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WASNAHAIJIN OICIMANI - anno 2006 - HAIBUN DELLA DORA BALTEA E DEL CANAVESE - parte terza PDF Stampa E-mail
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News - News
Scritto da Tartamella   
Lunedì 17 Ottobre 2011 16:49
 
 
 Fin da ora ringraziamo i comuni,
le comunità montane, le pro loco, le province e le regioni,
gli enti, le organizzazioni pubbliche e private in Italia e all’Estero,
che volessero suggerirci luoghi e percorsi degni di nota,
e volessero per loro generosità e passione
sponsorizzare i nostri viaggi Wasnahaijin Oicimani
offrendo cibo, pernottamento, itinerari dettagliati.
 
 
logo

 

Quando è possibile è più conveniente essere generosi,
e dare una mano agli altri nel realizzare le loro aspirazioni.
Gli uomini, quanto più avranno incontrato qualcuno che li ha aiutati,
tanto più saranno disposti a loro volta ad aiutare qualcun altro.
In questo modo vedrai aumentare le probabilità
di incontrare qualcuno che potrebbe desiderare di aiutarti
.

Pietro Tartamella

 

WASNAHAIJIN OICIMANI

viaggio a piedi alla maniera degli antichi

 
 

IL VENTO E IL QUADRIFOGLIO

HAIBUN DELLA DORA BALTEA E DEL CANAVESE

PARTE TERZA

SEGNI AZZURRI
domenica 23 giugno 2006

a cura di Pietro Tartamella
 

viaggiatori

Annamaria Verrastro, Antonella Filippi, Arianna Sacerdoti,
Beatrice Sanalitro, Clelia Vaudano, Mary Vuoso, Michele Bertolotto,
Paolo Severi, Pietro Tartamella, Stefano Zoja, Gianni Maria Vinci

 

 

 PARTE PRIMA               PARTE SECONDA                 PARTE TERZA

WASNHAIJIN OICIMANI, CHE COS' E' ?

 

sullo zerbino
strofino le mie scarpe
uscendo di casa

 

       grottaUltimo giorno di viaggio. Dobbiamo raggiungere Andrate e poi Torre Daniele e Quincinetto. Non è lontano. Il sentiero in discesa. Una tappa facile e comoda. Ma abbiamo cambiato itinerario. Non faremo il pezzo di strada asfaltata che porta ad Andrate. Prenderemo la scorciatoia tra i boschi che scende a Nomaglio, seguendo le indicazioni del gestore della pensione Genzianella. Ci ha fornito anche una  mappa dettagliata con i sentieri. La mappa ce l’ha Antonella.
Antonella e Michele non sono ancora tornati. Hanno portato Gianni e le sue stampelle e il suo libro con le donne del medioevo al rifugio Rosella di Trovinasse. La sera abbiamo deciso di concludere il viaggio con un pranzo al rifugio Rosella. Giunti al parcheggio dell’Hotel Vivande & Bevande, un tempo Hotel Tripoli, avremmo preso le auto e saremmo saliti tutti a Trovinasse.
Era bene avvisare Iriano e prenotare il pranzo.
Avevamo deciso di partire presto. Ma alle otto e mezza ancora siamo qui alla pensione Genzianella. Aspettiamo Antonella e Michele per fare colazione tutti insieme. Una sciocchezza. Un eccessivo senso di comunità che ci impedisce di partire con orario più mattiniero. Noi si poteva già fare colazione. Quando sarebbero arrivati Antonella e Michele avrebbero avuto bisogno solo di pochi minuti per prendere un caffè. Ci saremmo messi in cammino tempestivamente.
Li aspettiamo godendoci il paesaggio dal “Balcone del Canavese” la staccionata di legno di fronte all’ingresso della Genzianella da cui si vede la vasta pianura. L’aria è fresca dopo la pioggia di ieri sera. Si sta proprio bene. Gli zaini pronti appoggiati al muro con i bastoni. Si chiacchiera. La tavola è apparecchiata per la colazione. Sono le 9.00. Ecco Antonella con la cartina dei sentieri, e Michele. “Ma dovete ancora fare colazione!?!?” osservano entrambi.
Si sta così bene all’aria fresca che alle 9.30 siamo ancora a tavola a fare colazione. La coda al banco del gestore per pagare il proprio conto ci porta via un’altra mezz’ora. Faccio in tempo a bere un altro caffè. Antonella telefona a Iriano, va bene, ci riserva un tavolo per le ore 13 circa.
Cerchio del rituale di partenza, canto armonico, le cinque vocali, i cinque verbi del mattino, lo scampanellio dei sonagli alle caviglie, il fischietto appeso al collo col cordino, le bandane sul capo. Riprendiamo la concentrazione. Alle ore 10 siamo in marcia verso il cuore del bosco.
      Antonella non conosce la strada. Tiene la cartina in mano e ricorda le indicazioni del gestore della Genzianella. Si ferma ad ogni bivio. Prende una direzione. Noi la seguiamo sempre più dentro l’ombra del bosco.

 

albero caduto
attraverso il sentiero
con i suoi rami

 

La mulattiera è maledettamente in discesa ricoperta di foglie di castagno. Si scivola. Bisogna procedere con cautela, puntare ben saldi a terra i bastoni per non cadere. Il gruppo si sfalda presto. Le distanze aumentano. Si procede a coppie e poi anche singolarmente. C’è un aria di “fretta”. Tutti sentiamo che il viaggio è finito. Le menti stanno già correndo alle cose quotidiane, alle cose da fare domani. Pochi prendono appunti o scrivono qualcosa sui loro quaderni. Resto da solo distanziato di molto da tutti gli altri. I rumori del bosco si fanno vicinissimi.
Mi è tornato il dolore al ginocchio. La discesa ripida lo sta risvegliando con virulenza. Un dolore venutomi improvvisamente il 2 aprile. Tutta la domenica del 2 aprile l’abbiamo passata a Cascina Macondo io e Anna a preparare l’accoglienza delle scolaresche che sarebbero venute dal giorno dopo in gita didattica da noi. Abbiamo montato il grande Tepee indiano sotto il capannone. Tutto il giorno a spostare pesi, a legare i pali di bambù, a zavorrare inginocchiati i lembi del grande telo bianco della tenda, a ramazzare il cortile. La sera ecco improvviso il dolore al ginocchio. Forse un movimento brusco o una posizione forzata e prolungata ha spostato leggermente la rotula. Niente di grave spero. Solo un dolore costante che mi impedisce di correre. Ma ora, in discesa, anche di camminare.
Procedo lentamente, a zig-zag, per fare meno sforzo, restando sempre più indietro dal resto del gruppo.
Tre ragazzi in sella a robuste mountain bike scendono come saette scavalcando sterpi sassi dossi  tronchi  rami riversi. Mi sorpassano velocemente salutano squillano i campanellini dai manubri e sono già lontani spariti nel bosco.
Anch’io sto già pensando alle cose di domani.
Faccio lo sforzo di godermi quest’ultima camminata nel bosco. Cerco di allontanare i pensieri di domani. Faccio respiri più profondi. Tengo la schiena ben diritta, rilassata. Mi propongo  di essere presente a tutto ciò che mi sta intorno, di attivare tutti i sensi, di percepire ogni cosa contemporaneamente. Un vero esercizio zen di attenzione e concentrazione. Ed ecco che il mio pugno stringe il bastone. Sento le venature lisce del mio bastone nel palmo della mano. Scorgo Anna lontana davanti a me che sta scomparendo oltre la curva del sentiero.  La osservo, ma senza dimenticare la sensazione del legno nel palmo della mano. Contemporaneamente ho consapevolezza del mio respiro. Di come respiro. L’aria che entra nelle narici. Il sapore del tabacco. I polmoni un po’ ostruiti dal fumo. E i rumori? Ecco un uccello muovere il ramo di un castagno. Le dita che stringono il bastone. Il dolore al ginocchio. Un colpo della mia tosse. Il terreno coperto di foglie su cui procedo lentamente. Un sasso sotto lo scarpone, l’odore del fango vicino a un rudere abbandonato dove scorre un piccolo ruscello. Ogni tanto la voce di Beatrice che ride più a valle. La voce di Michele. Le cicale. Un ramo spezzato. Tutto vedo e percepisco contemporaneamente. Il mio passo si è fatto più veloce e sicuro. Mi rendo conto che automaticamente ho assunto una posizione ben eretta, a testa alta. Il rumore del bastone per terra. Il legno nella mano. Il foulard colorato appeso al bastone che mi sfiora la mano. La bandana in testa con la scritta Wasnahaijin Oicimani, un altro sasso sotto gli scarponi, una vespa vicino al sopracciglio, raggi di sole che filtrano tra il fogliame, lo zaino sulle spalle, la schiena che sorregge lo zaino, il dolore al ginocchio, la discesa ripida, il sentiero, lo scalpiccìo delle foglie, tutti i compagni che non vedo, Anna che si siede a riposare, tutto percepisco in modo contemporaneo per qualche minuto mi riesce, anche il pensiero di Basho colgo in contemporanea  i giorni e le notti si alternano fugaci come perle sfilate da un rosario sensazione di completezza e universalità ugualmente gli anni sorgono e tramontano la nostra vita è un viaggio che alcuni trascorrono in barca altri per strada finché non invecchiano i cavalli del loro carro il tempo scorre in altro modo ora sembra non scorrere la sensazione della sete la lentezza non è la strada la nostra dimora? lo mostrano i poeti d’un tempo che hanno incontrato la morte camminando il cucchiaino arrugginito nella tasca dei pantaloni alcune monete che sobbalzano nelle tasche il ginocchio che duole l’organetto diatonico del papà di Anna la coppola di mio padre mia madre morta seduta sul divano davanti al televisore come se nulla fosse Nagi bambina che mi abbraccia Ajdi in America lontana Anna con la pelle dolorante la puntura di una zanzara su collo un’altra puntura sul braccio un’altra ancora. Le sento semplicemente pungere le zanzare, a decine. Non le giudico. Non mi lamento. Procedo a testa alta nel bosco.

 

con un saltello
si ferma sulla foglia
l’ombra del grillo

 

      Ed eccomi giunto a un bivio. Incertezza. Quale sentiero avranno preso gli altri? Non sento le loro voci. Non vedo nessuno. Sarà questo? Sarà quello? Non so cosa  fare. Il sentiero a sinistra continua a scendere, il sentiero a destra sale verso la collina. Mi sembrerebbe logico scegliere il sentiero che scende e che va nella direzione di Nomaglio. Ma è un sentiero piccolo. Quello che sale è più ampio e praticabile, ma l’impressione è che si allontani da Nomaglio. Non so cosa fare. Non vorrei perdermi. Non vorrei essere la causa del nostro arrivare in ritardo al Rifugio Rosella dove abbiamo prenotato un tavolo per le ore 13. Mi meraviglio che Antonella non abbia capito che a un bivio qualcuno potrebbe essere incerto sul da farsi. Avrebbe dovuto aspettare tutti. O comunque il compagno che precede e ha visto prendere il sentiero dagli altri dovrebbe aspettare al bivio il compagno che è rimasto indietro sino a che non è sicuro di avergli trasmesso anche solo con la vista quale direzione prendere. Non riesco a decidermi. Forse è il caso di lanciare un segnale col fischietto che porto appeso al collo. Tre segnali per avvisare i compagni di essere rimasto indietro, di non sapere quale strada prendere, due fischi per avvisare che si sta attraversando una zona dove c’è qualche pericolo e occorre procedere con attenzione, un fischio prolungato per segnalare di essere in pericolo davvero. Ciascuno di noi ha un fischietto al collo. Suonare tre fischi dunque? Confidando nei compagni penso che se nessuno si è fermato al bivio forse vuol dire che la direzione si può dedurre in modo inequivocabile da qualche elemento.
Osservo con maggiore attenzione il terreno e le pietre intorno.
Scorgo finalmente sul tronco di una piccola betulla, seminascosta, una pennellata, il segno della vernice azzurra che indica il sentiero. Mi incammino affrontando la salita verso la collina. Sentiero stretto, sabbioso, in mezzo al bosco, tra felci rigogliose. Salita ripida, tutta curve. Dopo venti minuti di salita ho l’impressione di tornare indietro. Forse ho sbagliato sentiero. Forse tutti abbiamo preso un sentiero sbagliato. Addio pranzo a Trovinasse per le ore 13!

 

rassicurante
segno azzurro di vernice
ad ogni bivio

 

     Ecco Stefano dinanzi a me. Mi dà conferma che tutti sono su quel sentiero. Ma la percezione di aver sbagliato strada è sempre più forte. Continuiamo a salire, invece di scendere verso Nomaglio. È come se stessimo tornando alla pensione Genzianella facendo un largo giro intorno alla collina. Per fortuna il sentiero si fa pianeggiante e, dolcemente, comincia a scendere. Sento di nuovo le voci di Beatrice, Paolo, Mary, Michele, Antonella, Anna, Clelia.. Allunghiamo il passo io e Stefano,  rassicurati.
I compagni si sono fermati a guardare la vallata da una sorta di promontorio erboso. Si vede in fondo, sulla sinistra, il piccolo paese di Andrate con i tetti coperti dalle lose e il cimitero circondato da un grande prato verde. Da qualche parte, forse dietro il paese, nascoste alla vista, dovrebbero esserci i resti delle antiche fornaci di calce.
Il fiume Dora che solca la valle. Le alte montagne di fronte.
Guardo il paesaggio raccogliendo tra i rovi qualche mora matura qui e là.

Tutti hanno ripreso il cammino che ora discende ripido tra le rocce.
Sono rimasto di nuovo solo sul promontorio erboso a guardare i tetti e il cimitero di Andrate, a guardare la valle con tutti i paesi lontani. La brezza smuove le foglie dei faggi. Le betulle con le cortecce bianche mi parlano del popolo antico dei Salassi che viveva in queste terre prima dei romani.
Di origine Celtica i Salassi avevano abitato la valle d’Aosta e le valli del Canavese e della Dora Baltea prima che i romani li sconfiggessero nel 143 avanti cristo. Ma il primo scontro, che si svolse probabilmente tra Verolengo e Brandizzo, li vide vittoriosi. I romani persero nella battaglia più di cinquemila uomini. Solo con l’inganno e il tradimento riuscirono a domarli, e impiegarono quasi un secolo. Nell’anno 100 i romani fondarono Eporedia (Yporegia, termine di origine celtica che secondo Plinio signifca “buoni domatori di cavalli”).
A Eporedia (Ivrea) Roma portò più di tremila coloni con le loro famiglie  per colonizzare il territorio, ma non riuscì mai completamente a domare le continue scorribande dei Salassi. Solo nell’anno 25 avanti cristo con la nascita dell’avamposto di Augusta Pretoria Salassorum (Aosta) i Salassi furono completamente sottomessi. 

Ecco cosa scrive Strabone (nato nel 64 a.C. – morto nel 21 d.C.):
“Ancora in tempi recenti i Salassi, ora combattendo ora interrompendo le guerre contro i romani, continuano, nonostante tutto, a conservare la loro potenza e per l'abitudine al brigantaggio, provocano danni rilevanti a coloro che percorrono il loro territorio per valicare i monti".

Ancora da Strabone:
"Quando Decimo Bruto scappò da Modena, i Salassi pretesero il pagamento di una dracma a testa; e quando Messalla svernò vicino ad essi, dovette pagare in contanti la legna da ardere e gli olmi per costruire i giavellotti e le armi da esercitazione. Questi uomini una volta rubarono persino dalla cassa il denaro di Cesare Augusto e rovesciarono dei macigni su colonne di soldati, col pretesto che stavano costruendo una strada e gettando dei ponti sui torrenti”.

Ancora dagli appunti di Strabone:
"Attraverso il territorio dei Salassi, ci sono rupi e dirupi smisurati, che ora incombono sulla strada, ora si spalancano al di sotto, di che anche un piccolo passo falso e il pericolo è inevitabile, perché la caduta avviene su precipizi di profondità abissale. Lì  poi la strada è, in certi tratti, così stretta da causare le vertigini a coloro che la percorrono a piedi e alle stesse bestie da soma che non vi siano avvezze: quelle del posto, invece, trasportano i loro carichi con sicurezza”.

Ecco come Diodoro Siculo descrive i Salassi:
"I Salassi abitano una terra aspra e del tutto povera, conducono una vita dura. Essendo infatti il territorio selvoso, alcuni di essi portano possenti e pesanti scuri, tagliano la legna per tutta la giornata, lavorano la terra, spaccano pietre, causa l'eccessiva asprezza del terreno: non sollevano infatti nessuna zolla senza pietrame. E, tuttavia, pur incontrando una tal sofferenza nelle loro attività, riescono a domare la natura con la loro costanza e sopportando molte fatiche, colgono a stento rari frutti. A condividere siffatta fatica hanno come compagne le donne, abituate a lavorare alla pari degli uomini. Compiono poi frequenti battute di caccia nelle quali, mettendo mano su molte fiere, compensano la povertà che viene dai frutti. Poiché appunto, vivono sui monti e sono abituati ad affrontare asperità incredibili, diventano forti e muscolosi nel corpo. In questi luoghi le donne hanno la forza e l'audacia degli uomini, gli uomini di fiere. Hanno poi un armatura più leggera di quella dei romani, li protegge infatti uno scudo oblungo, conforme all’uso gallico, e la tunica è fermata da una cintura e si cingono di pelli di fiere e hanno una spada di media lunghezza. Sono forti e audaci non solo per la guerra, ma anche nei confronti delle difficoltà che, nella vita, presentano asprezze”.

Scrive Appiano Marcellino:
“Quasi tutti i galli sono di statura piuttosto alta, bianchi di carnagione e fulvi di capelli, terribili per la fierezza dello sguardo, bramosi di risse e di un'insolenza eccessiva. La voce della maggior parte di costoro è terribile e minacciosa, siano essi tranquilli o adirati; tutti, poi, curano con perfetta e uguale diligenza l'igiene del corpo. Ogni età è perfettamente idonea all'arte delle armi e il vecchio va al combattimento con coraggio uguale a chi è nel fiore degli anni".

Giulio Cesare nel "De Bello Gallico" racconta dei Celti che quando un uomo prendeva una donna in moglie, era obbligato a pagare lo stesso prezzo che la sposa aveva portato a lui. Il patrimonio messo in comune veniva amministrato da tutti e due i coniugi. Se uno dei due coniugi moriva, l'altro riprendeva dal capitale messo in comune solo la sua parte, mentre il resto andava alla famiglia del defunto. A differenza dell'uso romano, la donna dopo il matrimonio non entrava a far parte della famiglia del marito con i propri beni, ma ne rimaneva la proprietaria. Il matrimonio era un contratto sociale e non religioso, nel quale due persone erano libere di decidere di separarsi.

Ecco cosa invece scrive dei romani Calcago, capo dei Caledoni:
"predatori del mondo intero, poiché non trovano più terre da devastare, implacabilmente, si mettono ad esplorare il mare. Se i nemici sono ricchi sfogano la loro avidità, se poveri la loro vanità: a saziarli non bastano ne l'oriente ne l'occidente. Soli tra tutti con uguale ardore bramano ricchezze e miseria. Distruggere, trucidare, rubare: questo con falso nome chiamano impero, e quando fanno il deserto, lo chiamano pace”.

Segni di questo popolo antico si ritrovano un po’ ovunque nelle vallate, dal cromlech (pietre infisse nel terreno che formano un cerchio) del Piccolo San Bernardo ai menhir (grandi pietre infisse ne terreno) di Saint Martin de Corleans, ai pugnali rodaniani graffiti sulle rocce. Si pensa che i Salassi siano giunti in Italia attraverso le vie del sale provenienti da Hallstatt nell’Europa Centrale.
La documentazione più antica della loro presenza in Valle d’Aosta è una descrizione che Plinio il Vecchio fa della sconfitta militare che subirono nel 143 avanti cristo per  mano dei romani. Popolo guerriero e indomabile diede del filo da torcere alle centurie con continua guerriglia e scorribande sino all’anno 25, quando fu definitivamente sottomesso, sotto il consolato di Appio Claudio, dal generale Terenzio Varrone che per scongiurare altre possibili rivolte future vendette i più combattivi come schiavi e fece colonizzare in modo massiccio il fondovalle fondando la città di Augusta Praetoria e regalando ampie terre ai veterani del suo esercito. I Salassi sopravvissuti si integrarono nella cultura e nei costumi di Roma apportando molte delle loro concezioni che ancora si possono ravvisare nei riti, nei santuari, nelle leggende, nella musica popolare e nella toponomastica. Sono di probabile origine celtica parole come comba (vallone), verna ( ontano), tsa ( alpeggio, pascolo in alta montagna), Clapey (pietraia).
Il Sole rotante dei Salassi è un simbolo geometrico, un rosone circolare che si ritrova ancora nell’arte popolare alpina scolpito su utensili, madie, mobili. È formato da sei petali, inscritti in una circonferenza, che hanno la punta inspessita piegata verso destra che sembrano sei bracci che ruotano e si muovono. I petali rappresentano il sole che alimenta la vita sulla terra (il fiore/vita - il cerchio/terra). La piegatura delle punte dei petali indica il tempo che scorre, la vita che si svolge e si sviluppa. Come simbolo di recupero della propria identità il Sole Rotante dei Salassi è stato scelto di recente dalla Lega Nord valdostana che ne ha fatto un ciondolo di bronzo a ricordo dell’antico popolo antenato che abitava le loro valli e che si oppose fieramente all’imperialismo di Roma.
Tutta la regione era abitata allora da una infinità di tribù celtiche di varia origine.
I Salassi si erano stanziati nell’Alto Canavese e nella Valle d’Aosta. I Taurini nell'area corrispondente alla provincia di Torino. I Bagienni nella zona di Cuneo, Mondovì, Bra, Saluzzo. I Laevi fra Trino Vercellese e Chivasso. Gli Epuriati (Buriates-Eburiates) ad Alba, Asti e Valle del Tanaro. I Dertonines abitavano la zona dell'attuale Tortona e la Valle dello Scrivia. Gli Epanteri avevano occupato l’alta valle del Tanaro. I Caburrenses/Caburiati fra il Pellice e il Po. Gli Ocelenses e Lancenses stanziati nelle Valli delle tre Sture. I Vittimuli occupavano il territorio nella zona orientale della Serra d'Ivrea. I Vertamacori nella zona di Novara. I Sallui o Libui nel Vercellese. Fra tutte queste etnie celtiche e celtoliguri ci furono anche altre tribù che si stabilirono a nord del fiume Po come gli Insubri, i Cenomani e, a sud, i Boi, i Senoni, i Lingoni.

              Con in bocca una piccola mora ancora acerba lascio il promontorio erboso da cui ho guardato le terre dei Salassi. La brezza mattutina ancora muove le foglie. Mi avvio lentamente. Dopo pochi minuti trovo Anna, Antonella, Michele, Clelia ai piedi di un costone roccioso pieno di piccole caverne. Ci fermiamo a riposare e ad esplorare. Un luogo un po’ inquietante. Il vento risuona nelle bocche delle caverne. Antonella ci informa, indicandola col dito: “Quella è la caverna delle streghe”. Dal soffitto, proprio nel centro della caverna, pende un paiolo di rame appeso a un chiodo nero. Ha qualcosa di attraente. Ma di sinistro anche. Il desiderio di battere il paiolo col bastone per sentirne il suono argentino è così grande che corro verso la caverna arrampicandomi con tutto lo zaino. La concavità della caverna è ombrosa. Pensavo di restarmene lì seduto qualche minuto ad ascoltare il vento. Ma il suolo ha protuberanze scomode,  in pendenza, è scivoloso. Più volte cerco di sedermi, ma è come se il terreno mi respingesse. Cerco e cerco e ricerco ripetutamente una posizione comoda, ma non la trovo. Batto con un sasso il paiolo. Ne viene fuori un suono così smorto da fare impressione. Il paiolo ha un grande buco sul fondo e là dove  ancora è rimasta un po’ di lamiera si è accumulato uno strato di sabbia e polvere di roccia caduta dalla volta. E arrugginito, pesante. Un suono di merda. Così sgraziato, afono,  sordo,  sinistro, così inaspettato che mi spinge istintivamente a ridiscendere in fretta, ad allontanarmi dalla grotta delle streghe.
Il Canavese è rinomato per le sue streghe, specie le zone della valle Ossola e del Biellese. C’è un luogo da queste parti che chiamano “Pian delle Masche” (masche vuol dire streghe). Si racconta che qui i montanari un tempo si davano appuntamento ogni 27 di agosto per fare una festa. Pietro Wayra in un suo libro scritto nel 1874 “Le Streghe del Canavese” racconta: “Alcuni cacciatori, saliti un dì per tempissimo a quel piano, vi si imbatterono in sette camosci di straordinaria bellezza; l'un dopo l'altro portano all'occhio i loro fucili, ma essi ricusano ripetutamente di far fuoco sui camosci, che impassibili non si curavano neppure di muoversi. Che mai potevano essere quei camosci se non tanti stregoni?". Perfino Giacomo Casanova subì il fascino di queste terre e delle sue storie sulle streghe. Streghe che hanno un nome e un cognome: Antonia De Alberto, Francesca Viglione, Margarota Braja, Bonaveria Viglione. Furono processate dall’Inquisizione l’11 agosto del 1474, a Rivara, accusate di ammascamento, rapporti satanici, delitti vari, e rinchiuse in segrete così profonde che, si dice, non potevano sentire nemmeno le campane che suonavano dal campanile vicino. Antonia e Francesca furono messe al rogo. Margarota riuscì a fuggire dal carcere del castello di Rivara. Di Bonaveria non si seppe più nulla.
      Raggiungo i compagni che si sono intanto seduti lungo il sentiero decisi a restare lì in sosta per un buon tempo. Appoggio lo zaino su una pietra. Le spalle a una betulla. Mi tolgo la bandana Wasnahaijin Oicimani con cui mi detergo il sudore. L’appoggio per terra vicino allo zaino un po’ aperta su una macchia di sole per farla asciugare un poco. Una sigaretta. Un sorso d’acqua. Un colpo di tosse. Il paiolo delle streghe a pochi metri da noi pende silenzioso dal centro della grotta. Ancora si muove, impercettibilmente, dopo il mio colpo col sasso. 
Noto che nessuno ha la curiosità di salire sin dentro la grotta a vedere da vicino il paiolo. Luogo inquietante, losco davvero. Anche gli altri lo percepiscono.
Eppure ci siamo accampati proprio lì, dinanzi alla strega, come in segno di sfida e di scaramanzia. A rifletterci bene mi dò dello sciocco per essermi illuso, battendo il paiolo, di poter udire un bel suono squillante di rame. Come aver pensato che il paiolo fosse buono e nuovo. Ma il buontempone (proloco, o pensione Genzianella) o chiunque abbia messo lì il paiolo un po’ per gioco un po’ per dare un tocco di strega, certo non era uno sciocco. Un vero paiolo di rame, nuovo, qualcuno prima o poi se lo sarebbe portato via. Era ovvio che fosse vecchio, rotto, arrugginito, inservibile, inquietante. Era lì non per bellezza, ma per atmosfera.
Lì siamo rimasti venti minuti seduti in quella atmosfera di streghe e vento che soffia nella bocche delle caverne, seduti tra le betulle con l’odore di fumo della sigaretta, il tabacco che brucia, le streghe, i roghi lontani, le grida, il paiolo che oscilla vicino.

 

piccola felce
la grotta delle streghe
con la tendina

 

pietraÈ chiaro che non arriveremo mai per le ore 13 a Trovinasse. Chissà a che ora arriveremo! Non conoscendo la strada non saremmo dovuti partire così tardi stamattina. Ma ormai è fatta. L’appetito comincia ad insinuarsi nello stomaco con  profumi e languori.
Sentiero impervio. Bisogna passare su rocce e strettoie. Il gruppo si  ricompatta spontaneamente. Ora siamo tutti insieme in fila indiana. Occorre spesso porgere una mano al compagno per aiutarlo a scavalcare una roccia, a superare un ostacolo, sorreggerlo in un passaggio scivoloso. In alcun punti il sentiero, già stretto, diventa ancora più stretto smangiato o portato via da una frana. Ogni tanto un mancorrente di tronchi inchiodati grigi e secchi. Appoggiandovi la mano traballano. Sul terreno centinaia di grandi massi scuri. Alcuni in bilico. Le loro posizioni sembrano essersi fermate, come in una fotografia, nell’atto del loro rotolare a valle dopo essersi staccati dalla montagna. Sono cresciuti alberi, felci, cespugli nei loro interstizi. Il vento li avvolge e sembra farsi di pietra anche lui. Noi a camminargli sopra in fila indiana ascoltando i tocchi dei bastoni sulle pietre.
    Un’alta parete verticale sulla nostra sinistra. Ai piedi della parete il sentiero si allarga sino a farsi spazio erboso. Una staccionata sembra proteggere, recintare la parete. Qui il vento si fa inquietante, come se soffiasse in mille buchi producendo un suono roteante. L’alta parete ha chiodi da scalatore infissi. Alcuni arrugginiti. Ci sono tasselli di metallo inseriti in buchi fatti col trapano elettrico. Alcuni buchi neri a indicare che lì c’era una volta un tassello. È una parete di arrampicata, la palestra di Roccia Casley, sopra Nomaglio.
Per un attimo i profumi dell’Umbria e di Orvieto Scalo  riaffiorano i ricordi del monastero di Taino la scuola di arrampicata di molti anni prima i luoghi selvaggi dei boschi e delle pareti rocciose di Ficulle in Umbria dove Taino ci portava ad allenare.
E riaffiora il ricordo di una escursione alle gole di Chianocco una domenica di tanti anni fa quando con il mio amico Biagio eravamo andati ad arrampicarci. Biagio, più esperto, era salito per primo lungo la rocciosa parete verticale. Fermo su un pianale, lassù, a venti metri di altezza, aveva assicurato la corda, chiusa in un moschettone azzurro e robusto, per agevolare la mia salita.
Come soffiava forte il vento sul quel terrazzino di roccia quel giorno.
Come era amara la merenda di pane e cioccolato che lassù consumammo dopo aver notato che il moschettone non si era chiuso a dovere per bloccare l’uscita della corda. Mi ero arrampicato fiducioso, inconsapevole del grande rischio in agguato. Col cuore che batteva e il cioccolato che si scioglieva in bocca seduto sul balcone di pietra a guardare il precipizio con i piedi penzolanti a pensare che la corda era rimasta dentro il moschettone per puro caso, e il moschettone era rimasto aperto, decidevo che no, proprio no, non faceva per me quel tipo di sport. E così fu.
       I compagni sono andati avanti. Resto solo di fronte alla  palestra di roccia Casley a sentire il vento e i ricordi. È un luogo strano questo. Sembra pieno di voci. Il vento gioca senz’altro un ruolo importante nel produrre sonorità curiose tra gli anfratti delle rocce, soffiando tra le fronde dei castagni e delle betulle che sembrano parlare. Mi vengono in mente le parole del poeta William Burroughs “Ho ottenuto parole e voci da latrati di cani. Parole possono emergere da registrazioni di rubinetti che perdono. In realtà quasi ogni suono che non sia troppo monotono può produrre parole. Ogni singola brezza sembra sussurrare il nome dell’amata. Gli stessi rami degli alberi, strofinandosi contro la finestra, sembrano mormorare il suo nome. I rami potrebbero aver proprio mormorato quel nome e voi potreste ascoltarlo con un magnetofono. La gente crede di perdere il lume della ragione quando scopre che quello che vedono o sentono per strada ha per loro un significato personale. Certo che sono rivolti a te: tu li vedi e li ascolti...”. In quel bosco, dinanzi a quella parete di roccia, e anche prima, nella grotta delle streghe, e più avanti, ora, nel prato dove i compagni si sono fermati ad aspettarmi, in quel letto di torrente secco e pietroso che  attraversiamo vicino a un gruppo di case, su quel ponticello di legno, a quell’incrocio di strade sterrate, in quel vento, sentivo come delle voci, delle presenze. Forse era l’eco dei ricordi, forse era ciò di cui parlava  William Burroughs. O forse.... forse si trattava di ciò che qualche giorno dopo, navigando su internet, trovavo su questi luoghi. Nel sito web dell’ “Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli” trovavo un articolo di Rodolfo Venditti, studioso della guerra partigiana, che parla di questi luoghi e di Primo Corbelletti, detto Timo, vice comandante e poi comandante del distaccamento partigiano “Adriano Caralli” formatosi nel marzo del 1944 da una divisione del distaccamento “Bixio”.
Scrive Rodolfo Venditti:
“...Tutti i partigiani si presentarono all'appello assieme ad altri giovani accorsi sulle loro orme. La situazione finanziaria però permaneva critica. Furono perciò mandati ad Ivrea Timo e Libero i quali, presi contatti con i rappresentanti della Zanzi, un azienda metalmeccanica, dopo lunghe spiegazioni ottennero l' "ingente" somma di mille lire. Però, quello stesso giorno, Timo e Libero presero contatto con il Cln di Ivrea ed entrarono in rapporti con Mario Pellizzari (Alimiro).
I primi frutti di questa duplice presa di contatto non si fecero attendere: dopo sole quarantott'ore il distaccamento ricevette in dotazione dal Cln eporediese un mitragliatore. In quel periodo i garibaldini ebbero la sorpresa di veder giungere una missione composta da tre radiotelegrafisti, Armando, Lupo e Rodolfo, e un sabotatore, Pietro. Essi vennero accolti con molta cordialità e le loro promesse frequenti e consistenti lanci di materiale bellico da parte degli Alleati ci riempirono di speranze. Purtroppo per molto tempo le promesse rimasero senza seguito. Era ancora assillante il problema delle armi, sempre assai scarse, ma i distaccamenti non rimanevano inattivi. A Settimo Vittone e dintorni vi era una masnada di rapinatori che si spacciavano per partigiani. Le "gesta" di questi delinquenti ebbero larga eco nella valle e ciò confuse le idee alla popolazione nei riguardi dei partigiani. La banda venne da noi catturata e i suoi componenti, processati, vennero giustiziati...”

 

Rodolfo Venditti scrive ancora:
...Una terza squadra, di cui facevano parte Paletta, Piero Gastaldo Brac (Bucio), Nelson Revel Chion (Ardito), Marco Avandoglio (Pansa), Camillo Brusselli (Nuccio) e Egidio Giglio (Bambasina) effettuava un altro importante sabotaggio. Queste azioni furono anche una precisa risposta al bando mussoliniano che dava tempo ai "ribelli" e agli "sbandati" fíno al 25 maggio per arrendersi. È bene ricordare che proprio in quel periodo si registrò una notevole affluenza di giovani nei ranghi partigiani.  Il 24 maggio si procedette alla costituzione del battaglione, sempre denominato "Caralli". Esso ebbe Timo comandante e Renati commissario politico. Il battaglione, con una forza di centoquaranta uomini, era suddiviso in tre distaccamenti. Domenica 28 maggio si scatenò contro di noi un rastrellamento di grande stile, effettuato da ingenti forze nazifasciste. L'attacco partì contemporaneamente dalla valle di Gressoney, da Carema, Settimo, Andrate, Donato, Netro e dalla valle dell'Elvo. I primi partigiani che incontrarono una pattuglia nemica nella valle dell'Elvo furono Timo e Grillo, che erano scesi, dalla sede del battaglione, per far medicare Giovanni Antonietti (Civas) che, durante la notte, si era ferito manovrando il mitra. Da pochi passi di distanza un ufficiale tedesco intimò l'alt ai partigiani che, avendo il vantaggio di avere la pistola in pugno, poterono tenere a bada il nemico e raggiungere un viottolo vicino, che essi conoscevano bene, e piantare in asso il tedesco. Il secondo gruppo partigiano che incontrò i rastrellatori fu quello che era stato comandato per la spesa e che era composto dai sabotatori Pietro, Folgore, Pansa e Silvano Crotta (Scarpa). In questo caso uno dei quattro partigiani, Pietro, venne fatto prigioniero. Più tardi fu tradotto a Biella, dove, fortunatamente, alla vigilia del suo trasferimento in Germania, riusciva a fuggire. Gli altri tre, invece, riuscirono, anche se a fatica, a raggiungere i distaccamenti, mettendoli in allarme. Considerata la stragrande superiorità numerica degli attaccanti, si decise di ripiegare sino alla vetta del Mombarone, raggiunti, più tardi, anche da un distaccamento del battaglione "Bixio". Giunti lassù si stabilì di tenere a bada i nazifascisti fino a notte per poter quindi, favoriti dal buio e dalla conoscenza del terreno, sganciarsi in direzione della valle dell'Elvo. Nel cuore della notte, frazionati in diverse pattuglie, i partigiani cercarono di oltrepassare le file nemiche, riuscendovi in parte. Numericamente gli attaccanti erano in rapporto di dieci a uno, il che aveva consentito loro di creare una catena a maglie molto fitte; avevano inoltre dalla loro l'elemento neve, che copriva ancora la montagna: tutto ciò consentì ai rastrellatori di catturare parecchi partigiani. La nostra squadra venuta per prima a contatto con il nemico, poté calare nella valle dell'Elvo, nei pressi di Vernei, dove si impegnava, con ardimento, aprendo il fuoco per creare un passaggio più ampio. Tra le file del nemico vi furono quattro morti e parecchi feriti. Noi avemmo in tutto due caduti: Copia e Mario Stesina (Rosetta). Purtroppo però nove partigiani furono catturati. Squadre del "Caralli" intanto calavano da un altro settore per raggiungere il versante canavesano della Serra, ma si scontrarono con i tedeschi nei pressi di San Giacomo di Andrate. Questa volta il nemico lasciò sul terreno un morto e sei feriti gravi. I partigiani invece non subirono perdite. Il giorno dopo il rastrellamento continuò. Pattuglie nemiche frugarono in tutti i sensi la Serra, scendendo e risalendo i due versanti, e catturarono, nelle vicinanze di Sala, sei partigiani del "Caralli" e sette del "Bixio". Tutti i partigiani fatti prigionieri, vennero condotti a Biella dove, il 4 giugno, su ordine del comando tedesco, vennero fucilati da un plotone d'esecuzione del battaglione "Montebello". L'inevitabile sbandamento verificatosi, ci causò inoltre la perdita di una cinquantina di moschetti nonché di un certo quantitativo di viveri e coperte. La parte positiva, per noi, fu che il rastrellamento si protrasse, seppure con minore intensità, per una quindicina di giorni e, calcolando i movimenti che il nemico aveva dovuto compiere prima di iniziare l'azione e quelli che effettuò dopo la conclusione della stessa, si può complessivamente far ammontare a circa un mese il tempo perduto da oltre un migliaio di uomini.”

 

“... Il 10 giugno prendemmo accordi con i carabinieri della Stazione di Ivrea. Quattro giorni più tardi provvedemmo a portar via dalla caserma tutto il materiale utile. Venticinque carabinieri salirono in montagna portando con loro una mitraglianice Breda 37, quattro mitragliatori, venticinque moschetti, una "millecento", un motofurgoncino ed una discreta quantità di vettovaglie. L'arrivo dei carabinieri coincise con la graduale ricostruzione dei distaccamenti. Cominciò una nuova fase. Nella zona di Bacchiera (Carema) il rastrellamento aveva causato la distruzione di otto baite: avevamo quindi perduto la possibilità di accasermare gli uomini in quella località e quindi dovemmo spostarci fra Trovinasse e Maletto (Settimo Vittone).”

 

... Tenendo conto delle esigenze belliche del momento la dislocazione dei reparti fu la seguente: il "Chiorino" rimase a Maletto, il "Caralli" e il "De Luca" vennero inviati nella zona di Quincinetto, l' "Aquila" nella zona di Andrate e il "Matteotti" nella zona di accesso alla valle di Gressoney. Da questo momento, la brigata operò prevalentemente nel Canavese e nella valle d'Aosta, compiendo numerose azioni. Essa si ingrandì ulteriormente e, nel mese di settembre, venne costituita la 7a divisione "Aosta" che contribuì fortemente alla Resistenza nella zona e alla liberazione della valle, di Ivrea, e dell'eporediese.”


Sullo stesso sito web trovavo notizia di un intervento di Silvio Ortona fatto di recente ad un convegno sulla “liberazione” articolato in tre temi: il testo biblico (il rotolo di Ester), la partecipazione di ebrei alla Resistenza, le vicende di ebrei esuli da paesi afro-asiatici. Silvio Ortona è stato relatore al convegno sul tema “la partecipazione di ebrei alla Resistenza”. Un brano della sua relazione:

“... Passata la notte con i compagni del "Bixio", che mi pare fossero allora al Verney, il mattino dopo traversammo (non facilmente, in quella stagione) il colle della Lace e, nel pomeriggio, Dan fece il suo lavoro con esito - direi - scarso. Ma non nullo, come risulta da un "mattinale della Questura di Vercelli" del 27 gennaio 1944, pubblicato da "l'impegno" nel settembre 1986: alcune fabbriche del Biellese quel giorno (almeno) non poterono lavorare "per mancanza di energia elettrica, per guasti causati alla centrale elettrica di Ponte S. Martino.
Verso sera arrivammo al santuario di Trovinasse (mi pare che avesse cominciato a nevicare), dove commettemmo vari reati: effrazione, violazione di domicilio, furto e abboffamento con generi alimentari preziosi (pasta bianca, burro, caffè, zucchero e non ricordo che altro). A sera tarda prendemmo una sontuosa Lambda ad Andrate, che il proprietario avrebbe recuperato a Tavigliano.”

 

dall’alto guardano
marmotte sulle pietre
soldati in marcia

 

        
betulle
C’è un incrocio di più sentieri vicino al gruppetto di case dove tutti ci fermiamo sotto un albero intorno ad Antonella che tiene in mano la mappa. C’è anche una strada sterrata, carreggiabile. Sentiamo che Nomaglio è vicino. Sentiamo che le ore 13 sono ormai lontane. Che l’appetito è dentro di noi. Antonella telefona a Iriano per avvisarlo che siamo in ritardo. Dovremmo essere da lui intorno alle 15, dice Antonella. Orario forfettario. Non sappiamo esattamente a che ora arriveremo. Ma intanto abbiamo avvisato Iriano del nostro molto ritardo, e Gianni, che stesse tranquillo siamo solo in ritardo.
Colpi di martello dietro una delle case. Compare un uomo. Antonella va a chiedergli informazioni. Stefano e Arianna vanno con lei. Sì siamo vicini. Nomaglio è a poche centinaia di metri. Non sembra vero. Forse si mangia fra un po’. Bisogna attraversare il ponticello di legno sul torrente in secca e scendere per il sentiero. Ci avviamo con passo più spedito. Ma dobbiamo rallentare non appena imbocchiamo il sentiero che è troppo ripido e non ci vuole nulla a ruzzolare. Incontriamo alti muri a secco costruiti con gigantesche pietre. Escavatrici e bulldozer fermi al sole. Stanno costruendo una strada. Una pendenza vertiginosa. Gli alberi tagliati. Una mora raccolta. Una fontanella nascosta tra le felci. Ci chiniamo a bere, a rinfrescare la fronte.
Ecco finalmente, come un miraggio, laggiù in fondo il santo colore scuro dell’asfalto. Siamo arrivati sulla provinciale. Siamo a Nomaglio. Antonella va a prendere la sua macchina. Accompagna Paolo e Michele e Stefano che vanno a prendere la loro al parcheggio dell’Hotel Vivande e Bevande. Aspettiamo seduti all’ombra di un ciliegio selvatico. Sigaretta. Un colpo di tosse. Un oh di stupore! Solo ora mi rendo conto di non avere in testa la mia bandana con la scritta Wasnahaijin Oicimani! L’ho perduta! Anzi, dimenticata. Forse alla parete di roccia Casley. È ancora vicina Casley, potrei tornare indietro a riprenderla.  No, l’ultima volta che l’ho tolta ero sotto l’albero alla grotta delle streghe. L ‘avevo appoggiata, impregnata di sudore, su una macchia di sole ad asciugare. È troppo lontano per tornare indietro a recuperarla.
Un po’ di tristezza, un po’ di rammarico, nostalgia, un po’ di amarezza. Pazienza, così doveva essere per la mia bandana ricamata. Rinuncia. Distacco. Sereno adesso. Un sorriso di addio alla mia bandana verde perduta. I compagni dispiaciuti per me.
Suono di clackson. Le auto sono arrivate. Sistemiamo gli zaini, i bastoni, saliamo e via verso il rifugio di Trovinasse verso la cucina di Rosella tra curve e tornanti a concludere col pranzo il nostro primo viaggio Wasnahaijin Oicimani alle tre del pomeriggio ormai. Sull’auto di Michele: Clelia, io, Anna, Arianna, Michele.

 

nero catrame
dalla strada ai campi
odora l’estate

 

         Pensavamo di poter salire in auto sino al rifugio Rosella inoltrandoci sulla strada sterrata che a un certo punto, su una curva, incrocia la provinciale. Ma non è proprio possibile. Sono a decine le auto parcheggiate lungo la strada asfaltata, lungo la strada sterrata., nei prati. È domenica. Sono tutti venuti a pranzare al rifugio Rosella, a fare pic nic sui prati. Centinaia di persone.
A pensarci bene, era prevedibile. E noi che si pensava di trovare lo stesso silenzio e la stessa tranquillità di due sere prima. Mai pensare di poter rivivere esattamente le stesse atmosfere. Sono irripetibili. Forse sarebbe stato più bello conservare il ricordo intatto della prima sera. Ma siamo grandi ormai; ci limitiamo a constatare senza dolore, solo rammarico,  le decine di famiglie ancora sedute sulle coperte a fiori, i bambini che giocano a palla, le donne che prendono il sole con la maglia tirata su e le gonne al ginocchio, i cestini di vimini, le borse frigo, i gelati in mano, i ghiaccioli colorati, uomini che giocano a carte alpini col berretto e piuma in testa  nasi rossi e chiacchierio ovunque e poi abbiamo una gran fame.
Troviamo un angolo dove parcheggiare le auto. Ci avviamo a piedi lungo la strada sterrata verso il rifugio. Siamo euforici, forse per l’dea che a breve riempiremo lo stomaco di buon cibo. Forse è quel tipo di euforia che deriva da una tristezza. Siamo tutti consapevoli che il viaggio è finito. Fra un paio di ore al massimo dovremo separarci. Siamo eloquenti e spariamo battute a raffica e risate.
          I tavoli di legno e pietra davanti alla pensione Rosella sono tutti occupati. Gente che beve il caffè. Qualcuno un bicchiere di vino rosso. Gianni seduto a un tavolo. 

 

Col ciuccio in bocca
la bimba chiama il cane.
Il ciuccio a terra.

 

        Seduto al tavolo di pietra Gianni finalmente ci vede arrivare. Dal suo sguardo capiamo che non ne poteva più di aspettare. Lo capiamo anche dalle sue stampelle. Chissà che fame avrà anche lui. Il nostro tavolo è pronto.
La saletta raccolta dove avevamo cenato due sere prima è occupata da commensali. Nel nostro immaginario ci siamo rivisti di nuovo intorno al tavolo in quella saletta. Errore. Saliamo nel grande salone al piano di sopra. Decine di commensali ancora seduti, ma stanno bevendo il caffè. Tra non molto si alzeranno  e non sentiremo più il gran frastuono di chiacchiere e posate. Prendiamo posto.
Fa caldo. Non ci servono subito. Ritorno al piano terra, al bar affollato. Prendo un caffè come aperitivo. Iriano mi chiede se può scattarmi una foto. Rispondo affermativo. Allora fa un salto in cucina dove c’è un gran movimento di cuochi e cameriere e Rosella indaffaratissima col grembiule bianco legato alla vita. Iriano ritorna con una grossa macchina fotografica professionale che ha uno obiettivo grande così. Scatta la foto. Come se fossi un cervo ripreso da lontano.
Una mano sulla mia spalla, una voce femminile che mi saluta: “Pietro!”. È Liliana. Negli anni 80 viveva con Claudio un amico che lavorava all’ ATM  conduttore di tram, vecchia amica di Antonella e Mario. Una sorpresa trovarla qui. Da anni non ci incontravamo. È insieme a un nuovo compagno, straniero, forse Marocco, Algeria., forse egiziano. Sono fuggiti dal caldo afoso di Torino fin qui a Trovinasse a prendere un po’ di fresco e un respiro di prato. Mi chiede di Anna. È di sopra le dico,  c’è anche Antonella. Vuole salutarle. Sale al piano di sopra col compagno.
          Il pranzo è buono, più o meno il menù di due sere prima. Si ride, si scherza. Si gioca con le due simpatiche cameriere che ci servono, sono anche carine, e qualche battuta fa allusione al sesso. Gianni dà sfogo a un mare di parole dopo tante ore rimasto solo ad aspettarci. Le ultime foto. Un brindisi. Un atro bicchiere di vino. Una foto con le cameriere. Ora le nostre voci e le risate si sentono forte.  Il salone si è svuotato. Siamo rimasti gli unici commensali. Le ragazze hanno già sparecchiato tutti i tavoli. Un digestivo. Su un balconcino si può fumare. Guardo dal primo piano, la sigaretta in mano, i prati di fronte. C’è ancora molta gente sui prati, ma non come prima. Molti hanno già preso le vie del ritorno in città. Gianni guarda l’orologio. Lui e Antonella devono arrivare a Genova. È quasi ora di pensare al ritorno. Paolo e Mary si fermeranno a Torino la sera ospiti di Beatrice. Torneranno l’indomani a Pavia. Arianna e Stefano vanno a Torino da alcuni amici, poi Arianna in vacanza in Liguria, e Stefano tornerà a Milano.
Scendiamo all’aperto. Ora ci sono posti liberi intorno ai tavoli nello spiazzo d’erba di fronte al rifugio. Ci sediamo intorno allo stesso tavolo di pietra dove due giorni prima avevamo letto ad alta voce i nostri quaderni. Michele ed io prendiamo un altro caffè. Siamo stretti uno vicino all’altro intorno al tavolo.
Le tazzine di caffè sulla robusta pietra.
Nel cerchio che si forma si fa strada un silenzio. È l’addio.
Il conto del pranzo ognuno lo ha già pagato. Quando ci alzeremo dal tavolo sarà per fare a piedi il tratto di sentiero sino alle auto, e lì l’ultimo saluto. Un bambino tira per gioco la corda della campana di Iriano dando uno squillo di pranzo fuori orario. La campana su di noi.
Facciamo un ultimo bilancio dell’esperienza, mettendo a fuoco le cose essenziali che andranno modificate nel prossimo viaggio Wasnahaijin Oicimani.
Leggiamo gli ultimi appunti seduti in cerchio intorno al tavolo di pietra con tanta gene intorno. Ma è come se non ci fosse.





ARIANNA

Domenica 23 luglio 2006


Abbiamo appena lasciato la pensione Genzianella. Un cerchio tardivo a qualche minuto dalla partenza, ce n’eravamo dimenticati. Stavolta non conosciamo la strada ma sappiamo qual è la mèta, Andrate. Sembra una parola greca: “Andrates”, da “andreia”, forza. Ed anche, chissà, conserva la radice di “andare”. Il sentiero, immerso nel bosco, è segnato da pennellate di rosso che di tanto in tanto spuntano sulle pietre. E’ questo il colore che dobbiamo seguire. Per terra strani fiori o piante o foglie filiformi gialle. Non credo di averle mai viste prima.



Strada ad Andrate.
Sui sassi macchie rosse,
filo d’Arianna.


Bianche assolate
e lunghe le betulle
lasciano ombre.


Piccole pigne,
aperte disegnate
strada in salita.


Dal cielo la mia attenzione è oggi spostata sulla terra. Non mi sono chiare alcune cose. Provo a chiederle agli alberi.


Agave a terra
e pure le mie dita
illuminate


La mattina si scioglie verso la sua fine. Stiamo per arrivare? Avanzo, forse con troppa rapidità.


Rumori a valle.
L’arancio delle bacche
ferma il mio sguardo.



Ripida discesa coperta da pietre. Piccole, grandi. Immobili. Stupore.


Blocchi di pietra,
potreste rotolare,
ma state zitti.


Nel cammino mi accorgo di quanto oggi (e non ieri) mi senta legata a terra da cose che mi ostacolano la vista serena la mente libera la poesia essenziale.
Il corpo, il mio, è duro, ha qualche intoppo, e l’anima ben più d’uno. Mente imbrigliata, e sensazione della perdita del calore materno. Sono terrorizzata dall’abbandono dalla solitudine, vorrei carezze e coccole, consolazione. Sono tesa. Ho quasi pianto stanotte. Ho pure perso da poco mio zio, era di queste parti (era approdato da queste parti e vi aveva vissuto gran parte della sua vita). Cammino ma non sempre ci sono.


Case di valle,
e luglio canta caldo
verso l’arrivo.


Ci siamo persi, alla fine. Chiediamo aiuto e consiglio ad un abitante del luogo. Non siamo lontani, lui dice. Gentile.


Nomaglio forse.
La strada gentilmente
ci diede indizio.


Pranzo a Trovinasse, di nuovo

Burro e polenta,
le tre del pomeriggio.
Spartano pasto!


Il congedo, il ritorno

Ponte il ritorno
tra l’ora di domani
e ciò ch’è stato.





MICHELE

domenica 23 luglio 2006


Un nuovo “patto” con Antonella mi vede in partenza alle 7.15 per Nomaglio, la prossima tappa del nostro viaggio dove lasciamo le auto, al ritorno facciamo colazione, la vista sulla vallata è incantevole anche se una nebbiolina sta salendo lenta, è ora di ripartire per la conclusione del viaggio.. il ritorno da quota 1300 mt. ai 575 mt. s.l.m. di Nomaglio.

Attraversiamo i ripidi sentieri e ci troviamo in uno splendido bosco dove troviamo “la caverna delle streghe” c’è addirittura una pentolaccia appesa un luogo magico dove il tempo sembra fermarsi e dove Pietro “abbandona” inconsciamente la sua bandana Wasnaijin.
A proposito delle “masche” Si dice che fossero donne cariche d’anni, con un volto sgradevole e ripugnante, la pelle ruvida e molto scura, che all’improvviso si fa pallida, cadaverica, la fronte bassa, stretta e solcata da mille rughe, gli occhi velati, messi per storto nelle orbite e la voce roca, tremula, a volte impercettibile. Nella coscienza popolare la paura della donna masca, dotata di magici e malvagi poteri persiste, anche se affievolita. Attraverso l’immagine-icona che ci è stata tramandata, superstizioni, pregiudizi, scaramanzie sono ancora largamente diffusi ai nostri giorni, più o meno tollerati e condivisi dalla mentalità comune, apparentemente inoffensivi.


I due laghetti
laggiù a fondo valle
come due occhi


Resta stregato
don Pietro nella grotta
addio bandana


Con qualche difficoltà tra sentieri rossi, blu e verdi arriviamo ad una mulattiera che ci porta a Nomaglio dove, recuperate le auto, decidiamo di andare a pranzo a Trovinasse che ci era decisamente piaciuto, purtroppo è domenica e troviamo un gran caos di turisti, non sembra lo stesso posto riservato del venerdì scorso… pranziamo e ci salutiamo con calore in un cerchio ai piedi del bosco accanto alla chiesa… una stupenda avventura.

 

 

lampone
ANTONELLA

domenica 23 luglio 2006, 29° giorno del sesto mese lunare

San Giacomo di Andrate-Nomaglio. Non conosco la strada, ci danno una cartina con indicati i colori dei vari segnavia alla pensione Genzianella, dove fervono i preparativi per la polenta della festa patronale. In una piccola costruzione sul retro è già stato acceso il fuoco di legna, a terra, e un grande paiolo pieno d’acqua è stato appeso sopra. La farina gialla scende a pioggia nel paiolo. Mentre ci allontaniamo lungo la mulattiera in discesa ci segue l’odore di legna bruciata. Il sentiero è bello, scende e sale nel bosco di castagni e betulle, il tipico bosco di latifoglie, in cui sono intervallati faggi e ontani. Baite diroccate e suono lontano di campanacci. A destra, scendendo lungo il sentiero indicato dal segnavia rosso e blu, alcune grotte probabilmente scavate da acque ormai fossili, e in una di queste è appesa una catena arrugginita, che sostiene un vecchio paiolo bucato. E’ la Grotta delle Masche, o Balma picà.
 
 
grotta di pietra
nel bosco delle streghe
paiolo appeso


Le masche, secondo la tradizione popolare, sono le streghe, e in queste zone molte sono le storie che le riguardano, come quella delle masche della montagna o del giovane e la pecorella.

Le masche della montagna
Una vecchia e suo figlio vivevano in montagna con due pecore. Più in alto, in una cascina, stavano invece madre, figlia e due capre. I due giovani iniziarono a frequentarsi, e il ragazzo innamorato andava spesso a trovare la fidanzata. Ma la madre del ragazzo, quando si accorse del fatto, mise una croce al collo del figlio e gliene diede un’altra dicendogli: “Portala a lei”. Sembrava un gesto gentile, ma né lei né la madre le piacevano, perché sospettava che fossero streghe. Il figlio ubbidì di buon grado e consegnò la croce alla ragazza, che gli disse: “Ringrazia tua madre e portale questo scialle”. Ma lei non volle né usarlo né toccarlo, anzi, disse al figlio: “Appendilo a quella pianta lì”, e quando lui attaccò lo scialle all’albero, questo avvampò in una fiammata. Allora la donna disse al figlio: “Vedi che avevo ragione, che non sono persone da frequentare? Hanno qualche potere diabolico, sono dei mascun!”. Così il ragazzo si recò dalla fidanzata e dalla madre per dire loro cos’era successo, ma quando arrivò dove doveva essere la cascina, non trovò più nulla. Niente ragazza, niente capre, e nemmeno la casa. Disperato si mise in cerca della ragazza, ma finì per cadere in un precipizio e morì, certo per intervento delle due donne che avevano voluto portarlo con loro.


Il giovane e la pecorella
Tanto tempo fa, una sera, un giovanotto stava andando a trovare la sua fidanzata che abitava in un paese poco distante. Lungo la strada, che passava per un bosco, il ragazzo sentì dei rumori, e trovò una pecorella che s'aggirava smarrita tra i cespugli. La pecorella, appena vide il ragazzo,  gli si avvicinò, come per farsi prendere. Dopo un attimo di riflessione, il giovane le disse: “Che ci fai qui tutta sola? Vieni con me che ti porto a casa della mia fidanzata” e se la mise sulle spalle. Mentre camminava, visto che non c’era nessuno, si mise a parlarle come se fosse stata una persona. Cammina cammina, il peso della pecora aumentava. Eppure, piccola com'era non avrebbe dovuto essere tanto faticoso trasportarla. Ma più il ragazzo andava avanti, più la pecora sembrava aumentare di peso. A un certo punto, arrivato a una ripida salita, il giovane non ce la fece più e lasciò andare la pecora dicendo: “Vai da sola, che non riesco più a reggerti”. Appena lasciata, la pecorella cadde e si mise a ruzzolare per il pendio gridando, finché, finita la caduta finì contro un masso. Allora ci fu un lampo di luce e la pecora sparì. Sbigottito e spaventato l'uomo allora capì che quella che credeva una pecorella era in realtà una strega. Chissà che sarebbe capitato se non l'avesse lasciata cadere! Quindi, ringraziando il Signore, il giovane s'affrettò a lasciare il bosco e una volta al paese raccontò la sua disavventura. Da quella volta nessuno passò più di notte per quel bosco, per paura di incontrare la strega.

         Ogni tanto mi coglie l’ansia, da una parte, avendo proposto il percorso, mi sento investita della responsabilità di cercare e trovare la strada e condurre parte del gruppo, che sta confondendo, forse per la stanchezza, un viaggio di haijin con una gita turistica in cui bisogna stare in gruppo, dall’altra voglio essere tranquilla quando mi fermo. Se è vero che l’haiku diventa una seconda vista che permette di vedere dentro e al di là delle cose, questo fa sì che ovunque se ne possa scrivere, se si ha questa percezione. Ma la si ha solo se si è haiku, il che vuol dire se si ha una sensibilità che porta a fare sì che l’esperienza esteriore sia l’haiku. Se non si è arrivati a questa sensibilità, l’haiku diventa un esercizio formale. La sensibilità, la percezione vengono da molte esperienze, per esempio mia nonna non ha mai neanche saputo cosa fosse un haiku, né mai ne ha sentito parlare, ma lei era haiku e in altre circostanze ne avrebbe scritti, invece nella sua vita ha portato questa sensibilità e percezione nelle sue parole e azioni, senza dare definizioni. Quando arrivano le definizioni arrivano anche i giudizi di merito e le classificazioni e ogni freschezza appassisce, ogni spontaneità invecchia e l’haiku muore e viene tradotto da intellettualismi esasperati che cercano la bella forma e la cattiva sostanza.

        Da una curva della mulattiera si vedono i tetti di Nomaglio e arriva a tratti il rumore ovattato di un’automobile. L’ultima parte della mulattiera è sconvolta dallo sbancamento per la costruzione di una strada e, inaspettata, sotto uno dei muri di contenimento, tra i frutti del sambuco, una sorgente.


acqua di fonte
nella gola ardente
viottolo fresco


Una delle caratteristiche più curiose del sambuco (Sambucus nigra) è il fatto che i rami contengono un midollo bianco e spugnoso, che si può togliere facilmente con un coltellino o un grosso ago; il tubetto cavo che ne resta può essere inciso per fare dei rustici flauti. Quanti ne ho costruiti, da bambina, insieme a mio padre! Le sue bacche nero-violacee sono buone e dolci, ma non vanno confuse con quelle dell’ebbio (Sambucus ebulus), un suo lontano parente. I piccoli fiori bianco-giallastri e profumati possono essere utilizzati per conservare le mele per lungo tempo: si mettono le mele in uno scatolone, alternate a strati di fiori di sambuco, e alla fine si chiude con cura. Del sambuco si utilizzano le bacche, i fiori e la seconda corteccia, quella che si trova sotto la pelle grigia del fusto: i frutti sono purgativi, antireumatici, antinevralgici, diuretici e sudoriferi, i fiori hanno le stesse proprietà, e in più sono emollienti delle vie aeree e lenitivi su foruncoli e scottature; la seconda corteccia ha proprietà diuretiche, antireumatiche e antigottose. Al contrario del sambuco, che è una pianta legnosa alta fino a 3-5 metri, con fiori bianchi a corimbo rivolto verso il basso, l’ebbio è una pianta erbacea perenne, alta sino a un metro e mezzo, dall'odore sgradevole, fusto con coste chiare longitudinali, foglie glabre, verde scuro di sopra e chiare di sotto, fiori in corimbi ampi rivolti in alto con corolla bianco-rosea, che fiorisce da maggio a luglio; il frutto è una drupa lucida e nera a maturità. I frutti di questa specie sono tossici e non vanno, quindi, confusi con quelli, molto simili, del Sambucus nigra. Questa pianta, che cresce lungo i fossi e in luoghi umidi in genere, ha, comunque, molte proprietà medicinali; a questo scopo si utilizzano le radici, la corteccia, i fiori e le foglie. I frutti sono, invece, poco usati nella medicina popolare per l'intensa colorazione del loro succo, per il sapore ingrato e per la loro pericolosità. La radice è lassativo-purgativa, efficace diuretico e antiedematosa, la corteccia, sempre essiccata e mai fresca, viene impiegata come antireumatico o come diuretico (meno efficace della radice ma di più pratica raccolta); le foglie mitigano i dolori reumatici. I fiori sono soprattutto sudoriferi e impiegati nelle affezioni bronchiali e dell'apparato respiratorio in genere, ma devono essere, anch’essi, utilizzati sempre essiccati. Godono fama di aumentare la secrezione lattea delle nutrici.
 
 
CLELIA
Domenica 23.07.2006

Sveglia alle 7 – Michele, Stefano e Paolo vanno con Antonella a prendere le auto a Quincinetto e le portano a Nomaglio.
Mi sveglio e dalla finestra della nostra camera si vede tutta la pianura sotto di noi. Nella notte  migliaia di luci costellavano la pianura, ora una leggera nebbia sale verso la montagna. Dopo colazione ripartiamo verso la nostra nuova meta: Nomaglio a 575 mt.. è il più piccolo comune della valle con i suoi 350 abitanti, sparsi su 3 kmq di territorio. Attraversiamo il bosco per il primo pezzo di discesa, dove incontriamo strada facendo dei grandi massi perforati da caverne che gli abitanti del luogo chiamano “caverne delle masche”. Io, Michele, Pietro, Anna ed Antonella ci fermiamo a scrivere e a sentire antiche voci che raccontano antiche storie. Anche nel Biellese le alte cime dei monti, i pascoli, le oscure barme (caverne), i verdi declivi erano popolate di creature fiabesche, masche, fate e un’infinità di esseri magici che danzavano il sabba, un girotondo luminoso. Le masche erano donne che avevano venduto l’anima al diavolo e, per aver commerciato con il diavolo, venivano dotate di poteri soprannaturali e potevano fare agli altri il bene e il male che volevano. La tradizione vuole che scegliessero di fare sempre il male. Non era facile riconoscere la qualità di masca in una donna. Innumerevoli sono i malefici attribuiti alle masche: scatenare la grandine, inquinare le acque, rubare i bambini, impedire alle mucche di produrre il latte, uccidere gli animali, operare ogni tipo di fattura su cose e persone. Borbottavano magiche formule e utilizzando gli oggetti di proprietà di una certa persona, facendo strani segni cabalistici, decretavano la sventura che non tardava a colpire il destinatario. Si dice che le masche accompagnassero le fatture con una parola magica “Oh! stant’eterne” di cui si è perso il significato. Si narra che fabbricassero prodigi d’amore e di morte, combinati con le erbe delle alpi. Si trattava di filtri molto semplici, innocui beveraggi a cui venivano associati poteri miracolosi. Ad esempio, le masche suggerivano a chi voleva conquistarsi il cuore della persona amata, di pungersi un dito, di farne sprizzare qualche goccia di sangue in un bicchiere di vino e di darlo a bere all’interessata. Il miglior esorcismo per neutralizzare le masche è il segno della croce davanti alla persona che è sospettata di mascologia. Le masche operano su loro stesse curiose metamorfosi: possono trasformarsi in capre, becchi, scrofe, gatti e altri animali. Per questo motivo il popolo della superstizione credeva che in ognuno di questi esseri si nascondesse una masca e, spesso, li colpiva con odio ingiusto. In particolare, al gatto nero venivano associato poteri malefici.
Un’altra credenza stolta riteneva che se nella stanza dove giaceva una persona morta svolazzava un moscone, quella persona era una masca e il moscone era l’anima dannata che usciva di bocca quando esalava l’ultimo respiro. Svariati sono i paraggi indicati un tempo come luogo per il cupo sabba delle masche. Uno di questi sarebbe il Pian d’Irogna, sopra Piedicavallo. Il Sabato sera, al tramonto, un gruppo di donne il cui volto è nascosto da un velo nero, sale con un violino e un archetto sotto il braccio, la salita che da Buzzelle va all’Olm e, infine, al Pian dell’Irogna. Giunte sul piano accendono un gran rogo, si dispongono intorno, accordano i violini e suonano e danzano. Durante la danza si compie la metamorfosi: da donne a gatti, a capre e a bisce... fino a quando un gallo preannuncia l’alba. Allora il sabba si conclude, le masche ritornano al loro aspetto di donne e tornano alle loro case.
Nel medioevo e nel 1600 furono intentati molti processi a presunte streghe, anche nel Biellese.
Seguiamo un percorso chiamato “sentieri dei formaggi”: sono sentieri e mulattiere che collegano il centro di Andrate con la località di San Giacomo e che negli ultimi anni sono stati recuperati. Propongono un ecosistema ancora integro e di rara bellezza  e tramandano la memoria storica di un ambiente che oggi presenta un armonioso intercalare di boschi e radure mentre fino ai primi anni 60 del secolo scorso era caratterizzato quasi esclusivamente da prati e pascoli ed era la base del sistema foraggiero perfettamente organizzato. Inoltrarsi su questi sentieri significa infatti ripercorrere le vie quotidiane utilizzate nel passato dai margari e dai loro animali.  I sentieri sono tre e sono di facile percorrenza: “Sentiero Verde” (basso) partenza ed arrivo  Piana di Salamia presso area attrezzata pic-nic, lunghezza totale Km. 3.50 , mt. 820-920 slm, dislivello 100 m, grado di difficoltà: facile, tempo di percorrenza 1h. “Sentiero Blu” (medio) partenza ed arrivo Pontile, lunghezza totale Km. 4.70,  mt.920-1150  slm, dislivello 230 m, grado di difficoltà: turistico, tempo di percorrenza 2.30’h. “Sentiero Rosso (alto) partenza ed arrivo San Giacomo presso area attrezzata pic-nic, lunghezza totale Km. 5.10, mt. 1090-1330  slm, dislivello 240 m, grado di difficoltà: escursionistico, tempo di percorrenza 2.30’ h.
Percorriamo prima un tratto del sentiero rosso e poi proseguiamo sul sentiero blu che attraversa boschi e pietraie; ora la discesa è veloce e piacevole ed arriviamo ad un bivio tra Andrate e Nomaglio. Andrate si trova a 836 metri di quota  ed ha 476 abitanti: in Regione Salamia ospita un “Museo della civiltà contadina” dove sono presenti settecento oggetti ed attrezzi a testimoniare la vita di un paese di montagna in condizioni economiche ed ambientali assai difficili. Nel Museo sono documentate anche le diverse attività artigianali locali. L’esposizione al coperto è di 280 mq. e gli oggetti sono raccolti e presentati sotto forma di laboratori, in modo che il visitatore possa meglio ricordare e capire le attività del passato; una parte dell’esposizione presenta la documentazione della vita contadina andratese in una raccolta di 50 fotografie (formato 30x40). Le visite guidate al museo ripropongono scene della vita del paese in epoca passata. Nell’area esterna al Museo, in un parco attrezzato, sono visibili un grande torchio, macchine e carri agricoli, un maglio a ruota idraulica, una sega circolare da falegname con comando a pedale e un’imballatrice per fieno fine ‘800 con pressa azionata dall’uomo. Nella zona circostante il museo si propongono percorsi diversi per imparare a conoscere la flora e la fauna della Serra, ma soprattutto le erbe spontanee che per anni sono state il fulcro dell’alimentazione dei nostri nonni.

Scendiamo verso Nomaglio, percorrendo una mulattiera dove ci attendono le auto, seguendo il sentiero verde. Ora incomincia  a farsi sentire la fatica ed il caldo, provvidenziale la comparsa di una anticha fontanella che ci regala acqua fresca e ristoratrice. A Nomaglio esistono due antichi mulini, un tempo utilizzati per la macinazione del grano e della castagna. La  loro presenza è gia attestata da documenti del 1715, ma sono certamente di epoca precedente. Si tratta di mulini a “terragno” ossia situati a una certa distanza dal corso d’acqua e collegati a questo da un breve canale, scavato nella terra o nella roccia. Il più piccolo dei due fu destinato ad uso diverso fin dalla fine dell’800, a seguito di un deterioramento delle strutture di macinazione. Il più grande fu invece ristrutturato del 1881 e dopo l’abbandono dell’attività dell’ultimo mugnaio, donato al comune. Il mulino oggi costituisce, insieme al risanamento dei castagneti e al ripristino di mulattiere e sentieri, il fulcro dell’ecomuseo, un’iniziativa di valorizzazione del patrimonio del territorio avviata dal comune di Nomaglio dal 1996. Inaugurato nell’ottobre 2001, l’ecomuseo fa parte della rete Cultura Materiale della Provincia di Torino.
Arriviamo a Nomaglio alle 13,30 e ci trasferiamo in auto a Trovinasse per il pranzo; al nostro arrivo ci sorprende il caos di auto e persone che troviamo. E’ domenica ed i prati sono pieni di persone che fanno pic-nic  ed il ristorante è zeppo di persone per il pranzo.


Rocce antiche
si stagliano nel cielo
scrivo sul masso.

Donne o streghe
caverne nella roccia
brezza leggera.
 

Non sembra più il posto di venerdì sera, pervaso di pace e tranquillità, sembra una qualsiasi località di vacanza, con gente rumorosa, urla di bimbi e caos di auto. Dopo il pranzo ci sediamo attorno ad uno dei solidi tavoli di legno e pietra per l’ultima condivisione e con immenso dispiacere si arriva ai saluti finali con il proposito di rincontrarci presto.
La nostra avventura è finita, partiamo portando con noi emozioni, stanchezza e la volontà di riprovare ad intraprendere un altro viaggio Wasnahijin con altre modalità di percorso e con tempi più lenti per poter assaporare nel migliore dei modi sia il viaggio che il piacere di scrivere.
 
 
alchemilla
ANNA
 
domenica 23 luglio 2006

Mi sveglio presto, come sempre, ma un po’ di stanchezza residua mi convince a ritornare a letto. Nel dormiveglia sento i passi  di qualcuno che chiude la porta, che scende le scale: inizia il giorno, l’ultimo. Mi alzo velocemente pregustando una colazione degna di un rifugio di montagna: delusione.  Marmellata comprata al supermercato, burro di serie e un cappuccino appena passabile, il viaggio sta finendo. Dopo il cappuccino e la lunga attesa dei ritardatari, dopo avere aspettato Michele e Antonella che hanno accompagnato Gianni al rifugio Rossella, perché è lassù che vorremmo concludere la giornata con un ottimo pranzo, dopo il cerchio e il saluto ripartiamo per quello che dovrebbe essere un percorso lungo ma in discesa. Un calvario. Non finisce mai. Una serpentina infinita tra boschi, massi, sterpaglie e sentieri quasi inesistenti. Io e Pietro, Michele e Clelia perdiamo il gruppo che naturalmente avanza veloce. Antonella che sa la nostra lentezza ci aspetta. Decidiamo di darci il tempo e avanziamo con calma e tranquillità. Il sentiero  all’inizio è largo ma ricoperto di ciottoli, faticoso per i miei  piedi sempre doloranti. Ci fermiamo in una radura particolare: qualche rovo, piccole quercianelle, qua e là il sorbo rosso. Grandi massi e lassù una grotta, ampia, aperta. Appeso al centro della grotta un paiolo di rame. Improvvise le streghe danzano sulla  grande roccia: io e Antonella le vediamo, come quando a Triora  in un viaggio precedente, io e lei da sole, le ritrovammo nelle cabotine, ombre  sfuggenti in un gioco creativo di donne alla ricerca di se stesse. Le streghe: fascino e mistero.
 
 
 
Danzano  donne
Sui monti in cerchio
Gonne al vento


Storie di donne: amori, sacrifici, giochi e sospiri. Creatività e sofferenza che da sempre accompagnano noi donne. Donne oppresse e represse, costrette alle omologazioni, ai silenzi del cuore, alla rinuncia. Le vedo, quelle streghe che danzano le gonne e i capelli al vento: nel paiolo fumo e fantasmi, sospiri e lamenti. La presenza di Pietro e Michele disturba un po’ questa danza al femminile. Pietro sale a curiosare: tipico degli uomini profanare i sogni di noi donne; ora ci dirà che qualche buontempone ha portato lassù il paiolo, magari ci dirà che è bucato e un po’ di mistero se ne andrà dai nostri cuori. Guardo e aspetto. Riparto per ultima e non mi accorgo che Pietro ha dimenticato sulla pietra la sua bandana. La sua curiosità lo ha distratto. Un segno.
Cammino lentamente, mi volto a guardare quella pentola rimasta sola a pendere in mezzo alla bocca della grotta. E ancora donne danzano.
Il mio passo diventa inconsapevolmente trotterellante: sono contenta di questo incontro.
 


Sotto la grotta
Un paiolo aspetta
Le nuove masche


Riti pagani
Sulla conca di pietra
Sediamo stanchi


Antico fiume
Sulla pietra  asciutta
Danzano masche


Il sentiero incomincia ad attorcigliarsi intorno alla montagna, avanti e indietro, in salita e in discesa. Bisogna saltare di sasso in sasso, ogni tanto una ringhiera di legno improvvisata con rami protegge dalle probabili cadute. Una carcassa di salamandra rinsecchita mi dice che qua intorno c’è, o c’era, qualche pozza d’acqua, ma non incontriamo ruscelli. Solo umidità sotto il letto delle foglie cadute.


Le salamandre
Nascoste tra le foglie
Rosse e nere


Siamo in ritardo sul programma di marcia, non arriveremo mai a Trovinasse per il pranzo. Su questo sentiero ho la sensazione di ritornare sempre sui miei passi.  Ogni tanto si intravedono tra i rami le figure dei compagni di viaggio che ci precedono; per fortuna Clelia è lenta come me e anche Maria ci tiene compagnia. Il sentiero brilla per la presenza di pietre di mica, è facile scivolare. Peccato che non si sentano canti di uccelli: è come se il bosco fosse completamente disabitato! Per la verità non ho neppure notato la presenza di insetti, né abbiamo incontrato fatte di qualsivoglia animale. Si sente solo di tanto in tanto qualche voce lontana e in fondo alla valle il rombo delle automobili e lo scroscio  della Dora. Il tempo passa e non si arriva mai. Forse abbiamo sbagliato strada. Le indicazioni che ci avevano dato al rifugio Genzianella ci confondono, i sentieri sono nascosti dalla boscaglia e dai massi ricoperti di foglie e arbusti. Ci sembra di essere vicini alla meta: Nomaglio. Sembra di sentirne il respiro. Piccolo paese ai piedi della montagna. Un’ultima radura, tanto verde, legna accatastata e qualcuno a cui chiedere informazioni. Siamo quasi arrivati. Ancora una discesa e una piccola sorgente tra il muschio. L’acqua è freschissima ed ecco le case. Siamo già sulla strada asfaltata, ci organizziamo per andare a prendere le automobili.
A  Trovinasse ci aspettano per il pranzo anche se l’ ora è passata.
Lungo la strada in salita ho la sensazione che stiamo sbagliando: forse era meglio salutarci una volta arrivati sulla strada asfaltata. Forse non ci sarà più nessuno a pranzare vista l’ora tardi, forse mangeremo degli avanzi, forse non avremo più niente da dirci. Già lungo la strada una fila di automobili ci sorprende: ne è piena la strada sterrata che porta al rifugio, i vari piccoli parcheggi intorno al caseggiato. È domenica! Vacanzieri, bambini, vecchi e Liliana, vecchia amica di Antonella; anche lei tornata su strade già percorse tanti anni fa: è bello salutarla. Il pranzo è di quelli della domenica: abbondante, pesante, sommerso dai rumori, parole, urla e ancora rumori. Impossibile comunicare, mi sento lontana e capisco la percezione avuta prima di affrontare la salita che ci ha portato  quassù. Siamo rimasti solo noi nella sala da pranzo: ancora qualche chiacchiera, una foto, una barzelletta.
Fuori c’è un bel sole e qualcuno è ancora disteso nell’erba: scendiamo sul prato davanti al rifugio, ci sediamo al tavolo di pietra per un ultimo caffè. Tra  poco ci separeremo, ognuno tornerà  a casa e chissà se mai ci rincontreremo: certo gli haiku e il racconto di questo viaggio saranno il legame che  ci riporterà indietro nei ricordi ogni volta che vorremo, e sarà interessante confrontare le emozioni vissute. Un ultimo cerchio prima di lasciarci: le mani si stringono una dopo l’altra, energia che passa ed è già ora di lasciarsi. A valle lungo la strada del ritorno un caldo soffocante ci avvolge e ci riporta indietro al primo giorno quando questo caldo ce lo lasciammo alle spalle iniziando la salita verso Senge.


Caldo ritorno
Lentamente la città
Si avvicina
 

 

BEATRICE

domenica 23 luglio 2006

Si parte. E’ il ritorno. “In un’oretta- dice Antonella - s’arriverà alla base. – “Se è un’oretta come le tre orette per arrivare a Trovinasse, siamo a posto!” è il commento. Il bosco diventa un labirinto. Su e giù, gira e rigira, carta del bosco alla mano, occhio ai segnali del CAI sulle rocce. "E’ blu e rosso: okey; solo blu, no, assolutamente non va bene…..Di là, di qua, fermatevi se volete o proseguite, fate voi, ma che facciamo? Ci risiamo… Almeno il bosco è fitto e fresco; sì, c’è qualche zanzara che aggiunge il carico, ma che ci fa?


Ripida via.
Urge conforto d’amico.
Mi strizza l’occhio.


Tanto caldo. Tanto sudore. Gli zaini, maledetti. Preso in considerazione l’inadeguato allenamento. Spariscono di nuovo penne e taccuini. Il bosco è stupendo, però!


Sguardi per aria.
Cielo verde di foglie
vibra col vento.


Base raggiunta. Assoluta dedizione richiedono le conquiste. Si torna, poi, a Trovinasse. Diciamo pure che ci torniamo di corsa; questa volta in macchina, però. Siamo stati bravi e meritiamo un po’ di Paradiso dove gustare burro e castagne, tortelloni, peperoni, dolce e caffé e le risate con Gianni. Di nuovo ci riuniamo attorno a tavoli di pietra per guardarci negli occhi, per ripeterci che, sì, siamo stati bravi a camminare tanto, veri pellegrini, a scrivere tanto come veri poeti di Haiku, a volerci bene come nel cerchio di mani.


Fine del viaggio.
Strette le mani in cerchio:
è arrivederci.

 

È il momento dei sacchettini ora. Anna li estrae dal suo zaino. Sacchettini colorati di media grandezza, di quelli che si usano per mettervi dentro un regalo. Siamo all’haiku finale, all’Ageku. Segretamente ciascuno pone dentro un sacchetto “qualcosa” che ha raccolto in questi giorni  durante il viaggio. Una spiga, una corteccia, una pietra, una foglia, qualunque cosa incontrata e raccolta appositamente. Sul sacchetto ciascuno scrive il proprio nome. Dieci sacchetti colorati. Su un bigliettino bianco ciascuno scrive di nuovo il proprio nome. Estrazione a sorte. A ciascuno tocca un sacchetto. Lo porterà a casa. Scriverà un haiku ispirandosi a ciò che ha trovato nel sacchetto. Li leggeremo fra alcuni mesi insieme ai racconti di quest’ultima giornata quando saranno tutti raccolti in un libro di Haibun. È bella l’idea di lasciarci senza sapere cosa abbiamo scritto l’ultimo giorno. Lasciarci con la curiosità di scoprirlo domani, coltivando la pazienza di aspettare, lasciando in piedi, in sospeso, un appuntamento. È meglio non scriverli adesso gli haiku di chiusura. La mente ormai è rivolta al ritorno. Il viaggio è finito. Non c’è la calma, non c’è la concentrazione sufficiente. Meglio prendersi tutto il tempo che occorre, osservare a lungo l’oggetto che ciascuno troverà nel proprio sacchetto, sentirne le evocazioni tenendolo fra le dita, coglierne l’eco che suscita in un momento in cui siamo soli ad ascoltare, a ricordare. Gianni fa segno ad Antonella ripetutamente picchiettando l’orologio sul polso. È ora di andare.
L’ultimo saluto a Iriano e Rosella.
Ci incamminiamo. Antonella con passo veloce va a prendere la sua auto. Ritornerà fra poco a prelevare Gianni che con la gamba ingessata fa fatica a camminare sul terreno di sassi e ghiaia. Ma intanto anche Gianni fa un pezzo di strada a piedi insieme a noi. Sino alla chiesetta di San Quirico dove due giorni prima avevamo fatto il rituale della partenza per San Giacomo di Andrate. Aspettiamo qui Antonella che già vediamo salire con l’auto lungo la strada sterrata. Mi siedo sul gradino della chiesetta di San Quirico. Quando Antonella arriva eccoci pronti per l’ultimo cerchio, l’ultimo rituale di partenza, il canto armonico, le cinque vocali, i cinque verbi del mattino, anche se sono le cinque del pomeriggio. Ascolto Esprimo Incontro Opero Unisco. L’ultima foto in cerchio. Antonella e Gianni si allontanano con la loro auto sollevando dalla carrareccia nuvolette di polvere.

 

della chiesetta
solo l’ombra conosco
sul suo gradino

 

E adesso siamo tutti alle auto. Ah, è vero, il libro Oltre l’Autunno! Paolo ne acquista due copie. Una copia Arianna, una copia Stefano. A Beatrice porterò io stesso a scuola le copie prenotate dai suoi alunni, in autunno, quando comincerà la scuola. È davvero il tempo dell’ultimo saluto. La cara Arianna. Stefano. Beatrice, Mary, Paolo. E ora è silenzio.

Stiamo scendendo in auto tornante dopo tornante. Michele alla guida. Io seduto al su fianco. Anna e Clelia sui sedili posteriori. Riconosciamo alcuni luoghi dove siamo passati in questi giorni. L’hotel Vivande e Bevande. Il ponte di Quincinetto sulla Dora. Corriamo sull’autostrada adesso. Caldo afoso. L’aria condizionata a cui non sono abituato. Ancora silenzio, quasi un bisogno di rivedere velocemente quei quattro giorni Wasnahaijin. Nella mente il ripasso di tutti i luoghi, le parole dette, le parole scritte, quasi a volerle fissare definitivamente, sottrarle all’erosione della dimenticanza, rivederle e riascoltarle con occhio critico e distaccato. Poi si chiacchiera a lungo sino a casa.
 
 
 
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DA ARIANNA

Sono arrivata a Torino. Il ritorno lascia indietro le cose. Sono appesantita accaldata ho dormito. Svuotare la mente non è semplice (ripenso a quello che diceva Pietro sulla poesia). In pochi rari momenti il mio cuore è stato trafitto aperto ammorbidito per cogliere la bellezza delle cose in sé. Ma io sono parte di questa bellezza? L’universo mi contiene? Sì mi contiene, gli appartengo, complessa, piccolina, solitaria, amorosa. Cardiopatica, a volte formale, a volte sincera, come ha detto il mio amico.
Una poesia (non un haiku) sul mio viaggio di ritorno in macchina con Stefano fino a Torino:


Dall’autostrada
il cielo era Piemonte
di nuvole compatte di tramonto.
E aperte, perle azzurre.
Ho richiamato gli occhi del mio amico.
Da punto a punto svelano le Cose.
Macchine lente alla città dormiente.

Arianna



DA MICHELE

Allego gli acronimi dei partecipanti a questo viaggio Wasnahaijin Oiciman.

Semplice
Tenero
Efebico
Fantasioso
Atletico
Nuovo
Orco


Amichevole
Ragazza
Intellettuale
Ama
Napoletani
Non
Ariani


Preziosi
Antichi
Ori
Lui
Ottiene


M
ovenze
Antiche
Ricorda
Incedere
Atavico

Poeta
Interversale
Estimatore
Teorie
Ripetibili
Ovunque


Architetta
Nuove
Norme
Antipietro


Buona
Esteta
Analizza
Tutti
Ricevendo
In
Cambio
Energia


Atletica
Nei
Tragitti
Oicimani
Non
Esterna
La
Lunga
Attesa


Genovese
Incidentato
Anche
Nella
Notte
Incazzato


Modesto
I
Cui
Haikù
Eleganti
Lo
Evidenziano


Camminatrice
Lenta
Enfatizza
Le
Impossibili
Arrampicate

 

Michele



DA ANTONELLA

Lunedì 24 luglio 2006, 30° giorno del sesto mese lunare

Genova. Sono le 5.45, sono sul treno per Milano. Sto rileggendo il breve diario di viaggio. Domani sarà il primo giorno del settimo mese lunare, il novilunio. Chiudo il quaderno.


siete lontani
da un giorno appena
quanta distanza!

Aspettare.
Non
Tanto
O
Non solo di
Essere
Leggeri, ma di essere
Lievi.
Aspettare.


è saporita
per corpo e spirito
la “soma d’haiku”!

Antonella

Siamo entrati nel cortile di Cascina Macondo. L’auto di Michele si accovaccia sotto il grande salice. Una bella luna tra le fitte foglioline oblunghe. Scarichiamo i nostri zaini poggiandoli sul terreno gibboso sollevato dalle radici. Nel silenzio del cortile le nostre voci cristalline. Quando Michele e Clelia ripartono, il sienzio si fa totale. Il cortile,  il salice,  i muri della casa, hanno il colore della luna. Chissà cosa scriverà Arianna sul mio cucchiaino di caffè di color ruggine e argento trovato nel suo sacchetto.

 

Il cappuccino,
leggera la mia crema.
Alba a Torino.


Arianna Sacerdoti




sbuffi di vento
ognuno col suo passo
come le foglie


Antonella Filippi




Libero canto
smorzato sulla strada.
Piuma in ricordo.


Beatrice Sanalitro




Chiesetta sola
a guardia della valle
siedo sul sasso.


Clelia Vaudano




La cascatella,
rumori da lontano,
magica gita.


Mary Luoso
 
 


cicala canta
tra i rami al vento
lieve respiro


Anna Maria Verrastro




All’improvviso
profumo di timo
sotto le scarpe


Michele Bertolotto




nel sottobosco
non solo nello yogurt
mirtilli viola


Stefano  Zoja




Nero carbone
colpita dal fulmine
la grande quercia.


Paolo Severi




all’erba ritorna
il mio ricamo di lana
a Wasnahaijin


Pietro Tartamella

 

baita

 


PARTE PRIMA               PARTE SECONDA                 PARTE TERZA

WASNHAIJIN OICIMANI, CHE COS' E' ?

 

manifesto della poesia haiku in lingua italiana

dizionario-glossario: universo haiku e dintorni

l'angusto sentiero del nord, di Matsuo Basho

 

 
 
 
 
 

 
 
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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 14 Dicembre 2011 15:02 )
 

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