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Flavio Massazza - Una cosa che brilla PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 19 Febbraio 2012 12:45

 

 

  SMETTERE O CONTINUARE...?

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
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UNA COSA CHE BRILLA

di Flavio Massazza
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 5 febbraio 2012

 

 


Luca era in anticipo, ma non aveva nessuna intenzione di rientrare in ufficio: si era preso due ore di permesso e non aveva intenzione di rinunciarvi.
Questo perché non aveva previsto di fare così in fretta. D’altronde dal gioielliere non c’era nessuno e la scelta delle vere per il matrimonio era stata brevissima..
In realtà erano due semplici  anelli d’oro e non c’era molto da scegliere a parte il diametro.
Il gioielliere conosceva perfettamente le dimensioni del dito della sua ragazza o futura moglie, come lui la chiamava, da quando aveva acquistato da lui l’anello di fidanzamento.
Persino le scritte all’interno erano state fatte in un baleno, tutto era filato liscio e veloce: aveva trovato parcheggio davanti al negozio ed aveva esposto un vecchio contrassegno di sosta già utilizzato sul quale si era scordato di grattare il mese.
Quella era una giornata veramente fortunata.
Per far passare il tempo Luca decise di fare due passi e si avviò sulla pista ciclabile che costeggiava il fiume. La mattina di primavere era tiepida anche se il sole era coperto da grandi nuvole bianche che correvano veloci nel cielo azzurro.
Dopo alcuni passi l’uomo decise di fermarsi e si sedette su di una panchina.
Se ne stava lì tranquillo e rilassato a guardare l’acqua che scorreva lenta e maestosa poco più sotto.

Marta quella mattina era in vacanza, si era presa un giorno di ferie, o meglio era stata costretta a prendersi un giorno di ferie.
La grande azienda aveva delle regole precise: le ferie andavano godute entro l’anno o al massimo entro Aprile dell’anno seguente e quello era l’ultimo giorno utile.
Sei mesi prima il suo uomo, fidanzato come lo chiamava sua madre, compagno come lo chiamavano le colleghe, o semplicemente per nome, come lo chiamava lei, le aveva detto:
“Proviamo ad andare a vivere insieme,”
“Proviamo” aveva risposto Marta.
Ma, mentre lo diceva, aveva già capito che era in realtà solo una prova senza senso.
Cosa voleva dire proviamo?
In lei c’era una piccola scintilla di sogno e di speranza che le faceva ancora credere che nell’amore e nel desiderio non esistono esperimenti:
Se c’è si fa e basta.
E così la prova era finita, non si erano lasciati, ma avevano deciso che era meglio vivere ognuno per proprio conto.
Così da un mese ormai era tornata a vivere con i suoi ed aveva ripreso la sua stanza che mai aveva voluto disfare nonostante le sollecitazioni di sua madre.
La donna sperava di sistemare fuori casa una figlia che considerava troppo libera, indipendente e moderna per vivere ancora con lei.
Voleva potersi occupare a tempo pieno del figlio maschio il quale invece doveva essere protetto da una serie di donne terribili che cercavano di irretirlo e di approfittare dei suoi soldi.
Marta si attardò nel suo vecchio letto godendo delle cose note e confortanti. Approfittando di essere sola in casa fece colazione in pigiama e poi aprì la finestra della sua stanza.
L’aria di primavera la investì e le portò il desiderio di uscire.
Avrebbe fatto un poco di jogging sulla pista ciclabile lungo il fiume che scorreva sotto casa.
Indossò la tuta leggera, le scarpe da ginnastica, calzò le cuffiette collegate all’I-pod e scese dalle scale senza prendere l’ascensore.

Martina, la gazza, quella mattina si era svegliata come sempre al sorgere del sole. Da una settimana stava lavorando alla costruzione del nido sul ramo di un albero che sorgeva sulla riva del fiume tra l’acqua e la pista ciclabile.
Il suo compagno di quel periodo aveva fatto il suo dovere e lei sapeva di dover preparare un luogo adatto ed accogliente in cui deporre le uova.
Naturalmente doveva occuparsene lei perché il suo compagno aveva fatto l’unica cosa che sanno fare i maschi ed ora si limitava ad avvicinarsi ogni tanto al nuovo nido. Criticava la disposizione dei rametti o la solidità della costruzione senza mai fare nulla di pratico, ma gli uomini o meglio le gazze maschio sono così e così bisogna accettarli: Martina era una gazza molto saggia.
Quel mattino aveva fatto il suo solito giro per procurarsi il cibo ed ora stava lì sul ramo accanto al nido guardando il panorama sempre attenta a ciò che le succedeva intorno come le avevano insegnato i suoi genitori.

Bobbi, il bulldog, come sempre si era svegliato quando aveva sentito l’odore del caffé provenire dalla finestra della cucina.
Era uscito dalla sua cuccia di legno ed aveva attraversato il giardino
Non aveva la minima idea di come gli uomini potessero bere una cosa così nera e schifosa, ma l’odore del caffè era collegato alla sua pappa, ed infatti tutte le mattine, pochi minuti dopo l’arrivo di quell’odore, il padrone usciva e riempiva di cibo la sua ciotola.
Così accadde anche quella mattina.
Bobbi era giudizioso, non era ingordo e, come sempre, non aveva svuotato tutta la scodella. Aveva lasciato un po’ di cibo da gustare più tardi, con calma.
Poi si era avvicinato alla rete metallica che divideva il suo giardino dalla pista ciclabile che correva sulla riva del grande fiume e si era accucciato aspettando il passaggio di un’altro cane con cui scambiare due chiacchiere.

Seduto e rilassato sulla panchina  Luca si tolse di tasca la scatoletta con le due vere nuziali, la aprì e la posò accanto a se, estrasse uno degli anelli con due dita e  lo mise davanti agli occhi per osservarlo meglio.
In quel momento si sentì a disagio. Conosceva la sua futura sposa da tempo immemorabile, erano andati in vacanza insieme, c’erano state le presentazioni alle famiglie, c’era stato il fidanzamento ufficiale, tutto era programmato e quel pezzetto d’oro era la conclusione di tutto.
O era l’inizio di qualcosa? Ma di che cosa?  Si sentì immediatamente fuori posto, la leggerezza dell’aria si fece pesante, gli sembrò che quell’anello non fosse il suo, ma una cosa estranea, un qualcosa che era li per caso.
In quell’istante una grande nuvola bianca si spostò ed uno sprazzo di sole illuminò di colpo il paesaggio.
Martina, appollaiata sul ramo, fu colpita da un raggio di luce che  partiva da qualcosa che si trovava giù in basso accanto alla stradina sul fiume.
La gazza era molto giudiziosa, ma come quasi tutti gli uccelli della sua specie non poteva resistere al fascino degli oggetti luccicanti.
Era un desiderio innato a cui non poteva sfuggire.
Oltretutto, per una Gazza di buona famiglia avere un oggetto luccicante nel nido era simbolo di prestigio, benessere e fortuna.
Luca con la coda dell’occhio vide un’ombra nera con guizzi di bianco scendere come un fulmine verso di lui ed in un lampo un becco nero afferrò l’anello e sparì verso l’alto.
L’uomo rimase immobile per un attimo con l’indice ed il pollice che ancora stringevano un oggetto che non c’era più. Poi guardò in su e vide la gazza che volteggiando tra i rami si posava sul nido mentre ciò che stringeva nel becco mandava un bagliore giallo oro.
Luca si alzo e corse sotto l’albero.
“Sei una ladra, una gazza ladra, ridammi il mio anello” urlò.
Era arrabbiatissimo, o meglio avrebbe dovuto esserlo, ma in realtà nel momento in cui chiamava ladra la gazza gli risuonò nelle orecchie la musica di Rossini e si mise a ridere.
Ma il problema era serio, cosa poteva fare.
L’unica cosa da fare era salire con una scala fino al nido e riprendersi l’anello.
Si guardò intorno. Lì accanto c’era un giardino cintato da una rete ed un bulldog che osservava con interesse quello che stava accadendo. Poco più in la una lunga scala era appoggiata ad un albero.
“C’è qualcuno in casa?” urlò.
Bobbi cominciò ad abbaiare, come si permetteva quell’uomo di turbare la quiete del luogo con le sue urla?
La padrona del cane uscì dalla casa e si avvicinò alla rete con aria interrogativa.
“Mi scusi signora, può prestarmi quella scala, devo recuperare un anello che sta sopra quell’albero” disse Luca indicando verso il fiume.
La donna lo guardò con molto sospetto, poi osservò un uomo elegante con un vestito perfetto, giacca e cravatta sicuramente di marca. Era ben pettinato, ben sbarbato e con le scarpe lucide, quindi affidabile.
Sempre scrutandolo con attenzione aprì un piccolo cancello e gli permise di prendere la scala mentre Bobbi osservava tutto con aria molto interessata pensando che finalmente si preparava un nuovo spettacolo che avrebbe rotto la monotonia della giornata.
La scala era lunga e robusta, Luca l’aveva ben appoggiata all’albero ed era sicuro che dall’ultimo gradino avrebbe potuto raggiungere il nido.
Martina guardava da un ramo il movimento pronta a volare via in caso di pericolo.
Non riusciva a capire che cosa faceva quell’uomo, anche lui sembrava voler salire sull’albero, ma perché? Non aveva mai visto un uomo fare un nido su di un ramo. La mamma, si, le aveva spiegato che doveva difendere le uova dagli intrusi, ma le uova non c’erano ancora.
Poi le venne il dubbio che quell’uomo volesse riprendersi l’anello, ma come, era stato proprio lui che glielo aveva offerto tenendolo in alto con due dita…
In quel momento il compagno di Martina che svolazzava li intorno guardò verso il nido e vide anche lui il luccichio del gioiello.
“Martina è la solita casinista,” pensò, “ perché cavolo ha messo nel nido una cosa luccicante, ma che diavolo, quello è un’inutile peso che destabilizza la struttura e poi il riflesso può attirare qualche uccello predatore che ci porta via le uova”
Quindi, senza indugio, si precipitò sul nido, afferrò l’anello col becco e si allontanò sbattendo le ali.
Luca dalla cima della scala aveva visto tutto.
Vide l’uccello che tenendo il monile stretto nel becco si posava sul ramo di un piccolo albero nel giardino cintato della casa accanto. Proprio sull’albero sul quale era appoggiata la scala quando l’aveva prelevata.
Stava cercando di capire cosa poteva fare quando l’uccello aprì il becco e l’anello luccicando cadde verso terra centrando in pieno la ciotola con gli avanzi della colazione di Bobbi che si trovava proprio li sotto.
Si udì un piccolo tonfo nella scodella. Immediatamente il cane si ricordò che non aveva terminato di mangiare e si precipito a finire il suo pasto, aveva una gran fame.
Nell’emozione di quello che aveva visto dalla cima della scala Luca perse l’equilibrio e si sentì proiettato nel vuoto.
Marta mentre correva a piccoli passi ascoltando la sua musica aveva visto la scena da lontano. Cosa ci faceva un uomo su di una scala contro un albero?
Sembrava ben vestito in giacca e cravatta, non aveva nessun giubbotto fluorescente ne attrezzi in mano.
Si avvicinò e si arrestò sotto la scala guardando in su.
Si era appena fermata quando vide l’uomo sporgersi, allargare le braccia, spingere coi piedi sulla scala che perdeva l’appoggio e planare proprio verso di lei con le braccia che annaspavano nel vuoto.
Marta cercò di scostarsi e non fu colpita in pieno, ma alla fine di un movimento complicato, una specie di danza nell’aria si ritrovò a terra strettamente abbracciata ad un uomo che non aveva mai visto prima.
Il cuore di Luca era in subbuglio per l’emozione e la paura della caduta, ma lentamente si calmo e senti a suo agio. Era come se alla fine della discesa avesse trovato il suo posto, il posto giusto, quello che aspettava da tempo senza saperlo. Fu preso da un senso di pace e di armonia ed una strana sensazione di benessere percorse tutto il suo corpo.
Marta non si sentiva ne colpita ne ferita. In realtà un uomo le era precipitato addosso. Era strano, diceva la sua mente razionale, si sarebbe potuta rompere qualcosa: un braccio, una gamba ed invece era li senza nulla che le dolesse e sentiva qualcosa di piacevole tra le braccia, un leggero odore di crema da barba ed un fianco muscoloso sotto le dita.
Stettero immobili per molto tempo, poi di colpo si alzarono, si guardarono e si misero a ridere, a ridere come a nessuno dei due era successo da moltissimo tempo.
Luca raccontò alla ragazza la sua avventura di quella mattina sempre con quel divertimento e quella spensieratezza e leggerezza che ormai li aveva completamente avvolti.
Guardarono dal basso la gazza  che li osservava dal suo ramo chiedendosi se era più arrabbiata con loro o con il suo compagno.
Quando poi dovettero chiedere alla padrona di Bobbi di tenere da parte la cacca del cane per qualche giorno in modo da recuperare l’anello che si era mangiato, risero sino alle lacrime..
Nel momento in cui tornarono sul viale tenendosi per mano Luca si ricordò che l’altra vera nuziale era rimasta nella scatola sulla panchina. Ma la scatola era vuota e, guardando verso l’alto, si vedeva un luccichio nel nido sotto il petto di Martina la quale aveva deciso di difendere direttamente con il suo corpo quella cosa luccicante che nessuno avrebbe più potuto portarle via.
Mai nessuno chiese alla padrona di Bobbi la vera che aveva recuperato dalla cacca del cane o a Martina l’altra vera che teneva nel nido.
D’altra parte i nomi scritti sugli anelli erano quelli sbagliati.





 
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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 

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