Home Archivio News-Eventi WASNAHAIJIN OICIMANI - anno 2006 - HAIBUN DELLA DORA BALTEA E DEL CANAVESE - parte seconda
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WASNAHAIJIN OICIMANI - anno 2006 - HAIBUN DELLA DORA BALTEA E DEL CANAVESE - parte seconda PDF Stampa E-mail
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News - News
Scritto da Tartamella   
Sabato 15 Ottobre 2011 15:51

 

 Fin da ora ringraziamo i comuni,
le comunità montane, le pro loco, le province e le regioni,
gli enti, le organizzazioni pubbliche e private in Italia e all’Estero,
che volessero suggerirci luoghi e percorsi degni di nota,
e volessero per loro generosità e passione
sponsorizzare i nostri viaggi Wasnahaijin Oicimani
offrendo cibo, pernottamento, itinerari dettagliati.
 
logo

 

Quando è possibile è più conveniente essere generosi,
e dare una mano agli altri nel realizzare le loro aspirazioni.
Gli uomini, quanto più avranno incontrato qualcuno che li ha aiutati,
tanto più saranno disposti a loro volta ad aiutare qualcun altro.
In questo modo vedrai aumentare le probabilità
di incontrare qualcuno che potrebbe desiderare di aiutarti
.

Pietro Tartamella

 

WASNAHAIJIN OICIMANI

viaggio a piedi alla maniera degli antichi

 
 

IL VENTO E IL QUADRIFOGLIO

HAIBUN DELLA DORA BALTEA E DEL CANAVESE

PARTE SECONDA
sabato 22 luglio 2006

a cura di Pietro Tartamella
 

viaggiatori

Annamaria Verrastro, Antonella Filippi, Arianna Sacerdoti,
Beatrice Sanalitro, Clelia Vaudano, Mary Vuoso, Michele Bertolotto,
Paolo Severi, Pietro Tartamella, Stefano Zoja, Gianni Maria Vinci

 

 

 

PARTE PRIMA               PARTE SECONDA                 PARTE TERZA

WASNHAIJIN OICIMANI, CHE COS' E' ?

 

sullo zerbino
strofino le mie scarpe
uscendo di casa

 

tavoloAdesso è proprio tempo di mettersi in cammino. Sono le dieci e trenta. Il sole si è fatto caldo. Scendiamo lungo il sentiero sino allo spiazzo erboso della chiesetta di San Quirico, a cento metri dal rifugio Rosella. Su tavolette di legno inchiodate a un palo di legno, a ridosso del muro in pietra della chiesetta, sono indicate alcune direzioni.  In due ore  si arriva al Lago di Mombarone. In una mezz’oretta alla frazione il Maletto, un antico borgo di case costruite in pietra locale intorno a un campanile a quota 1336 metri. C’è una locanda al Maletto dove si può gustare la “polenta concia” tipico piatto alpino, particolarmente gustoso se è accompagnato da vini appropriati come il Dolcetto d’Alba, il Grignolino d’Asti,  il Valcalepio Rosso, il Chambave Rosso, il Sassella Superiore della Valtellina, il Garda Groppello, il Tocai friulano.
Dal Maletto si può salire al Bec di Nona, alla Punta Cressa. Lungo il Vallone del torrente Chiussuma si possono raggiungere il Colle della Lace e la Colma di Mombarone.
Nel mese di luglio gli allevatori caremesi per la Festa di S. Anna organizzano nei pascoli del Maletto la “Battaglia delle Reines”, una tradizionale battaglia delle mucche regine, non cruenta come le corride spagnole, ma animata e simpatica. Tutti i paesani e gli allevatori vi partecipano.
A fine settembre invece organizzano in paese la “Festa dell’Uva” che dura molti giorni con diverse manifestazioni folcloristiche e culturali e concerti. Le uve migliori vengono premiate alla fine della festa con un “Grappolo d’oro”.
Paolo Severi, se venisse qui nel mese di settembre, potrebbe forse trovare con la sua batea qualche acino-pepita.
       La chiesetta di Trovinasse porta incisa sulla pietra del frontone d’ingresso la data 1806. Iriano dice che è dedicata a San Quirico, uno dei più giovani martiri della cristianità. La leggenda narra che durante la persecuzione di Diocleziano ad Iconio, città della Licaonia (regione dell'attuale Turchia) una donna ricchissima di nome Giulitta, rimasta vedova con il figlioletto Quirico, fu fatta arrestare con l'accusa di essere cristiana dal crudele governatore romano Alessandro.
Fu sottoposta a lunghi interrogatori e torture per farle abiurare la sua fede. Ma Giulitta non abiurava. Alessandro aveva strappato il bambino dalle mani della madre e lo teneva sulle sue ginocchia per impaurirla e indurla a cedere.
Il bambino continuava a piangere e a strillare, ma quando sentì sua madre che diceva “sono cristiana”, anche lui, smettendo di piangere, disse con estrema determinazione “anch’io sono cristiano”. Il governatore imbestialito prese il bambino per un piede e lo scagliò a terra dall'alto del suo seggio dinanzi alla madre. La sua piccola testa andò a sbattere contro i gradini dei tribunale sui quali “schizzarono le tenere cervella”. La madre, pur impietrita dal dolore, restò ferma nella sua fede ed anzi ringraziò Dio per aver concesso al figlio di precederla nella gloria del Paradiso. Poi anche lei, dopo strazianti torture, fu consegnata al boia per essere decapitata.  I loro corpi, raccolti da una ancella, furono tenuti nascosti fino a quando il clima di pace e di sicurezza dell'era costantiniana permise che fossero esposti in luogo pubblico.
La data più probabile del loro martirio è il 15 luglio del 304 (o 305), anche se la loro festa nella Chiesa occidentale è prevalentemente celebrata il 16 giugno.
Il racconto della Passione del piccolo Quirico e di sua madre Giulitta si diffuse in un batter d’occhio arricchendosi presto di particolari fantastici tanto da far dubitare della sua stessa storicità. Non molti anni dopo la loro morte il vescovo di lconio, Teodoro, su richiesta del vescovo Zosimo, avvalendosi di testimoni attendibili e documenti sicuri, ricostruì la storia di Quirico e Giulitta.
In Occidente il loro culto si diffuse nel Medioevo soprattutto in Italia, Francia e Spagna. Il vescovo francese di Auxerre, S. Amatore (o Amanzio), tornando da una visita ai Luoghi Santi trasportò le reliquie da Antiochia a Marsiglia, dove furono deposte nell'Abbazia di S. Vittore. Amatore morì nel 418. Da quest'epoca comincia, forse, la diffusione in Occidente del culto dei due SS. Martiri.
In Italia si contano una cinquantina di località che portano il nome di S. Quirico (o Chirico), ma ben più numerosi sono le chiese parrocchialie e gli oratori.
In Campania è individuato come unico luogo di culto la chiesa di Bolano (Salerno), dove la devozione è attestata fin dal medioevo con un documento di vendita dell' 801 (Codex Diplomaticus Cavensis 1,5 - Badia di Cava). Il nome Quirico, precisano i linguisti, sarebbe la forma volgare di Ciriaco. Entrambi derivano da Kyrios (cioè Signore, in greco) ed equivalgono al latino Dominicus.

    Ci mettiamo in piedi per il rituale della partenza, formando un cerchio compatto tenendoci per mano davanti alla chiesetta di San Quirico.
Per terra, davanti a noi, gli zaini e i pastorali. Le punte dei pastorali si toccano al centro del cerchio e vengono verso di noi come i raggi di una ruota di bicicletta. Gli zaini poggiati a terra, a sinistra dei bastoni, ricordano gli spessori di cartone che da ragazzo pinzavo con una molletta da biancheria ai raggi della bicicletta per trasformarli in raganelle che facevano rumore pedalando.
Alla caviglia ciascuno ha messo il suo braccialetto a sonagli.
Appoggiate sugli zaini le nostre bandane ricamate. Gli occhi chiusi. Le mani strette nelle mani dei compagni. I piedi sull’erba. Il sole in mezzo a noi. Respiriamo in silenzio ascoltando gli uccelli, le voci lontane dell’albergo, i campanacci delle mucche al pascolo, la fontanella vicina.
Concentrazione, rilassamento. Ci caliamo nella religiosità del cammino che inizieremo fra poco.
Nelle vesti di  Sabaki recito il senryu dello zerbino:

 

sullo zerbino
strofino le mie scarpe
uscendo di casa

 

I compagni replicano a voce alta, con gli occhi chiusi. Ora recitiamo insieme le cinque vocali, concentrandoci sul significato dei verbi che vogliono essere il proponimento di ogni nostra giornata. Gli occhi sempre chiusi. Sempre tenendoci per mano. Mimiamo il movimento dei piedi sullo zerbino nell’atto di uscire di casa al mattino quando ci accingiamo ad entrare nel mondo.


Ascolto
Esprimo
Incontro
Opero
Unisco

Ascoltare con tutti i sensi il mondo, le cose, il prossimo, ascoltare se stessi, i propri sogni, le proprie aspirazioni, i propri talenti, ascoltare vicino, lontano, grande, piccolo, apprendere, curiosità, riflettere, capire, confrontare, discernere.

Esprimere, spingere fuori, fare uscire, comunicare, dire, raccontare, mostrarsi, con semplicità e naturalezza, svelare, affermare, schiettezza, non nascondere.

Incontrare, andare incontro, verso le cose, verso gli altri, verso il mondo, verso sé stessi, compassione, comprensione, cogliere, aiutare, condividere, sostenere.

Operare, agire, costruire, realizzare le cose nostre e del mondo,  le cose degli altri che altresì operano, attivarsi, fare, rifare, continuare, credere, persistere.

Unire, mettere insieme, sommare, crescere, far crescere, non sminuire, sottrarre, diminuire, togliere, privare, ma aggiungere, dare, trovare alleati, essere alleato, sinergia, forza, ricchezza, fiducia.

Ripetiamo le cinque vocali e i cinque verbi.


Ascolto
Esprimo
Incontro
Opero
Unisco

Ora le nostre voci cercano di amalgamarsi in un canto di armonici pronunciando sempre più a voce alta, e con le tonalità più consone a ciascuno, la sequenza dei suoni contenuti nelle parole Wasnahaijin Oicimani. Una sequenza di vocali che ben si prestano all’emissione di armonici. Ne viene fuori un canto. Tutti siamo avvolti dall’amalgama delle nostre voci. Le sonagliere alle caviglie ci accompagnano con i loro suoni vibranti e cristallini. La voce si fa più potente. I petti si gonfiano. Sentiamo l’aria della montagna nei polmoni. Le vibrazioni sono come massaggi sonori su tutto il corpo. Rilassano e danno forza. I cinque verbi sono chiari e freschi nella nostra coscienza.
Silenzio. 
Riapriamo gli occhi.
Lasciamo la stretta delle mani per dedicarci alla “vestizione”. Riponiamo i sonagli in una tasca dello zaino. Indossiamo la bandana. Lo zaino sulle spalle. Impugniamo i nostri bastoni e i nostri quaderni. Ci mettiamo in cammino in silenzio, come purificati.

 

chiuso in un cerchio
mondo di brezza e steli
la città a due passi

 

      In verità il rituale della partenza che ho appena descritto, che è anche il rituale di arrivo ad ogni tappa, non si è svolto proprio così. Così lo faremo l’anno prossimo e nei prossimi viaggi Wasnahaijin Oicimani. In questo viaggio ci siamo tenuti semplicemente per mano. Ma spesso le mani erano ingombrate da un bastone  o da una bandana, e la concentrazione e il senso di ritualità veniva un po’ compromesso. Non abbiamo recitato il senryu del mattino e nemmeno  le cinque vocali e i cinque verbi. Non abbiamo cantato i suoni armonici di Wasnahajin Oicimani. Lo faremo l’anno prossimo. L’hanno prossimo lo faremo. Tale e quale.

 

della betulla
la corteccia zebrata
un foglio bianco

 

      Raggiungiamo la strada asfaltata. La prossima tappa è la Pensione Genzianella a San Giacomo di Andrate. Antonella ci assicura che il cammino è tutto pianeggiante, tranne il pezzo asfaltato. Ma è una salitina leggera. Ci distanziamo in fretta. Ognuno resta solo a camminare sulla strada poco frequentata.
Splendido mattino.
Procediamo lentamente lungo i tornanti quasi a voler aumentare la distanza che ci separa, per essere più soli con la montagna, più soli con noi stessi, assaporando ogni rumore, guardandoci intorno, osservando attentamente, respirando.

 

vasca da bagno
acqua piovana nuda
in mezzo al prato

 

        Arianna si è fermata ad aspettarmi. Ha perduto la sua penna. Chiede se ne ho un’altra. Ne ho un’altra. Tolgo lo zaino di spalla per cercarla in una tasca. Arianna vicino a me aspetta. Ecco la penna. Si allontana con la penna in mano. Il passo veloce, quasi a voler ripristinare la distanza che ci separava, quasi a volersi scusare di aver interrotto il mio silenzio.

 

sulla mia sosta
si posano l’ape e il ragno
per un momento

 

      La vista corre sugli alpeggi con gran respiro. Lungo la strada c’è acqua in abbondanza e casolari abitati, con animali nei recinti e mucche ruminanti. Tutta la valle è un risuonare mattutino di campanacci al pascolo. Si intravedono pastori e contadini al lavoro. La cima del Mombarone e il Monte Cavalgrosso svettano davanti al nostro cammino. Sulla punta del Mombarone scorgiamo la sagoma della statua del Redentore. Da qui la vediamo piccola, ma è una statua davvero imponente. Da lassù lo sguardo panoramico su tutte le vallate e su tutti i trecentosessanta gradi di tutte le direzioni deve essere uno spettacolo unico. Non avremo quella visione in questo viaggio.

 

passa un’auto
l’uccello sconosciuto
più non gorgheggia



Siamo arrivati alla strada sterrata. Un cartello affisso a un palo indica:

Alpe Buri      1525 m.   
Mombarone   h 2.30
La Torretta    h 1.30
Colle Lace      h. 1.30
Alpe Biolassa
Montagna Carema – 8 chilometri di strada sterrata

Sotto il cartello è arrivata in bicicletta la coppia di danesi con cui Arianna si era intrattenuta per qualche minuto la sera prima. Era una delle due coppie sedute a un tavolo vicino al nostro durante la cena. Ci salutiamo con un sorriso. Si avviano in un’altra direzione.
Noi prendiamo 8 chilometri di strada sterrata, bianca, pianeggiante, che entra in un bosco di pini e di betulle. Ogni tanto passa un’auto che solleva un po’ di polvere. Ci fermiamo a lato del sentiero per farle passare.

 
entra nel bosco
anche il rombo lontano
dell’aereo

 

     In fondo alla vallata si scorge il vasto letto sinuoso della Dora. Al di là, di fronte a noi, il Monte Cavallaria,  la Cima di Boze, il Colle Pian dei Muli, il Monte Gregorio. Le acque del fiume si sentono sin quassù. Un mormorio lontano.

 

festa a San Giacomo
la locandina rossa
sulla betulla

 

     A San Giacomo di Andrate ci sarà festa la sera. Cena all’aperto e corsa podistica. Altri cartelli che pubblicizzano la festa abbiamo incontrato appesi agli alberi del bosco lungo il sentiero.
Un sorso d’acqua. Una sigaretta. Due chiacchiere con Beatrice. Due chiacchiere con Arianna. La mulattiera, molto larga, procede in pianura. Il gruppo si ricompatta quando trova la strada ingombrata da una  mandria di vacche bianche che pascolano sin sopra il bordo alto del sentiero. Paolo, Anna, Mary, Antonella, Michele, tutti fermi aspettando che le vacche ci lascino passare. I loro campanacci si allontanano lentamente, finché non si apre una striscia di terra dove poter passare.

 
girano il capo
verso di noi le mucche
piene di mosche

 

       Anche le mucche ora sono alle spalle. Pini e betulle sul crinale del monte.
Un contadino sta lavorando vicino ad una baita. Ha aperto una chiusa e l’acqua scende in un rigagnolo ad irrorare il campo più in basso. Scavalchiamo il rigagnolo che attraversa perpendicolarmente la mulattiera. Un forte odore di letame nelle narici. È acqua grigia con letame o concime diluito.
Siamo di nuovo distanziati. Ma per poco. Beatrice e Mary e Paolo e Antonella, che erano avanti, li troviamo ad attenderci dietro una curva a ridosso di una grande pietra tra le betulle. Dietro la grande pietra in fondo alla valle il fiume Dora. Se ne stanno in silenzio seduti sull’erba, con la schiena appoggiata alla roccia, con il quaderno in mano intenti a scrivere. Paolo è sdraiato supino con le mani sotto la nuca.

 

segnano il posto
i bastoni appoggiati
alberi e pietre

 

       Beatrice sta scrivendo. Antonella sta scrivendo. Mary scrive. Un bel posto per scrivere. La loro concentrazione è un invito a sedersi. Anche Arianna trova il suo angolo d’erba. Depongo il mio zaino ai piedi della roccia. Trovo una pietra su cui sedermi all’ombra. Poi vado verso una betulla col mio quaderno. Accendo una sigaretta. Siamo tutti qui. Disposti in cerchio con posture diverse. C’è una atmosfera particolare. Nessuno osa parlare. Non ce n'è bisogno in verità. Il silenzio e la bellezza di quelle posizioni casuali assunte spontaneamente hanno qualcosa di magico. Scrivo a lungo guardandomi spesso intorno, respirando profondamente, ascoltando i rumori,  osservando i compagni, la grande roccia, lo scorcio della Dora in fondo alla valle. Anche Anna e Arianna scrivono. Il frinire delle cicale ci avvolge come un abbraccio.

 

consapevoli
il nostro buon silenzio
diviso e unito

 

     Solo i miei colpetti di tosse da fumatore interrompono il silenzio. Mi alzo per sfogare meglio la tosse. Ritorno a sedermi ai piedi della roccia, vicino a Michele. Anna prende il mio posto sotto la betulla. Michele mi fa un cenno di meraviglia e mi invita ad osservare Anna seduta. Anna, seduta per terra con la schiena appoggiata alla betulla, indossa una camicia marrone decorata sul petto con una larga striscia bianca su cui risaltano i bottoni. Quella striscia bianca è larga quanto il tronco bianco della betulla. Anna seduta sull’erba in quella posizione sembra attraversata dalla betulla. La striscia bianca della camicetta sembra la continuazione del tronco. Un effetto ottico che ci lascia tutti stupiti. Scatto un paio di foto. Ora anche Anna si è alzata a scattare alcune foto. Paolo ha abbandonato la sua posizione supina sull’erba e si è allontanato di alcuni metri arrampicandosi tra le spine oltre il sentiero per scattare alcune foto dall’alto. Tutti abbiamo la percezione che quegli attimi sono attimi. Anche con la penna cerchiamo di fermarli e capirli.

 

penne e quaderni
s’incontrano all’ombra
piccole righe

 

    betulla Restiamo in questo luogo una ventina di minuti. Sufficienti perché il luogo diventi familiare. E ora che è divenuto familiare, la normalità si riappropria delle nostre percezioni.
Ci incamminiamo tutti nello stesso momento, quasi lo avessimo tacitamente convenuto. Proseguiamo nel bosco silenzioso, un po’ affiancati, un po’ separati, a coppie, a gruppi. Qualche parola.
Dopo una mezz’oretta incontriamo un declivio erboso tra i pini e le betulle.
Al fondo della piccola vallata due casolari di pietra, uno senza tetto.
Un buon posto ombroso per mangiare un boccone.
Boccone è la parola giusta. Il pranzo consiste nella frutta che a Trovinasse Rosella e Iriano ci hanno preparato in un sacchetto. Anche uva. E un pezzo di pane. L’acqua ancora fresca. Si sta bene all’ombra. Qualcuno si distende per un piccolo sonno leggero. Qualcuno si allontana per esplorare più in là il declivio. Qualcuno raggiunge i due casolari di pietra girandovi intorno. Se hanno fatto come me quando sono andato ad esplorare i casolari, ne avranno approfittato per fare una pipì. Intorno a uno dei casolari scorre un rivolo d’acqua che forma un minuscolo laghetto proprio a ridosso del muro in pietra della baita. Il sole è caldo. Alcuni girini nuotano nel silenzio di quell’acqua fresca in quel minuscolo laghetto tra le pietre. Alzo lo sguardo. Nessuna nuvola.

 

alto nel cielo
spicchio azzurro di luna
il deltaplano

 

       Ed ecco a breve un altro deltaplano affiora dal profilo della montagna. Volano come uccelli nel silenzio. Gli omini piccoli piccoli. Sono probabilmente decollati dalla vetta del Monte Cavallaria, sul versante destro della Dora Baltea. C’è lì un luogo di decollo per deltaplani e parapendii. Sulla strada tutte curve che sale al monte Cavallara si può incontrare spesso il pulmino navetta che trasporta gli appassionati sino alla cima.
         Raccolta l’immondizia, i rifiuti, le cicche di sigaretta, ci rimettiamo in cammino, senza fretta. Questo è il tipo di sentiero adatto a noi e a Wasnahaijin. Oggi abbiamo scritto molto. Non eravamo distratti dalla fatica. Ci siamo guardati intorno con maggiore attenzione, osservando le pietre e gli alberi e i fiori e le erbe e il cielo e la terra. Senza fretta. Ci siamo fermati spesso, non per riposare, ma per godere dei luoghi e del silenzio e dei rumori. Questo è un viaggiare Wasnahaijin, senza fretta, sentieri e mulattiere, in pianura. Certo qualche salita e discesa è ammessa, ché sarebbe infantile immaginare un viaggio tutto in pianura. Ma che siano salite e discese dolci, brevi, utili a spezzare la monotonia, utili a corroborare il fiato, non a spezzarlo.
E con questi pensieri e riflessioni giungiamo a un campo dove crescono i mirtilli.
Non abbiamo fretta di arrivare alla pensione “Genzianella”. Abbiamo tutto il tempo. Ed ecco allora gli zaini di nuovo posati per terra, e un altro sorso d’acqua, e un’altra sigaretta.  Tutti siamo chini verso i cespugli bassi dei mirtilli a raccoglierli uno per uno, a sporcarci di viola le mani e le labbra e il sole che già si è fatto obliquo.

 
le dita a pizzico
tra i mirtilli s’incrociano
sotto le foglie

 

     Quando siamo sazi restiamo ancora seduti sull’erba e sulle pietre accoglienti. Michele ha raccolto una piccola pietra di mica. Lo osserviamo mentre strofina vistosamente la pietra sulle sue dita. Doveroso, lui lo sa, chiedergli perché.
Perché toglie il viola dei mirtilli.
Che Michele sia un burlone tutti lo sappiamo. Ci presta la pietra. Anna ed io e Clelia strofiniamo le nostre dita per qualche secondo con la sua pietra. In verità non ci importa più di tanto togliere il viola dalle dita. Abbiamo semplicemente condiviso il gioco di Michele. E sapere se è vero che la mica toglie le tracce di viola del mirtillo non ci importa più di tanto. Non abbiamo indagato.
Ora c’è un po’ di discesa. Ma è un piacere. Il bosco si fa più fitto, il sentiero si restringe, le radici e le liane si intrecciano sotto e sopra di noi.
Sbuchiamo all’improvviso in una strada sterrata carreggiabile. In lontananza si sentono delle voci, si vedono i tetti di alcune case. La pensione Genzianella è ad alcune centinaia di metri.
Antonella, Arianna, Stefano ci stanno aspettando vicino a un albero.
È il momento di ricomporsi, prima di entrare nel luogo di destinazione. Una regola Wasnahaijin. Quando siamo tutti riuniti ci diamo una sistemata, indossiamo ben ordinata la nostra bandana con la scritta Wasnahaijin Oicimani, che cinga bene la fronte. Indossiamo alla caviglia la nostra sonagliera. Ci riposiamo quel tanto che basta per detergere il sudore e prendere fiato. E quando siamo pronti ci avviamo in lunga fila indiana. La Guida in testa, seguita dal Sabaki, seguito dall’Hana, seguito da tutti gli altri. Il passo sicuro, il bastone ben stretto in pugno che risuona per terra. A testa alta. Che sia ben visibile e leggibile la scritta Wasnahaijin Oicimani indossata con orgoglio. Fa parte del gioco fare in modo che le persone incontrate nei luoghi durante il viaggio si accorgano di noi, e della scritta sulle bandane, e che ci percepiscano come un gruppo che sta facendo “qualcosa”. Fa parte del gioco fare in modo che essi ci chiedano “Chi siete?”, “Cosa vuol dire Wasnahaijin Oicimani?” . E nelle risposte parlare dell’haiku e di cosa è il nostro viaggio e di chi era Basho e del perché siamo lì.
Stimolare simpatia e curiosità in modo da intrecciare relazioni e poter fare domande sul luogo alle persone che vivono lì, e raccogliere informazioni sul territorio e piccole cose da raccontare.
Ed è per questo che il rituale dell’arrivo alla tappa prevede anche il cerchio. Appena giunti sulla ghiaia dinanzi all’ingresso della pensione “Genzianella” deponiamo a terra gli zaini con i bastoni alla loro destra come raggi di bicicletta. Ci prendiamo per mano e intoniamo (prima di bere, prima di andare in bagno, prima di fare la doccia, prima di salutare Gianni con la gamba ingessata che aspetta seduto al tavolo, prima di tutto) la serie dei suoni e degli armonici contenuti nelle parole  W-a-s-n-a-h-a-i-j-i-n-O-i-c-i-m-a-n-i.
C’è una particolare energia nella nostra voce. Negli occhi dei compagni leggo il rammarico per non aver fatto lo stesso cerchio ieri al rifugio Rosella. Il nostro arrivo spicciolato, la fatica, il sudore della salita, quella sorta di disfatta ci aveva distratto dal rituale. Ne eravamo pentiti. Il canto sulla ghiaia della Genzianella aveva ora la forza di  un proponimento.
Era la prima volta che facevamo un viaggio Wasnahaijin, molte cose erano da mettere a posto.
Il canto si fa più vigoroso.Tutti siamo avvolti dall’amalgama delle nostre voci.
Le sonagliere alle caviglie ci accompagnano con i loro suoni vibranti e cristallini. I petti si gonfiano. Sentiamo l’aria della montagna nei polmoni. Le vibrazioni sono come massaggi sonori su tutto il corpo. Rilassano e danno forza. Qualcuno si affaccia alla finestra. Siamo arrivati. In un modo vistoso, ma discreto, semplice, dignitoso, siamo arrivati.

 

nitidi ora
colori di farfalla
fermi sul fiore

 

         Andiamo a salutare Gianni che sorride. Un centimetro di segnalibro spunta tra le pagine a metà del suo libro “le donne nel medioevo”. È seduto con la sguardo rivolto alla staccionata. Oltre la staccionata il meraviglioso  paesaggio della vasta pianura laggiù in basso. Dinanzi alla facciata della pensione Genzianella, dal lato ingresso dove ci troviamo,  lo spiazzo rettangolare coperto di ghiaia è lungo una ventina di metri. Peccato però che sia stretto, solo quattro metri più o meno. Ci stanno giusto i tavoli all’aperto con le panche di legno. Due grandi ombrelloni a fare ombra. Ci sediamo sulle panche.
C’è un problema.
Antonella ci informa che alla Genzianella il numero delle camere singole, doppie, triple a nostra disposizione non consente la stessa sistemazione che avevamo avuto al rifugio Rosella. Occorre un adattamento. Una coppia si deve separare, e in tre dovranno alloggiare in una stanza.
Arianna, Stefano, Beatrice, che sono soli, si rendono disponibili senza nessun problema ad ogni adattamento. Le coppie sono Antonella-Gianni, Mary-Paolo, Clelia-Michele, Anna-Pietro. Un po’ di imbarazzo tra la ghiaia della Genzianella. Silenzio. Alcune abbozzate e vaghe considerazioni che in sostanza non sbloccano la situazione. Ci guardiamo Anna ed io negli occhi. Saremo noi a separarci. Dormiremo in camere singole. Arianna, Beatrice, Stefano prenderanno posto nella stanza a tre letti. Le altre coppie invariate.
Ordino un caffè, ché la voglia di caffè è una vecchia abitudine come la sigaretta. Mi supera Michele nella voglia di caffè. Ma lui non fuma. Ama, la sera dopo cena, bere un bicchierino di sambuca. Sto imparando anch’io a bere un bicchierino di sambuca la sera.
Qualcuno  è andato subito alle docce.
Mi siedo vicino ad Anna. Insieme ci godiamo la vista della vasta pianura canavesana. Anna sorseggia un po’ del mio caffè. È una nostra vecchia abitudine bere mezzo caffè a testa quando ci capita a volte di entrare insieme in un bar. Siamo sposati da trentaquattro anni. Da trentaquattro anni il più delle volte beviamo mezzo caffè dalla stessa tazzina quando siamo al bar.
Da solo, specie quando in autunno comincio a lavorare nelle scuole, sono una media di cinque i caffè interi che bevo io solo ogni giorno. Non so quanti sono quelli che beve  Michele. Le sigarette sono due pacchetti abbondanti.
Il paesaggio sembra una cartolina mossa. Il vento soffia verso la casa e ci scompiglia.

 

colpo di vento
risuona il mio bastone
caduto a terra

 

       Leggermente spostato a sinistra del paesaggio-cartolina spicca il paese di Andrate arroccato su un cocuzzolo. Più o meno di fronte, non visibile perché dietro una collina, la frazione di Nomaglio, e poi verso destra Settimo Vittone, Quincinetto, Carema.
Macchie azzurre il lago Sirio tra Ivrea e Chiaverano, il lago Nero e il lago Pistono a Montalto Dora, il lago di Campagna a Cascinette, quello di San Michele ad Ivrea. All’estrema sinistra il lago di Viverone località balneare presso cui sono state ritrovate testimonianze preistoriche.
Nel lago di Bertignano, poco lontano da Viverone, nel 1912 è stata trovata una piroga. Il ritrovamento di un’altra piroga è avvenuto nel 1978. Presso la frazione Masseria di Viverone sono stati rinvenuti utensili in selce provenienti da lago e quattro villaggi che con la datazione al carbonio si fanno  risalire all’850 avanti cristo. Di un solo villaggio si sono contati ben 5.000 pali. Il ritrovamento di molte ossa di animali fanno pensare che la caccia e la macellazione erano quotidiane in questo luogo (bue domestico, maiale, capra, pecora, cane, cavallo, camoscio, cervo). Numerose le scodelle ritrovate, le tazze, le olle, gli orcioli, i dolii in terracotta, alcuni grezzi che fanno pensare ad un’epoca più antica, atri lavorati e levigati. Presso il lago di Viverone passava la Via Francigena.

 

nel crepuscolo
antichi odori dai laghi
 e acque azzurre

 

        Nel 1912 le acque del lago di Bertignano e di Viverone furono utilizzate per scopi industriali. Con condutture forzate durante la notte i motori trasportavano l’acqua del lago di Viverone in alto nel lago di Bertignano. Di giorno la forza di caduta dell’acqua che ritornava a Viverone produceva energia. La centrale elettrica costruita fra i due laghi c’è ancora, anche se non è più funzionante. Oggi è adibita a scuola per i tecnici dell’Enel.
       Dolci colline si alternano fra i laghi uniti da sentieri dove si possono fare belle passeggiate a piedi, in bicicletta, a cavallo. Solo nel lago Sirio, alimentato da una sorgente, si può fare il bagno, e c’è chi va in canoa e chi vi pratica il windsurf. Vicino c’è un altro piccolissimo laghetto circondato da ontani, formatosi nel sito paludoso di una vecchia torbiera da cui, dopo la prima guerra mondiale, si estraeva la torba. Il lago Nero in primavera diventa rossastro a causa di un’alga. Intorno sono stati ritrovati i resti di un villaggio dell’età del bronzo costruito su palafitte.

 

bevuto in due
il caffè nella tazzina
anna ed io

 

       In fondo, oltre Andrate, lontana, si scorge la città di Ivrea e uno scorcio della lunga Serra morenica che delimita il Canavese,  dove da qualche parte passa la vecchia via Francigena medievale.
Ivrea è tutta in piano, tranne la parte storica che si inerpica su una collina sino al Castello e al Duomo. È cotruita sulle sponde del fiume Dora Baltea. La conca di Ivrea in tempi preistorici era un immenso lago formato dalle acque dei ghiacciai.   I molti piccoli laghi residui ne sono testimonianza.      
Da Ivrea parte un canale di irrigazione il “Naviglio di Ivrea” costruito nel 1468 da Iolanda di Savoia per portare l’acqua della Dora alle risaie del vercellese.
È stata fondata dai romani a presidio delle strade che conducevano alla Gallia, intorno all’anno 100 avanti cristo, con il nome latino Eporedia. Gli abitanti di Ivrea non si chiamano Ivreesi o Ivreini, ma Eporediesi. Dal sesto all’ottavo secolo, al tempo dei Longobardi, Ivrea è stata sede di un ducato. Il Manzoni cita il duca Guntigi d’Ivrea nel suo Adelchi.

 

pagine chiuse
tra donne del medioevo
il segnalibro

 

      Tra il 1386 e il 1391 a Ivrea e in tutto il Canavese scoppiò una rivolta dei contadini denominata Tuchinaggio. Segnò una svolta decisiva nelle condizioni socio-economiche delle popolazioni, anche se finì soffocata nel sangue da Amedeo VII di Savoia detto il Conte Rosso. Non ci sono documenti che testimoniano storicamente la rivolta,  ma è ben radicata nella tradizione che racconta l’odio per il castellano Giovanni di Montalenghe che accampava il diritto di passare con ogni sposa dei suoi sudditi la prima notte di nozze. Ciò che è certo è che le rivendicazioni tuchine ebbero origine a Brosso, dove c’era una ricca miniera di ferro, e si estesero  ai lavoratori dei metalli e poi ai contadini.
Strana la parola “tuchino" per designare i ribelli, e la parola “tuchinaggio” per definire la rivolta. Alcuni studiosi la fanno derivare da “tucc-un” (tutti uno, tutti uniti, uno per tutti-tutti per uno, o qualcosa di simile).  Altri lo intendono in senso spregiativo: un termine usato dai nobili con derivazione da “tous chiens” (tutti cani, bestie rabbiose), o “tue chiens” (ammazzacani, ad indicare i rivoltosi ridotti dalla vita clandestina a cibarsi di cani).
Tutti gli anni il Carnevale di Ivrea durante lo svolgimento della battaglia delle arance evoca i Tuchini. Gli abitanti della contrada del Borghetto, al di là del Ponte Vecchio sulla Dora, ne ricordano lo spirito bellicoso e, in chiusura del Carnevale, offrono a tutti polenta e merluzzo.
Nel dopoguerra lo sviluppo socio-economico della città è legato agli insediamenti industriali del Gruppo Olivetti.

 

Ivrea la bella
che le rossi torri specchia
sognando a la cerulea Dora
nel largo seno
fosca è intorno l’ombra di re Arduino.

(Giosuè Carducci)

 

Le rossi torre menzionate dal Carducci si riferiscono al “Castello” di Ivrea, emblema della città, fatto costruire nel 1357 da Amedeo VI di Savoia tutto in mattoni,  a pianta trapezoidale con quattro torri rosse circolari. Voleva essere una fortificazione di difesa, ma si rivelò inadeguata con l’avvento della polvere da sparo e dell’artiglieria. Nel 1676 un fulmine violento distrusse con una esplosione una delle quattro torri che era stata adibita a deposito munizioni. Non fu più ricostruita. Il Castello venne utilizzato come carcere. Oggi è sede di mostre e manifestazioni.

 

il vento soffia
solleva un tovagliolo
il suo saluto

 

Nella cartolina-paesaggio tanti altri paesi sparsi sino all’orizzonte.
A Piverone c’è il museo della vita contadina che raccoglie oggetti e testimonianze dal 1700. Si chiama “La Steiva” termine piemontese che indica il manico dell’aratro. Mi dicono che è visitabile su prenotazione telefonando a un certo Sig. Alfredo Samperi nelle ore serali.
Il paese di Masino ha un castello medievale nella cui cappella restaurata sono conservate le ceneri di Arduino d’Ivrea re d’Italia. Ospita anche un museo delle Carrozze.
A Maglione bisognerebbe andare un giorno, c’è il MACAM (Museo di Arte Contemporanea all’Aperto) con affreschi sulle pareti delle case, con sculture e installazioni permanenti nelle piazze e nei palazzi. Per la festa di San Maurizio arrivano ogni anno a Maglione artisti da tutto il mondo per arricchire il paese di nuove opere. Chi se ne occupa è la Sig.a Letizia Corgnati.
Da quassù non si vede, ma c’è anche, all’orizzonte, oltre le montagne,  il lago di Candia che è il primo Parco Provinciale d’Italia solcato da mille canoe. Vi fanno competizioni nazionali e internazionali di canottaggio.
E poi i paesi Loranzè, Parella, Quagliuzzo, Fiorano, Baio Dora, Tavagnasco, Torre Canavese, Montanaro, San Germano.

 

cuore di betulla
anna sale le scale
verso la doccia

 

       Il vento si è fatto prepotente. I gestori della Genzianella, ragazzi giovani, hanno apparecchiato per noi un tavolo fuori. Soffi più forti sollevano i tovaglioli che volano oltre la staccionata.. L’ombrellone aperto ondeggia. L’aria si è fatta umida. Le nuvole scure sovrastano la grande pianura . Aria di pioggia. Incerti se mangiare fuori o dentro al riparo.
Che sia vento dunque. Mangiamo fuori.
Ma prima vado a fare anch’io una doccia. Ci serviranno la cena fra una mezz’oretta

       Secondo piano, saponettina di cm 4 x 3 circa. Vasca da bagno. Acqua calda. Lavo anche i lunghi capelli, anche se non c’è più sole per asciugarli in fretta. Attento a non scivolare sul pavimento. Tornando nella mia stanzetta singola passo davanti alla camera tre letti dove Arianna, Stefano, Beatrice stanno finendo di prepararsi per la cena. Poi la camera di Anna. Nella mia stanza la presa di corrente del comodino fuoriesce pendente dal buco rettangolare dov’era incassata. Metto in carica il telefonino. Gli scarponi sul davanzale della piccola finestra. Sulla parete di fronte al letto una macchia di umidità. Il materasso è più grande della rete, è spesso, e a dormirci sopra sarà un continuo tentativo di tenersi in equilibrio.
Il mio bastone da pellegrino appoggiato alla parete, vicino all’armadio e allo zaino. Friziono i capelli con l’asciugamano per asciugarli il più possibile.
Una pettinata e via.
         Eccoci intorno alla tavola apparecchiata ben stretti per poterci stare tutti col vento che ci soffia addosso sulle nuche quelli che sono seduti dalla parte della staccionata sul viso quelli che danno le spalle al muro della pensione e guardano a valle. Polenta in due versioni, quella concia col formaggio da accompagnare con pezzi di salsiccia al sugo, e polenta normale con spezzatino di carne. Un antipasto con verdure e patate e peperoni per i vegetariani e per tutti. Il vino, l’ allegria, l’appetito.
La pensione Genzianella si è riempita di gente. Il salone interno è strapieno di commensali. Sono venuti per la festa di San Giacomo che abbiamo visto pubblicizzata  nei manifesti appesi alle betulle. A poche centinaia di metri nella piazza della borgata si balla. Anna suggerisce di andare a ballare. Ma è solo un desiderio espresso. Nessuno ha voglia di uscire. E poi abbiamo l’incontro per leggere le cose scritte in giornata, e fare il bilancio del viaggio. Domani pomeriggio, domenica, è l’ultimo giorno. Dovremo salutarci. Si sente nell’aria l’ultima cena nel vento. Siamo tutti particolarmente chiacchieroni e spiritosi col vino a volontà. Un pizzico di nostalgia serpeggia tra le posate. Ora il cielo ci regala qualche gocciolina di pioggia. Siamo al riparo sotto l’ombrellone che ondeggia sempre più vistosamente con le estremità che frullano al vento rumorosamente. La temperatura si è abbassata di molto.
Un pezzo di salsiccia appena inforchettata nel tragitto sino alla bocca già si raffredda. Sembra che mangiamo con avidità. In realtà è solo fretta, paura che la cena sia interrotta dal temporale. Solo noi siamo rimasti fuori con le nostre risate. Facciamo in tempo a prendere il caffè,  e anche un amaro. L’acquazzone si riversa improvviso. Diamo una mano veloce alla ragazza della Genzianella che si è precipitata a sparecchiare. In un attimo siamo al coperto nel piccolo androne a guardare la poggia..
Non ci resta che andare di sopra a leggere i nostri scritti del giorno.
Riunione nella stanza più grande, quella a tre letti dove hanno preso alloggio Arianna, Stefano, Beatrice. Siamo loro ospiti. Bella atmosfera. Elettrizzati forse a causa anche dei fulmini. Un bellissimo cerchio di diverse altitudini si forma spontaneamente. Beatrice gambe incrociate sul letto. Paolo anche lui seduto sul letto. Arianna per terra ai piedi dell’armadio, vicino all’ingresso. Dalla mia postazione la vedo a metà busto. Su una sedia Gianni con le stampelle, vicino ad Arianna, quasi a guardiano della porta. Antonella, prima in piedi poi su una sedia, custode della porta anche lei, e custode di Gianni e delle sue stampelle.
Michele sull’altra parete uno sgabello. Poi Clelia sedia. Mary sedia. Stefano per terra. Per me ho scelto la postazione più lontana dalla porta d’ingresso, ma la più vicina alla finestra aperta e al balconcino, così posso fumare senza disturbare troppo. Paolo è accanito vegetariano e detesta il fumo della sigaretta e i fumatori. Ma ci separano Beatrice, il letto, la finestra aperta alle mie spalle.
Anna vicino a me. Insieme condividiamo una sedia, metà per uno, come il caffè, alternandoci a sederci per terra. Fa caldo nella stanza. Il sole di tutta la giornata è ancora tutto qui dentro. Non ci sono prese di corrente penzolanti dal muro.
Siamo umidicci per qualche goccia che abbiamo preso. Le mosche appiccicose. Così eccitati che saltiamo il rituale dei bigliettini per l’estrazione. Seguiamo un ordine un po' casuale.



ANNAMARIA VERRASTRO

sabato 22 luglio 2006

Il cerchio, il saluto, la partenza. È un percorso facile questo di oggi, quasi in piano. Un largo sentiero, una strada in mezzo al bosco, qualche rovo, qui e là ciuffi di equiseti. Cerco fragoline, ma è tardi, qualcuno è già passato. Rallento per distanziare gli altri: il mio bisogno di silenzio è ancora più forte, la voglia di comunicare del gruppo, che incomincia a prendere confidenza, anche. È  davvero difficile. Ripenso alle esperienze passate quando frequentavo l’azione  cattolica... Settimane di silenzi, preghiere, meditazioni, lunghe passeggiate. E ricordo quando da Possidente con Ria partivamo per le fiere, all’alba, un paese dopo l’altro in silenzio. Qualche volta cantando. Passo dopo passo rinforzavamo la nostra amicizia che non aveva bisogno di parole. Mi manchi, amica mia. Mi arrendo e accetto la compagnia di Antonella. Anche con lei tanti ricordi e tanti affetti condivisi. Chiacchiere serene. Ricordi lontani.
Qualche risata e un po’ di nostalgia: di altre passeggiate, di altri gruppi, di altro…


La Dora scorre
In fondo alla valle
Dolce calura


Il caldo non è più afoso, il bosco è tiepido e avvolgente. Camminiamo con passo tranquillo, senza fretta, ma anche senza fatica. Sul ciglio della strada un angolo quasi a strapiombo sulla vallata. Alte betulle affacciate e un’erba morbida su cui sedersi. Arrivo che già qualcuno sta scrivendo. Poco alla volta si forma un cerchio di penne che veloci tracciano segni su fogli di carta e quaderni spiegazzati dal viaggio; non tutti però, qualcuno porta il quaderno come una reliquia; io non so neppure dov’è il mio quaderno. Da qualche parte nello zaino; forse  devo cercarlo e darmi una mossa. Mi siedo sotto una betulla. Poi qualche foto. C’è quel cartello: “divieto di caccia” inchiodato sul tronco della betulla sotto la quale è seduto Pietro che mi interessa. È  proprio una bella foto. Mi alzo per farne altre. Michele mi fa risedere per fotografare la mia camicia che per colori e disegni è la continuazione del tronco di betulla. È un bel momento di vita comune. Ognuno occupa uno spazio ben definito, rilassato in una posizione che racconta molto della personalità. C’è energia e silenzio. Osservo.


Betulla bianca
Dal pendio saluta
Il mio sorriso


Ripartiamo in attesa di  un altro angolo dove fermarci per il pranzo. Poche cose: frutta, e un panino per qualcuno.


Il vento muove
Le  foglie di betulla
Una mi sfiora.


Troviamo un pendio, scomodo e ricoperto di aghi di pino, ma abbiamo fame e forse una inconfessata voglia di sdraiarci all’ombra di questi grandi alberi. Qualcuno si allontana verso una piccola baita, qualcuno sonnecchia, altri si appartano in chiacchiere.


Parliamo piano
Il bosco silenzioso
Sa ascoltare



Sul sentiero brillano briciole di mica, pietra fragile che da sempre accompagna il mio lavoro con la terra. Mi viene voglia di tenere in mano una palla di argilla come compagna di viaggio, forse farei meno fatica. Raccolgo qualche pietra  e appesantisco il mio zaino. Questo sentiero è una tentazione: sono anni che ne raccolgo pietre ovunque, per farne cosa  non so.



Mica dorata
Scivola dalla roccia
Lungo la strada


Improvvisamente un torrente giallo e schiumoso incomincia a scendere lungo la montagna a sinistra del  sentiero. Osserviamo incuriositi; passa sotto  i nostri piedi attraverso un grosso tubo sotterrato e fuoriesce a destra disperdendosi verso la valle. Lontanissimi  quasi in cima  alla montagna una baita e un pastore;  stanno lavando la stalla. Un altro uomo a destra del sentiero aiuta le acque a disperdersi lungo il pendio. Queste acque gialle sono affascinanti, mi fermo a guardarle a lungo.


Acque schiumose
Scendono a fermare
I  miei lenti passi


Vorrei fermarmi ad osservarle ancora,  ma una puzza improvvisa e insopportabile mi convince a seguire i compagni di viaggio che già da un po’ si  sono allontanati. Poche centinaia di metri ed eccoci di nuovo fermi: cespugli di mirtilli e betulle ad ombreggiarli. Sono una raccoglitrice, non mi do il tempo di fermarmi. Con metodo incomincio ad annerirmi le dita e le labbra. A schiena china uno dopo l’altro raccolgo e mangio centinaia di piccoli frutti. Betulle intorno, qualche sasso su cui riposare, frutti piccoli e poco succosi, ma ancora innumerevoli.  Ma che importa: grandi praterie, donne e bambini, infanzia, giochi sul gelso a scurirmi le mani dondolandomi sull’ ultimo ramo. La fantasia confonde la mia infanzia con le immagini degli accampamenti Dakota. Mi ritrovo a chiacchierare ancora una volta con Antonella, un po’ sottovoce, piccole confidenze di donne, ricordi. Qualcuno scrive, altri ascoltano il silenzio del bosco.



Betulla bianca
Sotto il vento che muove
Parole nuove



Faccia al sole
E Arianna osserva
Gli occhi chiusi



Passa un corvo
Tra le bianche betulle
Una sfilata



Il vento sfoglia
Pagine di quaderno
Ancora bianche



Manca poco al rifugio la Genzianella: camminiamo spediti lungo la strada che scende lentamente in mezzo al bosco. Naturalmente arrivo tra gli ultimi. Una balconata di legno davanti al rifugio offre la vista di tutta la vallata: la Dora   si snoda  lenta, lontano piccoli paesi arrampicati sulle montagne e Gianni che legge sulle donne del medioevo. Qualche chiacchiera e un  po’ di imbarazzo per la  divisione delle camere.  Non so bene  perché, ma in qualche modo non è possibile assegnare le camere rispettando le esigenze delle coppie e dei singles: io e Pietro ci separiamo. Lo decidiamo subito per evitare inutili imbarazzi: qualcuno si scusa, nessuno propone un’altra soluzione che accontenti tutti. In verità io sono contenta; mi piace dormire da sola qualche volta e mi piace trovare velocemente la soluzione a problemi  come questi. La cena è a base di polenta; non mi piace molto, ma mangio ugualmente con appetito; abbiamo tutti un po’ fretta: il temporale  si avvicina. Tutti rientrano, meno il nostro gruppo che sfida il vento e l’aria fredda della sera. Mangiamo ridendo e precedendo il temporale che si preannuncia molto potente: le prime gocce ci sorprendono alla fine della cena e siamo costretti a salire in una camera per la lettura dei testi e la riunione finale. Domani è l’ultimo giorno, è tempo di tirare le fila di questa esperienza. Ognuno dice la sua  sul progetto, il viaggio, il gruppo, lo scrivere. Sono un po’ smarrita e non sono molto d’accordo su alcuni concetti: mi sembra che si verbalizzi molto  sull’amicizia, l’incontro, lo stare insieme. Pochi commenti sul progetto che ha  spinto Pietro a  volere questo viaggio, si  parla poco di come organizzare il resoconto, haiku e prosa  a raccontare il viaggio. Io non ho le idee molto chiare, forse perché non sono una esperta, mi piacerebbe capire meglio e uscire dalla sensazione di un inutile confronto  che mi ricorda  l’oratorio: non occorre definire l’amicizia, il tempo la confermerà. O no. Sto bene nel gruppo, ma perché credo in quello che sto facendo e mi interessa l’esperienza, l’osservazione, la ricerca e, perché no, a questo punto anche lo scrivere, ma è proprio su questo che manca il confronto. Mi tengo i miei dubbi, anche perché tutti mi sembrano soddisfatti di come è andato questo confronto. Forse sono io che  come al solito sono ipercritica. Scendo sulla balconata chiedendomi quale è il valore delle parole scritte, perché si scrive, e se davvero l’obiettivo della scrittura è la comunicazione, e tante altre cose mi chiedo!


Luci lontane
Ascolto qui nel vento
Canti di donne


La vallata sembra un presepe estivo; qualche folata di vento rinfresca la sera. Il temporale si è allontanato. Tutti vanno a dormire piuttosto presto; io e Pietro ci godiamo il resto della serata da soli, affacciati sulla valle: chiacchieriamo tranquilli fino a notte; il cielo è limpido, l’aria sempre più fresca ma molto piacevole. È bello questo silenzio. Anche noi smettiamo di parlare, e lo ascoltiamo. Un sonno profondo mi accompagna fino all’alba.



MICHELE BERTOLOTTO

sabato 22 luglio 2006


Il gallo che canta e poi la colazione.. è ora di riprendere il cammino.. un’ultima bevuta alla fontana del rifugio Trovinasse e poi si procede su per il sentiero fino ad arrivare ad un tratto in uno slargo a picco sul vuoto delimitato da bianche betulle e da enormi massi uno ad uno ci fermiamo a riposare e formiamo un cerchio spontaneo alcuni scrivono, ecco la sensazione del viaggio, dell’individuo che a quel punto ha bisogno di condividere con gli altri il paesaggio, la stanchezza del pellegrino e lo scrivere… altri riposano è bellissimo sentire questo gruppo unito nel viaggio Wasnahaijin, una brezza leggera accarezza i nostri visi… in lontananza latrare di cani e muggiti di pascoli, in vicinanza uccelli e cicale, una mezz’ora che vale oro per il corpo e per la mente e che ci fa ripartire con una grande carica.

 


Una betulla
ha la forma di donna
grembo materno


Muschi e licheni
al passaggio d’acqua
son testimoni


Tergicristallo
la contaminazione
della natura


Uno spuntone
giocò madre natura
o sgabello gay?


Danza africana
la contaminazione
di una cicala


Meditazione
oltre luce e ombra
nessun rumore


Alzo lo sguardo
Anna, della betulla
continuazione


Accompagnati
dal rumore del bosco
ci riposiamo


Ci spostiamo più a valle in un betullaio per un frugale pranzo al sacco oggi solo frutta e pane, un omaggio alla spiritualità del viaggio, più a valle due laghi e delle case, una leggera foschia rende la scena una fotografia vecchia e sbiadita, molti ricordi riaffiorano e, per un momento, ritorno bambino quando andavo a trovare una zia su nelle valli di Lanzo a Chiaves e quando da 1500 metri di altitudine guardavo a valle verso Lanzo e tutto mi appariva con la stessa leggera foschia.


Torna Antonella
dalla prossima mèta
manco sudata


Giace sbiadita
vecchia fotografia
tempi passati


Dalla montagna
ora Don Pietro appare
col pastorale


Oca nell’aia
guardiano silenzioso
del pericolo


Dalla pineta
solo un tenue profumo
pino silvestre


Una cornacchia
ci da il benvenuto
nel sole estivo


Passi di uomo
nel bosco incantato
un ululato


Nessun segnale
tra i boschi di betulle
cellulari out


   

Scendiamo alla mèta incontrando un sottobosco tappezzato di mirtilli e di rocce di mica, la mica è un silicato di alluminio e potassio. A temperatura ambiente ha un aspetto lamellare,  colore variabile grigio-giallognolo o nerastro luccicante, inodore. A causa della sua struttura laminare presenta sfaldatura "a foglietti", lungo piani paralleli alle lamine.
All’uscita del bosco a valle è visibile Ivrea, la città si estende al centro di una conca delimitata da una serie di rilievi morenici dalla singolare cresta rettilinea lunga 25 km (denominata La Serra) che delimita, assieme ad alcuni monti prealpini, il Canavese.
La città moderna si stende in piano occupando le due sponde della Dora Baltea, mentre il suo centro storico si inerpica su di una collina che porta al Castello ed al Duomo (metri 267 s.l.m.). La conca era, in tempi preistorici , occupata da un immenso lago formatosi con lo sciogliersi dei ghiacciai: questo spiega come Ivrea sia oggi circondata da un elevato numero di piccoli laghi residui (lago Sirio, lago San Michele, ecc.).
Parte dalla città, da una chiusa sulla Dora, il "Naviglio di Ivrea", canale di irrigazione destinato a rifornire di acqua le risaie del vercellese, la cui costruzione avvenne nel 1468 per volere di Iolanda di Savoia, proseguiamo ancora per alcuni minuti e, dopo una curva troviamo turisti e auto parcheggiate per il  pic- nic del sabato che ci riportano per un momento alla vita di tutti i giorni.


Piccoli e tondi
tra cicale e grilli
sono mirtilli


Eccoci arrivati alla Genzianella un albergo situato a strapiombo sulla valle d’Ivrea... a cena è prossimo un temporale che si fa sentire da lontano, la vista della città illuminata sullo sfondo è mozzafiato, restiamo a chiacchierare un po’ tra l’aria fresca e gli amici Anna e Pietro.

 

 

ARIANNA SACERDOTI

Sabato 22 luglio 2006

Un prato che in realtà non è un prato, ma è pieno di cose, piante insetti rumori colori, e la mia ombra. Siamo da poco partiti da Trovinasse. Oggi il percorso non è in salita, ma in piano, con un po’ di discesa. Il percorso di questo Cammino è una sorta di anello che da Quincinetto, che è in basso, sale su fino al punto più alto, Trovinasse, per poi – lo faremo oggi e domani – seguire con una curva la discesa fino al punto di partenza.


Tanti rumori.
La voce di Beatrice
parla di gabbie.


Ringrazio il Sole
per essere nutrita
fiore di prato.


Ad occhi chiusi cammino, sentendomi solo negli odori, nel calore del sole. Percepisco i bastoni dei miei amici pellegrini che mi passano accanto, sono sul ciglio della strada, pace d’estate, amore antico per le montagne, emozionata per la condivisione.


La formichina
rossa nera cammina.
Io godo l’aria.


Mucca mi guardi.
Io canto insieme a te.
Creato unito.


Mi si è scaricato il pennarello sul quale scrivevo ed ho chiesto aiuto agli amici che camminavano a me più vicini. Sono tornata così sulla terra, nelle cose materiali (che anche servono), dopo essermi abbandonata per lungo tempo alle percezioni, al mio canto, agli incontri. Non solo le mucche, ma anche una bionda fanciulla straniera conosciuta la sera prima a Trovinasse, lei è danese, parliamo in inglese. Ora incrocia la mia strada e mi supera, è sulla bici, sorride salutando, cara. Sono su una salita di strada asfaltata, ogni tanto passano macchine, ma non disturbano poi tanto, sono rade. Forse per ultima adesso chiudo il gruppo. La matita su cui scrivere me l’ha data Pietro. Riprendo la storia e la strada.


Striscia nel cielo.
Aereo o solo bianco
annuvolato.


Questo momento
ritaglio per la strada
della mia gioia.


Su bicicletta
inglese, Danimarca
fischia un saluto.


Ascolto la betulla con la mano. Ma ancora molti pensieri mi tengono ancorata alla realtà della logica e delle cose di sempre. Più tardi magari riuscirò ad ascoltare di più dal contatto del tatto la vita attorno a me. Un incrocio porta un cartello con nomi di luoghi e le frecce che suggeriscono la via per arrivarci:


Alpe Buri
Mombarone
La Torretta
Colle Lace

C’è musica mentre li leggo a voce alta, e provo a capire perché. Hanno tutti, questi nomi, lo stesso ritmo, quattro sillabe, e sono piani. Mombarone è sonante come un tuono. Colle Lace mi parla di quiete. Non andremo in questi luoghi ma leggerli li rende parte del percorso. Il Mombarone, saprò più tardi, è un monte (Monte Barone?, mi diverto a inventare etimologie). E’ ancora più in alto di Trovinasse, a 2371 m. I miei amici stranieri, la danese e il suo ragazzo australiano, sono fermi con le loro bici poco più avanti.

 
Lenta cascata
di foglie maliziose.
Rido a mia volta.


Amo camminare piano. Non ho fatto lo shampoo, ho ancora l’acqua del fiume di ieri nei capelli, asciutta ma chissà che non abbia lasciato qualcosa. Ritorno un po’ indietro. Vorrei una vita senza tante cerimonie. Amo la montagna.


Sei verticale
e nuvola mi sembri
la Gran Bretagna


Pietro e Beatrice
avanti a me di poco.
Siamo triangolo.


Alberi fitti
amate farvi curve.
Nessuno dritto.


Forse sono pioppi, ci vedo dietro una forma di movimento, di caos, come se fosse un’opera d’arte di quelle che rompono le barriere percettive e mi portano lontano, al nucleo, al punto – se c’è un solo punto – in cui quella materia è stata plasmata. Ma non sono di fronte ad un quadro, anche se forse è lo stesso. Sono di fronte ad alberi, forse pioppi, strani, vicini, curvi, mi dicono qualcosa (credo) sulle storture o le eccezioni della vita, sui movimenti complessi. Compare tra di loro un ragazzo con un cane, un beagle, ma è un attimo, già non lo vedo più. Beatrice interseca spesso il mio cammino, con rispetto e sorrisi. Riparto. Sassi e terra rossa quasi, misti al grigio. Che significano? Mi fermo poco perché sento i campanelli delle mucche avanti e mi accorgo che è il suono che più spesso mi accompagna e mi richiama, da quando siamo arrivati a Trovinasse. Camminando arrivo nel punto dove gli altri sono seduti, per terra o sui sassi. Ci siamo fermati come un grappolo d’uva sulla terra, sparsi e vicini, al ciglio della strada. C’è un’atmosfera nuova, di profondità, di contemplazione. Meno parole parlate e risate. Qualcuno conta le sillabe sulla punta delle dita. Io vorrei così seduta prendere le mani dei compagni di cerchio, come facciamo al mattino prima di partire, e condividere in silenzio il contatto, e con gli occhi chiusi. Arriva anche Anna. Ci fotografa. Si è accorta anche lei che siamo in un momento speciale, da fermare? Non so. Ho cantato finora, ma adesso mi piace il silenzio. Ho piacere sul collo per il vento fresco che accarezza la pelle. Ho piacere a sedere per terra senza sedie. E’ un attimo tutto per me.


Mucca ci guarda.
Chissà in che strane forme
le appariamo.


Odore, sterco,
ricordo dell’infanzia,
casa a Sorrento.


E’ vero che basta un odore un qualcosa che riporti all’indietro. Nel mio caso è una casa amata antichissima e poi perduta. Come i miei nonni, perduti. Lento il riepilogo delle cose passate, degli amici nuovi incontrati quest’anno sulla mia strada, e delle cose belle ed anche delle malinconie. In un prato aperto in discesa ci sono delle case storte, dice qualcuno.Ora dormono e scrivono, gli altri. Dormirò anch’io. Lasciare andare il peso alla terra, che dona equilibrio.

 
Per i mirtilli
facciamo deviazione.
Dita mie viola.



Il corpo oggi conosce il riposo e la sonnolenza, l’ossigeno, le lunghe pause, minori contrasti, minori il caldo e la sete. Abbiamo camminato lentamente, dormito. Troviamo modi di prendere decisioni tutti insieme e, anche, modi di non prenderle verbalmente: stavolta ci siamo fermati con l’idea di trovare i mirtilli, ma una volta finita la raccolta troviamo ognuno, in silenzio, un posticino per sederci. Prolunghiamo la sosta. E’ quello che si chiama un tacito accordo? S’alza di più il vento,  danzano le spighe.


Il tronco è un cerchio
più largo alla sua base.
I rami, scuri.


Parlano di Mani Pulite e colgo qualche frammento, scherzano, scrivo qualche verso (non haiku, breve intermezzo):  ‘Di Pietra – dice Pietro -, / pulite son le mani’. / Son giochi di parole, / giullari, ridanciani’. Ancora osservo gli altri.


Sillabe cinque
contando e ricontando
numeri canti



E gli insetti sono numerosi, le ragnatele rare, l’aria si sposta di continuo, viaggia, non ama stasi, gli altri son belli, ognuno ha storie e un modo di sorridere diverso. Ed anche un modo di stare in silenzio diverso. Pietro ha i colori di lana attaccati ai capelli e Anna è dolce e schietta. Paolo propone di convertire in haiku tutti i cartelli del sentiero. Mi vengono in mente le storie d’amore ed i rapporti tra le persone. Arrivo alla pensione Genzianella. Cibi d’asporto e cibi sul tavolo


Polenta magra
confondo nel mio piatto
con le salsicce.


Chiedo ai ragazzi che lavorano alla Pensione la differenza tra la polenta magra e la polenta grassa che che ci hanno servito a cena. Per me, napoletana, la polenta è una sola, sempre la stessa. Profana! Me ne ritrovo, invece, due tipi diversi davanti. La magra è quella che già conoscevo: gialla, semplice, condita in questo caso dal sugo di carne e dalle salsicce. La concia, invece, mi spiegano i piemontesi, è più densa per l’abbondante formaggio – la toma, la fontina, talvolta il “beddu” -, aggiunto ad un certo punto della cottura (quasi alla fine). Fa parte della tradizione di “cucina povera” del Piemonte, insieme ad altre leccornie come  il capunet, gli straccetti, o semplicemente i funghi secchi e sott'olio, i tomini, il burro, la ricotta. L’influsso della cucina francese, vicina e raffinata, ha formato questa specie di differenza, nella tradizione culinaria piemontese, tra una cucina povera ed una “ricca” (più vicina a quella di oltralpe, appunto). Degli antipasti tipici di queste terre (i salumi) ero già più informata… Le notizie sulla polenta e sui legami con la Francia sono state, invece, nuove e stimolanti.


ANTONELLA FILIPPI

Sabato 22 luglio, 28° giorno del sesto mese lunare - Trovinasse-San Giacomo di Andrate

Al mattino presto, il prato che circonda il ristoro alpino Rosella, luccica per le gocce di rugiada raccolte dentro le alchemille.
Nelle loro foglie quasi circolari, dal margine dentato, come in un piccolo imbuto si fermano, durante la notte, gioielli liquidi, che al mattino, con il primo sole, abbagliano e riflettono il cielo. Forse anche per questo l’alchemilla (Alchemilla vulgaris) è ritenuta una pianta femminile.
Le foglie di alchemilla, essiccate e mescolate con foglie di primula e tè cinese, forniscono una bevanda dal gusto particolare e piacevole.
       I gestori del rifugio hanno già acceso il fuoco in cucina e il profumo del legno bruciato, del caffé, del pane fresco ci precedono e ci seguono lungo le scale che portano alla sala da pranzo. La colazione è la degna continuazione della cena di ieri sera, e ci alziamo satolli e desiderosi di poterci fermare un altro giorno. Per procrastinare la partenza ci sediamo all’esterno, ai tavoli di spessa pietra locale, sulle panche di legno, a leggere quanto ognuno di noi ha scritto ieri. Due grandi pini ombreggiano i tavoli e tra i rami, mossi dal vento con la regolarità di un respiro, il sole appare e scompare.


nell’aria estiva
il fumo di un camino
traccia d’autunno


ramo di pino
la sua ombra modella
alberi e rocce
 
 
Dal ristoro alpino Rosella la strada asfaltata prosegue ancora per un chilometro e mezzo, dopo il quale inizia l’ampia sterrata che porta, dopo 6 chilometri, a San Giacomo di Andrate. La bianca strada scende lentamente, portando da 1374 a 1250 metri. E’ una strada che scorre sulla costa della montagna, da est a ovest, illuminata fino a tardi dal sole e con un’apertura spettacolare sulla valle sottostante. E’ possibile percorrerla in automobile solo se si è residenti o si hanno alpeggi e animali in zona.
Dopo aver portato Gianni in automobile alla Pensione Genzianella a San Giacomo e aver alleggerito lo zaino, torno indietro verso Trovinasse, da dove arriveranno tutti gli altri.
Questa è una zona di pascoli estivi e baite nelle quali i pastori e le famiglie si trasferiscono da maggio a ottobre con le loro mucche. Si vede che le case sono abitate per molti mesi, gli orti con le patate in fiore, zucchini, fagiolini, sono intervallati da macchie colorate di fiori, grandi margherite gialle, lavanda su cui si alternano sciami di api e farfalle, giaggioli dai lunghi steli, dalie smaglianti.
Una donna anziana, senza molti denti, scende sorridendo dalla montagna con un gregge di capre lustre e marroni e tre cani curiosi.
Odore di letame, quanto mi piace! Quasi tutti abbiamo nonni o bisnonni contadini, odori impressi nella memoria, sapori che rievocano nostalgie. Penso ai miei nonni e a mio padre.


papà e nonni
di nuovo faccio il cammino
anche per voi
 
 
 

paesaggioDopo aver incontrato i compagni di viaggio facciamo ancora un piccolo tratto di strada e ci fermiamo a mangiare in un bosco di betulle. L’unico larice, al limitare del bosco affacciato su un’ampia radura in cui si trovano due baite diroccate e una piccola cappella a pianta trapezoidale, muove delicatamente i rami al vento, riversando su di noi il suo profumo resinoso, che si mescola a quello delle foglie secche riscaldate dal sole.

 

morbido muschio
materasso a molle
per la formica


salta la corda
- il filo interdentale –
un bruco grasso


viaggia leggero
l’uccello alto nel cielo
quanto l’invidio!
 

Non è tanto per il fatto che non porta con sé alcun bagaglio (e spesso penso a quali possessi materiali siano davvero importanti e utili nella mia vita), ma perché vola, può permettersi di giocare con il vento e di fidarsi dell’aria. Vorrei provare una simile leggerezza! non ci sono deltaplani o parapendii che tengano.

In poco tempo arriviamo a un sentieri tra gli alberi, allontanandoci dalla strada per cercare nel sottobosco mirtilli e rari lamponi. I mirtilli (Vaccinium myrtillus) sono una delle sorprese della montagna, dove crescono in larghe e fitte macchie. Le bacche blu-violaceo, dal sapore acidulo-zuccherino, e le foglie, piccole e seghettate, vengono utilizzate per le infiammazioni della bocca e intestinali, per migliorare la visione crepuscolare e i problemi circolatori.

E che dire del lampone (Rubus idaeus)? I suoi frutti carnosi e rossi e le sue foglie hanno pressoché gli stessi impieghi del mirtillo. Il lampone in origine era bianco, dice un mito greco, ma divenne rosso grazie al sangue della ninfa Ida, che si punse con una delle sue spine quando volle cogliere un frutto per Giove bambino.

La pensione Genzianella non è troppo lontana. Cammino lentamente, parlo con Anna di amici lontani nel tempo, ma forse non nell’affetto.
In lontananza lampi, tuoni ancora più lontani. Anche la piccola falce della luna si nasconde spaurita.

luna appannata
nella sera d’estate
c’è chi mi aspetta

pioggia e vento
litigano tra loro
schiaffeggiano me
 

Andrate è un piccolo centro montano situato all’inizio della Serra di Ivrea, famoso per le sue vedute panoramiche, tanto da essere conosciuto come il balcone del Canavese. Il nome si fa risalire ai termini celtici and (fine) e art (terra), a definire una terra di confine. Come oggi separa, lungo il corso superiore del torrente Viona, il Canavese dal Biellese, in età precristiana separava i Salassi, dediti alla pastorizia e all’agricoltura, dagli Ictimuli, che deviavano le acque del Viona per recuperare l’oro in esse presente. Dalla pensione Genzianella la vista spazia ad abbracciare la zona dei “cinque laghi della Serra” (Pistono, Nero, di Campagna, Sirio, San Michele), oltre al lago di Viverone e nei giorni tersi fino a Torino.
 
 
CLELIA VAUDANO

Sabato 22-07-2006

Ore 7 - Svegliandomi e aprendo la finestra della nostra camera risento il sottofondo di campanacci che ci accompagna da ieri sera, quando finalmente siamo arrivati al termine della mulattiera. Facciamo colazione con pane, burro giallo che mi ricorda quello che faceva mia mamma e marmellata di fichi fatta in casa. Poi decidiamo di fermarci a leggere quanto abbiamo scritto ieri e ci sediamo all’esterno, davanti all’albergo in uno spiazzo verde con tavoli in legno e pietra. Siamo nella colma del Mombarone, sulla sua vetta è presente una grande statua del Redentore, abbattuta da un fulmine nel 1948 e ricostruita nel 1991; poco sotto la cima è presente anche un piccolo rifugio.


Haijin erranti
attenti ascoltano
le nostre voci.

Brezza estiva
narratori in cerchio
su legno e pietra.


Ore 10,30 -E’ finita la lettura e se una parte di me vorrebbe fermarsi ancora, un’altra parte è già tesa alla prossima meta di San Giacomo di Andrate a mt. 1270. Antonella prima di accompagnare Gianni alla nostra prossima meta ci spiega la strada e dice che dopo un piccolo tratto di asfalto ci aspetta uno sterrato tutto in piano. Nel mio cuore spero sia proprio così. Una brezza leggera accompagna il nostro cammino che si annuncia piacevole e meno faticoso di ieri. Lentamente iniziamo il nostro nuovo percorso percorrendo la strada asfaltata che sale: in lontananza piccoli paesi, vicino a noi sul bordo della strada piccoli fiori colorati e rigagnoli d’acqua che scendono a valle. Il ticchettio regolare dei nostri bastoni da viaggio sull’asfalto ci accompagna fino alla deviazione per San Giacomo di Andrate dove deviamo sul sentiero sterrato ampio e percorribile anche in auto.


Fiume che scorre
vallata verdeggiante
ora sono qui.

Canto di uccelli
rigagnolo d’acqua
lento cammino.


Io e Anna, Maria e Paolo ci fermiamo in uno spiazzo delimitato da un grande masso a precipizio sulla valle e alla spicciolata arrivano tutti gli altri componenti del gruppo. Arriva anche Antonella che ha percorso a ritroso il sentiero da San Giacomo di Andrate per raggiungerci. Inconsapevolmente o no, formiamo un cerchio e c’è chi scrive e chi riposa, chi si crogiola al sole e chi si gode  il fresco venticello. In lontananza, campanacci, cani che abbaiano, grida di uccelli, vicino a noi frinire di cavallette.


Antichi massi
in lontananza foschia
gli haijin scrivono.


Decidiamo di spostarci più avanti per il pranzo e camminando lentamente si apre davanti a noi la vallata. Scorgo in lontananza due laghi e nuovi raggruppamenti di case, in lontananza foschia; ci fermiamo a pranzare in un boschetto di betulle. Abbiamo portato  per il pranzo solo frutta e pane; assaporo il piacere di mangiare queste semplici cose , ricordo lontano, nascosto nelle pieghe del tempo ed oggi riaffiorato.


Gesti antichi
burro nella zangola
lecco le dita.

Chiesetta sola
a guardia della valle
siedo sul sasso.


Scendiamo verso la nostra meta, per un facile sentiero pieno di mirtilli e una nuova svolta ci fa scoprire un nuovo aspetto del paesaggio: sotto di noi Ivrea. La diocesi di Ivrea occupa una posizione strategica rispetto alle vie di comunicazione che dall’Europa nord-occidentale conducono verso la penisola italiana: qui passava la “Via Francigena”. E’ l’itinerario che i pellegrini medioevali seguivano per raggiungere Roma, sede del papato e dei maggiori santuari della cristianità. L’appellativo Franchigena tuttavia non identificativa un tracciato esclusivo e unico, una via per i pellegrini differente da quella percorsa da mercanti o dagli eserciti, bensì un grande “territorio-strada” condizionato solo da alcuni passaggi obbligati quali potevano essere i valichi alpini o appenninici, i guadi o i ponti sui corsi d’acqua e così via.
Alla fine del sentiero percorriamo un tratto di strada asfaltata e ci ritroviamo in mezzo al caos: auto parcheggiate un po’ ovunque e  gitanti che si riposano al sole dopo aver fatto pic-nic sull’erba. Vicino al rifugio Alpino si trova un’area attrezzata per il decollo dei deltaplani gestiti dai Club di volo “I Barbagianni” e “Le Rate Vuloire” (Pipistrelli)


Riflessi indaco
mirtilli tappezzanti
il sottobosco.

Verde nocciolo
rami al vento estivo
farfalla bianca.


Arriviamo al nostro albergo “La genzianella”: è una piccola casa con davanti una terrazza a strapiombo sulla valle. Mangiamo sulla terrazza, in lontananza tuoni e lampi e piano piano arriva il temporale.
 
 
PAOLO SEVERI

sabato 22 luglio 2006 - Secondo giorno


Anche nel bosco,
nessuna a lieto fine,
storie a miliardi.


Giovane mucca,
la tua campana odora
di mucca anziana.
(Le mucche passano, i campanacci restano.)


Formiche e insetti
sono infastiditi
dai nostri Haiku.


Canta betulla,
le tue radici han vinto
dentro alla roccia.


Il telefono
trilla fra la betulla,
l’ontano e il pioppo.


Cardo spinoso
il tuo ricordo è fisso
dentro al mio piede.


Crolla la chiesa.
La fede contadina
è andata in città.



BEATRICE SANALITRO


Sabato 22 luglio 2006

Colazione degnissima dopo una notte veramente riposante. La meta di oggi è San Giacomo. La via è tranquilla, quasi in piano, tra betulle che presentano, lungo il tronco, nodi marcati di scuro.


Betulle in fila.
Dalla bianca corteccia
sguardi curiosi.


In un boschetto raccogliamo mirtilli,

Nel basso bosco
colore che non stinge.
Viola le dita.


mentre Anna ed Antonella parlano fitto.

Donne di fronte
parole su parole.
Torre di tomi.


Ci fermiamo diverse volte. Paolo scatta foto dall’alto al gruppo, fotografa un tronco tagliato che nasconde un labirinto all’interno e ferma momenti di pace. Pietro tossisce.


Tosse continua.
I polmoni si scrollano
grumi di fumo.


Ci fermiamo in un pianoro circondato da alberi. Sul fondo una chiesetta. Paolo va.

Verso la chiesa
pellegrino s’avvia.
Crisi mistica.


Le alte betulle ci accompagnano lungo il cammino.

Betulle erette.
Minareti svettano.
In cima un canto.


La strada di oggi è senza scosse, si snoda tra il sole e il verde e sguardi sereni. A San Giacomo la valle è magnifica. Ivrea si snoda sul fondo della valle, le case sono piccole piccole da lassù. I laghi di Sirio e di Viverone sono i protagonisti. Verso sinistra, notiamo una costruzione a forma di tronco di cono che si staglia in mezzo alla pianura, forse la centrale nucleare di Trino. E’ la nota stonata della vallata.
Per cena polenta concia mangiata in fretta per l’arrivo prepotente del temporale. Col buio il panorama è formato dalle luci lontane dei paesi.


Nubi lontane.
Nella valle tra i laghi
tremule luci.


La riunione per il resoconto sul viaggio porta suggerimenti per migliorare e mette in luce le difficoltà incontrate. Tutti in una stanza comodi sopra il lettone, seduti su sedie recuperate, a condividere gli obiettivi: Libro, Haiku, Viaggio... Pietro davanti alla finestra e Anna sulla porta vagliano le proposte.
L’incanto del letto profumato di Trovinasse è lontano.

 

STEFANO ZOJA

Sabato 22 luglio 2006



ore undici
anche tu zanzara
hai il tuo haiku


Una betulla,
un albero che non so,
un’altra, un altro


sul fiore grasso
il banchetto dei bombi
antico pasto


Rami, istinto
di un albero, scelte
nell’aria vuota


Bivacco post-pranzo sotto pini e betulle. Di riposare non si parla quasi, almeno per me: difendersi da zanzare e mosche mi ricorda la scena conclusiva di King Kong contro gli aerei da guerra, con un po’ meno pathos.  Oggi c’è più pace, più tempo e sappiamo meglio cosa stiamo facendo: mi sembra che scriviamo anche più di ieri. Bene, ora andrò là sotto con la macchina fotografica a vedere quella casetta di pietra in ottimo stile Heidi. Voglio vedere se le zanzare mi seguono fin là!



MARY VUOSO

 

Passo felpato,
siamo noi che andiamo,
piano pianino.

 

Si passa poi ad una analisi del viaggio per individuare errori e aggiustamenti, e per capire soprattutto l’anima e l’identità che dovrà avere il prossimo viaggio Wasnahaijin Oicimai:

Itinerario
si ribadisce che deve essere semplice, comodo, adatto a tutti

Orari
partire più presto al mattino. Marce solo al mattino. Il pomeriggio dedicato alla scrittura delle parti in prosa, alla revisione degli haiku, all’approfondimento della poetica haiku

Cibo
più spartano, per immergersi meglio in una dimensione spirituale

Viaggio
viene ribadita la necessità di una sua connotazione decisamente spirituale- letteraria

Visibilità
fa parte del gioco Wasnahaijin essere pellegrini decisamente “visibili”, al fine di avere maggiori possibilità  di diffondere lungo la strada l’haiku e Wasnahaijin

Libro
immaginare un pubblico che leggerà il resoconto del viaggio; mettersi  nell’ottica di scrivere un libro, e quindi cose da raccontare. Il libro sarà di prosa e poesia, ma anche una vera e propria guida dei territori visitati, esplorati, raccontati in modo particolare dal punto di vista del poeta Haijin

Territorio
coglierne l’essenza (storia, geografia, cultura, eventi, curiosità da reperire possibilmente strada facendo parlando con la gente, ma anche, tornati a casa,  con ricerche su libri, guide, internet)

Toponomastica
coglierne l’essenza (nomi dei luoghi, origine, evocazioni, suggestioni...)

Incontri
cogliere l’essenza non solo dei luoghi, ma anche delle persone che si incontrano lungo il viaggio Un atteggiamento di apertura che consenta di instaurare “relazioni” da cui poter attingere informazioni e notizie particolari

Piccole cose
cogliere l’essenza delle piccole cose che si incontrano e metterle in risalto e dar loro valore anche nel racconto in prosa

Natura
osservazione attenta della natura nei suoi più piccoli dettagli e nelle sue più piccole manifestazioni ( piante, foglie, animali, insetti, erbe, pietre...)

Annainin o Tunwéya
è il ruolo della Guida che conosce i luoghi e conduce il gruppo

Sabaki
è il ruolo del Conduttore del Gioco Wasnahaijin. Definisce e presenzia i rituali, invita a metterli in atto. Ne è il responsabile e il referente spirituale-letterario. È colui che  racconterà il viaggio e visionerà e assemblerà gli scritti dei compagni.

Hana
è un personaggio particolare degno di nota per meriti letterari, o di anzianità, o per altri meriti e caratteristiche, che partecipa al viaggio. Una figura di prestigio, con funzioni di saggio e di consigliere. Viene nominato dal Sabaki all’inizio del viaggio.

Cerimoniale Hokku
Haiku di apertura del viaggio (Haiga) scritto su cartoline del luogo

Cerimoniale Ageku
Haiku di chiusura del viaggio

Cerchio di Partenza
rituale che si effettua prima di mettersi  cammino verso una nuova tappa

Cerchio di Arrivo
rituale che si effettua alla fine di ogni cammino quando si raggiunge un luogo di destinazione

Bigliettini
estrazione a sorte per la lettura dei testi nei momenti di condivisione

Bandane uguali
come uniforme e segno di riconoscimento

Bastoni
da pellegrino, come uniforme e segno di riconoscimento

Fischietto al collo
come uniforme e segno di riconoscimento

Quadrillo – Haiku Omiyage
regalare alle persone che si incontrano haiku scritti a mano su appositi fogli di carta mille righe che il Sabaki porta con sé

Sonagliera
una ciascuno da mettere alla caviglia per i rituali dell’arrivo e della partenza

Testo
Ogni partecipante al viaggio, oltre a scrivere la parte in prosa, può scrivere Haiku Senryu, Haikai, ma in una proporzione ragionevole (70% haiku, 30% Senryu e Haikai). Evitare di intercalare tra le parti in prosa molti haiku di seguito. Meglio un solo haiku dopo una brano in prosa; ogni tanto al massimo 2 haiku. Evitare haiku generici. Che gli haiku siano scritti in relazione al viaggio specifico che si sta facendo, ai luoghi che si incontrano, agli eventi connessi a quel luogo e a quel viaggio.

 

     È mezzanotte passata. Chiudiamo la riunione che è stata ricca di spunti e di buone conclusioni. Mi affaccio al balconcino per fumare un’altra sigaretta. Tutta la vasta pianura immersa nel buio è costellata di un milione di luci lontane. Le nuvole ci sono ancora. Nessuna luna. Il nero profondo della notte avvolge la pianura. Il vento non c’è più. Ora si sta bene fuori. Scendiamo fuori ai tavoli di legno, Anna, io, Clelia, Michele, Beatrice. Chiacchieriamo ancora un po’.  Poi anche Beatrice ci saluta. Clelia e Michele vanno a dormire poco dopo. Restiamo io e Anna nella frescura a guardare il paesaggio stupendo della valle Canavesana illuminata.  Il ragazzo della Genzianella si scusa. Deve spegnere la luce dell’ingresso.
Potete restare - dice - Quando andate a dormire ricordatevi di chiudere la porta”. Ci mostra il chiavistello.
Buona notte” e spegne l’ultima luce fioca posta sopra la porta d’ingresso.
Ora siamo completamente al buio. Un gran silenzio. Il buio è così totale che dal paesaggio sono spariti i laghi, le strade, le colline. Sono solo macchie nere profonde.  Un ultimo sguardo.

 

un grande mare
di notte la pianura
piena di luci
 
 
laghi
 
 
 
PARTE PRIMA               PARTE SECONDA                 PARTE TERZA

WASNHAIJIN OICIMANI, CHE COS' E' ?

 

manifesto della poesia haiku in lingua italiana

dizionario-glossario: universo haiku e dintorni

l'angusto sentiero del nord, di Matsuo Basho

 

 
 
 
 
 

 
 
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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 14 Dicembre 2011 15:03 )
 

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