petto in fuori e trattava le donne con una galanteria d’altri tempi, che le facevano sentire il peso degli anni, ma esaltavano la sua femminilità. Le altre partecipanti al corso se lo contendevano: un paio di loro erano più giovani, sui quarant’anni, pericolose rivali. Palmiro faceva il galante con tutte e si divideva tra loro quando era richiesto un cavaliere.
Heavy si esaltò quando lui si accorse che stava dimagrendo.
“La sua linea sta diventando perfetta, signora. Sono tre settimane che la osservo e la vedo sempre più in forma. Sta seguendo una dieta?”
Lei arrossì e si schermì, felice che l’avesse notata.
“Non proprio una dieta, mi tengo un po’”.
“Fa bene: è molto attraente, e lo sta diventando sempre di più. Mi sono accorto che aspetto con ansia l’ora di lezione per rivederla”.

Il tempo passava e il peso calava, ma Palmiro non si decideva a invitarla fuori. Chiacchierava, le faceva complimenti, ballava con lei a preferenza delle altre, ma tutto finiva con la fine della lezione. Ed anche la scorta di bottigliette era finita. Aveva raggiunto i 68 chili, ma non sapeva se, smettendo il rimedio, sarebbe riuscita a mantenere il suo peso o se avrebbe ricominciato ad ingrassare. E allora, sarebbe diventata schiava dell’elisir della fattucchiera: avrebbe dovuto continuare a prenderlo e a pagare per tutta la vita.
Oltretutto, grazie alla figura più snella, si era lasciata andare a una vera orgia di acquisti: prima perché il suo guardaroba non le andava più bene e poi perché le piaceva troppo vedersi allo specchio con quegli abiti nuovi che le segnavano la vita. Avere di nuovo una vita! Quanti anni erano passati da allora?
Però il suo conto in banca si era prosciugato e il rimedio costava caro. D’altra parte non vi poteva più rinunciare. Trascorse una notte insonne, quando finì l’ultima bottiglietta e si convinse che, dal giorno seguente, avrebbe ricominciato inesorabilmente a prendere peso.
Alla fine si decise a chiedere l’aiuto dell’amica che l’aveva introdotta alla scuola di ballo. Si imponevano misure drastiche.

“Lei ha raggiunto i 68 chili, - disse la fattucchiera – il peso che aveva stabilito all’inizio. Le consiglio di non lasciarsi prendere dall’entusiasmo e non esagerare. Le ho già detto che il mio rimedio va preso con molta cautela”.
L’atteggiamento didattico della donna obesa infastidì Heavy come sempre e la rafforzò nella convinzione che stava facendo la cosa giusta: chi credeva di essere, quella,  solo perché aveva inventato un intruglio che funzionava davvero? Avrebbe fatto esaminare quel liquido in un laboratorio e avrebbe scoperto quali erano gli ingredienti: qualche prodotto chimico certamente, mescolato con l’acqua nelle giuste dosi. Chissà che gran cosa!
“Ne prendo due, perché 64 chili è il peso giusto per me. Sarò una taglia 46 precisa e potrò smettere di fare acquisti soltanto nei negozi specializzati. Non dovrò più sentirmi dire dalla commessa con tono di sufficienza: non abbiamo la sua taglia, signora!”
“D’accordo, gliene vendo altre due, ma sarà meglio se, dopo, non me ne chiede più. Di questo passo è facile farsi prendere dall’entusiasmo, mentre è molto meglio, glielo assicuro, restare con i piedi sulla terra”.
Il pachiderma si stava avvicinando allo scaffale quando, con tempismo perfetto, la sua collega e amica, in strada, suonava il campanello. La donna andò a rispondere al citofono, nell’ingresso.
“Chi è?”
“Una cliente. Ho trovato il suo sito su Internet, posso salire?”.
“Dovrebbe prendere un appuntamento, prima. Il mio non è un negozio”.
“Non può aprirmi ugualmente, ora che sono venuta?”
“No, mi dispiace. Ho le mie regole”.
Stupido pallone gonfiato, pensò Heavy, mentre infilava una grossa manciata di flaconi nello zainetto che aveva portato. Contava proprio sulla pignoleria della fattucchiera, che di sicuro non avrebbe aperto il cancelletto d’ingresso a un semplice squillo di campanello, ma si sarebbe dilungata a parlare, lasciandole il tempo di fare provvista gratis di rimedi..
Quando la grassona ritornò, Heavy era già in piedi vicino alla porta, con lo zainetto in spalla e i due flaconi regolamentari impacchettati in mano.
Sul tavolo rivestito di viola c’erano duecento euro.
“Arrivederci”
“Addio, signora Heavy. Non ci rivedremo più”.
Heavy la guardò perplessa.
“E se riprendo peso?”
“Non ne riprenderà: questa è una cura definitiva”.
Aveva fretta di andarsene, ma la curiosità fu troppo forte.
“Ma scusi, perché non fa più pubblicità ad un prodotto così portentoso? Potrebbe diventare miliardaria”.
La fattucchiera la guardò in modo strano, con uno sguardo che pareva più rivolto all’interno che alla sua interlocutrice.
“Le ho già detto che il mio rimedio va maneggiato con cautela. A volte, se non si sta attenti, si diventa troppo leggeri e poi è difficile restare con i piedi per terra”.
Sembrò ad Heavy che lo sguardo acuto della donna si fosse posato con troppa attenzione sullo zainetto, per cui si congedò in fretta e furia e raggiunse l’amica in strada quasi di corsa.

A casa, mise accuratamente i flaconi nell’armadietto dei medicinali e continuò per due settimane la cura con diligenza ed impegno.
Palmiro non mancò di notare il suo ulteriore miglioramento e il nuovo vestito che si era comprata, che le modellava a meraviglia la figura ancora prosperosa, accendendola di compiacimento e di speranza. Aveva smesso di scurirsi i capelli per nascondere i capelli bianchi e se li era fatti tingere di un biondo solare che ricordava quello della sua prima giovinezza. Sembrava ringiovanita di vent’anni, ma Palmiro disse:
“Se riuscisse a perdere ancora dieci chili, sarebbe identica alla ragazza della quale mi innamorai al liceo. Non ho mai più amato nessuna donna come ho amato lei: se mi chiedono quale sia la mia donna ideale, è a lei che penso.”.
La ragazza ideale di Palmiro poteva essere la gemella di Heavy a vent’anni. Se avesse perso altri dieci, dodici chili, se avesse continuato a tingersi i capelli e, magari, avesse consultato un chirurgo plastico per rendere più fermi i contorni del viso, era certa che lui le avrebbe chiesto di uscire, e che avrebbe vissuto una seconda giovinezza e un nuovo amore ancora meglio del primo.
Attinse alla scorta segreta del rimedio e ricominciò a prendere un misurino ogni sera, con disciplina, finchè una sera, in un bar del centro, vide Palmiro seduto al tavolino mentre prendeva l’aperitivo con una sua compagna del corso di ballo, una di quelle più giovani.
La delusione di Heavy fu profonda. Dopo tutti i suoi sforzi, le speranze, le illusioni, l’anziano ganimede aveva rivolto le sue attenzioni, come il solito, a una donna più giovane. Per lei non c’era speranza.
Passò la settimana seguente ad abboffarsi di dolci e di pizza, saltando anche la lezione di ballo e senza più prendere il misurino di rimedio serale. Fu addirittura tentata di rovesciare tutto nel lavandino, ma poi pensò che avrebbe potuto vendere i flaconi a qualche cicciona desiderosa di perdere peso e rifarsi almeno dei soldi spesi.  Il sabato si pesò e constatò con stupore che non aveva preso un grammo. Doveva ammettere che la fattucchiera sapeva il fatto suo.
Il martedì andò puntualmente alla lezione di ballo e incontrò Palmiro, ma non la donna che era con lui a prendere l’aperitivo.
“Oh, non c’è Jenna stasera”, osservò con noncuranza.
“Ah, è vero, non l’avevo notato. Invece ho visto lei, e sono davvero contento. Come mai è mancata la scorsa settimana?”
Le guance di Heavy bruciavano di piacere: dunque lui aveva notato la sua assenza, mentre quella di Jenna gli era sfuggita. Forse, dopotutto, si erano incontrati in centro per caso e soltanto per caso erano insieme in quel bar. Forse lei aveva ancora qualche speranza. In seguito, l’insegnante si occupò di balli di coppia e Palmiro fu il suo cavaliere fisso, e la strinse, persino un po’, troppo, quando gli fu possibile farlo.
Doveva accelerare il processo: la settimana seguente si sarebbe presentata a lui come la ragazza del liceo, eterea, bionda e sottile. Se una bottiglietta al giorno faceva perdere due chili la settimana, per perderne dodici ne avrebbe preso sei volte tanto, e il gioco era fatto. Controllò ansiosamente il contenuto dell’armadietto, contando i flaconi che aveva rubato e stivato nello zainetto. Erano dieci. Se li avesse presi tutti insieme, calcolando che uno la settimana faceva perdere due chili, avrebbe perso venti chili. Forse un po’ troppi, ma si sarebbe fermata a quindici. Ecco, quindici erano la dose giusta.
Si mise davanti allo specchio e incominciò a bere. Dopo un intero flacone le parve che il dimagramento diventasse visibile. Per assicurarsi che non si trattasse di un’illusione ottica, si spogliò, rimase davanti allo specchio, nuda, e continuò a bere. Due flaconi dopo, aveva una vita ben delineata e le ossa del viso erano diventate più visibili, rendendo il suo aspetto più giovane di altri cinque anni.
Ingurgitò altri due flaconi, e le sembrò che il  corpo si assottigliasse davanti ai suoi occhi. Fu presa da un brivido di ansietà, ma anche di euforia. Quel liquido era magico, davvero, un elisir di giovinezza. Una brezza leggera la raggiunse dalla porta finestra aperta sul balcone e pensò di andarla a chiudere, perché non potessero vederla nuda dalle case di fronte.
E perché? Si disse. Sono magra, sono bella, che guardino pure. Lasciò la finestra aperta e continuò a bere. Ora aveva un vitino di vespa, le gambe da cerbiatta di quando era ragazzina, le saliere in evidenza. Meraviglioso. Palmiro non avrebbe mai potuto resistere, vedendola il martedì seguente.
Restavano altri due flaconi.
Si vide perfetta così, prendere quelli sarebbe stato un rischio. Forse sarebbe diventata troppo magra, addirittura brutta, proprio come aveva detto la fattucchiera.  No, quattro chili poteva ancora reggerli. Dopo quelli, avrebbe portato la taglia quaranta, forse la trentotto, facendo concorrenza alle indossatrici. Tracannò gli ultimi due.
Lì per lì si vide stupenda: una vera indossatrice, giovanissima nella penombra della stanza; incominciò a provare vestiti, ma erano diventati tutti grandi e si disse con entusiasmo che avrebbe dovuto rifarsi il guardaroba, per l’ultima volta e in via definitiva, nei giorni seguenti.
Ma intanto il liquido miracoloso continuava ad agire. Man mano che penetrava nell’apparato digerente e rilasciava i suoi poteri, il suo corpo diventava diafano, come carta velina, leggero, sempre più leggero.
Presa dal panico, Heavy si diresse con fatica verso il bagno, per tentare di espellere il contenuto dello stomaco e fermare il processo, ma le riusciva difficile muovere i passi perché i suoi piedi sfioravano appena il terreno, il corpo si muoveva ad ogni soffio di brezza. Era come camminare nei sogni, sprofondando nelle sabbie mobili ad ogni passo. Per lei era il contrario, non aveva più la forza sufficiente a contrastare la corrente d’aria intorno a lei, che la sospingeva ovunque. Raggiunse infine la tazza del water, si introdusse due dita in gola, ma anche la mano era diventata leggera, e andava qua e là sballottata dal vento, senza raggiungere l’obiettivo.
Atterrita, Heavy si vide nello specchio. Era ormai sollevata da terra, praticamente a due dimensioni, trasparente.
E continuava a diventare più leggera, sempre più leggera, finchè una folata di vento più forte la strappò al rifugio della sua casa e la fece volare in alto nel cielo, come un aquilone..



 

 
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GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Lunedì 02 Luglio 2012 15:28 )
 

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