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Enzo Pesante - le inchieste del commissario Pedretti: "la collana della morta" PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Mercoledì 23 Novembre 2011 15:16

 

 

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LE INCHIESTE DEL COMMISSARIO PEDRETTI

“LA COLLANA DELLA MORTA”

di Enzo Pesante
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 6 novembre  2011





Sdraiato sulla spiaggia, gli sembrava di essere tornato guaglione. La testa fantasticava, montando e smontando le immagini di meraviglia della luce di scintillio delle onde che sembravano iocare, ridenti, a rincorrersi. Una colonna sonora di creaturine nude mischiava risa e strilli che si perdevano a riva tre la spuma di mare sciabordante. La carezza del vento sulle sue nudità gli provocava brividi di piacere, tanto che a stento riusciva a ricacciare indietro i mugolii di gatto in calore.
Tutto era perfetto in quella giornata ormai settembrina al mare, se non fosse stato per quell’imbarazzo che proprio non riusciva a scrollarsi di dosso. Il fatto era che non sapeva dove guardare incrociando gli altri turisti. D’altra parte, non era mai stato, né sarebbe mai diventato, lui, un vero nudista. E la vista di decine e decine di donne e uomini nudi come vermi lo confondeva. Nella sua testa imbevuta di sagrestia e di catechismo, l’affare ballonzolante dei maschi impegnati nello struscio sulla rena gli appariva il serpente tentatore in posa d’offrire, maligno, penzolanti sotto il ramo, le mele del peccato. E l’antro oscuro delle donne, spalancato alla ricerca della perfetta tintarella impudentemente in posa prona o supina e financo di fianco, lo precipitava all’imbocco dell’inferno da cui non si ritorna.
Qualche volta, poi, gli capitava di soffermare lo sguardo su qualche bella villeggiante e, ritornando allora agli anni della beata gioventù, si sorprendeva a comporre nella testa il calendario ideale da appendere nella sua camera di scapolo. Gennaio: la bionda a pancia in giù e gambe semi aperte sull’asciugamano bianco simil prato innevato; febbraio: la mora raggomitolata con la fessura a tana di orso in letargo; marzo: la crespa con una treccia cascante sui seni, come ad offrire i frutti della primavera ridestatasi. Ed effettivamente, già con marzo anche la sua, di natura, per così dire cominciava a dar segni di vita, imponendogli la necessità di coprire con il telo da mare a fiorellini il fiorellino suo appena sbocciato. Già rosso in viso, dunque, la rossa di aprile lo arrossava ancor di più… passando poi a maggio: con la mietitura di quella venere laggiù forse appena giunta in quella sognata Zacinto da altri lidi più costumati, avendo ancora, macchia ribelle, disegnato sulla pelle il segno bianco di uno slip ora pensionato in qualche cassetto. Quindi giugno, poi luglio, agosto, settembre, finché arrivato al mesto ottobre, con uno scatto d’orgoglio, aiutandosi col pensiero delle peggio cose, “riposo”, ordinava all’attendente in rigida attesa sull’attenti.
E non bastando quel duro cipiglio, a male parole prendeva il discolo ribelle per svergognarlo: “Minchione sei, sei solo un minchione. Anzi, lo fossi magari, un minchione. Più non ti ricordi che ai tempi andati della gioventù, sotto la doccia, l’amico Carlo, da tutti soprannominato Magno, e tu ben m’intendi, ribattezzato t’aveva Pipino, il breve?” “Cosa credi di fare, dunque? Sgonfia il tuo orgoglio, abbassa la testa, ritira la cresta!”
Stava così fantasticando, appunto, la testa ancora ebbra di salsedine e di crema solare, quando lo squillo del telefono sembrò inappropriato in quell’eden… ma più scacciava quel suono molesto e più forte s’insinuava, questo, tra lo stormir delle fronde e i sospiri, laggiù sul moscone, di dicembre…
“Chi è che rompe a quest’ora?”
“Ma capo. Sono le dieci… ci siamo preoccupati nel non vederla in commissariato… allora abbiamo chiamato, pensando che fosse rimasto addormentato”
“Stavo lavorando a un caso… che cosa è successo?”
“È arrivata una telefonata, capo… un omicidio. Una donna, in una casa del centro…”
La casa era una tipica costruzione pretenziosa degli anni Settanta, pensata evidentemente da un architetto in vena di grandezza. La donna era riversa sul letto, nuda, uccisa con un colpo di pistola alla testa. Il sangue le era colato copioso sul collo. Una bella donna, sui trenta anni, formosa, integralmente abbronzata. Poteva benissimo figurare sul suo calendario notturno. Doveva aver implorato l’assassino prima di morire, perché le braccia, ancora protese in avanti, sembravano nell’atto di chiedere pietà.
“Agente, è stata forzata la porta?”
“No, commissario”
“Allora è lei che ha aperto e ha fatto entrare l’assassino! Probabilmente lo conosceva. I vicini hanno sentito il colpo di pistola?”
“No, capo. L’assassino deve aver usato un silenziatore. E nemmeno si è trattato di furto. Non c’è nessun segno e non manca nulla”
“Aveva un amante?”
“Sì. È qui fuori”
“Fallo entrare, ma prima copri la donna”
Gettò ancora uno sguardo sul cadavere, infastidito da un vago senso di oppressione. C’era qualcosa in quell’immagine che non quadrava. Però non riusciva a focalizzare con precisione il particolare fuori posto.
L’uomo entrò e guardò il lenzuolo disteso sul corpo. Non sembrava particolarmente impressionato dal dramma. Il commissario lo osservò a lungo mentre fingeva di esaminare la stanza.
“L’omicidio è avvenuto questa notte tra le due e le tre. Lei dov’era a quell’ora?”
“A casa mia”
“C’è qualcuno che può testimoniarlo?”
“No, vivo da solo!”
“Quando ha visto l’ultima volta la sua…  come devo chiamarla?”
“Amica, amica… particolare…”
“Non era la sua fidanzata, allora!”
“Ora non si usa più dire così, commissario. Stavamo insieme ogni tanto… qualche volta lei veniva da me, qualche volta io da lei… ci piacevamo, ecco tutto! Sì, ma non… io… non l’amavo, ma non l’avrei mai uccisa”
“Ha altre relazioni?”
La voce del commissario arrivava dal fondo della stanza, implacabile come una rete calata dall’alto. L’uomo era bianco in viso…
“Sì”
“Questa notte vi siete visti?”
“Ci siamo visti ieri sera, ma sono andato via alla dieci, dieci e mezza al massimo”
“Avete fatto l’amore?”
“Sì”
“Qualcuno l’ha vista andare via a quell’ora?”
“Non lo so... non ricordo”
“Possiede una pistola?”
“Sì, sa con il mestiere che faccio… sono un rappresentante di gioielli. L’avevo conosciuta così. Una volta le avevo presentato il mio campionario. A lei piacevano i gioielli e aveva perfino cercato di vendermi una collana d’oro con ricami di rubini. Una collana strana, con un pendaglio a forma di cuore, che le aveva regalato sua madre prima di morire”
“E lei l’ha comprata?”
“Volevo, ma poi lei ci ripensò, era troppo legata al ricordo della madre, diceva… per quella collana aveva perfino litigato con la sorella che avrebbe voluto venderla per dividere l’entrata. Per questo non si parlavano più”
“Commissario, una donna è arrivata… sta strepitando per entrare, dice di essere la sorella della morta…”
La donna entrò come una furia e solo con fatica le fu impedito di gettarsi sulla morta. Dopo qualche minuto, finalmente, si calmò e si rivolse all’uomo: “Maledetto, lo sapevo, lo sapevo che l’avresti uccisa. Io l’avevo avvertita di stare in guardia da te… maledetto”.
Il commissario intanto sembrava essersi assentato. Quella scena pietosa e patetica insieme, di urla e di lamenti, di pianti e di grida al cielo, sembrava non averlo nemmeno sfiorato. Aveva la bocca semi aperta e lo sguardo fisso su un punto, ma era come se quel punto non lo vedesse, come se gli occhi fossero rivolti all’interno della mente. Nella testa si era insinuato il sogno fatto nella notte. Già altre volte gli era capitato che, senza volerlo, nel corso di un’inchiesta intricata lo assalissero ricordi del passato, o particolari di sogni o di fatti accaduti che niente avevano a che fare con il caso. E che invece ne avevano svelato i segreti. Perciò aveva imparato a non frenare quegli impulsi, a farli scorrere dentro di sé come un fiume libero dagli argini.
Nella sua testa ora scorrevano le immagini del calendario, gennaio: la bionda a pancia in giù; febbraio: la mora raggomitolata; marzo: la crespa; aprile: la rossa; maggio: la venere abbronzata col segno bianco degli slip ancora sulla pelle…
Un fulmine gli trapassò il cervello… gli occhi sbarrati, la bocca spalancata, sembrava un pesce appena pescato… ecco cosa non gli tornava nell’immagine della morta che non era prima riuscito ad afferrare…
“Agente, scopri il cadavere, prendi quel telo, bagnalo e togli il sangue dal collo…”
“Ma commissario, il giudice non è ancora arrivato..”
“Muoviti, in fretta”
Sotto lo sguardo sbigottito dei presenti, in un tempo che sembrava essersi all’improvviso fermato, l’agente passò più volte un panno sul collo della vittima fino a scoprirne la carne. Allora il viso del commissario si distese e un vago sorriso si disegnò sulla sua bocca. Un sorriso che contrastava però con la durezza degli occhi. Rivolto all’uomo ordinò: “Lei, guardi il collo della sua amica”. L’uomo si chinò sul cadavere e solo quando il suo viso si rialzò si poté notare lo stupore.
“Ma, c’è un’orma… un’impronta… un cuore… l’orma della sua collana. La collana che aveva ancora ieri sera… Nemmeno quando faceva l’amore se la toglieva…”
“Quella stessa collana che le aveva regalato sua madre, vero? Quella stessa collana che propose di venderle e che ora…”
Con una rapidità che nessuno avrebbe potuto sospettare, considerando la mole, il commissario afferrò la sorella della morta e le scoprì il collo.
“… e che ora pende da questo collo”
Fu allora che il pendaglio a forma di cuore, il pendaglio d’oro ricamato di rubini, luccicando sembrò sorridere al commissario.




 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 23 Novembre 2011 15:49 )
 

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