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Edoardo Burlini - Assurdità PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 19 Febbraio 2012 12:40

 

 

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ASSURDITA'

di Edoardo Burlini
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 5 febbraio 2012

 

 

Sin da piccolo il mio sogno era di fare il pianista. Avevo visto le strisce di un fumetto, con un bambino biondo che calava, lanciava le mani verso la tastiera, lo sguardo fisso su quella che sapevo essere una lunghissima fila di bottoni di comando bianchi e neri, i neri più piccoli e disposti irregolarmente. Perché più piccoli? Perché irregolari? Non importa. Anzi, aggiungeva mistero al potere della tastiera. Picchiando come un fabbro su quei comandi, il bambino produceva simboli complicati e suggestivi che gli aleggiavano sopra la testa, ma lui non li guardava mai. Sembravano un sottoprodotto del suo picchiare, tanto più prezioso in quanto sostanzialmente inutile, perché il vero scopo era solo il pestare con maestria e conoscenza. Il pianoforte era piccolo come il bambino, in giusta scala. Da qualche parte, esistevano fabbriche che producevano pianoforti per bambini, sapevano interpretare le esigenze e i sogni e la creatività dei piccoli. La bontà nascosta dell'opulenza produttiva occidentale.
Il bambino bastava a se stesso e questo era tutto quanto mi importava, il vero fascino ipnotico del fumetto. A volte su quel piano sostava il busto di un tizio accigliato, sicuramente morto. Forse qualche nume dei pianoforti. Altre volte il ripiano era occupato dal gomito di una bambina mora, che cercava di avere potere sul bambino. Anche questo era affascinante: il bambino biondo era del tutto indifferente alle moine della bambina, che anzi a tratti sembrava procurargli fastidio. Situazione ben diversa dalla mia, che a 4-5 anni mi innamoravo ciclicamente e perdutamente di compagne di scuola materna che non si accorgevano neanche della mia esistenza. Il bambino invece era potente, potentissimo. Per forza: aveva il piano.

Volevo fare il pianista, ma la complessa religione dei miei genitori sembrava impedirlo. Fui convogliato verso altri studi, che comprendevano tra l'altro complicate cosmologie zoroastriane. Non capitemi male: frequentavo le normali scuole pubbliche, dalle elementari al liceo. Solo, in alcuni campi del sapere quanto impartito in quelle scuole collideva aspramente con la fede di mio padre e mia madre e soprattutto – mi pareva – di mia nonna. Per cui, a casa facevo ogni giorno il resoconto delle lezioni ricevute e quando risultava qualche incompatibilità ne seguivano lezioni private sul Vero Credo. Mi formai l'idea che lo stato insegna le cose superficialmente; alcune sono giuste e accettabili, altre del tutto sbagliate e da correggere. Ovvio che ero un privilegiato: nessuno dei miei compagni aveva modo di sospettare, come io invece sapevo bene, che a proteggere l'umanità contro i poteri del Maligno fosse schierato il cielo delle stelle fisse. Ero in una botte di ferro, almeno quanto il bambino biondo associato in solido al suo piano. Schroedinger, mi pare si chiamasse. Sì, Schroedinger. Potere degli insegnamenti della scuola pubblica, che nel frattempo mi aveva fatto interpretare i nomi degli Eroi. Schroedinger, Beethoven e la ragazzina petulante e senza potere, Lucy  van Pelt. Lei non era un'eroina, ma partecipava del mondo degli eroi come comparsa: meglio di niente.

Finii le scuole con due alfabeti: quello italiano e quello cirillico. Molto probabilmente, la mia era l'unica famiglia zoroastriana di origine russa della provincia. Ora sospetto fosse l'unica in tutta Italia.
Non voglio certo tenervi una lezione sull'incommensurabile superiorità dell'alfabeto cirillico rispetto a quello latino. La vostra ignoranza di base è troppo grande; vi siete appena bevuti la storia dell'alfabeto cirillico: come posso parlare con voi, quando non sapete nemmeno che gli alfabeti cirillici sono sette? Tenetevi i vostri stupidi simboli e – soprattutto voi italiani – le vostre misere 21 lettere...che tra l'altro siete gli unici nel mondo dove “ch” si legge “k”, quando per tutti gli altri è chiaramente “c(i)”.
Come zoroastriano russo, mi rifiuto di mettermi sul vostro stesso piano.

Esattamente come mi rifiutai, finiti gli studi di economia, di correre col mio cv verso una qualche banca o una società di assicurazioni o – peggio ancora – una qualsiasi multinazionale che produce indistintamente tanto dentifrici che trappole per topi.
Io sono nato per colonizzare, non per essere colonizzato. Così cercai lavoro nel posto più bisognoso di (e uso alla) colonizzazione: l'Africa.
Col mio 110 e lode e la conoscenza del cirillico (tutti e sette, per essere precisi) fu un gioco da ragazzi vincere un incarico da economista junior, in un'associazione temporanea di imprese europee che partecipava al Development Research Uptake in Sub-Saharian Africa. Non pensavo certo che le università dei bingo-bongo potessero contribuire in alcun modo allo sviluppo di un intero continente e che – anzi – proprio per questo motivo necessitavano del mio supporto. Così presi la via di Addis Abeba, dove il mio russo aveva ancora qualche possibilità d'uso.
Qui feci amicizia con il pianoforte e la vodka. Che ci crediate o meno, ad Addis Abeba faceva freddo, essendo la città collocata oltre i 2300 metri di altitudine. Ottima ragione per starsene a casa la sera, a bere e imparare a suonare.
La mia cultura di base, la mia intelligenza e la mia naturale superiorità, tutte e tre supportate dal fatto che il lavoro era poco perché solo per spiegare a 'sti buzzurri il da farsi prendeva mesi, mi permisero di diventare un virtuoso del pianoforte, nonché della vodka.
Diventai così bravo che in un momento di euforia assicurai le mie mani d'artista per una cifra non trascurabile, diciamo il costo di una puttana locale per un migliaio d'anni (e di prezzi di puttane nere ero un esperto, ve lo posso garantire).

Veniamo a oggi. Dopo pochi anni lasciai quell'incarico da economista junior, perché non trovavo giusto che il mio talento fosse sprecato in qualcosa che non aveva speranza di riuscita, anche se mi aveva reso più che benestante.
Ora mi occupo di commercio equo e solidale. Equo per me, solidale...beh...fate voi. Ho trovato una di quelle associazioni di sostanziali fancazzisti, infarcite di comunisti, gente che si riempie la bocca di termini come “uguaglianza”, “opportunità”, “sviluppo sostenibile”. In due anni ne sono diventato vice presidente. Non male. La Democratic international trade association assicura/garantisce che i prodotti che comprate non sono i meno cari o i migliori, ma provengono da Paesi di provata fede democratica. Tutte cazzate: a me importa che i vertici dell'organizzazione siano ben remunerati. Se ho lasciato Addis Abeba con qualche soldino, ora sto diventando ricco come Sardanapalo. E altrettanto lussurioso. Suono sempre il pianoforte, solo che lo faccio nudo e bevendo vodka, mentre qualche troietta locale mi accompagna al flauto. Credo abbiate capito da soli di che flauto si tratti. Altro che il ragazzino biondo e Lucy van Pelt, l'uno di fronte all'altra: l'accompagnamento avviene sotto il ripiano, all'altezza della tastiera. Come si chiamava, quel ragazzino? Ah, sì: Schroedinger.

Ho riassicurato le mie mani per una cifra favolosa, con AssurSwiss. Ero fatto per il pianoforte, l'ho sempre saputo. Prima o poi darò concerti da qualche parte in giro per il mondo, ma prometto che per l'occasione sarò vestito.

Trovate che la mia vita sia assurda? Non credo. Del resto, che ne sapete voi? Stupidi babbei che conoscono solo i caratteri latini...

 
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Pietro Tartamella mi ha scritto una mail in cui mi comunicava il titolo del mio racconto:  ASSURDITA.
Forse ha dimenticato un accento, forse no. Non importa. Cosa mi ispira, ASSURDITA? Molte, davvero molte cose.

ASSUR è una città assira, oppure una divinità altrettanto assira. È anche la prima parte del nome Assurbanipal, il re assiro effeminato e lussurioso, uno tra i pochi sovrani del suo tempo a saper leggere e scrivere, tanto da curare personalmente l'istituzione della biblioteca di Ninive.
Assurbanipal è conosciuto in occidente anche come Sardanapalo.

Leggendo ASSURDITA al contrario, perché non partecipare con un'associazione temporanea di imprese (ATI) al programma DRUSSA (Development Research Uptake in Sub-Saharian Africa) che esiste regolarmente?
Citando dal loro sito: In the context of Evidence Based Policy Making, research-intensive African universities can play an important role in contributing to the contextualised evidence base to address specific development challenges, and by stimulating demand for better and stronger evidence.

Ma appena ho scritto DRUSSA, mi è venuto in mente un russo che avesse qualche motivo per dover assicurare le mani, o le DITA. Un pianista, per esempio.
E con chi le assicurerebbe? Con ASSUR-Swiss, per dirne una.

Se DRUSSA esiste veramente, altrettanto non si può dire per la  Democratic International Trade Association (DITA). Basta crearla.

Credo che un pianista di origine russo-zoroastriana, pieno di sé e colonialista, arrogante, megalomane e stronzo quanto basta, sia uno spunto sufficiente per un raccontino assurdo, dove Erwin Schroedinger usurpa il posto dell'amabile Schroeder.





 
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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 

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