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Beatrice Sanalitro - Scale a quattro a quattro PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 19 Febbraio 2012 12:25

 

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
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Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 


SCALE A QUATTRO A QUATTRO

di Beatrice Sanalitro
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 5 febbraio 2012

 

 


Rosso di cadmio chiaro suona una nota di sole in riva al ruscello che colma di spuma le vasche di argilla;
rosso di cadmio scuro suona il re per i papaveri, attori lungo i fossati  di ogni campagna;
rosso corallo s'intenerisce al riflusso del mare cantando una nota leggermente euforica, un mi appena roco di Milva che inneggia all'incessante desiderio di creare;
rosso carminio attende che tramonti il sole per unirsi al verdazzurro che avanza discreto e a lui dedicarsi;
il verde, figlio di se stesso e non del giallo e del blu, è smeraldo, ma su questo scalino tende al bottiglia, poi cangia in giada e vira in vescica e sbrodola in oliva e si cheta in acquamarina;
il rosso porpora è ormai completamente innamorato del blu cobalto che indugia sotto le prime stelle, quando il do penetra e accoglie ogni vuoto, ogni pieno;
tenue viola lilla intorno alle stelle, canta la piccola gioia del delizioso tremore del sesso nell'aspetto di piuma nel vento;
viola mistero, viola di sogno, viola sussurro intona la melodia nascosta di esili vibrazioni birichine coperte da un telo di raso;
viola e blu scuro, la sua nota è negli abissi del tempo, sospiro regolare e insidioso perché apre la porta ignota, lo scalino è di vetro, terribile vedere sotto, senza protezione;
nero normale, nero di piombo, nero di pece, nero di sonno senza sogni,  la nota è la O e solo la O  senza acca, né stupore, né proprietà, né soddisfazione, senza, con assenza, sospensione, muto amore sullo scalino cubico di ossidiana;
nella scala a chiocciola si apre lo slargo del cambiamento: non si passa indenni attraverso il nero;
quattro scalini si saltano di colpo;
ecco ora un piccolo punto bianco neve che lascia nel nero un palpito appena, meno dello sfiorarsi di pensieri, solo una sensazione;
sottile riga bianco ala fende, femminile, il nero, come filo di lana s'intrufola e lascia la presenza di una scia lontana, un la prolungato e protettivo;
ormai il nero è contaminato da righe argentate che spruzzano disinibite e da asterischi che svagolano in cerca di uscita dal sì e dal no, dal contrasto evolutivo, ognuno alla ricerca del proprio spazio, del personale colore;
s'intravvede uno spiraglio di giallo pulcino gioioso e di giallo peperone ancora crudo con sfumature aranciate e grige intorno al picciolo, che intonano il re anche dopo essere passate dal barbecue e aver permesso al nero bruciacchiato di emergere;
giallo di Napoli, giallo di cadmio chiaro, giallo di cadmio scuro, giallo sole, giallo sole scuro e oro prezioso sono la fisarmonica che intona una musica di Bregovich, che esclude il riposo, che eccita la natura a proporsi impavida, mentre
le sfumature aranciate sono ora succoso arancio siciliano e tempeste solari in azione che cantano inni di vittoria e di avanzata, in un progresso di voci dolci e rotonde e con giravolte dervisce e uno sproloquio orgasmico;
fuori di senno, l'arancio non sussurra, non canta, ma grida la vita che è trottola finché ha energia e può manifestarsi con flutti di note colorate,  con attorcigliamenti e distensioni, col barcollare a causa della scala irregolare, fatta di singolari scalini tutti disuguali, uno più alto, l'altro più basso, uno più profondo, l'altro sbeccato e inarcato dal consumo, di inaspettate piazzole, di incredibili orchestre e di assurdi silenzi, di stazioni e di cicli; dove s'immaginava la fermata, c'è la scala mobile, dove si sperava la discesa, la scala s'inerpica spedita.
Pittore, che tieni nelle tue mani le redini del ciano e del grigio canna di fucile e i gialli ocra e le terre bruciate di Siena e il verde malachite,  illumina o annebbia, infiamma la scala se fuori fa freddo, smorzala se scotta, decapita il cono, apri le porte al solido oppure, se ti garba, lascia che la sinfonia della vita salga e scenda come le pare, da un livello all'altro, e col mal di mare se la scala è a chiocciola.
Pittore, stai saltando gli scalini a quattro a quattro come quando, da piccoli, si spicca il volo.





 
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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Domenica 19 Febbraio 2012 12:45 )
 

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