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Pietro Tartamella - Senza rimpianto per il luogo natio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 19 Febbraio 2012 12:53

 

 

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SENZA RIMPIANTO PER IL LUOGO NATIO

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 5 febbraio 2012

 

 


Solo 33 gradini in terra battuta conducevano in cima al piccolo dosso da cui si poteva vedere tutta la campagna. L’alzata era una spessa tavola di legno robusto sostenuta da due picchetti di legno piantati per terra alle estremità. Erano scalini troppo alti per la sua età. La pedata era larga più di un metro, un misto di terra e sabbia e sassolini ben battuti e compressi. Quei due passi in piano erano come un piccolo riposo per lui. Nessun mancorrente.
Il signor Antonio, all’inizio, si fermava a prendere fiato ogni sette gradini, tanta era la sua resistenza con il peso della coperta che si portava dietro, prima di fermarsi a prendere fiato. Significava che dopo quattro soste, avendosi lasciato alle spalle 28 gradini, l’ultima sessione era formata solo da cinque gradini. La cosa non gli piaceva, non quadrava con il suo bisogno di ordine e simmetria. Così fece lo sforzo di resistere per 8 gradini.
Ma dopo 4 soste si era lasciato alle spalle 32 gradini. Quell’unico gradino che rimaneva lo disturbava più dei cinque gradini di prima. Se si fosse fermato a riposare ogni 9 gradini avrebbe dovuto fare solo 3 soste, ma sarebbero rimasti 6 gradini alla fine. Una sosta ogni 10 gradini, significava lasciarne 3 per ultimi.
Ma con 11 gradini e 3 soste avrebbe diviso la scala in parti uguali!
Ce la mise tutta per trovare le forze! Tirò fuori perfino la vecchia bicicletta dallo scantinato pur di allenarsi ad avere un po’ fiato. Nel giro di un paio di anni riuscì a fare solo tre soste, una ogni 11 gradini.
Il signor Antonio aveva compiuto 90 anni.
In pensione da 10 anni, dopo 50 anni di lavoro come artista panettiere, e di contributi versati, aveva finalmente molto tempo per pensare, per andare in bicicletta, e per fare calcoli mentre saliva la scalinata in terra battuta che portava al dosso da cui si poteva vedere tutta la campagna circostante.
Era andato in pensione a 80 anni, per un pelo, perché il governo, poco tempo dopo, spostò gli anni del pensionamento a 85 anni! 
Si riteneva fortunato.
Ormai la vita media si era alzata a 120 anni e il corpo umano non aveva più segreti per la scienza e la medicina. Il cancro era stato sconfitto, il diabete era cosa lontana, il morbo di Parkinson debellato come tutti gli altri morbi che erano finiti in soffitta. La pressione alta non esisteva più grazie agli ultimi farmaci miracolosi messi in commercio. Per il signor Antonio di “alto” c’erano solo quei 33 gradini in terra battuta che aveva deciso di salire ogni autunno con la sua spessa coperta di lana.

In cima al dosso, proprio nel centro della collinetta, sorgeva un grande faggio.
Era alto più di 30 metri, diritto, frondoso, imponente. Lo si vedeva da lontano, solitario e maestoso, in cima a quel dosso a dominare la pianura. Tutti dicevano che da lontano sembrava un campanile con l’ombrello.
Malgrado fosse un albero così vistoso, con una chioma gigante che copriva tutta la collinetta, nessuno si era mai fermato sotto la sua ombra, né a leggere, né a chiacchierare. Il fatto è che anche gli alberi, ormai da tempo, erano finiti in soffitta come una malattia.
Solo il signor Antonio, da quando era andato in pensione, aveva preso l’abitudine ogni autunno di salire quei 33 gradini, sedersi sulla sua coperta di lana, e guardare il faggio.
Usciva di casa a tutte le ore con la sua coperta. Una passeggiata di pochi minuti sulla carrozzabile, ed eccolo al cospetto dell’albero, seduto sulla coperta.
Non andava lassù per leggere un libro, né per chiacchierare con qualcuno, né per vedere il paesaggio. Andava lassù solo per osservare le foglie del faggio.
Erano foglie ovali, allungate, alterne, col margine ondulato e vistose venature, foglie che all’inizio hanno un colore verde scuro nella parte superiore, e un verde più chiaro inferiormente. Le foglie che nascono dalle gemme sono ricoperte da un leggera peluria che le protegge dal sole e dalla notte, ma quando diventano robuste e forti la peluria scompare. Nel periodo autunnale assumono un bel colore rossastro.
Già molte foglie erano cadute.
Seduto per terra, con la schiena appoggiata a un grosso sasso, il signor Antonio, molto discosto dal tronco, guardava dal basso il suo faggio. Ad ogni folata di vento, osservando le foglie che si staccavano a sciami, gli veniva in mente il brano di un libro che aveva letto in gioventù “Il volo della martora”, e riconosceva che l’autore, un certo Mauro Corona, montanaro del Nord, aveva proprio ragione quando descriveva le foglie del faggio:

Il faggio, da incosciente e pazzerellone a cui tutto va bene e non si scompone in nessuna situazione, si separa dalle sue chiome così come vive, con allegria e noncuranza. Le manda via ridendo, a sciami interi, leggere e chiassose, fluttuanti nell'abito marrone scuro. Le foglie si sparpagliano dappertutto, senza il minimo rimpianto del luogo natio. Giocano coi venti capricciosi e preferiscono quelli bizzarri e violenti che le portano in ogni dove. Irridono alla morte, le foglie di faggio, e stanno molto unite al momento del distacco. Infatti quando Eolo si riposa nelle grotte di Bozzìa, si possono incontrare nei luoghi più strani cumuli enormi di foglie di faggio, già pronte a ripartire”.

(Mauro Corona, da “Il volo della Martora”)


Il signor Antonio, ora che era in pensione e aveva tanto tempo, si era messo in testa di voler vedere ogni anno, con i suoi occhi, l’ultima foglia del faggio che si staccava dall’albero. Voleva essere presente, assistere al distacco dell’ultima foglia! Una specie di sfida. Un rituale che ripeteva scrupolosamente ogni autunno.
Non era cosa facile assistere al distacco dell’ultima foglia! In dieci anni gli era capitato solo due volte, i primi due anni. Da otto anni non gli era più successo. Sentiva nostalgia di quella grande soddisfazione che aveva provato. Si era sentito felice per lungo tempo. Gli era parso che l’inverno e la neve fossero passati più in fretta, si era sentito in pace con se stesso, con la sua vita, con la sua famiglia, i suoi parenti, la sua bicicletta, con il faggio, e la sua casa.
Quest’anno doveva riuscirci ad ogni costo, era l’undicesimo anno!
Undici erano anche i gruppi di gradini che saliva prima di fermarsi a prendere fiato.
Quella corrispondenza di numeri doveva pur coincidere con qualcosa di importante! Doveva coincidere con il fatto che quest’anno sarebbe riuscito di nuovo ad assistere al distacco dell’ultima foglia! Sarebbe rimasto sulla collinetta anche tutta la notte, e per più notti consecutive, se fosse stato necessario, ma quest’anno doveva vederla quell’ultima foglia che abbandonava il ramo e volava via spinta dal vento!
Il signor Antonio accese la pipa.
Seduto sulla coperta di lana studiava attentamente la chioma del faggio. Moltissime foglie erano ancora sull’albero. Poiché la giornata era soleggiata e non c’era un soffio di vento, concluse che era venuto troppo presto all’appuntamento. Sarebbe ritornato fra qualche giorno. “C’è ancora tempo” -  pensò - “Quest’anno non mi freghi, amico mio” pensava il vecchio mentre piano piano ridiscendeva i gradini per fare ritorno a casa.
Molte foglie erano per terra, e già ingombravano i 33 gradini.

Trascorsero alcuni giorni.
Il vecchio osservava il cielo, scrutava la forza del vento, ascoltava le previsioni atmosferiche per sapere in anticipo se sarebbe venuta la pioggia. Le previsioni erano buone, soleggiato ovunque, temperature medie normali. Era la metà di ottobre.

Ritornò sulla collinetta un tardo pomeriggio.
Il terreno era umido. La pipa tiepida nella sua mano.
Erano cadute altre foglie. La chioma un po’ più spoglia, ma con tante foglie ancora sui rami.
Pensò a quando, tanti anni prima, aveva costruito un armadio di legno di faggio. Ricordava la morbidezza di quel legno, il suo piacevole aspetto, e come riusciva a piallarlo con facilità e senza fatica. Ricordò quando aveva visto un giorno produrre il catrame dalla distillazione secca del legno del faggio. Ricordava come suo nonno otteneva un surrogato di caffè dalle faggiole; e un olio per l’illuminazione dai semi essiccati e macinati, olio che veniva anche usato per la fabbricazione di saponi.
Ricordò, improvvisamente, che aveva lasciato la pentola sul fuoco!
Dovette frettolosamente abbandonare la sua postazione e fare i 33 scalini di corsa, se corsa si può dire quella di un vecchio di 90 anni che prende fiato ogni 11 gradini, anche in discesa, mentre nella testa si moltiplica, come riflesso in una moltitudine di specchi, un unico pensiero: “Quest’anno non mi freghi, amico mio, quest’anno non mi freghi…”.
Si precipitò a spegnere il fornello. L’acqua nella pentola era tutta evaporata e già fumavano, annerite dal bruciato, le verdure per la minestra tagliate a dadini.
Si ripromise di essere più attento. Quella smemoratezza cominciava a infastidirlo.
Trascorse alcuni giorni a pulire il cortile, a sistemare gli attrezzi, a leggere un libro.

Era la fine di ottobre quando ritornò un mattino a trovare il suo albero. 
Questa volta era salito con l’ombrello. Le previsioni avevano dato pioggia, e infatti pioveva. Salì i gradini con più lentezza e più circospezione del solito, per timore di scivolare.
Se ne stava sotto l’ombrello a guardare le fronde del faggio, ormai arrivate a buon punto.
Le foglie, battute e appesantite dalla pioggia, cadevano a gruppetti una dietro l’altra e si posavano a terra intorno al tronco. Sarebbero diventate buon concime.
Suo nonno le raccoglieva tutte quelle foglie! Erano così tante che, fattele seccare, le dava come foraggio alle sue bestie; e con i frutti ci nutriva due maiali.
Le macchiette bianche sulla corteccia grigia e liscia sembravano nuvole. In molte parti la corteccia si era staccata dal tronco.
Ora sulla chioma gli spazi vuoti tra foglie e foglie erano ampi, e cominciavano a farsi desolati.
Da quel momento doveva tornare ogni giorno, e sostare sempre più a lungo se voleva assistere alla caduta dell’ultima foglia.
Si fece buio.
Sarebbe tornato l’indomani mattina di buon ora.

La pioggia era cessata, il cielo era limpido. Il sole già inondava il mattino. Portò anche un foglio di plastica che appoggiò sul terreno umido, e sopra vi mise la coperta di lana, su cui sedette. All’orizzonte, sulle creste delle montagne era caduta durante la notte la prima spruzzata leggera di neve.
Non c’era vento.
Erano rimaste solo una cinquantina di foglie di tutta quella grande chioma che aveva rivestito l’albero sino a quel momento. Ora non doveva far altro che aspettare.
Era un’attesa incerta. L’attimo in cui l’ultima foglia sarebbe caduta non lo si poteva prevedere. Tre anni prima il faggio diventò completamente spoglio solo alla fine di novembre. Un’altra volta invece aveva perduto tutte le foglie a metà ottobre. Ogni anno era diverso. Doveva fare la posta ogni giorno per cogliere in flagrante l’ultima foglia cadere.
Era solo questione di pazienza e perseveranza. Il vecchio signor Antonio, panettiere, fornaio, artista del grano, ne aveva di pazienza.

Ora il signor Antonio provava una certa tenerezza a vedere il grande faggio così spoglio!
Lo guardava con una sorta di nostalgia, e gli parlava anche ad alta voce, come a un uomo.
“Sei vecchio anche tu amico mio” gli diceva, mentre col dito si toccava la piccola ferita sul mento. Pur se aveva la pelle dura e coriacea per la troppa fretta quel mattino si era tagliato radendosi.
Considerando che il faggio era già lì da quando suo nonno era bambino, doveva avere più o meno 250 anni. Chissà quanti scoiattoli, piccioni e fagiani golosi aveva visto arrampicarsi e intrufolarsi nella sua folta chioma per rubargli i frutti secchi racchiusi a due a due negli involucri legnosi coperti di molli aculei.
“Sei grande amico mio” - gli diceva il vecchio - “la tua legna è buona e fa un bel fuoco. Quando crollerai scalderai un’intera casa con tutta una famiglia per parecchi inverni”.
Una rondine solitaria si posò su un ramo per qualche secondo a riposare.
Cadde un’altra foglia.
Le giornate si erano molto accorciate. Alle 5 del pomeriggio già imbruniva.
Solo due foglie caddero quel giorno.
L’aria si era fatta pungente.
Il vecchio tornò a casa per la cena.

A metà film, durante la pausa pubblicitaria, si alzò e guardò alla finestra. Si era alzato un po’ di vento. Lasciò tutto com’era in cucina, perfino la televisione accesa. Prese la coperta, il cappello, la sciarpa, indossò il giubbotto pesante e corse sulla carrozzabile deserta, sotto la luna. Avrebbe voluto fare i 33 gradini senza nessuna sosta. Ma preferì essere prudente, e rispettò le tre pause canoniche.
Ora poteva contarle le foglie. Ne erano rimaste 33. Tante quanti erano i gradini! Restò tutta la notte a guardarle.
Malgrado il vento soffiasse, al mattino c’erano ancora 33 foglie.
Per tre giorni rimasero 33 foglie sul faggio, 33 come i 33 gradini di terra battuta.
Il quarto giorno se ne staccò un’altra.

Ormai il vecchio si era accampato sulla radura: la coperta di lana, il telo di plastica per l’umidità, l’ombrello, il giaccone, la sciarpa, il cappello, gli stivali, la pipa, il termos con il caffè, un cestino col pane, il formaggio, il salame, perfino un libro di poesie haiku, una radiolina, il telefonino, la carta igienica, e avrebbe avuto anche il piccolo binocolo da teatro, se non lo avesse dimenticato per smemoratezza sul comodino.
Apprestò un piccolo recinto di pietre e dentro vi accese una fuocherello per la notte.
Era la fine di novembre.
Quattro foglie restavano sull’albero.
Passò un’altra settimana, e le quattro foglie restavano ancora lì.
Le previsioni davano di nuovo pioggia.
Il vecchio restò accampato sotto l’ombrello per una notte intera, a scaldarsi con il caffè, la pipa, i guanti. Quando smise di piovere due sole erano le foglie rimaste. Era questione di poco ormai. Non poteva per nessun motivo abbandonare proprio ora la sua postazione. Per fortuna aveva anche un altro giaccone di ricambio.
Spuntò il sole. Una bella giornata, anche se l’aria era pungente.
Vide cadere la penultima foglia mentre si allontanava con la carta igienica in mano verso un cespuglio. Fece in fretta i suoi bisogni. Pensava che sarebbe stato indecoroso farsi sorprendere dall’ultima foglia che si staccava dall’albero proprio mentre era accovacciato dietro un cespuglio a defecare.
Ed eccola lì l’ultima foglia rimasta!
“A noi due!” diceva il vecchio. E da quel momento non distolse più lo sguardo dalla foglia. Gli pareva di essere diventato strabico dopo tre giorni con gli occhi sempre fissi a guardare l’unica foglia rimasta, delle migliaia che erano state un giorno una folta chioma di faggio.
Ora parlavano, lui e la foglia.
Ad ogni soffio di vento la foglia, muovendosi, sembrava dicesse qualcosa. E il vecchio rispondeva: “Tanto non me ne vado, hai visto che mi sono organizzato. Ti vedrò volare via dall’albero”.
E sembrava che la foglia rispondesse: “A dire il vero mi fa piacere che tu sia qui ad aspettare”.
“Hai ragione” - replicava il vecchio – “in fondo è un regalo che ci facciamo a vicenda. Sai, non mi era mai capitato in tutta la vita, non mi era mai capitato di vedere l’ultima foglia staccarsi da un albero… Da giovane avevo molto desiderato di dedicarmi a questo… Beh, se riuscirò a vederti nel momento in cui ti stacchi dal ramo, con questa saranno state 3 volte in 90 anni”.
Un ramo scricchiolò improvvisamente, la foglia si mosse con queste parole: “3 volte non so se sono tante o sono poche, certo sarebbe stato bello se fossero state 33 volte, quanti sono i gradini di quella scala che hai fatto tante volte…”.
Il vecchio sorrise. Ormai si conoscevano bene lui e la foglia.
Proprio in quel momento, sotto il chiarore della luna, la foglia si agitò ripetutamente come se volesse scrollarsi di dosso tutto quel suo bel colore rosso.
Il vecchio la guardava incantato. La vide staccarsi dal ramo con allegria e noncuranza, la vide fare una giravolta, cadere radente al ramo e poi, spinta da un soffio improvviso di vento, la vide allontanarsi senza il minimo rimpianto del luogo natio, e risalire  volteggiando. Il vento si fece più forte. Ora la foglia era proprio nel centro della luna, e volteggiava dentro la luna come sospesa in aria. Un altro soffio, e venne giù diritta rotolando nell’aria, risalì, si allontanò dall’albero e, in un ultimo volo leggero, andò a posarsi ai piedi del vecchio signor Antonio, mescolandosi a migliaia di altre foglie uguali che giacevano ai suoi piedi. Ma il vecchio la vide, la riconobbe, e pur se sembravano tutte uguali, si accorse che le foglie erano tutte diverse, come gli uomini, e lui la distingueva bene lì, vicino a lui, l’ultima foglia con cui poco prima aveva parlato, e che aveva visto staccarsi dal ramo. E gli parve di sentire anche il suo odore, un odore di scoiattoli, piccioni, fagiani, un odore di… di luna e di farina.

Lo trovarono seduto sulla coperta di lana il giorno dopo, col viso rasato, la schiena appoggiata alla grossa pietra, circondato da mille e mille foglie di faggio, la radiolina accesa, l’ultimo goccio di caffè ancora tiepido nel termos.  Nel bivacco spento, tra le pietre, una manciata di cenere grigia. Un sorriso sulle labbra. Gli occhi semichiusi rivolti verso il grande faggio, avvolti entrambi senza rimpianto da un velo bianco di brina che tutto copriva.





 
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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 

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