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BELLEZZA E POVERTA', di Giorgio Gazzolo PDF Stampa E-mail
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News - News
Scritto da Tartamella   
Mercoledì 28 Dicembre 2011 07:38

 

 

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 Cascina Macondo - Associazione di Promozione Sociale
Centro Nazionale per la Promozione della Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4
10020 Riva Presso Chieri – TO  - Italy -  tel 011/9468397
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 B E L L E Z Z A   E   P O V E R T A’

nello stile giapponese del haïku
di Giorgio Gazzolo

 

…”bellezza” non è solo un tatami nuovo di zecca e un legno bianco immacolato;
nel profondo del cuore della gente, “povertà” ha in sé un senso di rilassamento e agio.

(Alex Kerr (1)

 

 

 

In riferimento a quel preziosissimo nulla che la composizione haïku propone al lettore, l’argomento “povertà” è molto evidente e non richiederebbe quindi troppe parole.

Si tratta infatti della poesia più breve del mondo, solo 17 sillabe, scandite nella formula 5/7/5, che visse il suo momento più alto nel XVII secolo, in Giappone. Una povertà certo più vissuta che esibita; una costrizione non certo imposta come limite alla creatività o alla fantasia, piuttosto un metodo sereno di ricerca poetica che abbia scelto un atomo di frase per annotare l’istante e realizzarne la presenza in un modo affatto speciale.

Certamente nella poesia haïku si percepisce il fascino del multum in parvo, ma non intendendo una fastosa presenza di universi complessi, di riferimenti siderali o peggio filosofici. Nulla quindi nel piccolo haïku che possa ricordare la rutilante, possibile, multiforme serie di presenze che Borges tenta di descrivere nel suo Aleph o nella “enciclopedia cinese” della quale parla Michel Foucault (2) riferendone una divertente classificazione

Passa, nella lettura delle raccolte di haïku – specie quelle antiche – una sensazione di ordine, di disciplina, proprio in senso monastico; e non a caso molti haijin (scrittori di haïku) furono monaci, essi stessi poveri dunque e non solo la forma poetica che predilessero. Vorrei citare un solo esempio: Kobayashi Yotaro (1763-1827) che divenne monaco assumendo il nome di Issa, nome con il quale ancor oggi è noto, e che significa “tazza da tè”. Questa scelta è significativa per un maestro dell’arte di comporre haïku. Dobbiamo ricordare sia la forma, sia il materiale con cui sono realizzate le tazze da tè giapponesi: grezze e niente affatto raffinate o sgargianti, ma simbolo di una serena e “povera” convivialità. La stessa cerimonia del tè in Giappone conduce ad uno stato d’animo di umiltà (si entra nella stanza della cerimonia attraverso uno stretto passaggio che obbliga ad inchinarsi) e l’estrema semplicità, senza addobbi, suggerisce in che modo ci si possa avvicinare ad un godimento spirituale ed estetico. Di questo stesso autore scelgo come esempio questa sua terzina:

cade la rugiada-
i passeri cantano
la vita futura

La povertà di una composizione simile è tale da lasciare quasi sconcertati.
 
 
°°°


Il discorso si dirama verso un percorso insolito e interessante se si viene a considerare la “bellezza” del tipo di poesia del quale ci stiamo interessando. Un haïku – almeno nella sua concezione orientale e tradizionale - non dovrebbe essere bello, non ricerca plauso, non si sforza per esibirsi in passerella. Tuttavia, trattandosi di una forma poetica originaria sì del Giappone ma diffusa oggi in tutto il mondo, ad una certa categoria estetica deve pur appartenere!

Ci troviamo, nel caso del haïku, di fronte ad una bellezza in vesti dimesse, quasi un saio francescano (come Francesco il haïku parla ai soggetti più semplici della natura). Qui dovrei citare una serie di esempi: ma certo sarebbe preferibile che ciascuno iniziasse il proprio percorso sulla via del haïku. Gli stessi haijin erano viandanti (oggi siamo viaggiatori) che annotavano i vari momenti del loro itinerario, nella concisione del 5/7/5. Per inciso si può notare che in oriente non è tanto il risultato che conta nelle varie discipline intraprese (calligrafia, ikebana, cerimonia del tè…) quanto la via, il cammino, le occasioni incontrate lungo il percorso.

Leggendo le raccolte tradizionali, quelle dei più noti maestri che sono arrivate intatte fino a noi, difficilmente si incontrerà qualcosa che al gusto occidentale apparirà “bello”. Non sarà dunque il singolo poema (le povere 17 sillabe) che susciterà in noi la sensazione della bellezza. Un orientale giudicherebbe ciò troppo facile. Il bello è una conquista che si realizza attraverso la lunga pratica della semplicità, e non mai immediatamente.

Un esempio si trova nelle parole dello scrittore Kazuo Ishiguro (3):
 
“E’ come se quella terra fosse consapevole della sua stessa bellezza, della sua grandezza, e non sentisse alcun bisogno di proclamarla a gran voce.”

La terra di cui parla Ishiguro è la Cornovaglia: la sua bellezza consiste nella mancanza di dramma e di spettacolo, nel suo pacato presentarsi allo sguardo. Nulla di strepitoso, di barocco, di mozzafiato. Questa è la autentica bellezza agli occhi di un giapponese: un “bello” che il “povero” haïku prova a proporre; senza mai alzare la voce, mai sopra le righe.

Da punto di vista formale dunque siamo lontani dalla eleganza dell’endecasillabo o dalla perfezione del sonetto; ci troviamo portati nella sensazione dell’attimo, nella spiritualità del vuoto, nella terra del non detto, dove l’io del poeta sembra essersi nascosto dietro un paravento. In questo modo chi legge si sente guidato con leggerezza alla scoperta di una bellezza tanto nascosta quanto spiritualmente profonda.

Si potrebbe dire che la sopravvivenza di una forma poetica così poco opulenta, apparentemente ingenerosa, sia dovuta ad una spontanea bellezza che lungo gli anni è rimasta ad animare queste composizioni.

Concluderei il mio breve discorso su povertà e bellezza nel haïku con una composizione moderna (4):



per anni luce
di messaggi d’amore
ti struggi lucciola


(dove la parola “lucciola” (sdrucciola) sembra sfumare diventando quasi un bisillabo).
 
Avrete notato che non c’è lettera maiuscola all’inizio, né punto alla fine: un haïku non desidera cominciare o finire: esce dal buio, risplende un attimo, eppoi torna nel suo buio, dal quale potrebbe riapparire, proprio come una lucciola.


Personalmente trovo questo haïku molto bello proprio perché non si sforza di esserlo; un haïku singolo può dunque esser bello? Senza timore di contraddirmi, credo che ciò sia possibile. Nel mondo del haïku nulla può essere affermato con troppa sicurezza.



°°°



      NOTE

1)    Alex Kerr “Il Giappone e la gloria” Ed. Feltrinelli  pag. 146
2)    Michel Foucault “Le parole e le cose” Ed. Rizzoli pag. 5
3)    Kazuo Ishiguro “Quel che resta del giorno” Ed.Einaudi pag. 36
4)    Silvia Zoico “haïku” inedito
                         

                                        Giorgio Gazzolo
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 28 Dicembre 2011 07:55 )
 

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