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Home Archivio News-Eventi CHI STERMINERA' I POETI? - riflessioni sulla Poesia Gestazionale
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CHI STERMINERA' I POETI? - riflessioni sulla Poesia Gestazionale PDF Stampa E-mail
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News - News
Scritto da Tartamella   
Domenica 12 Febbraio 2012 10:09

 

 

botteUn amico contadino che viveva nell’astigiano mi mostrò un giorno nella sua cantina infossata nella terra un'enorme botte per il vino. Era una botte gigante, lunga quattro metri, con un diametro di circa due metri, le doghe di legno larghe 25 centimetri. Non era in piedi, ma coricata. Molte doghe erano sfondate, e molti erano ormai i cerchi metallici arrugginiti e laschi che la tenevano debolmente unita. Me l’avrebbe regalata, o venduta per niente, se l’avessi voluta. pietroanna
Il primo pensiero, mio e di Anna, fu di prenderla, portarla a Macondo, ristrutturarla, mettergli dentro una stufetta a legna, un tubo per il fumo, un letto, un lavandino, un tavolinetto, una piccola porticina, un tettuccio spiovente. Trasformarla in una botte-cella, un’abitazione da gnomo da sistemare in un angolo del cortile Alce Nero di Cascina Macondo. In quella botte avrei ospitato, per un giorno e una notte, solo quei poeti che avessero voluto leggere in solitudine e concentrazione il saggio qui di seguito pubblicato che per quell’occasione avrei trascritto a mano su fogli pergamena per porgerli come cosa preziosa agli eventuali e inusuali ospiti di quel più ancora insolito bungalow. Purtroppo, come spesso accade, il costo per ristrutturare la fantastica botte e trasportarla sino a Macondo risultò eccessivo per noi. E non se ne fece più nulla.


Pietro Tartamella


 
 
 

CHI STERMINERÀ I POETI?

riflessioni semi-serie sulla poesia gestazionale


un saggio giovanile del 1978

di Pietro Tartamella


bambino
Pietro Tartamella in quarta elementare,
durante una lettura alla radio sul tema: "Il Salvadanaio
"


 
 
È mèglio cómpiere con sicurezza e determinazione
un’azione azzardata, piuttòsto che cómpierla comunque
 con la tèsta pièna di dubbi
.

(Pietro Tartamella
 da “Quisquiglie di Perla” Edizioni Angolo Manzoni)





premessa n° 1

SPETTRO SPETTRO DELLE MIE BRAME



maschera

Ogni anno in Italia centinaia di incidenti automobilistici sulle nostre strade.  Morti, feriti e danni alle cose. Molte le cause. Lo stato di ubriachezza dell'automobile, l'inefficienza meccanica del guidatore, la stanchezza, la disattenzione, l'ipnosi delle luci, l'ipnosi del rettilineo, la nebbia, la temerarietà, l'incoscienza, la mancanza di riflessi, le strade scivolose, le buche nelle strade, il destino.
Un'altra concausa di cui non si parla, e di cui normalmente non si ha sospetto, potrebbe essere anche la paura di "incontrare" la polizia stradale. Paura che in molti casi distrae l’attenzione del guidatore in alcune manovre difficili che spesso si azzarda a compiere.
La paura e l'autorità sono spesso fonte di insicurezza psicologica con conseguente distrazione e alienazione. A Torino, in Corso Casale, ogni anno succedono una decina di incidenti mortali, e non c'è stata finora la possibilità di stornarli. Spesso la polizia è “appostata” in un angolo strategico del Corso per beccare in flagrante alcuni automobilisti che sono passati col rosso o che viaggiavano a velocità sostenuta.
La presenza della polizia in questi punti strategici è la cosa più negativa che si possa fare. E’ deplorevole l'intervento della polizia che raccoglie multe per riempire le casse del comune defraudando il cittadino di lire cinquemila con la scusa di trovarsi lì per far rispettare i segnali e fare il bene della comunità. Usare la polizia come raccoglitrice di pezze da cinquemila per rattoppare il deficit del comune, ci induce a credere che ai responsabili della viabilità non sta veramente a cuore il problema degli incidenti. In Corso Casale personalmente ho preso una multa facendo una manovra azzardata che, osservata con gli occhi della polizia appostata e nascosta, è sembrata incosciente e quindi passibile di multa. Ai miei occhi essa era apparsa rischiosa, è vero, ma necessaria. Ma non si può discutere con i rappresentanti dell'ordine e, qualora fosse possibile, non è possibile lo stesso, perché ti vai a irretire nella burocrazia.
Malgrado la presenza sibillina della polizia, in Corso Casale gli incidenti non sono sostanzialmente diminuiti. E' vero che ultimamente c'è stato qualche morto di meno, ma non possiamo verificare se questo risultato va attribuito all'intervento della polizia, oppure semplicemente al caso, o ad un maggiore senso di responsabilità dell'automobilista, o ad altri fattori. Il metodo della "polizia appostata" non è cosi efficiente come sembra, non solo, ma la paura di trovarla dietro l’angolo può essere una delle cause sottovalutate degli  incidenti stradali.
In linea di principio è meglio fare una manovra azzardata, ma valutata attentamente, piuttosto che fare una manovra azzardata (e sappiamo come si continuano a fare) con addosso la paura di incontrare o farsi sorprendere dalla polizia, paura che inevitabilmente distoglie l’autista dalla sua concentrazione. Ho provato ad attraversare un incrocio con semaforo rosso e ho sperimentato su me stesso il meccanismo. Durante la manovra difficile, che richiedeva attenzione e prontezza di riflessi, mi sono sentito distrarre per un momento dal pensiero che al di là nell'incrocio potesse esserci la polizia stradale “nascosta”. Assurdamente, invece di guardare attentamente la strada e di concentrarmi sulla manovra, per un momento ho dato un'occhiata a destra e a sinistra per vedere che non ci fossero i fratelli pula in agguato. Giochiamo stupidamente a nascondino, e quella frazione di secondo che distrae può essere fatale.
Dovremmo preoccuparci di creare uno spirito responsabile negli automobilisti con una propaganda seria e costante, con una educazione appropriata, ed eliminare soprattutto la paura dell'autorità. Il poliziotto dovrebbe dare solo consigli e la sua presenza non dovrebbe essere recepita come uno spettro sinistro o destro, ma come un concreto aiuto all'automobilista e come il naturale proseguimento di quella educazione che avrebbe già dovuto cominciare nella scuola e nella famiglia.
E' comune pensare che se la polizia non frenasse le automobili, o meglio, la temerarietà degli automobilisti, con multe e con la paura della sua presenza, gli incidenti aumenterebbero enormemente e ci sarebbe il caos. Questo potrebbe essere vero, forse,  per i primi tempi, ma in prospettiva è tutto da verificare. Abbiamo l’abitudine di pensare che la paura e l'imposizione siano gli unici strumenti per far rispettare una regola. Ma sono stati davvero sperimentati sino in fondo altri strumenti? E’ risaputo che le classi sociali hanno differenti approcci alle regole. L’operaio e la gente comune sono di solito più rispettosi. Chi possiede tanto denaro è spesso incline all’arroganza. Le multe funzionano dunque da deterrente per gli operai che già istintivamente sono più rispettosi delle regole?  Chi è arrogante e possiede danaro non teme la multa, anzi, essa diventa l’occasione per mostrare la propria spavalderia e la propria arroganza. Purtroppo negli archivi della polizia stradale e negli uffici della viabilità non esistono statistiche del rapporto esistente tra infrazioni e stato sociale del guidatore. Peccato.
In un rettilineo lunghissimo incontrai il segnale che vietava di superare la velocità di 40 chilometri orari. A livello psicologico questi due fattori sono inconciliabili e contrastanti. Infatti nessun rettilineo ha la facoltà di far diminuire la velocità di un automobilista, anche se c'è un cartello di divieto. E’ come se esistesse un legame intimo di dipendenza fra rettilineo e abbassamento dell'acceleratore. Non c'era nessuna automobile che non superasse la velocità degli ottanta chilometri orari!
Quel rettilineo era un punto strategico per la polizia stradale che avrebbe potuto fare una strage di multe. E infatti la polizia compariva all’improvviso dietro un piccolo dosso seminascosta dagli alberi! La polizia non si trovava lì per salvaguardare la salute e l'incolumità dei cittadini.
Sarebbe interessante fare uno studio approfondito, esaminare una grande quantità di incidenti per scoprire in quale misura la paura della polizia è intervenuta nella distrazione dell'autista, e in quale misura essa è responsabile dell'incidente.



 
premessa n° 2

PORCELLINO DI CRETA


salvadanaioQuando frequentavo le scuole elementari, giungeva ogni anno il momento in cui ci davano da svolgere un tema sul risparmio e ci facevano fare un disegno (normalmente un salvadanaio). Il disegno migliore veniva premiato.
Il fine di questa operazione scolastica (nata dalla collaborazione fra le banche e l'istituto statale) era di inculcare nel fanciullo il senso del risparmio. Con i miei occhi di bambino sentivo ogni giorno i miei genitori operai, e gli zii, e gli amici dei genitori, e gli amici degli zii, e tutti gli adulti che mi circondavano, parlare sempre di risparmio!
Il risparmio era, ed è, la tecnica di mettere da parte denaro per acquistare beni che costano molto. Occorre quindi ogni mese stornare dallo stipendio, spesso con sacrifici, un certa cifra, che accantonata consentirà col tempo di acquistare quel bene. L’avevo capito anch’io che ero un bambino!
Ma allora perché una massiccia campagna pubblicitaria per educare al risparmio, se tutti già lo praticavano quotidianamente e consapevolmente?
L’altra cosa che mi confondeva erano gli adulti. Li sentivo spesso dire anche in televisione  che bisognava “spendere e far circolare il danaro” per sostenere l’economia. Ma “spendere” era contrario al “risparmio”!
Come sono strani gli adulti. E io non capivo.
Il "salvadanaio" diventava, nella nostra coscienza, il simbolo del risparmio. Meglio ancora esso era il "luogo" in cui conservare i propri risparmi. Una volta formatosi nelle coscienze il senso e il "dovere" del risparmio e, conseguentemente, il "luogo" in cui conservare il proprio risparmio, accadeva che il fanciullo, divenuto adulto, facesse una identificazione di luoghi, sostituendo al vecchio salvadanaio un luogo più sicuro e vantaggioso che era evidentemente la "banca". La pubblicità nelle scuole elementari sul risparmio era, ed è tuttora, curata e propagandata infatti dalle banche. In sostanza lo scopo era di convincere i futuri adulti a conservare i propri risparmi nelle banche.
Il vantaggio per le banche è evidente: raccogliere nelle proprie casseforti tutti i risparmi dei cittadini. In questo modo si viene a costituire un capitale enorme che le banche utilizzano, investono, fanno fruttare a proprio vantaggio e a vantaggio di una certa classe sociale. La sicurezza che danno al cittadino e i servizi che gli concedono, come il tasso di interesse e altre comodità, sono lo zuccherino di consolazione che permette all'adulto di fare un deposito bancario che lo lascia tranquillo e protetto dallo lunghe mani dei ladri. Senza contare quel certo sentimento di superiorità e di lustro sociale (diffuso dalla pubblicità) che investe l"io” di chi possiede un conto in banca. Ricordo il compiacimento di mio padre operaio quando ebbe finalmente il suo primo conto corrente in banca!
Si manifesta un'alleanza sottile e impercettibile fra la "banca" e il potere consumistico e industriale. Il risparmio conservato nelle banche in fin dei conti serve alla maggioranza dei cittadini per comperare i beni che il "consumismo " mette loro a disposizione. È come se dicessero al cittadino: "senti, è bene che tu risparmi, metti il tuo danaro nelle nostre banche, siamo qui apposta, e poi ti ci compri quello che ti diciamo noi" .
Tutti gli strumenti di pubblicità e i mass-media sono a disposizione degli industriali e del “capitale” per convincere il cittadino a spendere quei risparmi come vogliono loro. Da una parte c'è tutta una pubblicità diretta ad inculcare il senso del risparmio, o meglio ad inculcare il luogo dove mettere i propri risparmi (perché se uno vuole comprarsi una cosa che costa cara, e non ci arriva coi soldi, capisce benissimo da solo che deve risparmiare! Quello che non sa bene è “dove” mettere i propri risparmi).
Dall'altra parte ci sono tutti i mezzi martellanti visivi, uditivi e audiovisivi di un’altra pubblicità che induce il cittadino a spendere il più possibile.
Il concetto di risparmio e di "salvadanaio" inculcato nei fanciulli porta in ultima analisi a distogliere il futuro lavoratore adulto dalle sue potenziali capacità di investimento e di iniziativa, non solo, ma mina alle radici la possibilità di collaborazione tra gli individui. Ammettiamo che un individuo abbia una geniale idea per investire fruttuosamente del danaro in una qualsiasi operazione, e che il suo danaro sia troppo poco. Incontra ovviamente notevoli difficoltà per realizzare il suo progetto. Il prestito offerto dalla banca ha un interesse troppo alto (e poi vogliono delle garanzie). Sarebbe semplice se tutta la cerchia del suo parentado e dei suoi amici dessero sottoforma di "prestito" o di "azioni!' i loro risparmi. Si potrebbero raccogliere in questo modo i fondi necessari per far partire l'operazione. Nella realtà però si incontra la sfiducia sia dei parenti che degli amici, perché nella loro coscienza non si è creata la sicurezza psicologica che il loro danaro, utilizzato a quel modo, sia un buon investimento. Essi preferiscono depositare il loro milioncino in una banca qualsiasi dove è più “sicuro”. Quando milioni di cittadini pensano così è facile immaginare la quantità di capitale che si accumula nelle banche, le quali banche sanno come utilizzarlo e farlo fruttare.
I1 concetto di risparmio andrebbe senz’altro rivisto. Bisognerebbe piuttosto fare una propaganda seria che permetta la collaborazione fra gli individui, ridimensionando il potere supremo che oggi hanno le banche. Il risparmio, come oggi viene insegnato nelle scuole elementari, non fa che perpetuare i vantaggi sia delle banche che dei gruppi industriali e di capitale. È un insegnamento che serve a interessi costituiti. In realtà non si vuole, né mai si è voluto, dare una esatta conoscenza del danaro e dei suoi meccanismi. Il fatto grave è che il singolo, il poveretto geniale, avrà sempre poche o nessuna possibilità di attuare una iniziativa per mancanza di fondi. Sappiamo come si contano sulla punta delle dita i parenti o gli amici disposti a fare un prestito. L'operazione “risparmio", effettuata nelle scuole con il simbolo del "salvadanaio", ottiene lo scopo di suddividere ulteriormente i cittadini in entità completamente isolate che sono, ovviamente, più vulnerabili a tutte le manovre che il consumismo si è prefisso. Inoltre crea una. sfiducia generale fra gli individui, sfiducia che impedisce la collaborazione economica fra di loro e la nascita di iniziative che potrebbero partire dal basso. Bisognerebbe educare il cittadino non al "risparmio”, che ancora oggi crea individui paurosi di spendere e di investire in iniziative che non siano quelle proposte dal “potere economico”, ma piuttosto educarli all'investimento e alla collaborazione, permettendo la circolazione del danaro anche fra gli operai, i lavoratori, gli studenti, e tutti quelli che hanno capacità di iniziativa.




premessa n° 3

IL TASCAPANE E IL SACCO A PELO


tascapaneDa qualche anno assistiamo, specialmente negli ambienti giovanili, ad una insofferenza nei confronti delle istituzioni tradizionali, degli usi, delle convenzionalità e dei cerimoniali della cultura che si condanna, e da cui ci si vorrebbe affrancare. La crisi dei valori accompagna l’insofferenza creando presupposti e ricerche di nuovi valori e soluzioni più moderne ai problemi che sono sorti. Ma intanto le soluzioni non si sono ancora trovate, e fra i giovani permangono le insoddisfazioni e le fratture che psicologicamente, e materialmente, ritardano la normalizzazione di una nuova cultura. Da una parte abbiamo quindi i conservatori che si oppongono alla crescita e all’avanzamento di nuove concezioni, e dall'altra abbiamo fratture e poca chiarezza all’interno di coloro che per una nuova mentalità stanno lottando. Un errore che si fa spesso è quello di credere che si possa vivere senza nessuna regola di comportamento sociale. Questa convinzione in realtà si dimostra sempre un fallimento. Basti pensare a quanti gruppi si sono sfaldati e si sfaldano continuamente proprio per non essere stati in grado di creare nel loro àmbito una cultura capace di amalgamare o rendere concreta la loro volontà di trasformazione. Ciò che conta non è tanto vivere senza tradizioni (valore abbastanza osteggiato dalle nuove generazioni occidentali) o senza comportamenti stereotipati. Ciò che conta è che questi comportamenti vengano di volta in volta liberamente scelti dagli individui. In effetti ogni convenzionalità ha all’origine una sua ragione di essere, giusta o sbagliata non importa, ma una ragione di sicuro l'avevano. Se oggi queste ragioni sono cadute, bisogna allora rimuovere anche i comportamenti che ne erano la conseguenza e crearne di nuovi che corrispondano alle ragioni nuove o recenti che sono emerse.
In alcuni ambienti c’è il tentativo di eliminare per esempio la stretta di mano, ritenuta una formalità idiota e priva di senso. Questa “convenzione” credo invece che abbia ancora una sua importanza in quanto l’incontro con una nuova persona mi permette, stringendo convenzionalmente la mano, di “conoscerla” meglio, cioè di avere con essa un "contatto" fisico tramite il quale posso “scrutarla e recepirla” in maniera più sensitiva e completa. Può darsi che l'uso della stretta di mano risalga a tempi immemorabili quando gli uomini si conoscevano annusandosi e palpandosi con le mani. Questa convenzionalità la si potrebbe eliminare coscientemente quando gli individui di un gruppo decidono che fra di loro non ci si deve conoscere a quel modo; allora tutti concordano di eliminare la stretta di mano in quanto non interessa ai fini che si sono prefissi.
Sia che esista, o che non esista, l'uso della stretta di mano ci mette di fronte sempre ad una “convenzionalità", stabilendo nel primo caso un "comportamento”, e nel secondo caso un "non comportamento”, il che alla fine è un comportamento anche lui. L'insofferenza dei giovani si è manifestata in molte sfere del comportamento e delle usanze tradizionali, ad esempio nell'uso dei regali durante i compleanni o gli onomastici e in occasione di matrimoni, o di feste religiose; le cerimonie stesse sono state condannate. Prendiamo per esempio l'uso dei regali nel matrimonio. Probabilmente questa tradizione è nata per motivi strettamente economici. Immaginiamo una società contadina di un ipotetico periodo storico lontano da noi. In una società povera il parentado era disponibile ad aiutarsi a vicenda regalando ad una coppia di sposi quei beni che servivano a mettere su casa e ad avviare onoratamente una nuova famiglia. Il regalo era concretamente un aiuto e più ancora tacitamente un "prestito". Questo spiega perché tradizionalmente si creava il dovere morale in tutto il parentado di contraccambiare i regali ricevuti al matrimonio. L'usanza aveva una sua specifica utilità: ricevere un aiuto in danaro o masserizie e beni vari per mettere su casa. La formazione di un nuovo nucleo familiare richiedeva una concentrazione di capitale che la sola coppia di sposi difficilmente poteva disporre. I "prestiti" del parentado risolvevano quindi la questione economica.
Occorre sempre analizzare i motivi che determinano o determinavano certi cerimoniali e certe usanze. Nel momento in cui ci si rende conto che essi non sono più validi, o sono venuti meno i motivi che li determinavano, allora è il caso di cambiarli sostituendoli con altre usanze. Non serve condannare la tradizione senza aver individuato dove il nostro contributo, le nostre convinzioni, le nostre nuove esigenze e la nostra libera scelta, possono costruire una nuova cultura e una nuova mentalità funzionale. Studiare i motivi di insoddisfazione per trovare i ripieghi culturalmente validi.
In questi anni ’70 portare qualcosa da mangiare o da bere quando uno viene invitato a cena da un amico è considerata usanza "borghese" dai giovani contestatori. Ma il problema non è stato assolutamente risolto e crea insoddisfazioni anche negli stessi ambienti contestatori. Insoddisfazioni che alla fine esplodono come contraddizioni e spesso interrompono il progresso del pensiero e della evoluzione verso passi più significativi e importanti nel campo sociale. Naturalmente non ha nessun senso dire che è giusto o sbagliato portare qualcosa da mangiare da un amico quando si è invitati a cena o a pranzo. Bisogna piuttosto porsi il problema in senso generale, e stabilire se è “utile" o “non è utile” quell'usanza ai fini che ci siamo prefissi, e vederne gli effetti che genera. L'accettazione di un comportamento stereotipato ha ragioni molto pratiche ed è funzionale. Occorre scoprire qual è questa “praticità” per poter stipulare un contratto con gli individui che risolva le questioni.
A casa mia, quando stampavo la rivista “La Tenda”, veniva sempre molta gente, e moltissime persone si fermavano a cena o a pranzo. La conclusione era tragica, perché mia moglie passava il tempo in cucina a lavare i piatti e a cucinare, e le finanze già precarie se ne andavano. L'ambiente che frequentavamo era grossomodo quello che voleva abolire l'usanza di portare qualcosa da mangiare da un amico, ritenendola una usanza “borghese". Ma in quel caso, borghese o non borghese, il fatto era che “qualcuno” ci stava rimettendo troppo. Anche altri amici ospitavano a pranzo o a cena molte persone e anche da loro avevo sentito le stesse lamentele. Significa allora che in tutto questo c'è qualcosa che non funziona. Noi abbiamo la possibilità di inventare e  decidere e sottoscrivere oralmente e di comune accordo nuovi contratti che, assimilati nella coscienza, diventano nostra cultura; ma all'atto pratico non lo facciamo. Bisogna fermarsi un minuto, e considerare nella giusta importanza questi problemi, e trovarne la soluzione, e decidere comunemente di attenersi a quel tipo di comportamento che meglio risolve i nostri problemi, pur muovendosi con una certa elasticità. Se fossimo persone che vivono isolate e senza contatti non sarebbe nemmeno il caso di porsi questo particolare problema. Vivendo invece in mezzo a tanta gente e avendo con loro infiniti rapporti è proprio il caso di porselo. Nel nostro ambiente, per stornare l’ipocrisia che tanto condanniamo, proporrei invece l'usanza di portare sempre qualcosa da mangiare quando uno va a trovare un amico per fermarsi da lui. Se accettassimo questo comportamento significherebbe che ognuno porta sempre il suo contributo in cibarie per non pesare sulla economia dell'amico. È importante avere coscienza di questa scelta e tenere presente perché l'abbiamo fatta. Credo che un individualista dovrebbe comportarsi così, ed avere sempre con sé il suo tascapane con il pranzo che eventualmente in casa dell'amico potrebbe scambiarlo con un piatto di minestra o pastasciutta. L'armamentario dell'individualista dovrebbe quindi essere il tascapane (pieno) e il sacco a pelo. Perché anche lavare le lenzuola costa fatica e danaro quando uno riceve molte visite di amici che vengono da lontano, senza nemmeno una lavatrice. Inoltre non bisognerebbe portare viveri in abbondanza, perché potrebbe offendere l'orgoglio dell’amico. La soluzione mi sembra semplice: ognuno pensi alle sue necessità. Tutto questo discorso può suonare strano, ma il senso è che dobbiamo analizzare i problemi, risolverli, interiorizzarli, perché solo così i nostri comportamenti diventano cultura e nuovo modo di vivere, anziché confusione e insoddisfazione. L'importante è che vi sia una libera scelta nel contratto sociale e che il diritto decisionale dell'individuo e la sua libertà vengano salvaguardate. Inoltre questi problemi, se vengono dibattuti e messi in discussione, servono per rompere coscientemente con la tradizione. Invece spesso, pur riconoscendone l'importanza, facciamo di tutto per ignorarli e facciamo finta di niente.





premessa n° 4

“DELLA”  o  “DE LA”?


tendaNel momento in cui ho scritto  il mio libro "I Poeti de La Tenda” mi sono venuti dubbi non tanto sulla esattezza della espressione “de La Tenda”, quanto invece sul fatto che il suono risultava poco gradevole o comunque provocava un certo affaticamento che è contrario al principio linguistico del "minor sforzo". Scrivere “de La Tenda” o “della Tenda” potrebbe essere causa di conseguenze giuridiche se esistessero due riviste chiamate una "La Tenda" e l'altra semplicemente “Tenda”. Fra la due testate potrebbero sorgere liti o rivendicazioni. Per correttezza quindi ho intitolato il mio libro "I Poeti de La Tenda" per fugare possibili casini e confusioni. Questo fatto però mi dà l'occasione di introdurre una questione di altra natura. Non mi interessa infatti granché stabilire qual è l'esatta forma per fugare l'errore grammaticale o lo stridio fonetico; mi interessa invece ribadire che noi abbiamo possibilità di scelta e di decisione. Su "La Stampa" tempo fa c'era uno scritto in cui la Chiesa ribadiva i suoi "NO " alla libertà sessuale prematrimoniale, all’omosessualità, alla masturbazione. E adduceva qua e là come giustificazione: "perché lo ha detto San Paolo". Ci andrei cauto a prendere come legge quello che hanno detto altri, anche se sono persone degne e importanti.
Anche per la grammatica non deve interessarci se per secoli si è sempre seguito una regola che invece oggi ci appare superata o contraddittoria: la si modifica e basta. Le parole si dividono in sillabe e ci sono regole precise da rispettare quando si arriva a fine riga; ma da qualche anno queste regole si vanno affievolendo e già possiamo leggere su alcuni giornali e riviste parole che vanno a capo così come vengono senza rispettare le classiche regole ortografiche. Seguendo queste "innovazioni” si hanno anche dei vantaggi economici in tipografia, si risparmia tempo (quindi danaro) alla linotype, e così via.
Quando la vita costa cara molte cose cambiano, e le regole vanno a farsi benedire se incidono troppo sul bilancio. Prendiamo per esempio le insegne dei negozi: esse stanno cambiando. Prima vedevamo spesso scritto "Bar Ristorante”, ma oggi incontriamo sempre più di frequente la scritta "Bar-Ristoro". In questo modo l’esercente ha risparmiato il costo di tre lettere luminose, e quindi parte della tassa comunale sulla pubblicità che dipende anche dallo spazio occupato dall’insegna.
Una volta leggevamo più spesso "Pizzeria”, ora invece si è diffusa la dicitura "Pizza”. Anche qui sono tre le lettere luminose risparmiate.
L'insegna "Sala da Ballo” si è trasformata in "Danze" con il risparmio di ben 6 lettere. La scritta “Cinema” si è ridotta a “Cine” e anche qui il risparmio è di due lettere luminose.
Le insegne dei barbieri, poco frequenti sino a qualche anno fa, si stanno diffondendo, ma in modo molto economico: non scrivono “Barbiere", ma usano invece una specie di giocattolo luminoso appeso in alto, quasi sempre a destra dell'ingresso, una “forma” che gira e sembra una vite senza fine e ha due colori: bianco e nero.
I Tabaccai usano anche loro un simbolo che è quel rettangolo luminoso con una "T" nel mezzo. In sostanza dalla scritta vera e propria si sta passando al “simbolo”, all’ideogramma. Credo che questa sarà l'evoluzione delle insegne luminose nei prossimi quarant’anni. Vedremo cosi un simbolo per i ristoranti, per i cinematografi, per le sale da ballo, per le pizzerie e cosi via. I ristoranti avranno un rettangolo come quello delle tabaccherie con in mezzo un cucchiaio e una forchetta incrociati (che ci sono già), i cinematografi avranno una pellicola arrotolata, le sale da ballo due ballerini uomo-donna luminosi, le farmacie un cerchio con la croce rossa nel centro (ce l’hanno già). Con l’uso del simbolo e dell’ideogramma gli esercenti avranno anche risolto il secolare dilemma che ha sempre dato motivi di insoddisfazione. Infatti quando dovevano decidere come esporre la loro insegna luminosa si trovavano di fronte ad una “doppia faccia” della scritta, cioè quella giusta e quella al contrario. Voglio dire che se esponi la scritta “CINE” (che di solito è posta in senso verticale) da una parte la leggi bene, ma dall'altra parte ti appare all'incontrario, speculare, per cui l’esercente deve decidere qual è il lato di strada più frequentato e in che senso cammina la maggioranza della gente in quella via, per poter piazzare la sua insegna nel modo più strategico e conveniente. Con l’uso del simbolo (vedi quello dei barbieri) non si ha più questo problema, perché da qualunque parte lo guardi è sempre nella posizione giusta. Gli iperpignoli che in questo campo si oppongono non fanno che rallentare (ma alla fine inutilmente) un fenomeno che ormai ha sufficienti premesse, soprattutto economiche (vedi costo elettricità, manodopera, tasse comunali) per diffondersi.
Noi abbiamo la possibilità di “fare cultura" cioè abbiamo la possibilità di agire sul “mondo” e di modificarlo in relazione alle nostre esigenze.
Ritornando all'esempio de “La Tenda” il problema pratico consiste nel rendere possibile la coesistenza pacifica dei seguenti fattori:
l)     poter comunicare con la scrittura l'esatto nome della rivista che è "La Tenda"
2)   eliminare dove possibile un intoppo nel suono e nella lettura
3) eventualmente riuscire a far rientrare il fenomeno nelle regole grammaticali tradizionali (per non stare lì ogni volta a cambiarle).
Il nostro caso potrebbe essere risolto stabilendo una nuova regola: scrivendo per esempio il titolo del mio libro in questo modo: "I Poeti delLa “Tenda”. Dove graficamente possiamo notare che nella parola “delLa” vi è una “elle” minuscola e una “ELLE” maiuscola. Se dovessimo incontrare una scrittura del genere saremmo in grado di dedurre subito che il nome esatto è "La Tenda" e contemporaneamente leggiamo tutto attaccato eliminando l'intoppo a livello fonico che prima esisteva con “de La”. Introducendo questa regola scriveremmo in altri casi "delLa Spezia" "delL’Aquila”, delLa Stampa, sulLa Tenda, sulLa Fiera Letteraria, e fosi via.
Però nascerebbe una difficoltà nel caso incontrassimo quelle parole tutte scritte maiuscole (un titolo per esempio, o una insegna); non avremmo più la possibilità di separare i due fenomeni perché ci troveremmo davanti a “I POETI DELLA” da cui infatti non possiamo dedurre se il nome esatto della rivista è "La Tenda" o solo “Tenda”. Potremmo allora inventare un'altra regola decidendo per esempio l'uso di un apostrofo, oppure di scrivere una “elle" minuscola “I POETA DELlA TENDA”, o un’altra qualsiasi regola che possa risolvere il problema in modo funzionale e che sia valido per tutti i casi. La conclusione è una sola: noi abbiamo la possibilità di agire sul mondo.
Perché quindi sottostare a regole (in questo caso grammaticali o ortografiche) che non risolvono i nostri problemi o che incidono sulla nostra "economia"? Li studiamo, li svisceriamo, e troviamo le soluzioni che più sono confacenti alle nostre esigenze e alle nostre possibilità. Si potrebbe obiettare che comportandoci così nascerebbero grosse difficoltà, nel senso che ogni individuo si metterebbe a cercare le sue regole personali e si finirebbe col creare tante lingue individuali senza più capirci niente. Può essere un pericolo, ma esserne coscienti dovrebbe responsabilizzarci e farci immettere con moderazione e oculatezza nella ricerca delle soluzioni. Comunque è un pericolo relativo, perché in effetti lo viviamo già da un pezzo, ovvero è già da un pezzo che in qualche modo parliamo lingue individuali.

 
 
 
premessa n° 5

UN PRIMITIVO CON CLAVA A TRACOLLA
 
 

Nel mare di paròle in cùi navighiamo ce ne sono alcune che sono per noi un vestito.
Esse istintivamente ci raccóntano e descrìvono. Sono il nòstro ritratto.
Le usiamo in mòdo automàtico e ricorrènte,
le sentiamo nòstre non appena ne udiamo il suòno.
Cambiare paròle signìfica cambiare vestito.
Ma come è vero che il vestito non fa il mònaco, altrettanto vero è che le paròle lo fanno.

(Pietro Tartamella
 da “Quisquiglie di Perla” Edizioni Angolo Manzoni)



uomoAmmettiamo che in una qualche epoca preistorica l'uomo sia arrivato ad inventare alcune pochissime parole per esprimersi, servendosi nella maggioranza dei casi di gesti e movimenti per esternare una serie più vasta di contenuti. Prendiamo tre banalissime parole per questo banalissimo esempio: mammut-lancia-uomo.
Queste sono dunque le parole, le sole, inventate da quell'ipotetico uomo delle nevi o dei deserti. Avrebbe potuto comporre moltissime combinazioni con quelle tre parole:

uomo (tira) lancia (su) mammut
lancia (ferisce) uomo (vicino) mammut
mammut (rompe) lancia (di) uomo
uomo (uccide) mammut (con) lancia
uomo (senza) lancia (scappa da) mammut
uomo (con) lancia (scappa lo stesso da) mammut

dove le azioni e i significati espressi tra parentesi ammettiamo essere comunicati con gesti. L'elenco delle combinazioni potrebbe continuare per molte righe, ma noi ci fermiamo qui supponendo che per lungo tempo il linguaggio primitivo si sia fermato a quello stadio. Poi, improvvisamente, spunta, arriva, un primitivo rozzo e capellone, con clava a tracolla, e una olivetti verde, in mano, portattile, che dice: “uomo uomo uomo (tira) lancia lancia (su) mammut” con cui quell'innovatore solitario, capellone, clavernicolo pensile e geniale, volesse comunicare che ci sono 3 uomini che tirano 2 lance su l mammut! Siamo di fronte a una grande invenzione: il plurale!
Di fronte a questa scoperta del linguaggio tutti i compagni paleolitici di quel “poeta” preistorico ci rimarrebbero di merda-stucco con le mandibole aperte di meraviglia. Inchino solenne al nuovo venuto.
Ed ecco che il poeta comincia ad attribuirsi significati, si carica come un simbolo, assolve a una funzione: quella di creare e di inventare il linguaggio.
Essendo agli inizi, e quindi nella fase di un'alta funzionalità del linguaggio, diventa indispensabile per il poeta essere colui che inventa parole e accostamenti di parole per aprire possibilità maggiori per esprimersi.
Oggi non siamo più a quello stadio. Di conseguenza la funzione del poeta va di nuovo riscoperta per quella elementarissima legge di natura secondo cui nulla è stabile e definitivo, ma eternamente in movimento e in divenire.
Il poeta fa le poesie, il muratore fa i muri, lo scultore fa le sculture, il pittore fa le pitture, il musicista fa le musiche. Ma non possiamo dire che il falegname fa le fale, il dottore fa i dotti, il carpentiere fa le carpe.
Semplicemente si è chiamato il prodotto di un artista con una parola che si rifà a colui che quel prodotto ha costruito. Potrebbe essere viceversa, cioè si è chiamato poeta, pittore, musicista, scultore chi ha fatto poesie pitture musiche sculture. Comunque è relativamente importante, ciò che conta è osservare che esiste una interdipendenza tra artefice e prodotto. Interdipendenza linguistica che la nostra coscienza ha assimilato ferreamente. Romperla costa fatica, e rompe anche un po' le scatole.
Come si può essere poeti senza scrivere poesie?
Proposizione perfettamente reversibile: come si può scrivere poesie senza essere poeti? La discesa contiene sempre, ed in qualsiasi momento, anche la salita.
Chi è poeta scrive poesie, ma il nostro istinto ci dice che chi scrive poesie non é detto che sia un poeta! Vuol dire che esiste nella nostra coscienza una serie di altri attributi, anche se poco chiari, che ci aiutano a definire il poeta.
Quindi essere poeta significa qualcosa di più che scrivere poesie.
In che modo possiamo ristabilire l’equilibrio nell’equazione: chi è poeta scrive poesie e chi scrive poesie è poeta"?
La poesia intesa come accostamenti di parole, ovvero come "composizione”, “componimento”  sono tentato di chiamarla “scrittura”, o “composizione” e niente di più. Chiamerei scrittore chiunque scriva parole su un pezzo di carta.
Per chiamarsi poeta e dire poesia bisognerebbe fare altre cose, ed inserire la propria persona, il proprio lavoro, il proprio agire di poeta, in una dimensione più ampia e caratterizzata che non lasci dubbi nel classificare un tizio o un sempronio come poeta. Lo “scrivere” è uno dei molti modi che il poeta ha per “esprimersi”, ma non necessariamente l'unico. In questa prospettiva il termine “poeta" non ci rimette nulla (anzi ci guadagna). Chi ci rimette qualcosa sono tutte quelle persone che in buona fede hanno cercato di chiamarsi poeta per aver scritto in una mattina un po' diversa dalle altre, o in una notte più colorata, due parole su un foglio, o mille parole, o una parola per mille mattine, o mille parole in mille nottate, non fa differenza. Queste persone hanno fatto solo “composizioni”, ma da qui a chiamarsi “poeta” c'è un abisso che bisogna colmare. La parola “poeta”,  bisogna riconoscerlo, ha un certo fascino,  misterioso e inspiegabile.



 
premessa n° 6

IRRIGIDIMENTO
DELLE STRUTTURE LINGUISTICHE E GRAMMATICALI


cateneLe parole che noi usiamo, la lingua, il linguaggio con la sua costruzione grammaticale, la sintassi, i concetti che le parole esprimono, il suono stesso delle parole… tutto questo nel suo complesso ha un enorme potere nello strutturare la mente di un individuo. Tutto viene assimilato dalla nostra coscienza, finché in essa tutte le “informazioni” ricevute si cristallizzano. Quando appaiono "innovazioni" siamo tutti restii ad accettarle e, in alcuni individui, la resistenza è così forte da farli scendere in lotta. Basti pensare alla difficoltà che si ha nell'accettare l'uso di andare a capo senza rispettare le regole ortografiche; e all'antipatia provata da alcuni “scrittori” e “poeti” di fronte a nuove proposte lessicali e a nuovi accostamenti di parole. Le proposte, e addirittura anche le scoperte, che si discostano da ciò che è la "tradizione" incontrano sempre un terreno ostile, e devono spesso molto faticare per fare un po' di breccia.
Un altro aspetto del linguaggio riguarda più propriamente i significati delle parole.
Le parole sono il mezzo con cui nella mente degli individui vengono travasati i concetti che poi, cristallizzati, strutturano il carattere, il pensiero e la mente. Cristallizzazione che, una volta conclusasi, richiede una fatica e un dispendio di energie non indifferente per debellarla o solo ammorbidirla. Prendiamo ad esempio la parola “padre”.
Questa parola porta con sé tanti significati: “padre”, “padrone” “autorità”, “capo famiglia”, “rispetto”... Il bambino che chiama il suo genitore con la parola "padre" (vale anche per “madre” ovviamente) sentendo tutti gli altri bambini chiamare ciascuno il proprio genitore con la stessa parola “padre”, col tempo astrae questo concetto e lo assimila nella sua pienezza di significati. La sua mente viene strutturata in quella direzione. Se ci rendiamo conto di come il linguaggio ci condiziona e ci educa, allora diventa importante e urgente studiarlo e individuarne i meccanismi e, fin dove si può, porvi un rimedio.
Se riteniamo che i nostri bambini debbano crescere in altro modo e debbano essere strutturati (perché sempre in qualche modo ad essi facciamo un po’ violenza) nel modo che noi riteniamo più libero e meno condizionante, in riferimento ad una concezione della vita che abbiamo, allora questo rimedio dobbiamo trovarlo. Una soluzione per quanto riguarda la parola “padre” è quella di usarla il meno possibile. Per quanto mi riguarda cerco di abituare le mie figlie a chiamarmi Pietro, cioè per nome (abitudine peraltro che si sta diffondendo fra quelli della mia generazione). Se tutti i genitori si facessero chiamare per nome otterremmo di ridurre al minimo le possibilità di astrarre il concetto di "padre". In questo modo mia figlia mi conoscerebbe come "pietro" e tutti saremmo chiamati dai nostri figli per nome, quindi verremmo percepiti e identificati come entità individuali; e i difetti o pregi che essi riscontrerebbero in noi sarebbero da ascrivere a quella determinata persona, a quell'individuo che si chiama “pietro”, o “giovanni”, o “paolo”. Il concetto di “padre” avrebbe così un potere meno condizionante.
Prendiamo un altro concetto, quello di “mio” che contiene in sé l'idea di “proprietà”. Queste particelle linguistiche: “mio”, “tuo” trasmettono nella mente del bambino il concetto di proprietà e non fanno che rafforzare l'originaria tendenza che essi hanno a possedere le cose. Se però ci convinciamo che il concetto di proprietà è un concetto da ridimensionare, perché su di esso è basata una società che produce mostruosità, e noi la vorremmo diversa, allora questo è un altro campo in cui dovremmo agire. Quando un bambino ti chiede “di chi è questo?" (domanda che già contiene in sé il concetto di proprietà), noi non dovremmo rispondere “mio” “tuo", ma dire per esempio “questo lo uso io”, “questo lo usi tu”: sostituire il concetto di proprietà con il concetto di “uso”. Con il tempo il bambino non dirà più “di chi è questo?”, ma dirà invece: “chi lo usa questo?”. Sarebbe la verifica che un nuovo concetto è entrato nella sua testa, un concetto diverso da quello di “proprietà”.
Rendersi conto di come il linguaggio ci struttura, e capire come tramite esso si possono formare persone diverse, non è un’utopia. Mi ha sempre meravigliato leggere su alcuni libri di antropologia che presso alcune popolazioni primitive, come gli indiani delle pianure, non esisteva il concetto di “mio”, “tuo”, non esisteva il concetto di “proprietà”!
È un lavoro lungo e paziente ovviamente, ma darebbe i suoi risultati e sarebbe possibilissimo cambiare la gente se si cominciasse da quando il bambino nasce. Il problema è che l’adulto dovrebbe già essere formato e pronto a quel ruolo. Occorrerebbe, prima di ogni cosa, uno studio linguistico approfondito per capire quali sono le parole che trasmettono concetti che invece riteniamo non debbano essere trasmessi, se vogliamo costruire una società migliore che auspichiamo.
I concetti di proprietà, violenza, possesso, padre, autorità, e molti altri, andrebbero studiati per identificare quelle parole e quei sintagmi che ne sono portatori negativi, e poi ci preoccuperemo di non usarli coi bambini, sostituendoli con altri sintagmi e altre parole. Qualcuno che ha sentito le mie bambine chiamarmi con il mio nome è rimasto meravigliato e sconcertato. È una innovazione che va a scontrarsi con quella cristallizzazione mentale che col tempo ha strutturato le teste degli individui. Il giudizio di queste persone nei miei confronti è di “stranezza”. Essi pensano “quel Pietro è un tipo che deve fare sempre qualcosa di diverso”. Altre persone invece si mettono a discutere e asseriscono che è sbagliato educare i bambini a quel modo e che è importante che essi ci chiamino “padre”, e “madre”, e adducono tutti i motivi che vogliono, alcuni anche buoni. Queste persone si trincereranno dietro la loro posizione e saranno i conservatori, coloro che si opporranno all'uso di chiamare per nome il proprio padre.
Le strutture linguistiche, e anche i comportamenti sociali, tendono col tempo a cristallizzarsi e ad essere assimilati ferreamente dalla coscienza modellando così l'individuo. Ci sono centinaia di piccoli comportamenti stereotipati che compiamo ogni giorno senza accorgercene e che ci sono stati tramandati con l'educazione. Li possediamo a tal punto visceralmente che, nel momento in cui ci imbattiamo in qualcosa che si scontra con quella cristallizzazione, la nostra reazione è ostile e siamo pronti a condannare quel qualcosa di nuovo in cui ci siamo imbattuti.
Ad un estraneo siamo abituati a dare del “lei”. Al professore a scuola diamo del “lei”. Ormai lo abbiamo assimilato profondamente. Quando facevo le scuole medie mi meravigliò un compagno appena venuto dalle Puglie che, interrogato dalla professoressa, si rivolse a lei con il “tu”. Nelle Puglie il "tu " è molto diffuso e per quel ragazzo era normale esprimersi a quel modo. La professoressa gli disse “non darmi del tu" . Il ragazzo allora ricominciò da capo dandole questa volta del “voi”. E giù di nuovo tutti a ridere. Il pronome “lei” per quel ragazzo pugliese era inconsueto ed egli aveva serie difficoltà a pronunciarlo e a gestirlo grammaticalmente. Questo esempio per dire come la nostra mente già allora era condizionata e strutturata dalla particella “lei”, e sentire un ragazzo che dava del “tu” ad una professoressa ci appariva assurdo, inconcepibile.
Tanti altri esempi si potrebbero citare. Siamo abituati a toglierci il cappello a tavola. Se uno mangia col cappello in testa seduto al tavolo di un ristorante viene guardato male, e tutti esprimeranno nei suoi confronti un giudizio di “maleducazione”.
Una volta a Mantova ad un congresso di poesia feci un intervento salendo al microfono con il basco in testa. Erano presenti molte “poetesse” sulla cinquantina, vestite di pellicce. Alcune si scandalizzarono tanto da dovermi dire ad alta voce che sarebbe stato meglio se mi fossi tolto il cappello mentre mi rivolgevo a loro, ché non stava bene stare sul palco col cappello.
Ricordo tanti anni fa quando mio fratello maggiore fu uno dei primi a farsi crescere la barba. Il parentado rimase scandalizzato! Ci furono riunioni di familiari per convincere mio fratello a desistere da quella bizzarrìa. Avendo egli voluto continuare rimase emarginato per lungo tempo.
E come venivano considerate le prime donne che fumavano, specialmente se apparivano “in pubblico” con la sigaretta! Erano delle poco di buono, uno scandalo.
I comportamenti si cristallizzano dunque, e ogni "novità" che si discosti dalla norma viene percepita come strana, suscita scandalo, imbarazzo, antipatie, inimicizie, e anche odio addirittura.
Coloro che sono portatori di queste “novità” vengono normalmente considerati “tipi strani” che è il primo passo per dire “matto”. La parola “matto” non è che un eufemismo per poi dire “pazzo”.

 
 
 
premessa n° 7

IL LIBERATORE DI OGGI È L’OPPRESSORE DI DOMANI


trottolaQuesta frase la sentii per la prima volta da Luciano Pedulli un vecchio amico e collaboratore de “La Tenda”. A quel tempo (sono passati alcuni anni) mi suonò molto strana e poco credibile. Ma imbattendomi in altre esperienze e analizzando più a fondo gli aspetti del comportamento e le strutture linguistiche, mi resi conto di quanto invece fosse vera. Quella frase significa in sostanza che una qualsiasi rivoluzione, o un qualsiasi costume, o usanza, che riesce a debellare un vecchio “sistema” preesistente, a sua volta diventerà essa stessa un “sistema” che avrà la forza nuovamente di cristallizzare comportamenti e strutture linguistiche e caratteri. Le innovazioni col tempo si cristallizzeranno, diventeranno vecchie, diventeranno “tradizione”, e di fronte ad altre innovazioni costituiranno il nuovo ostacolo da superare.
È un meccanismo automatico e naturale che non solo la psicologia, ma anche la storia, e la semplice esperienza quotidiana, ci dimostrano continuamente. Fa parte della struttura caratteriale e culturale dell'uomo; è perché ogni cosa, semplicemente, è sempre in “movimento”.
Oggi si incontrano tante difficoltà a diffondere il nudo. Il nudo ancora oggi scandalizza. C’è gente che non riesce a concepire una spiaggia libera dove tutti prendono il sole nudi. Ammettiamo che col tempo si arrivi a questa conquista. Chi ha lottato per questa idea avrà debellato una vecchia mentalità. Ora finalmente il nudo è una cosa normale; tutti sulle spiagge vanno nudi, nessuno più si scandalizza. Col passare del tempo le coscienze assimilano questo nuovo comportamento e gli individui si struttureranno rigidamente in quel senso. Nel momento in cui apparirà qualcuno sulla spiaggia con il costume da bagno, questo qualcuno verrà additato come “tipo strano”, come “un po’ matto”. E, ricordiamo, la parola “matto” non è che un eufemismo per poi dire “pazzo”. lucchetto
Quella che prima era stata una conquista (l'avvento del nudismo), ora apparirà come il nuovo ostacolo da superare. Il liberatore di oggi è l'oppressore di domani.
Questo concetto è vero e realistico, perché si basa appunto sulla struttura caratteriale dell'uomo e sulla naturale tendenza che egli ha a cristallizzare i comportamenti. Quando un concetto e un comportamento si sono cristallizzati (tendenza meccanica e automatica), qualsiasi altro comportamento nuovo che si discosti dalla normalità verrà recepito come assurdo, provocatorio, scandaloso.
In questo ambito si collocherà il ruolo importante della poesia e la figura del poeta.



 
premessa n° 8

LA PAZZIA E LA MORTE

 
cordeIl “sistema” e il “potere” usano molti mezzi per strutturare gli individui. Usano la repressione sessuale, la religione, i concetti di autorità, la struttura linguistica, l'organizzazione del lavoro, la paura delle malattie, il senso del dovere, il senso della patria, la pubblicità, la televisione, la burocrazia, la nebulosità delle leggi, il sistema complicato del pagamento delle tasse, e un mucchio di altre cose davvero sofisticate ed inimmaginabili. Tutto al fine di rendere l'individuo passivo, ricattabile, disposto ad ubbidire e ad essere governato. Per quegli individui che invece si ribellano a questo stato di cose il potere ha a portata di mano due strumenti per difendersi e per eliminarli: la pazzia e la morte.
La paura della pazzia è presente in tutti gli individui. A livello linguistico il fatto che usiamo la parola “matto” (che è sempre un eufemismo per dire “pazzo”), e il fatto che quella parola la usiamo in contesti quotidiani e “innocenti” come: “non fare il matto”, “ma sei matto”, “mi sembri un po matto”, “matto da legare”, cioè il fatto che la si usi in circostanze normalissime e di poco conto può essere una dimostrazione di come la gente cerca di esorcizzare la paura della pazzia parlandone quotidianamente con un eufemismo. Se la gente ha il sospetto che uno sia veramente “pazzo” si farà dominare dalla paura, e tenderà ad emarginare e a condannare quella persona che le apparirà “pazza”.
Il “sistema e il potere” si difendono della pazzia in due modi: creando manicomi, cioè carceri, dove rinchiudere fisicamente i suoi nemici, e in questa operazione troverà l'appoggio di tutti gli individui della comunità che così si sentiranno difesi.  Contemporaneamente, facendo passare uno per pazzo, il sistema riesce ad isolare quell'individuo dal resto dei cittadini e, con la sua emarginazione, cercherà di nullificare e annullare tutte le idee che il "pazzo" tentava di propagandare.
L'altro mezzo di cui si serve il sistema per difendersi dai nemici (quando non vi fosse riuscito con la pazzia) è la morte. Che può essere fisica e totale, oppure semplicemente la morte delle energie che muovevano gli individui potenzialmente oppositori del sistema. Nella struttura sociale ci sono tanti meccanismi che si  mettono in moto, per cui questa morte di energie viene anche effettuata da gruppi di individui che di per sé non sono parte integrante del sistema. Gruppi della stessa natura si distruggono a vicenda e si combattono. È sufficiente per esempio notare quanto sia l'odio che anima diverse correnti letterarie e poetiche la cui morte, di questo o di quel gruppo, (morte in senso di distruzione di energie e di riduzione al silenzio), viene effettuata per mano di gente “simile”, in questo caso per mano di altri “poeti”. Nell'istituzione del "matrimonio" sembra addirittura che il sistema abbia posto una moglie come freno inibitore delle energie maschili. E abbia posto un marito a controllo e a freno delle energie femminili! Questi meccanismi, di cui spesso non ci rendiamo conto, esistono impercettibili e vanno tutti a sorreggere le intenzioni del “potere”.



LA MICROIPOCRISIA

 

Un uòmo e un bambino passéggiano sul lungomare tenèndosi per mano.
Per l’uòmo adulto la passeggiata sino al bar dove prenderà un caffè
è lunga mille passi. Per il bambino che prenderà un gelato, è lunga dùe mila passi.
Quanto più si è grandi tanto più si accórciano le distanze.

(Pietro Tartamella
 da “Quisquiglie di Perla” Edizioni Angolo Manzoni)



portici

La microipocrisia è: “un raccordo che serve a riempire uno spazio con un comportamento, un gesto, un’azione, una struttura linguistica, in grado di permettere la comunicazione, stornando sul nascere un giudizio negativo che altrimenti potrebbe uccidere”.  
La parola. “uccidere” nel peggiore dei casi significa proprio “uccidere”, quindi morte. Mentre nei casi più fortunati significa “eliminare”, “emarginare”, “nullificare”, “segregare”, “imprigionare”, “ridurre al silenzio”, “rendere inoffensivo”, “togliere di mezzo”.
Prendiamo un falegname che costruisca un bellissimo mobile.
Il mobile finito rappresenta il rapporto umano, ma la segatura che ne è derivata, naturale ed ineliminabile, rappresenta il sottoprodotto, cioè la microipocrisia.

Tempo fa mi trovavo in Via Po a Torino. Mi ero piazzato in un angolo sotto i portici e avevo aperto il tavolino su cui avevo appoggiato i miei libri di poesia.  Ad un certo punto ecco viene una vecchia che mi chiede:
“Cosa sono?”
“Libri di poesia” rispondo
La vecchia continua testualmente così:
“Bello! Anch’io ho un mucchio di problemi. Ieri sono uscita dall’ospedale dove mi hanno fatto un’operazione. I medici sono tutti macellai…” e continua a parlarmi imperterrita dei suoi problemi privati. Tutto ciò che quella vecchia mi raccontava non c’entrava niente con il contesto in cui ci trovavamo.
Quando se ne fu andata, istintivamente la giudicai “matta”. In senso bonario, d'accordo, ma non dimentichiamo che la parola “matto” è un sentiero, un corridoio, un’anticamera, un eufemismo per dire “pazzo”. Il passo è brevissimo, specie se si verificano altre circostanze concomitanti, anche minime.
Cercai di capire perché nella mia testa era affiorato il giudizio di “matta”.
Cominciai a pensare in che modo avrebbe dovuto svolgersi l'incontro e il dialogo, affinché io non avessi motivo di giudicarla matta.
Se quella vecchia mi avesse detto:
 “cosa sono?"
e io avessi risposto: “libri di poesia”
e se lei avesse continuato dicendo: "bello, anch’io scrivo poesie, ma ultimamente ho smesso perché non sto bene. Sono stata operata da poco e ti assicuro che i medici sono tutti macellai ... “.
Se il dialogo si fosse svolto in questi termini non avrei avuto motivo di giudicarla matta. Perché?
Perché la vecchia sarebbe entrata nel contesto con un “raccordo”, in questo caso una serie di parole che avrebbero poi giustificato, con un passaggio logico, il fatto di parlare dei suoi problemi personali.
Quel “raccordo”, quelle “parole” costituiscono la microipocrisia, cioè un insieme di strutture linguistiche o di comportamenti che permettono la comunicazione stornando sul nascere un giudizio negativo che altrimenti potrebbe uccidere.
Centinaia di nostri rapporti sociali sono tenuti insieme dalle microipocrisie.
Nei nostri gesti, nelle nostre azioni, nei nostri dialoghi, ci sono questi “spazi” che noi colmiamo con microipocrisie, con "”raccordi”, una parola, un gesto, affinché due mondi separati, come possono essere due persone, vengano a contatto senza che la comunicazione sia minata da giudizi estranei, primo fra tutti quello della “stranezza” e quindi poi della “pazzia”.
        Una ragazza vi mostra sotto il naso il suo bellissimo seno prominente. A volte si è presi dalla tentazione di mettergli una mano sopra e di palparlo. Se faceste un gesto simile, nudo e crudo, senza nessun preavviso, sareste giudicati malissimo, uno sporcaccione, un maschilista, un arrogante, sareste giudicati per lo meno “strani”, e poco dopo "matti". Quando è capitato di allungare la mano per toccare il seno di una ragazza avete usato un “raccordo”, una microipocrisia. Per esempio allungando la mano verso la collanina che la ragazza portava al collo avete detto “che bella, dove l’hai comprata” e intanto, anche se di sfuggita, si è data una impercettibile toccatina al seno. Aver usato quel gesto e quelle parole significa aver costruito un “raccordo”, una microipocrisia che ha permesso alla comunicazione di non essere compromessa e ha consentito che il giudizio finale non fosse troppo negativo.
      Su un tram tutti i passeggeri sono in silenzio e ciascuno pensa ai fatti propri. Un signore vicino a voi grida furioso all’improvviso: “sono andato a rinnovare il passaporto e mi hanno fatto fare una coda di tre ore ‘sti stronzi!”. E subito dopo ritorna nel suo silenzio. Quelle parole lasceranno una strana eco nel silenzio del tram.
Come minimo sarete tentati di pensare: “e che mi frega!”. Ma è più facile che il primo pensiero sia: “questo è matto!”
Quel signore non ha usato nessun “raccordo”, non ha riempito lo “spazio” con nessuna impercettibile microipocrisia!
La vecchia che sotto i portici di Via Po si era avvicinata al tavolino e mi aveva parlato dei suoi problemi personali, probabilmente aveva coscienza che avrebbe dovuto entrare nel mio spazio e nel mio contesto con una microipocrisia, con un paio di parole che potessero giustificare il passaggio al suo discorso privato e personale, ma, presa dalla fretta e dal bisogno di parlarne, ha saltato lo stadio intermedio, il raccordo opportuno. La cosa assurda è che per così poco io l'ho giudicata “matta”!
      È una bellissima giornata di sole con un caldo che spacca le pietre. Un tizio cammina sotto il sole con l'ombrello chiuso tenuto in mano. La situazione è inconsueta. Ci sarà qualcuno che giudicherà quel tizio una persona “strana”.  
Se porta l'ombrello in una giornata di sole cocente avrà pure le sue ragioni. Ma egli sentirà comunque un certo disagio, intuisce che la situazione non è “normale”. Gli altri lo guardano con sospetto, forse lo giudicano. Il tizio, appena possibile, tenterà addirittura di giustificarsi. Spiegherà il perché porta un ombrello in una giornata di sole! Ci tiene a chiarire che non è “matto”. Perché è questo che temeva, che lo giudicassero “matto”!
    Le strutture comportamentali e linguistiche hanno la tendenza a cristallizzarsi. Ogni gesto o comportamento inconsueti incontrano difficoltà di “decodificazione”. Possono generare giudizi negativi preoccupanti e, in alcune situazioni particolari, possono addirittura “uccidere”.
La funzione sociale e peculiare della poesia s’insinua come una medicina in questi meccanismi di microipocrisia.




IL COMUN DENOMINATORE DEI POETI


portici

Alcuni anni fa mi arrampicai su un albero in Piazza Carlo Felice a Torino, di fronte alla stazione di Porta Nuova. Era notte. Quando la gente uscì da un cinematografo lì vicino si accorse di me. Era insolito vedere uno che si arrampicava su un albero in piena città. Il fatto suscitava ilarità., ma anche compatimento: “poverino è ammattito”.
Il giorno dopo La Stampa del 9 dicembre 1973, dando notizia dell’avvenimento, rafforzò il concetto di “matto” (lo stesso concetto pensato dalla gente che mi aveva visto la sera prima arrampicarmi sull’albero). La Stampa scrisse: “C’È UN POETA SULL’ALBERO” e, come sottotitolo: “visitato da un medico”.
Tutti coloro che lessero l'articolo sulLa Stampa  furono tentati di giudicarmi matto, e ne ho la certezza, perché da quella volta molti parenti cominciarono a guardarmi con altri occhi e qualcuno si sarà vergognato di conoscermi.
La Stampa per fortuna aveva scritto anche che quel tizio sull'albero era un “poeta”.
La gente, sapendo che il tizio era un “poeta”, frenò il suo giudizio di “pazzia”, o quanto meno ne mitigò la durezza. Quasi giustificando che un poeta potesse fare quel gesto.
La gente mostrò “tolleranza”.
Se fosse stato uno qualsiasi a salire sull’albero, senza darne nessuna giustificazione, sarebbe stato considerato inevitabilmente un pazzo vero. E la Stampa, con la sua “ufficialità”, avrebbe cristallizzato il giudizio.
Le persone sono dunque più “tolleranti” e sono disposte a mitigare il proprio giudizio di pazzia nei confronti di gesti compiuti da “poeti” o da “artisti”!
Il fattore che accomuna tutti i poeti, i pittori, i musicisti, gli artisti in genere, è dunque proprio quell’alone di stranezza che essi portano con sé.
Il poeta, la poesia, l’arte, l’artista, sono semplicemente delle “microipocrisie”!




LA POESIA E L’ARTE

 

portici

Molte sono le domande che ruotano intorno alla poesia.
Quelle di natura socio-politica: “che cosa è la poesia? qual è la sua funzione? a cosa serve? chi è il poeta? perché scrivere poesie? può la poesia cambiare il mondo? la poesia può essere al servizio di qualcosa o deve restare apolitica?….
E quelle di natura tecnica: perché chiamiamo poesia un componimento? perché un altro componimento non lo chiamiamo poesia? che cosa è il linguaggio poetico?…
Insomma le vecchie domande di sempre che spesso generano scontri e dissapori fra gli stessi poeti.
I poeti, quando discutono di poesia, hanno sempre una tendenza: partono da una concezione a priori della poesia. Dicono: “per me la poesia deve essere…comunicazione”. E si tenta di far entrare in quella definizione tutti i fenomeni della poesia. Ma spesso quella concezione entra in crisi, perché non riesce a racchiudere tutti i diversi aspetti della poesia, e ogni volta subentrano il dubbio e la crisi, e si riparte di nuovo decidendo a priori questa volta che la poesia “deve essere” … conoscenza, quindi infinite discussioni in questa nuova direzione, e ancora dubbi e crisi…
Una concezione della poesia stabilita a priori rispecchia l’esigenza o la disponibilità di quel determinato autore a lavorare in quel senso. Ci saranno tante concezioni della poesia quante sono le esigenze e le disponibilità degli autori. In questi casi la poesia si presenta come una filosofia, come un insieme di concetti e principi che definiscono una visione del mondo che possa servire da guida e faro nella propria vita. La visione del mondo proposta da un autore rispecchia, nella sostanza, la struttura caratteriale e la personalità di quell’autore. Ma una struttura caratteriale esclude una struttura caratteriale diversa. E’ assurdo quindi far passare come universale la propria visione. Ogni individuo, essendo strutturato in modo particolare, con le proprie paure, inibizioni, sfumature di coraggio, cercherà di costruirsi una concezione della vita, ovvero una filosofia, che gli serva da guida, adatta alle sue caratteristiche. Tutti coloro che hanno più o meno la stessa struttura caratteriale faranno propria quella filosofia e la seguiranno, perché la troveranno funzionale e confacente con la propria natura. La indosseranno come un vestito di giusta taglia.
Le diverse concezioni della poesia generano scontri fra i poeti che le sostengono e addirittura odio. I poeti si guardano in cagnesco gelosi ciascuno della propria concezione nata a priori. Viene a mancare quella “accomunanza” che invece la poesia, e tutti coloro che fanno poesia, dovrebbero avere, se fossero coscienti di andare tutti nella stessa direzione, anche se con strumenti e tecniche diverse. Lo spreco di energia e di mezzi è notevole. Addirittura i poeti sono la causa prima della “morte” di altri poeti e della poesia, e non riescono insieme a far nulla di significativo. Essi diventano addirittura uno strumento manovrato dal “sistema” per distruggere altri poeti che potevano rappresentare un “pericolo” per il sistema.
Bisognerebbe abbandonare l’abitudine di stabilire definizioni a priori che rischiano di dare alla poesia significati riconducibili a quello che noi “vorremmo che fosse”.
La poesia ha una sua realtà e una sua funzione autonoma, per cui non può essere ciò che noi “vorremmo che fosse”, ma essa semplicemente “è…”.
Bisognerebbe osservare la poesia dal di fuori, vedere dove si muove, come si muove, che cosa genera, dove agisce, come agisce… Bisognerebbe studiarla come se fosse un fenomeno atmosferico, un fenomeno chimico o fisico. Dall’osservazione della sua realtà riuscire a capire che cosa essa è in effetti, capirne la sua collocazione, e a cosa serve.
Un alone di “stranezza” accompagna tutti coloro che abbiamo riconosciuto come “poeti”: Rimbaud, Verlaine, Baudelaire, Ginsberg, Neruda, e tutti gli altri.
Le persone hanno una certa “tolleranza” verso gli artisti. Il loro giudizio di “pazzia” viene mitigato di fronte al poeta e all’artista.
Gli artisti del passato e i grandi poeti hanno forse lavorato consapevolmente, e si sono sacrificati, per far sopravvivere e tramandare la connotazione di “strano” e “diverso” del poeta?
Forse è proprio così. Il compito del poeta è di lavorare e agire in modo che venga salvaguardata questa figura “strana e bizzarra” che è il poeta, per fare in modo che la gente, la società nel suo complesso, abbia nei confronti del poeta una buona tolleranza, e lo lasci dire!

portici

La poesia in poche parole è una “microipocrisia”.
Si inserisce in quegli spazi intermedi della struttura sociale e permette la comunicazione stornando sul nascere un giudizio negativo che altrimenti potrebbe “uccidere”.
La società è in continuo movimento, si evolve, produce idee nuove che si scontrano con i comportamenti vecchi ormai cristallizzati. Ecco, la poesia è il “raccordo”, la “microipocrisia” nell’ambito della quale l’idea nuova e anticonformista può trovare uno spazio di libertà, una tolleranza che le consente di crescere.
Il poeta, la poesia, il teatro, l’artista sono gli “spazi” dove concezioni nuove e pensieri controcorrente possono essere espressi grazie a questa storica e millenaria “tolleranza”, anche se a volte è minima, che la gente ha verso l’artista. Tolleranza che a volte (e questo è strano, ha anche il potere costituito).
L’arte funziona da cuscinetto, è uno spazio di indipendenza. L’unico e consistente compito del poeta è quello di conservare per sé e per le generazioni future questo spazio ideale che un giorno, se ci saranno cose nuove e rivoluzionarie da dire, potrà servire affinché quelle cose nuove possano essere dette. Il poeta ha il compito (ruolo sociale) di mantenere in vita una “possibilità”, un “luogo” dove le idee nuove possano dirsi. Questo “luogo” è la poesia, è la figura del poeta stesso che funge da “microipocrisia”.
La funzione del poeta e della poesia diventano inequivocabili. Il poeta è quell’uomo o quella donna che con gesti, comportamenti, parole, scritti e invenzioni farà in modo di tramandare l’alone di “stranezza” che altri poeti prima di loro hanno determinato, in modo da stornare il giudizio di pazzia che normalmente viene affibbiato alle cose anticonformiste. Il poeta è colui che per spinte proprie emozionali, per carattere, per coscienza sociale, si assume l’incarico, il ruolo, l’onere, l’impegno civile di conservare una “possibilità”, uno spazio in cui sarà possibile “dire”.
Dunque la poesia non è a disposizione del proletariato, né della rivoluzione, né del sistema, né dell’istituzione. La poesia, il poeta, l’arte, l’artista, essendo microipocrisie, non sono al servizio di nessuno. Sono al di sopra della tendenza politica, al di sopra della lotta sociale, perché il liberatore di oggi sarà l’oppressore di domani. Il poeta, essendo al di fuori di questi meccanismi, opera solo per favorire il progresso, o meglio, per favorire il “progredire”, perché non è detto che questo progresso sia sempre positivo.

teatro

Il compito del poeta, il suo “mestiere”, la scelta di essere poeta, sembrano diretti principalmente ad essere un “raccordo”, una microipocrisia volta a debellare la cristallizzazione dei comportamenti, delle idee, delle strutture linguistiche che anche una rivoluzione a sua volta potrebbe aver creato. Il suo scopo primario ed essenziale sembra essere quello di conservare uno spazio ideale, una possibilità per l’uomo e per l’umanità.
Tra coloro che scrivono poesie, quanti vanno verso questa direzione?
Quanti sono consapevoli del loro mestiere di poeta? Eppure è questa la figura del poeta, il suo ruolo primario, l’unica cosa che serve veramente a qualcosa.
La poesia “scritta”, quella intesa in modo tradizionale, sembra allora non essere lo strumento principale attraverso cui l’idea di “microipocrisia” si materializza. Ci sono altri modi di fare poesia, tenendo presente questa funzione del poeta che scaturisce non da una concezioni aprioristica, ma dall’osservazione della realtà. Una persona, con il suo serio lavoro e la sua seria attività di poeta, cerca di mostrarsi il più “strano” possibile al fine di rafforzare nella gente la disponibilità ad essere tollerante verso le sue “forme poetiche”, e a lasciarlo dire.
Il medico è colui che fa un mestiere volto a curare gli ammalati. Il panettiere si occupa di impastare la farina per fare il pane che la gente mangia. Il contadino è colui che coltiva la terra per produrre ciò che serve alla sopravvivenza, il poliziotto è colui che serve il sistema per perpetuare il proprio “status quo” e per far rispettare le regole. Tutti abbiamo un compito e un ruolo che ha valenza “sociale”. Il ruolo del poeta è solo quello di apparire “strano”. Egli è l’attore per eccellenza che si muove continuamente in una dimensione teatrale con la coscienza che attraverso il suo dire, il suo agire, il suo lavoro, potranno farsi strada le idee nuove. Userà come strumento anche le poesie, che dovranno, attraverso le loro parole e la loro “lingua” suscitare interesse.
Assumendosi questo compito preciso, non significa che il poeta non possa contemporaneamente essere egli stesso portatore di cose nuove, e perfino rivoluzionare, o che non possa dare una mano a ciò che di nuovo sta emergendo nella struttura sociale. Ma questa opportunità è una cosa in più, concomitante, contingente, in quanto significa che ci sono già le cose e le idee nuove da dire. La figura del poeta continua ad avere la sua importanza anche nei momenti di stasi, nei momenti di “pace sociale”, perché è in questi periodi che egli deve particolarmente mantenere in vita la sua figura, quella “possibilità” che rischia di scomparire se non ci fossero appunto i poeti a mantenerla in vita, in attesa che arrivino idee importanti da dire. Infatti è nei momenti di “tranquillità” che la figura del poeta sbiadisce e non si capisce bene quale sia il suo ruolo e a cosa serve la poesia..
Tutte le discussioni sulla poesia che i poeti hanno affrontato sono sempre riuscite a dividere, anziché unire i poeti. Quante parole inutili e quanti eccessivi intimismi abbiamo incontrato nelle parole dei poeti? Pensiamo anche ai poeti che abbiamo studiato a scuola voluti dai programmi scolastici dello Stato. Pensiamo a quanti si cullano nell’illusione di essere Poeti, perché scrivono parole e scrivono poesie. Pensiamo a quanto è difficile collaborare con altri poeti, non solo di diversa generazione, ma anche con quelli della stessa età. Pensiamo a quanto ciascuno è chiuso nel proprio guscio e nella propria concezione. Pensiamo a quante chiacchiere e parole e spesso insulti si sprecano tra i poeti che si confrontano sulla poesia, che spesso distolgono l’attenzione da quello che invece sembra essere l’obiettivo più interessante della poesia. Certo tante sono le concezioni della poesia: la poesia è comunicazione…, la poesia è conoscenza…, la poesia è gioco…, la poesia è espressione…, la poesia è amore…, la poesia è fratellanza…, la poesia è…, la poesia dovrebbe essere…
Concezioni, tutto sommato, poco impegnative. Chi le propone non si sente capace di un impegno maggiore. Non ritroviamo mai una concezione della poesia intesa come microipocrisia, che è una poesia da farsi in pubblico. I vecchi poeti tradizionali si aggrapperanno morbosamente alle loro concezioni blande. E’ duro dover abbandonare il nome di “poeta” che ci eravamo attribuiti. Non è colpa di nessuno. Chi si culla nelle proprie concezioni ha ragione di cullarsi. Perché cullarsi è bello. Nessuno ha niente da rimproverarsi. E’ un fenomeno che ha leggi proprie. A cosa servono i concorsi di poesia? A cosa serve pubblicare oggi un libro di poesia? Serve a ben poco, perché in tutto questo, compreso nel premio nobel per la poesia, manca la coscienza di essere una microipocrisia.
In un romanzo di Ignazio Silone un contadino viene invitato dal padrone a bere un bicchiere di vino. Il povero uomo non ha assolutamente voglia di bere. Ma se rifiutasse? E se poi rifiutasse un’altra volta…? Creerebbe un precedente che sicuramente tenderà a cristallizzarsi e a diventare norma. Il padrone, col tempo, non gli offrirebbe più quel bicchiere di vino. Ecco cosa fa allora il contadino, povero e ignorante: anche se non ha voglia di bere, beve lo stesso, beve! E preferisce tornare a casa ubriaco bevendo tutti i bicchieri di vino che i padroni gli offrono, piuttosto che perdere anche quell’unica cosa che ancora gli rimane: un bicchiere di vino che i padroni gli offrono!
Fa in sostanza quello che fa il poeta.
Il poeta deve solo conservare quello spazio, e aumentarlo, se possibile.
E questo suo lavoro il poeta deve farlo ogni giorno, ogni santo giorno, ogni volta che è a contatto con la gente, perché è in questa gente che le strutture comportamentali e linguistiche e le idee tenderanno a cristallizzarsi, a diventare insulsi luoghi comuni e croste dure, e il poeta deve lavorare perché quelle strutture non si cristallizzino del tutto, deve fare in modo che la sua stessa figura di poeta non si cristallizzi, cercando di sfuggire ad ogni classificazione. L’unica cosa chiara che la gente deve sapere è che il poeta è “strano”. E poiché il poeta è un disadattato quasi per definizione, egli strano lo è veramente. E qualora non lo fosse gli basterà semplicemente recitare, perché il suo compito, il fine che si è prefisso, il motore profondo che lo muove, di cui ha coscienza e consapevolezza, è solo quello di essere una microipocrisia.

La discesa contiene in sé la salita. La salita contiene in sé, sempre e in qualsiasi momento, la discesa. Una moneta contiene una “testa” e, contemporaneamente, sempre e in qualsiasi moneta, anche una “croce”.
L’equazione non vale per la poesia. Se affermiamo che “il poeta è colui che scrive poesie” non possiamo affermare con la stessa sicurezza che “chi scrive poesie è un poeta”. Questo ci dice che al poeta attribuiamo altri significati che spesso non riusciamo a cogliere con chiarezza.



LA POESIA GESTAZIONALE

    

A bèn vedere, mèglio sarèbbe soffrire
per avér arrecato dispiacere a qualcuno,
piuttòsto che soffrire di quell’infelicità che deriva
dal fatto di non avér avuto il coraggio di dispiacere a qualcuno.

(Pietro Tartamella
 da “Quisquiglie di Perla” Edizioni Angolo Manzoni)



alberoIl termine “gestazionale” è la fusione di tre parole: “gesto”, “azione”, “gestazione”.
La poesia “gestazionale” prevede e comprende una serie di gesti da farsi pubblicamente, il cui scopo è quello di far apparire il poeta (colui che compie quei gesti) come una persona “strana”. Però la gente, sapendo che è un “poeta gestazionale” mitigherà il suo giudizio di “pazzia” e lo lascerà bonariamente lavorare. Il poeta approfitterà di questo spazio concessogli per meglio ampliare lo stesso spazio, e per meglio consolidare il concetto e la consuetudine che il poeta gestazionale come persona “strana” può permettersi di fare cose che altri non possono permettersi se non a rischio di passare per “pazzi”.
Il poeta gestazionale, essendo una microipocrisia, tenderà a consolidare con la sua poesia gestazionale la propria natura di “raccordo”, salvaguardando così uno spazio e una possibilità aperti alla comunicazione.
Usai per la prima volta il termine “gestazionale” nel 1972, quando a Torino mi arrampicai su un albero in Piazza Carlo Felice. Dopo quella protesta capii chiaramente la possibilità di fare un tipo di poesia che non fosse solo scritta. E quindi anche un “teatro gestazionale”.
Fare poesia gestazionale, o teatro gestazionale, significa dunque mostrarsi in pubblico con azioni spettacolari o teatrali accompagnate da scritti attraverso cui meglio far comprendere il senso di quelle azioni.
Un albero che rappresenta la natura.
Una città che rappresenta l’urbanizzazione, l’industrializzazione, l’avvelenamento dell’aria, l’inquinamento.
Quindi un poeta su un albero.
Il connubio di immagini “albero-poeta” si carica immediatamente di altri significati e sollecita nell’inconscio collettivo, anche se vaghi e subliminali, ricordi di miti, leggende, esperienze antiche. L’azione ha dunque la possibilità di essere “compresa” (presa con sé) dal pubblico, anche con un velo di simpatia, e quindi di essere giustificata e tollerata.
Il senso primario di fare poesia gestazionale è sempre e solo quello di presentare e mostrare il poeta come una persona strana che lavora per stornare dalla mente della gente il giudizio di pazzia che essa automaticamente è portata ad esprimere nei confronti di chi compie gesti di quel tipo. gente
Quando proposi ai poeti collaboratori della rivista letteraria La Tenda (inizi anni ’70) di sviluppare una teoria della poesia che potesse portarci verso la strada gestazionale, trovai molte difficoltà, e non concludemmo nulla. Eravamo impreparati ad assumere un ruolo di quel genere e di quella portata. Un ruolo troppo impegnativo: bisognava mostrarsi in pubblico (che significava rompere quella vecchia tradizione e quell’irrigidimento comportamentale che vuole il poeta solitario e chiuso fra quattro mura circondato dalle sue carte e dai suoi calamai). Bisognava progettare azioni sensate e intelligenti che potessero chiamarsi “poesia”, coerenti con la teoria gestazionale. C’era anche il timore di non essere capiti dagli amici, di essere scansati dai parenti, di ritrovarsi in qualche modo emarginati, di finire in pasto ai giornali negativamente. C’era il timore che altri poeti giudicassero ridicolo quel modo di intendere la poesia. Non ci fu sufficiente coraggio, non ci fu sufficiente convinzione. La somma di tutti gli ostacoli e di tutti i timori ci impedì di prendere quella strada e vivere, come gruppo, quell’avventura.

Ogni essere umano è un’entità in movimento. A ognuno sta a cuore la propria crescita individuale. Tutto intorno a noi si “muove”, tutto è “movimento”, anche noi. Riconoscendo che come individui siamo stati modellati e strutturati secondo le concezioni che ci hanno tramandato i padri e la società, riconoscendo che per raggiungere una nuova condizione di vita interiore occorre fare tutto un gran lavoro di de-strutturazione e ri-strutturazione della nostra personalità, eliminare paure e concezioni che ostacolano il nostro progredire libero, etico, umano, ecco che la poesia gestazionale, come del resto ogni tipo di poesia microipocrita, assume un valore terapeutico ed educativo. Fare poesia gestazionale significa crescere, eliminare paure, inibizioni insensate che ci tarpavano le ali, significa avvicinarci ad una maggiore libertà e conoscenza. Per salire su un albero in centro città, o lasciarsi penzolare da una corda sulla Mole Antonelliana, ci vuole coraggio. Non solo ad affrontare il pericolo, ma anche ad affrontare il giudizio della gente. E poiché la gente, gli “altri”, hanno sempre condizionato il nostro agire, noi, con la poesia gestazionale, cercheremo di liberarci dalle remore, per poterci immettere in situazioni nuove portatrici di occasioni di crescita.
I due attributi della poesia gestazionale: “educativa” e “terapeutica” sono solo attributi secondari e contingenti. Non sono il fine ultimo e principale della poesia gestazionale.

La poesia gestazionale resta comunque uno dei tanti modi di fare poesia.
Se tutti i diversi modi di fare poesia avessero lo stesso comun denominatore (la consapevolezza che si tratta di microipocrisia) forse cadrebbe l’attaccamento morboso a quel pensiero che vede la poesia espletarsi solo e unicamente in forma scritta.




LA POESIA OLFATTIVA


fumo

Molti anni fa costruii scatole di legno con una finestrella apribile. Dentro le scatole avevo messo odori diversi, un odore per ogni scatola. Erbe triturate, colla, benzina, sperma, umori di animali, escrementi. Scatole che sembravano quadri. Quadri di odori. Dalla finestrella si poteva annusare. Il pubblico non sapeva quale odore avevo messo in ogni scatola, né quali materiali avevo usato. Feci una mostra a casa mia. Una musica di sottofondo, diversa per ogni scatola, accompagnava i visitatori che di volta in volta poggiavano il naso sulla finestrella aperta.
La poesia olfattiva era una “microipocrisia”.
Presentare quegli esperimenti come “poesia” faceva rientrare la mia figura di poeta in quel significato di “originalità” e di “stranezza” che mi consentiva facilmente di suggerire un esperimento inconsueto.
La poesia olfattiva si rivelò anche educativa e terapeutica.
La società moderna con il suo progresso, il suo inquinamento, con il fumo della sigaretta e delle ciminiere, con i diserbanti, con il suo assillo alla depilazione, all’uso dei cosmetici, alle creme, ai profumi, alla pulizia spropositata, sta narcotizzando e annullando uno dei nostri sensi primordiali.
In epoca remota l’uomo, con l’olfatto molto sviluppato, riusciva a comunicare, decifrare messaggi e informazioni veicolate dagli odori, riusciva a stabilire contatti speciali con gli altri esseri umani.
Fare poesia olfattiva significava proporre il recupero del naso.
Costruire scatole olfattive significava tenerci in esercizio e ricordarci che il naso e l’olfatto noi ce l’abbiamo.
Alcune persone che odorarono il contenuto delle scatole dissero che quegli odori avevano avuto il potere di evocare improvvisamente alcuni ricordi dell’infanzia ormai dimenticati. La poesia olfattiva ha dunque la possibilità di far affiorare ricordi.
Uno dei meccanismi che allontana fra loro due generazioni contigue è il fatto che gli uomini, crescendo e diventando adulti, dimenticano quali sono state le loro “esigenze” e le loro “pulsioni” nell’infanzia. Un bambino di dieci anni ha particolari esigenze legate alla sua personalità, al suo carattere, ai suoi sogni, e certe cose o avvenimenti acquistano per quel bambino particolare rilevanza. Un innamoramento all’età di dieci anni è una cosa seria. Diventati adulti dimentichiamo le precise sensazioni provate a quell’età. Di fronte a un figlio di dieci anni che si innamora, il padre si comporta spesso in modo assurdo e castrante. Poiché semplicemente non ricorda più la sua esperienza, non è in grado di capire davvero lo stato del figlioletto innamorato. In questo modo rischiamo di diventare, anche inconsapevolmente, un ostacolo all’espansione di quella personalità in erba.
Praticando la poesia olfattiva forse abbiamo un mezzo per stimolare i ricordi che potrebbero aiutarci a diminuire quel divario che separa due generazioni contigue.
Ciò che era vecchio diventerebbe un ostacolo più facilmente sormontabile in quanto la poesia olfattiva aiuterebbe a rallentare il meccanismo di cristallizzazione dei comportamenti, delle strutture linguistiche, e dei ricordi.
La poesia visiva è diversa dalla poesia gestazionale.
La poesia visiva sperimentale è diversa dalla poesia scritta.
Coloro che sostengono che la parola scritta sia l’unico strumento e l’unica forma della poesia, faranno fatica a capire ogni altra forma di poesia e, addirittura, ostacoleranno quei poeti che sperimentano forme diverse di poesia.
Diventare un bastone tra le ruote, con l’intento di ostacolare e denigrare, non accadrà tra coloro che fanno poesia olfattiva e coloro che fanno poesia gestazionale, per la semplice ragione che i due tipi di poeti sono coscienti di qual è il fine ultimo della loro poesia.
La cosa che li accomuna è che entrambi sanno che il loro primario compito è quello di apparire “strani”, “originali”, “bizzarri”, “provocatori” e sono sorretti da una teoria sensata, logica, intelligente, della loro poetica. Essi lavorano per dare del poeta la stessa immagine. Il loro unico e vero compito, il loro ruolo sociale importante, è quello di essere in prima linea per dare alla poesia la connotazione di “microipocrisia”, di “raccordo”. Essi sono consapevolmente impegnati a fare in modo che la gente, i consumatori della poesia, e i consumatori, siano verso i poeti sempre tolleranti, e che ad essi lascino un apposito spazio ideale, e concreto, per esprimersi senza rischiare di essere tacciati per “pazzi”, togliendo così al “potere costituito” (sempre per natura conservatore) le occasioni per “distruggerli”.
Il poeta gestazionale e il poeta olfattivo, essendo coscienti di questo scopo comune, non litigheranno, non si ostacoleranno né uccideranno a vicenda, ma saranno in grado di collaborare. Ciascun tipo di poesia presenterà problemi particolari che ogni poeta affronterà e tenterà di risolvere, ma, pur lavorando con forme diverse, essi saranno accomunati dallo stesso fine.
Oggi “essere accomunati” non esiste.
Esistono invece fortissime antipatie e liti tra i diversi gruppi di poeti.
Spesso semplicemente si ignorano. Peccato!

cuoco

Il poeta è sempre alla ricerca di nuove forme di poesia e di nuove forme spettacolari. Anche la poesia olfattiva e quella gestazionale, che oggi sono delle novità, col tempo tenderanno a cristallizzarsi e a costituire un ostacolo nei confronti di una nuova forma di poesia che dovesse apparire sulla scena. Il poeta in movimento lavorerà ad una poetica quanto basta per conoscerla bene, per sviscerarla, per capirne e carpirne i segreti, i meccanismi, le pieghe profonde e le sfaccettature. Dopo di che il suo compito è di trovare un’altra forma di poesia con cui nuovamente confermare la sua “stranezza” e risvegliare l’attenzione pubblica.
Per secoli l’unica modalità per esplicitare la poesia è stata la parola.
Siamo arrivati ad un punto morto. Sulla poesia scritta è rimasto poco da dire, le discussioni girano sempre in tondo, non si riesce a trovare una conclusione condivisa né una via d’uscita.
La parola non è più lo specifico della poesia.
Concezione peraltro restrittiva, perché nessuno è riuscito a determinare i canoni certi per definire quando un insieme di parole sono poesia, e quando invece non lo sono.

Nell’ambito della poesia scritta una figura che ha preso piede è quella del critico.
Un critico è in grado di dire (per modo di dire) se in quel libro c’è poesia, o se non ce n’è. Leggendo tutte le recensioni che si fanno sui libri di poesia, e anche sui quadri dei pittori, e leggendo centinaia di poesie, si ha la sensazione che qualcosa non funzioni. Si parla di tutt’altro. Non del quadro o della poesia che abbiamo di fronte. Giusto per riempire qualche pagina adulando l’autore o denigrandolo. Si usano parole incomprensibili, si esprimono concetti che spesso non vogliono dire niente. E quando uno crede di aver capito qualcosa, riguarda il quadro o rilegge la poesia… e non ci trova niente di quello che ha letto. Si danno alla poesia significati Universali, Cosmici, Divini, la si è ricoperta di simboli e aspettative più grandi di noi e della poesia stessa, simboli e aspettative che non riusciamo mai a verificare. In tutte le discussioni, nei dibattiti, nei confronti, nei blog, la poesia viene descritta come qualcosa di impalpabile e indefinibile, la si chiama con la “P” maiuscola, si dice “Vera Poesia” (e in questo modo si complicano le cose, perché vuol dire demandare a qualcuno il compito di dire quale è vera poesia), si sostiene che la poesia è sentimento, è amore, è quella che serve a costruire fratellanza (sich!). Di fronte a questo mare incerto di definizioni e sfumature un critico è costretto a inventare frottole, a usare parole difficili per dire che qui c’è poesia e là non ce n’è. E se cambia il vento?  Se cambiano il vento e gli umori, se spunta qualcosa di nuovo che ha successo, allora ciò che prima appariva come vera poesia, ora viene ridimensionata a poesia mediocre.
Ci riduciamo a far leggere qualche poesia a qualcuno aspettando che esprima un giudizio, possibilmente “bravo, belle!”, e noi siamo contenti. Abbiamo sottoposto le nostre poesie a una professoressa, a qualche nome importante, e loro forse ci hanno risposto “bravo, continua…”, senza sapere bene cosa vuol dire “continuare”.
Cose che si dicono così, per circostanza, perché qualcosa dovevamo pur dire.

La poesia come microipocrisia elimina la figura del critico e riduce la parola all’indispensabile. Il critico non serve più. Se il poeta è colui che si assume l’incarico sociale di apparire strano con gli scritti e con i gesti, al fine di conservare alla poesia il suo ruolo di raccordo; se scopo del poeta è quello di smussare il giudizio di pazzia che gli individui, strutturati dal sistema sociale, dal sistema culturale, dal sistema scolastico, dal sistema economico, e da tutti i sistemi,  esprimono verso coloro che portano innovazioni controcorrente, cosa ci sta a fare il critico?
Nella poesia olfattiva il critico non serve.
Un odore racchiuso in una scatola può avere il potere di far affiorare un ricordo sopito. Ad altri potrebbe risultare completamente indifferente. Un odore di latte-miele può evocare in qualcuno un ricordo remoto. Un odore di colla per molti può non avere nessun significato. Nessuno di noi si sognerebbe di dire che come poesia olfattiva un odore di latte-miele è “migliore” o più “bello” della colla!
Ciò che il latte e la colla sono in grado di evocare rappresentano la sensazione di poesia più tradizionalmente intesa. Il latte e la colla comunicano se stessi.
Nella poesia scritta c’è bisogno del critico che dica: “quel componimento è migliore di quell’altro, perché la parola messa in quel determinato punto e contesto semantico acquista nell’accezione semiologica… il significato… e il significante che…”.
Si va a finire in un mondo di suoni e di parole che non fanno che confondere maggiormente tutto ciò che riguarda la poesia.

La poesia tradizionale (quella scritta) è ancorata a due concetti fondamentali: “la parola” e il “bello”. Due concetti che, in senso tradizionale, non hanno più senso nella poesia intesa come microipocrisia. La “bellezza” non è più il fine della poesia, anzi non lo è mai stato, perché il fine ultimo della poesia è solo la sua funzione sociale. La bellezza e la parola hanno solo valore di corollario. Hanno la loro importanza certo, e ne hanno molta a dire il vero, perché sono gli strumenti che consentono al poeta di essere ascoltato, ma non sono il fine primario della poesia, specie della poesia gestazionale.




LA POESIA SOSTANZIALE

 
La poesia sostanziale è un tipo di poesia scritta che però si differenzia da quella tradizionale per avere un obiettivo preciso e circostanziato. E’ un tipo di poesia che si propone, usando la parola, di eliminare tutti quei concetti che esprimono "autorità", "paura”, “proprietà”, “egocentrismo”, “violenza”, “peccato” e altri concetti che si suppone minino e strutturino la mente in direzione contraria alla liberazione dell'uomo e della sua coscienza. Non è facile fare poesia sostanziale, perché se si vuole raccontare una realtà violenta non si può far finta che non sia violenta. Un lavoro impegnativo perché prevede un’analisi di tutte le strutture linguistiche e grammaticali, un’analisi dei punti di vista narrativi, e una rivisitazione delle parole e dei loro significati, con la ricerca delle parole e dei concetti che si vorrebbero sostituire.

microfono

La poesia sostanziale si prefigge di comporre testi dove vengono eliminate tutte quelle parole che esprimono concetti che tendono a condizionare e imprigionare la mente e le coscienze, come il concetto di “padre” per esempio. Le parole "mio", "tuo", che sottintendono il concetto di "proprietà” nelle poesie sostanziali verranno sostituite da altre espressioni come “lo uso io” , “lo usi tu”. La poesia sostanziale è ancora tutta da scoprire, è lontana ancora da una teorizzazione sensata, logica, intelligente, e presenta anche punti pericolosi. Essa rientra nel campo delle microipocrisie in quanto l'originalità e la stravaganza della sua proposta farà apparire “strani” i poeti che intraprendono questa via. E' anche una poesia educativa e terapeutica in quanto chi si accinge a scrivere in questo modo dovrà mettere in discussione tutto, e dovrà analizzare ogni parola, destrutturare il linguaggio e la sintassi. La ricerca ovviamente allenerà il poeta ad inventare altre espressioni che come fine hanno l'eliminazione dei concetti che si ritiene strutturino la nostra mente in modo negativo. Quindi il poeta si trova nella situazione di "rieducarsi" daccapo, cioè di ristrutturare la propria mente in altro modo. Col tempo, e con l'abitudine a pensare in modo diverso, forse si allenteranno in lui i legami con la proprietà privata, con i concetti di autorità, di possesso, e quindi penserà con una testa rinnovata man mano che i nuovi concetti vengono assimilati nella coscienza. Questo tipo di poesia parte dal presupposto che appunto il linguaggio ha il potere di strutturare la mente. Rompere e modificare il linguaggio significa strutturare in altro modo una mente. I poeti sostanziali saranno i primi a sottoporsi a questo esperimento, comunicando agli altri la fiducia che è un lavoro possibile. Si intraprende così un tipo di rivoluzione che parte dall'individuo, dal piccolo universo; una rivoluzione linguistica capace di lanciare le basi per cambiare il linguaggio che struttura la nostra mente. La poesia sostanziale è impegnativa. La poesia scritta che ne verrà fuori sarà molto diversa dalla poesia scritta che siamo abituati a leggere.
Ma salta subito agli occhi una obiezione: se la poesia sostanziale si propone di eliminare i concetti di "proprietà”, "possesso", "violenza” , etc. sarà una poesia che non potrà parlare per esempio della guerra, delle stragi, della violenza che nella realtà invece vengono perpetrati ogni giorno nei confronti di molti popoli; non potrà parlare di terrorismo. Quindi si è tentati di pensare che essa sia solo una poesia idilliaca, dove si parla di amore e di cose belle e pulite e quindi, in ultima analisi, una poesia falsa, ipocrita e antisociale.
Può essere un pericolo. Il compito di quei poeti che si cimenteranno in questo tipo di poesia sarà quello di trovare le risposte. Saranno impegnati a scoprire quali sono le strutture linguistiche che comunque permettano di parlare di una realtà violenta, senza veicolare la violenza. Se non fosse possibile saranno costretti a limitare il campo dì azione occupandosi di quei concetti che sarà possibile non trasmettere. Nel suo raggio d'azione ridotto potrebbe dare risultati concreti. Il poeta microipocrita, cioè colui che ritiene la poesia essere lo strumento per salvaguardare quella certa figura del poeta, non avrebbe nulla in contrario a che altri poeti intraprendessero la via della poesia sostanziale, perché sa che anch’essi lavoreranno nell'ambito della microipocrisia. Il poeta gestazionale, il poeta olfattivo, il poeta sostanziale hanno in comune lo stesso fine e non hanno motivo di combattersi a vicenda. Attualmente invece, non essendo diffusa la concezione della poesia come microipocrisia, il poeta sostanziale sarebbe boicottato dagli altri poeti che non si sentono accomunati con lui (per non avere la consapevolezza dello stesso fine) e tenteranno di distruggerlo, di vanificare i suoi sforzi.
La poesia sostanziale è una proposta di lavoro possibile, e sicuramente capace di approdare a risultati. Poiché tra le pulsioni di ogni essere umano c’è anche quella di crescere e arricchire la propria personalità (che è sempre in movimento e mai statica), la poesia sostanziale, per chi la farà e avrà costanza, potrà risultare altamente "educativa" e “terapeutica".
I poeti sostanziali potranno modificare la loro struttura caratteriale, quel tanto che basta per raggiungere un cambiamento nella evoluzione e maturazione individuale.

Di fronte ai tre modi di fare poesia: gestazionale, olfattiva, sostanziale, a nessuno di noi viene in mente di dire che la “vera poesia” è quella gestazionale, o quella olfattiva, o quella sostanziale. Il concetto di “vera poesia” viene a cadere. Sono tre modi diversi di fare poesia che hanno però la stessa concezione in comune, quella di essere microipocrisia. Negli ambienti della poesia tradizionale sentiamo spesso frasi come: “la vera poesia è quella che parla della rivoluzione…”, “la vera poesia è quella che si mette al servizio della rivoluzione…”, “la vera poesia è quella scritta…”, “la vera poesia non è prosastica…”, “la vera poesia è quella che parla al cuore…”. Tutte proposizioni che in ultima analisi non dicono gran ché, e non chiariscono la poesia. Non solo, esse hanno anche il potere di allontanare i poeti invece di accomunarli.



 
LA POESIA SPERIMENTALE VISIVA

 

sinagi

Alcuni anni fa con Gianni Borraccino, quando vendevamo per le strade i libri scritti da noi, approdammo una sera al Mulino di Bazzano dove abitavano il poeta Adriano Spatola e la poetessa Giulia Niccolai. Erano gli esponenti del “Gruppo 63” , coloro che intrapresero la strada della poesia sperimentale e visiva. Discutemmo di poesia. In maniera poco costruttiva però, perché gli animi si disposero subito sulla difensiva, e una sottile antipatia minò alla base la discussione e la possibilità di comunicare.
Spatola e la Niccolai dissero, leggendo alcune poesie che io avevo scritto, che esse non erano poesia. Chiesi il perché. Risposero semplicemente che non erano poesia. Allora domandai perché quello che loro facevano, cioè la poesia sperimentale e visiva, fosse "poesia", e che cosa intendevano concretamente per "poesia". Risposero che "la poesia è… poesia!" e niente più. Una risposta semplice. Ma ambigua.
Mi resi conto che essi non erano in grado di dare una risposta. Si erano chiusi dietro quella semplice costruzione di parole: "la poesia è… poesia", perché sapevano che ampliando il discorso ci saremmo impelagati in cose che non avrebbero approdato a nulla. E loro probabilmente erano stanchi di discutere e avevano da lavorare.
A distanza di tempo mi sono reso conto che avevano in un certo qual modo ragione.
Le poesie che avevano letto, quelle che io avevo scritto, non erano in realtà poesia, mentre il loro lavoro era poesia. Ciò che rimprovero a Spatola è che a quel tempo non fu in grado di dare una risposta alla domanda che avevo posto. Ora che ho analizzato più a fondo gli aspetti della poesia giungendo a identificarla come una microipocrisia; ora che credo che il compito sociale del poeta e della poesia sia quello di conservare la "possibilità” di poter dire, e di conservare e perpetuare l’immagine "strana" del poeta, ora mi rendo conto che essi stavano facendo poesia nella direzione della microipocrisia. Se fossero stati in grado di darmi risposte esaurienti forse avremmo potuto collaborare e saremmo stati accomunati probabilmente dallo stesso fine, e io avrei capito la poesia sperimentale e visiva non così tardi. E’ possibile che Spatola non sapesse che si muoveva nell'ambito della microipocrisia, così come del resto nessuno dei poeti che riteniamo tali e verso cui sentiamo stima e ammirazione ha mai avuto forse coscienza di muoversi nella microipocrisia, elemento peraltro comune a tutti i poeti degni di questo nome.
La domanda: "a cosa serve la poesia ? " può forse avere una risposta.
Gli sviluppi della concezione di poesia vista come microipocrisia  possono essere  importanti. La poesia intesa in questi termini permetterà finalmente l'accomunanza fra tutti i diversi modi di fare poesia, perché tutti avranno la stessa “funzione sociale".
Quando saltò fuori la poesia sperimentale e visiva fui uno dei primi a storcere il naso; a chiedermi quale assurdità essa fosse, quale bizzarria. Per diversi anni la condannai, mi sforzai di convincere molta gente a non seguirla, la boicottai, la ostacolai. Ora mi rendo conto di come ero ottuso! La mia mente era strutturata da concezioni fossilizzate che non mi permisero di capirla subito.
La sperimentazione è un elemento essenziale della poesia intesa come microipocrisia. Facendo sperimentazione il poeta si mostra inevitabilmente come una persona "strana", e questo abbiamo detto sembra essere il fine più importante della poesia. In realtà Spatola e tutti gli altri poeti sperimentali hanno dato di sé questa immagine, prolungando e affermando così la concezione e la visione del poeta come individuo che compie stranezze. Con il loro lavoro sono riusciti a conservare quello “spazio” che è proprio della poesia, ed hanno contribuito a mantenere quella famosa disponibilità alla tolleranza nella mente del pubblico.
Dove tolleranza non c’è stata?
Proprio negli altri ambienti della poesia!
L’errore che Spatola avrebbe potuto commettere poteva essere quello di ritenere che il tipo di poesia che egli faceva era la “vera poesia”. Un errore così non avrebbe potuto  commetterlo se avesse avuto coscienza di cosa, in termini di microipocrisia, può essere la poesia.
Molti ancora oggi sono i contrasti fra i diversi gruppi poetici, contrasti che continuano a rimandare quella “accomunanza” di cui invece ci sarebbe gran bisogno, affinché la poesia possa finalmente diffondersi.
Diffondere la poesia non significa tanto fare in modo che più gente si metta a scrivere poesie, quanto piuttosto che più gente sia disposta ad assumersi l’onere sociale di fare il poeta, con la consapevolezza che i suoi gesti, le sue azioni, le sue parole, il suo teatro e le sue performance siano volte a mantenere in vita una possibilità, uno spazio autonomo al di fuori della politica e delle parti, pur scegliendo a volte di fare azioni di parte. Diffondere la poesia significa anche trovarle un pubblico numeroso, disposto a pagare per vederla o ascoltarla, un pubblico che ha anche coscienza del valore socio-politico della poesia.
Quella “accomunanza” tanto auspicata non unirebbe solo i poeti fra di loro, ma anche i poeti e il pubblico. Un pubblico che potrebbe non aver mai scritto un rigo di poesia, e che potrebbe non desiderare mai di essere un poeta, ma che si rende conto di qual è il compito della poesia.



LA POESIA SCRITTA


vecchio

La poesia scritta, quella tradizionale, è la meno adatta ad esprimere la sostanza di ciò che è la poesia nel senso della microipocrisia. Cade anche la concezione che l'unico strumento della poesia sia la "parola”. La parola, e quindi i componimenti (cioè le poesie) che però dovremmo chiamare in altro modo, ad esempio semplicemente "scritti” o "composizioni”, non costituiscono il mezzo ideale della microipocrisia. Non significa che la poesia scritta (lo "scritto") non abbia la sua importanza, ma è un’importanza ridimensionata. Serve a comunicare in modo semplice ed efficace le idee, le teorie, le concezioni, i problemi, le performance gestazionali. Uno strumento pratico che servirà a riempire gli spazi vuoti, servirà solo a "parlare”, chiarire ciò che la poesia microipocrita sta facendo. Poiché con la gente si avrà sempre un rapporto, e poiché è alla gente che sempre il lavoro del poeta si rivolge, con gli “scritti” riusciremo meglio ad arrivare alla gente. La poesia scritta acquista nuovamente la sua importanza se viene affiancata ad una serie di comportamenti e di invenzioni che caratterizzano il poeta microipocrita. Un poeta che sta lavorando per conservare all’ "umanità" (cioè all'insieme degli uomini) uno spazio, fungendo da "raccordo", da microipocrisia, e che da tutti è facilmente identificabile, potrà permettersi di scrivere anche nella maniera più semplice e naif, potrà scrivere sgrammaticato, e potrà anche essere analfabeta. La sua poesia verrà recepita comunque, perché sono le performance gestazionali, con la loro nuova estetica e la loro poetica, ad essere al centro dell’attenzione. Perdono di valore tutte le discussioni sulla natura scritta della poesia, la bellezza formale, le assonanze, l’uso di tecnicismi semantici e grammaticali, in quanto non sono più lo specifico della poesia gestazionale. Chiunque potrà essere un poeta gestazionale E’ sufficiente che si manifesti. La “cultura” diventa relativamente importante, avere la laurea non serve, scrivere “bene” è secondario, perché poeta è colui che opera per mantenere in vita una microipocrisia, uno spazio di libertà… Tutte le parole che egli dirà, o scriverà, saranno solo un appoggio a quello che egli fa. Addirittura si può fare poesia gestazionale senza scrivere nemmeno una riga. La parola riduce il suo dominio, è ricondotta alla sua dimensione naturale e semplice che è quella di servire alla comunicazione nell’accezione più elementare del termine. Non si caricherà più di potenza espressiva né di attributi divini, né serviranno Muse particolari a suggerirla, in quanto ricondotta alla sua elementare funzionalità. La parola potrà essere utile a capire la poesia gestazionale.




LA POESIA COME SPETTACOLO
 

 

portici

Da alcuni anni si stanno diffondendo i reading di poesia. Si sta cercando di portare la poesia verso lo spettacolo e verso un pubblico più vasto. E’ un buon segno. Purtroppo persiste ancora quella sensazione generalizzata di “noia”.  Uno spettatore non è disposto a spendere i soldi di un biglietto per andare ad ascoltare una seconda volta un reading di poesia che lo annoia. Senza contare il fatto che “gli spettatori” sono in genere parenti o amici o colleghi del poeta lettore. Si potrà dire che la poesia come spettacolo avrà raggiunto il suo scopo quando la gente sarà disposta a pagare volentieri un biglietto per andarla a sentire e vedere. Perché in realtà, sino ad oggi, la poesia ha sempre e solo richiamato gli addetti ai lavori, e sempre abbastanza pochi. Gli incontri pubblici di poesia fanno lo sforzo di trovare qualcosa che possa diffondere la poesia e richiamare un pubblico numeroso. Si stanno cercando altri mezzi al di là del pezzo di carta per fare in modo che essa venga seguita e “consumata” da più persone. Questi sforzi mettono in risalto una vecchia contraddizione su cui ancora non si è fatto luce. Da una parte si sostiene che tutti sono poeti, che il sentimento di poesia alberga nel cuore di ogni essere umano, si dice che la poesia è necessaria come il pane… Ma se così fosse non dovrebbe esserci nessuna difficoltà ad avere un vasto pubblico che ascolti la poesia. Evidentemente il modo come la si porge non è quello giusto, o comunque c’è qualcosa che non funziona. 

cavallo

Questo “qualcosa” con tutta probabilità è il mezzo con cui viene comunicata e proposta. La gente per ora continua ad annoiarsi, e ne ha tutte le ragioni.  Spesso ha addirittura la sensazione che non ci sia poesia in quello che va a vedere o a sentire. Il libro, la parola, sono il mezzo meno adatto per comunicare la poesia. Per secoli la poesia ha avuto difficoltà ad uscire dall'ambito ristretto degli addetti ai lavori, e i libri di poesia sono i meno letti (se la poesia fosse necessaria come il pane si venderebbero copie a bizzeffe). E’ la dimostrazione di come sono inadatti quei mezzi. La poesia in realtà è davvero necessaria, ma non la poesia che siamo abituati a sentire (quella intesa come sentimento, amore, tristezza, intimismo….) ma necessaria è quella poesia che è microipocrisia. Bisogna trovare altri mezzi. Se la poesia diventasse “spettacolo”, se si riuscisse a liberarla dalla limitatezza della parola che per secoli ha continuato a tenerla ancorata ad una concezione statica, forse… la gente sarebbe disposta a pagare per vederla. In fondo è l'unico termometro che potrebbe dirci se la gente ha davvero voglia e bisogno di poesia.





IL GRUPPO
 


È un grave errore crédere che tutti gli uòmini siano buòni.
Ma è un errore altrettanto grave crédere che sìano tutti malvagi.

(Pietro Tartamella
 da “Quisquiglie di Perla” Edizioni Angolo Manzoni)



circo

Abbiamo detto che la microipocrisia è “un raccordo che serve a riempire uno spazio con un comportamento, un gesto, un’azione, una struttura linguistica, in grado di permettere la comunicazione, stornando sul nascere un giudizio negativo che altrimenti potrebbe uccidere”.
Dove la parola “uccidere" nel peggiore dei casi significa proprio uccidere, quindi morte, mentre nei casi più fortunati significa "eliminare", “emarginare”, “nullificare”, “segregare”, “imprigionare”, “togliere di mezzo”, “isolare”.
La poesia è una microipocrisia.
L'arte è una microipocrisia.
La loro funzione sociale è proprio quella di fungere da “raccordo".
Il poeta e l'artista sono coloro che nella società si assumono l'incarico di perpetuare questa microipocrisia, cioè di lasciare in vita un "raccordo" che possa permettere la comunicazione stornando i giudizi negativi che altrimenti potrebbero uccidere. Immaginiamo che in una piazza affollatissima ad un certo punto spunti un uomo nudo che si mescola fra la gente. Tutti rimarranno scandalizzati, proveranno vergogna, e molti avranno di lui "paura”. Arriverà la polizia chiamata da qualcuno, e verranno anche vigili del fuoco ed infermieri. Lo prenderanno e lo porteranno via. Gli chiederanno se è impazzito. Visita medica. L’uomo risponde di no, che non è impazzito. "Avevo semplicemente caldo", potrebbe dire.  Una risposta che non convince nessuno. Di quell’uomo cominceranno a dire, giornali, televisione, gente, che è  pazzo.
Ora sono venti persone a camminare nudi per la strada. Arriverà la polizia chiamata da qualcuno. Tutti grideranno allo scandalo. Però il giudizio di "pazzia" non sarà espresso, o quantomeno non sarà così chiaro e prepotente come nel caso di prima dove a mettersi nudo era un uomo solo.
Il gruppo ha un potere deterrente verso l'emergere di un giudizio di pazzia. Il gruppo incontra una tolleranza maggiore. Il gruppo in poche parole funziona da raccordo, ovvero da rnicroipocrisia.
I poeti che lavoreranno in gruppo facendo poesia gestazionale avranno maggiore possibilità di sopravvivere, e quindi maggiori possibilità di assolvere alla loro funzione sociale.

Pietro Tartamella




NOTA
Pietro Tartamella per tutto il decennio 1980-1990, al tempo in cui gestiva l’edicola di Via Vanchiglia 25 a Torino, mise in pratica e sperimentò quotidianamente con successo la sua intuizione della poesia gestazionale che lo condusse in quegli anni alla fondazione dell’ARISC (Associazione per la Riappropriazione della Sovranità del Cittadino) e, molti anni dopo, alla fondazione di Cascina Macondo.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 07 Dicembre 2017 07:25 )
 

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