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Beatrice Sanalitro - chi va col lupo a lupanare impara PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Mercoledì 23 Novembre 2011 15:11

 

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CHI VA COL LUPO A LUPANARE IMPARA

di Beatrice Sanalitro
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 06 novembre 2011





Cammina cammina. Non c'è altro da fare che camminare. Non si mangia, non si beve, non si raccontano storie a chi è compagno di strada, nessun momento di riposo è previsto. Non si può sgattaiolare per  stradette laterali e poi fuggire lontano e ululare di gioia; non si può. Potrebbe sembrare una condanna, ma non lo è. E' semplicemente la realtà. Si tratta di una strada asfaltata, lisciata così bene che a tratti diventa sdrucciolevole e tanto è levigata che i piedi vanno da soli.
Ai lati fioriere di ortensie blu e  sguardi curiosi. Sovente ci si interessa alle vicende altrui e, anche questa volta, qualcuno s'informa sotto voce per conoscere la meta di tante persone. Meglio non attirare troppo l'attenzione, dovessero invitare a partecipare..che ne puoi sapere...magari a un sabba sconcio. Nessuno risponde alla domanda posta sottovoce. La strada conduce ad una sola meta, è scontato conoscere, dunque, dove si va a finire, ma è bello supporre. Uno tra la folla fa un rapido calcolo come se la gente fosse acqua che passa in un tubo. La portata in questo punto è di 8 persone. Se il serpentone è omogeneo per i 50 km di strada, insomma, e ogni fila occupa 90 cm, quante persone in tutto? Ovvero: 50 km è uguale a 50000 cm che dividi per 90, lo spessore di ogni fila, e ottieni 555 file per 8 persone, 4440 di gente strana che...ce n'è in giro! E il risultato viene.
4440 persone che non danno l'impressione di essere strane. Normali, semplici, né allegre né tristi, neanche rassegnate, tant'è che , almeno, sono in marcia.
-Posso camminare con loro, papà?- Il padre tappa la bocca al ragazzino incauto. Un prete avventato benedice la folla, qualche curioso torna a casa. Da dove venga e dove sia diretta tutta questa gente... nessuno del paese, tutti stranieri, dai lineamenti normali, tutti diversi eppure tutti tanto uguali.
Andranno a lavorare i campi su a nord. Non è possibile: questa strada porta a est.
Saliranno su aerei per migrare lontano. Non esiste aeroporto, da queste parti, non c'è mare,  non ci sono campi di pomodori, viti da spogliare, laboratori in nero.
In questo frangente, chi si trova lungo la strada ad osservare, cerca di capire. Si chiede se è la festa di qualche santo, magari il Santo del Lungo Cammino, che vuole essere ricordato così, oppure se è stata dichiarata guerra nei paesi vicini. Prevale la noia. Congetturare stanca. I curiosi alla chetichella se ne tornano a casa  mentre il serpentone di uomini e donne continua a scorrere.
Ad osservare con attenzione, emergono piccole differenze tra una persona e l'altra, basta un impercettibile passo più flessuoso per originare un lieve saltarello o un sorriso per un'onda di sorrisi o un corruccio dettato da pensieri nascosti  o un petalo, oh, un petalo,  tra i capelli strappato ad una ortensia blu distratta dal vento che comincia a soffiare sulla gente in cammino spingendola e favorendo il passo e a mutarlo, a trasformarlo, a correggerlo, incrociato, a sghimbescio, su un solo piè, mentre i capelli sono richiamati verso l'alto a trecce o sciolti e così pure i vari petali blu in un unico vortice e, grazie al vento, si comincia a procedere frenetici, e la frenesia diventa palpitare giocoso con giravolta e tutti saltano così fino al presunto arrivo, quell'unica sola meta che gli abitanti dei paesi attraversati danno per scontata, il “Prato dei Lupi”, da pronunciare sottovoce per paura che porti male. “Il prato dei lupi”. Manca solo l'urlo di gioia che strappa l'arrivo.
Fermi, cominciano a guardarsi intorno. Ognuno cerca di riconoscere i compagni di viaggio. Almeno uno tra tanti fosse sicuro di distinguere il traguardo. E' per tutti la prima volta. Mai visto quel luogo.  Almeno  un capo si presentasse per  proclamare a  4440 persone di essere alla fine della strada. Ma non serve. La fine della strada è dove tutti si sono fermati in attesa. Silenzio. Solo l'ululare. Ululare sempre più distinto e coinvolgente, col vento che s'intrufola tra gonne e capelli, che s'insinua lungo i pantaloni e li fa sventagliare come bandiere libere.
I 4440 eletti hanno chiaro che non è solo il vento ad ululare.
-Siamo circondati!- qualcuno sussurra. -Siamo circondati da un branco di lupi.- Arditi, i lupi, il mantello argentato, lo sguardo attento, e quel movimento del collo che s'allunga verso l'alto per cantare la U non nel solito modo: U, ma con un ritmo, un godimento, come quando si è davanti a ciò che immensamente piace e che strappa un UUUUhhhhuuuu.
4440 persone, insieme, mugolano coi lupi che danno la nota; 4440 mugolii di gioia che salgono al cielo da quelle bocche all'apparenza adatte solo per ripetere cantilene imposte, risposte qualunque, frasi compite, serie, severe, uniformi.  I lupi pretendono altro. Sono lì per addestrare all'ululo, quello di piacere.
Sull'ululo sono in voga diverse teorie, ma la più ricorrente riguarda il fatto che sprigioni entusiasmo:  incita ad agguantare la preda, a possederla per trasmettere l'urlo iniziatico con cui lei contagerà i compagni più compatibili con quella vibrazione, in una calda vicinanza di mantello e di fauci.
Dalla punta della coda alla gola e alla testa, la persona diventa animale. Ah ah ahuuuuuuùùùùù e io mi rivolgo al cielo, alla luna, ai compagni che sentono gli stessi impulsi all'ammucchiata giocosa.
E le persone e i lupi si strusciano e allacciano le code tra loro, in un bordello di suoni, in una comunione di peli ed odori e di gesti che le zampe non riescono a trattenere perché... non ce n'è motivo.
E allora, chi va con i lupi impara a lupanare, chi gioca con le giovenche impara a giovencare, chi imita i lombrichi lòmbrica, chi corre con i cavalli cavalla, scavalla e scalpita e così via, tra un coccodrìllere e un serpentìre.
Gli occhi umidi e le bocche colme di saliva delicata non hanno tregua mentre le 4440 persone  formano coi lupi un solo organismo, un solo orgasmo, un lupanare accogliente pur senza letti, confortevole pur senza divani. Tutto questo alla fine di una strada che si conclude a forma di fiore d'ortensia. BLUUUUhhhhuuuuùùùùù!




 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 23 Novembre 2011 15:50 )
 

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