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WASNAHAIJIN OICIMANI - anno 2006 - HAIBUN DELLA DORA BALTEA E DEL CANAVESE - parte prima PDF Stampa E-mail
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News - News
Scritto da Tartamella   
Sabato 15 Ottobre 2011 11:52

 

 Fin da ora ringraziamo i comuni,
le comunità montane, le pro loco, le province e le regioni,
gli enti, le organizzazioni pubbliche e private in Italia e all’Estero,
che volessero suggerirci luoghi e percorsi degni di nota,
e volessero per loro generosità e passione
sponsorizzare i nostri viaggi Wasnahaijin Oicimani
offrendo cibo, pernottamento, itinerari dettagliati.
 
logo

 

Quando è possibile è più conveniente essere generosi,
e dare una mano agli altri nel realizzare le loro aspirazioni.
Gli uomini, quanto più avranno incontrato qualcuno che li ha aiutati,
tanto più saranno disposti a loro volta ad aiutare qualcun altro.
In questo modo vedrai aumentare le probabilità
di incontrare qualcuno che potrebbe desiderare di aiutarti
.

Pietro Tartamella

 

WASNAHAIJIN OICIMANI

viaggio a piedi alla maniera degli antichi

 
 

IL VENTO E IL QUADRIFOGLIO

HAIBUN DELLA DORA BALTEA E DEL CANAVESE

PARTE PRIMA
Giovedì 20 luglio 2006

a cura di Pietro Tartamella
 
 

 PARTE PRIMA               PARTE SECONDA                 PARTE TERZA

WASNHAIJIN OICIMANI, CHE COS' E' ?

 

 

                                                       viaggiatori

Annamaria Verrastro, Antonella Filippi, Arianna Sacerdoti,
Beatrice Sanalitro, Clelia Vaudano, Mary Vuoso, Michele Bertolotto,
Paolo Severi, Pietro Tartamella, Stefano Zoja, Gianni Maria Vinci
 
 
 

Annamaria Verrastro
Ho Fondato con Pietro nel 1992 Cascina Macondo di cui sono presidente. Sono la responsabile pedagogica dei percorsi didattici e del settore amministrativo. Ex insegnante di scuola elementare specializzata nella “didattica dell’argilla”. Lavoro con l’affascinante mondo dell’handicap e dei bambini. E con gli adulti. La poesia haiku è una cosa nuova per me. Mi piace mettermi in gioco.

Antonella Filippi
Aspettare. Non Tanto 0 Non solo di Essere Leggeri, ma di essere Lievi. Aspettare.

Arianna Sacerdoti
Ho scritto fin da bambina, e poi a fasi alterne, fino ad ora. Amo la natura e amo la creatività. Di “mestiere” faccio la dottoranda all'università di Napoli, in letteratura latina. Conosco gli haiku da tanti anni, perché mio padre ha un amico che ha vinto un Premio nazionale di Haiku (anni '80,  e il premio era un viaggio in Giappone, nel quale ha invitato ad accompagnarlo il mio papà. Ricordo ancora quell'haiku: “Per farsi vento / lento nell'aria immota / il falco ruota”.  Da allora a casa mia ne abbiamo composti, per gioco ma non solo, tanti. Un anno fa ho ritrovato la linfa della mia poesia, dopo vari anni di silenzio, e tra le cose che ho ripreso a scrivere c'erano anche haiku. Ho partecipato al concorso di Cascina Macondo. Quello che mi attrae dell'esperienza che faremo insieme a luglio è la fusione con il silenzio e con la natura, per comporre con uno sguardo “superiore”, e per ossigenarmi. Insieme a nuovi amici. Con leggerezza, con voglia di camminare, con spirito di gruppo, con leggerezza, con leggerezza. Anzi forse quattro giorni sono fin troppo pochi!

Beatrice Sanalitro
Insegnante di scuola elementare. Un poeta di Haiku sa cogliere le Essenze di Esseri, di Situazioni. I miei sono tentativi.

Clelia Vaudano
Sono una donna appassionata di cose diverse, lavoro presso un Teatro e mi sono avvicinata all'Haiku frequentando Cascina Macondo. Lo scorso anno ho partecipato ai due week-end di approfondimento sull'Haiku organizzati da Cascina Macondo ed ho scoperto un nuovo mondo affascinante. Al momento ho scritto pochi Haiku, ma spero che il Viaggio sia uno spazio giusto per cimentarmi ancora con una scrittura essenziale.

Mary Vuoso Severi
Ex insegnante di scuola media. Mi sono avvicinata agli Haiku da poco. Mi piace andare per boschi e camminare. Unire le due cose mi sembra un'esperienza eccellente.

Michele Bertolotto
Consulente informatico dal 1989, Webmaster dal 1999... Nel tempo libero canto e suono in un gruppo, coltivo bonsai giapponesi e scrivo e interpreto, attraverso l'argilla, gli haiku.

Paolo Severi
Taglio pietre, studio pietre, fotografo pietre, scrivo sulle pietre, compongo gioielli con le pietre, giro il mondo per comperare e vendere pietre, tengo conferenze sulle pietre. Insomma, lavoro con le pietre. Il fascino della pietra è la sua sintesi, la sua capacità di scatenare forti emozioni in piccolo spazio. Incontrando i poemi Haiku, sono stato folgorato da questo forte parallelismo.

Pietro Tartamella
Ho fondato con Anna Cascina Macondo. Ho sognato Wasnahaijn Oicimani. Lettore professionista, scrittore, poeta, haijin, insegnante. Lavoro con l’affascinante mondo dell’handicap e dei bambini. E con gli adulti. Questo è il primo viaggio a piedi Wasnhaijin Oicimani. Vedremo...

Stefano Zoja
Mi occupo di giornalismo e produzione video prevalentemente: ho lavorato per My-Tv, Telelombardia e per due società di produzione video. I piaceri: cinema, lettura, teatro (visto e recitato), viaggi. Anche la scrittura, anche se pratico poco. Sugli haiku sono a dir poco un esordiente: mi ha introdotto giorni fa un'amica che già vi conosce e che pure si è prenotata per questa Viaggio (Arianna). Istintivamente mi piace il senso del gioco e l'idea dello schema come potenzialità espressiva anziché come gabbia.

Gianni Maria Vinci
È ospite di questo  viaggio Wasnahaijin  per necessità logistica e familiare. Ha una gamba ingessata a causa di un incidente in moto. Si regge su due stampelle. Non partecipa al viaggio. Fa vita propria aspettandoci di volta in volta nei rifugi lungo il percorso dove Antonella lo accompagna in auto alzandosi prima di tutti. Ma Michele anche lui si alza prima di tutti per seguire con la sua auto Antonella, in modo che possano insieme tornare indietro e ricongiungersi al gruppo. Fa l’amministratore di condomini a Genova. Un gran chiacchierone, ma simpatico. A volte quando si unisce a noi, a cena e nelle riunioni, rischia di portarci via troppo tempo con le sue chiacchiere a palla di biliardo. Ma basta stopparlo e dire che ora dobbiamo lavorare. Allora fa un gran lavoro zen. Riesce, non senza fatica, ma riesce, a starsene in ascolto e in silenzio per tutto il tempo delle riunioni. Ma quando riprende a parlare ritorna un fiume. Come la Dora Baltea. Non ha mai scritto un haiku. L’ha sentito nominare da pochi giorni. È curioso. Vuole leggere il libro “Oltre l’Autunno”.

 

 

IL VENTO E IL QUADRIFOGLIO

HAIBUN DELLA DORA BALTEA E DEL CANAVESE

a cura di Pietro Tartamella
 
PARTE PRIMA

Giovedì 20 luglio 2006

 

sullo zerbino
strofino le mie scarpe
uscendo di casa

 

        Sotto il ponte di Quincinetto il fiume Dora scorre con fragore costante. Da tempo immemorabile. Dai tempi in cui tutta la pianura Padana era un proseguimento del Mare Adriatico, e la valle della Dora Baltea uno dei tanti suoi fiordi. In seguito all’orogenesi dell’arco alpino divenne la valle che oggi tutti conosciamo. Il fiume esisteva già nell’Era quaternaria. L’Era quaternaria, come del resto tutte le Ere geologiche, non è precisa in quanto a datazione. È compresa in una fetta di anni davvero grande che va da seicentomila a diecimila anni fa. In quella fetta di tempo il fiume Dora Baltea con la sua attività erosiva e quella dei suoi torrenti spinse e ammassò così tanti detriti da costringere le acque del mare a ritirarsi sempre più a sud. Nella stessa Era il ghiacciaio Balteo occupava l’intera valle d’Aosta. Lo scioglimento lento e graduale  dell’immenso ghiacciaio provocò il suo scivolamento sul terreno, dando alla valle la tipica forma ad ”U” con il fondovalle pianeggiante e i versanti scoscesi. A testimoniare l’esistenza del ghiacciaio è l’anfiteatro morenico di Ivrea che culmina nella Serra, un profilo pianeggiante e compatto di detriti morenici che corre per 25 chilometri, alto e diritto come una muraglia, da Andrate a Cavaglià. È la morena  glaciale più grande d’Europa.  “Morena” non vuol dire che è un luogo dove crescono i rovi e le more. Deriva dal francese “moràine” (massa di pietre) che a sua volta deriva dal latino “morèna” (diga di pali). In italiano abbiamo la parola antica “mora” che si usava una volta per  indicare un “ammasso di pietre”.
Nel medioevo la Serra era attraversata dalla Via Francigena. Migliaia di pellegrini provenienti dall’Europa Occidentale attraversavano i valichi del Piccolo e del Gran San Bernardo per raggiungere Roma, sede del papato e cuore del mondo cristiano. I viandanti di allora percorrevano questi stessi sentieri e queste stesse mulattiere che solcano ancora la Serra. Ne è testimonianza un diario di viaggio scritto dall’arcivescovo Sigerico di Canterbury nell’anno 990 dove racconta il suo ritorno da Roma attraverso la Via Francigena. Ivrea e la Serra risultano la quarantacinquesima tappa del suo viaggio. Il percorso descritto da Sigerico è stato utilizzato dalla Comunità Europea come itinerario culturale nell’ambito delle iniziative promosse per il Gubileo dell’anno 2000.
Per un momento, riconoscendoci anche noi pellegrini su queste montagne, abbiamo la sensazione di un tuffo nel tempo. Respiriamo per un momento un buon odore di medioevo lontano.
       Sul versante destro della Dora Baltea (destro mettendosi con le spalle verso le montagne dove nasce il fiume) sorgono i paesi di Quincinetto, Tavagnasco, Quassolo, Baio Dora, la Cima di Bonze alta 2596 metri, i pascoli Praja e Li Piani. Ai piedi della Cima di Bonze si apre il vallone di Scalaro con la sua bella borgata restaurata. Da qui scendono il torrente Granero e il torrente Renanchio. Più a valle il torrente Piovano forma una pittoresca cascata alta settanta metri prima di gettarsi nella Dora.
        Sul versante sinistro sorgono i paesi di Carema, Torre Daniele, Cesnola, Settimo Vittone, Montestrutto, Nomaglio, Andrate, San Germano, Borgofranco, Montalto Dora, il Monte Mombarone (Colma di Mombarone) alto 2371 metri, i pascoli del Maletto sopra Carema,  i pascoli di Trovinasse sopra Settimo Vittone.
        In auto io, Anna, Clelia, Michele, direttamente da Cascina Macondo. Michele al volante della sua auto Opel Meriva, grigio metallizzato, con gli occhiali da sole a guardare la strada., la testa piccola e rotonda, i capelli corti.
I vetri hanno la parte superiore di un colore scuro che man mano decresce. L’aria condizionata a cui non sono abituato. Mai avuto un auto con l’aria condizionata. Anche Anna si sente strana con l’aria condizionata. Le nostre auto, e ne abbiamo cambiato tante in molti anni, sono sempre state auto da “combattimento”, di seconda mano, di quelle sempre bisognose di un meccanico. L’aria condizionata roba da fantascienza per noi.
       Al di là del ponte di Quincinetto riconosciamo subito, come da indicazioni di Antonella, l’Hotel Vivande & Bevande, un tempo Hotel Tripoli.
Freccia a sinistra. Entriamo nel vasto cortile ghiaioso dell’Hotel Vivande & Bevande. Un omino di legno e cartone, con cappello e davanzale da cuoco, sta all’ingresso dell’Hotel come manichino pubblicitario. Gli manca un braccio. Il petto è sfondato sul lato destro. Forse un furgoncino in manovra, forse una tegola caduta dal tetto. Attraverso lo squarcio, dentro, si vedono le tavole come interiora.
Arianna e Stefano sono appena arrivati. Non ci conosciamo, ma ci riconosciamo. Arianna mi viene incontro con un sorriso.

 
un gran calore
nell’abbraccio di Arianna
il Sud e il Vesuvio


      Stefano, giovane e volenteroso, caro amico di Arianna, resta meravigliato di quell’abbraccio e chiede se ci conoscevamo. No, è la prima volta che ci incontriamo. Anche lui allora mi abbraccia con grande allegria.
La signora Sara, una ragazza giovane, figlia dei proprietari dell’albergo, ci viene incontro con la sua bimba piccola in braccio. Sophie ha pochi mesi. Mi tocca la barba con la sua manina. La signora Sara chiede se vogliamo salire su alle camere.
Sul retro dell’albergo un piccolo prato con staccionata di legno. Al sole scalpitano due pony con pelo marrone e criniera bianca, due pecore, due caprette arzille, tante zanzare.  I nostri piedi un calpestio sulla ghiaia del parcheggio in attesa degli altri compagni.
Saliamo su a prendere possesso delle camere.


mio Sandokan
come tigri di Mompracem
qui le zanzare


       Poco più in su di Quincinetto, verso la valle d’Aosta, a circa cinque chilometri, c’è il piccolo paese di Carema. È l’unico paese italiano ad avere questo nome. Subito dopo Carema, nemmeno a un paio di chilometri, c’è la Valle d’Aosta con il paesino di Pont Saint Martin.
Più o meno alla stessa distanza, scendendo verso Ivrea, sempre sulla statale 26, c’è Settimo Vittone.
In un manoscritto del 1221 si trova menzionata Carema con il nome “Quaresmo”. In un altro manoscritto del 1232 viene nominata “Quaresma”. Il primo termine deriva da “quadragesimum soldum”. Il secondo termine femminile da “quadragesima libra”. In entrambi i casi il significato è quello di “dazio” (pari a un quarto del valore) che i caremesi medievali facevano probabilmente gravare sulle merci che giungevano dalla Gallia. 
Altri studiosi suggeriscono che il nome antico di Carema potrebbe essere “Ad Cameram”, oppure “quadragesimum lapide”. Il primo nome indicherebbe l’esistenza in epoca romana di un ufficio doganale o di un magazzino per lo stoccaggio del rame che si estraeva dalle vicine cave Sallustiane. Già verso l’anno 100 avanti Cristo Carema era ufficio doganale e stazione di posta. “Quadragesimum lapide” indicherebbe semplicemente che Carema si trova a quaranta miglia romane da Aosta. In ogni caso le diverse possibili origini del nome indicano questo insediamento sempre come un “luogo di confine”: tra Italia e Gallia prima,  tra Regno d’Italia e Regno di Francia poi, tra Piemonte e Valle d’Aosta ai giorni nostri.
Carema è un piccolo labirinto di viuzze, cortili, vigneti, tetti ricoperti di lose.
In Via Basilia c’è una fontana antichissima costruita nel 1571 ancora funzionante. Il campanile vicino alla chiesa di San Martino del 1769 è alto sessanta metri. Poco distante sorge il palazzotto dove vivevano nel medioevo gli Ugoni di Brescia.
A Carema hanno sempre prodotto dei buoni vini fin dal quinto secolo avanti cristo, all’epoca dei Salassi. E fin da allora il vino fatto qui è stato sempre molto apprezzato. Oggi viene prodotto un vino rosso particolare chiamato “Carema” conosciuto in tutto il mondo, perfino a New York e a Pechino. Così buono e così conosciuto che nel 1967 un decreto del Presidente della Repubblica  lo ha incluso nei vini a Denominazione di Origine Controllata. Per la Casa Reale di Francia il vino Carema era “vin d’arrosto”. Per i duchi di Savoia era “vino alla mensa”.
Il Carema era il vino rosso che Papa Paolo III Farnese amava bere più di ogni altro in autunno.  Cercheremo di prenderne una bottiglia per gustarlo insieme centellinato.  Altri vini pregiati di questa limitatissima zona vinicola di Carema sono il Canavese Rosso,   il Canavese Rosato, e un vino bianco particolare da tavola denominato Tournet.
Il vitigno Nebbiolo che produce il vino Carema viene allevato qui con l’antichissima tecnica a pergolato chiamata “topia”. La vite cresce in posizione orizzontale, sopraelevata su una struttura sorretta da pali. L’esposizione al sole in questo modo risulta migliore e omogenea e i grappoli crescono pendenti lontani dall’umidità del fogliame. La graticola di pali intorno a cui si aggroviglia la vite è sorretta da caratteristiche colonnine troncoconiche in pietra che in questa zona chiamano “tupiun” (topioni). Le topie sono ricavate su terrazzamenti sorretti da muri a secco. Un lavoro di secoli che impressiona.
Il sistema di coltivazone della vite a pergolato è usato anche nel Pinerolese, nelle Valli di Susa, nell’ Alto Canavese,  e in Emilia Romagna.

            Nelle cucine di Vivande & Bevande c’è già fermento di bolliture, verdure tagliuzzate, rossori di pomodoro. I tavoli apparecchiati. Su ogni tavolo una candela di citronella in una scodella di terracotta.
Perlustriamo, Anna ed io, l’esterno del fabbricato, dal piazzale del parcheggio con la ghiaia e le piante ornamentali, al prato verde sul retro, alla staccionata con gli animali, all’infernale motore del generatore posto all’esterno, sino all’ingresso principale con la sagoma dell’omino di cartone vestito da cuoco che si affaccia sulla statale 26 dove il caldo è più afoso e dove ristagna l’odore del catrame della strada.


nessuna smorfia
il cuoco di cartone
ha perso un braccio


        Ecco Beatrice. È stata la prima ad arrivare con il pullman da Torino. È all’Hotel già dalle 2 del pomeriggio. Ha letto, ha occupato la camera, ha fatto passeggiate,  il tempo è passato.
Da Pavia arrivano in auto Paolo e Mary. Dallo zaino di  Paolo pende una piccola batea nera, uno di quei piatti speciali per cercare l’oro nei fiumi.
Sono le ore 18, ora dell’appuntamento. Manca ancora Antonella.
Aspettiamo bevendo qualcosa di fresco seduti a un tavolo di legno. Si chiacchiera, ci si conosce, ci mostriamo le nostre bandane ricamate, stampate, scritte col pennarello, e i nostri bastoni da pellegrino.
Consegno a ciascuno una cartolina pubblicitaria del libro “Oltre l’Autunno – Manuale di poetica Haiku e Antologia” che finalmente è uscito stampato in collaborazione con l’editore De Art Multimedia di Torino. Ne ho portato alcune copie. Sono nel portabagagli di  Michele.
Paolo ci mostra la gemma a prismi che usa davanti all’obbiettivo della sua macchina fotografica per ottenere foto particolari, che quando le guardi sembrano aver colto l’anima. La gemma incastonata in un cerchietto di gomma passa di mano in mano. Ognuno la porta all’occhio e ci guarda dentro. La parte centrale della gemma mostra nella sua interezza l’oggetto che si guarda e, all’intorno, i prismi replicano le parti superiori dell’oggetto guardato. L’effetto è affascinante. Ci divertiamo a guardarci l’un l’altro, a scoprire sensazioni osservando la maglia tutta bianca di Michele,  la veste a fiorellini  di Arianna, la mia barba, gli occhi di Anna, i capelli bianco-azzurro di Mary, la camicia a quadretti di Paolo e il suo gioiello di pietra gialla e rotonda grande come un uovo che porta come anello al dito, troppo vistoso per i miei gusti in verità, la maglietta rossa di Clelia, la bandana all’uncinetto di Beatrice, i peli sul braccio di Stefano. Il prisma ci moltiplica. Siamo solo in nove, ma per un momento sembriamo molto di più.
Finalmente alle 19.30 con gran ritardo arriva Antonella con Gianni il suo compagno caduto dalla moto un mese fa che si regge con due stampelle e ha la gamba avvolta da un gesso rimovibile. Ora ci siamo tutti.

        La cena è incredibilmente abbondante, tanto che abbiamo avuto l’impressione di essere più turisti che pellegrini. Le porzioni di spaghetti, agnolotti, carne, pesce, contorni, strabordano dai grandi piatti. Persino i camionisti sembrano tracimare dal locale tanto sono numerosi.
Antonella, Mary, Paolo, Beatrice ordinano piatti vegetariani.
Le zanzare sono eserciti armati di lancia. Il caldo e l’afa insopportabili.
La notte sarà impossibile dormire.
       Sono le ventitré quando ci riuniamo intorno a un tavolo circondati dall’erba,  da candele di citronella e zampironi. Michele, con voce chiara, legge lentamente il volantino Haipomacò sugli haiku postcards mailing art collection una per tutti tutte per uno:

Un grazie di cuore a Fabia Binci dell’Università delle Tre Età di Arenzano appassionata di Haiku e amica carissima. Domenica 23 aprile 2006 Fabia ha fatto un regalo speciale a Cascina Macondo: una cartolina.  Un’agave in primo piano sovrasta il mare e la montagna stagliati sullo sfondo.  Sul retro un haiku di Giorgio Gazzolo scritto a mano:

 
scapo d’agave
alto nel cielo parla
di vita e morte


Accogliamo a braccia aperte il dono prezioso di Fabia. Accogliamo, consapevoli dell’impegno, anche il dono successivo pervenutoci alcuni giorni dopo: una cinquantina di altre cartoline autografe che riportano sul retro l’haiku di un amico. Veri e propri HAIGA.
Fabia ha rinunciato a questi cari ricordi per offrirli a noi. Vogliamo proseguire la sua tradizione, continuare il suo gioco. Per questo amici Haijin sparsi nel mondo, che viaggiate e incontrate luoghi e popoli e idiomi, ovunque voi siate, che un vostro pensiero sia per tutti noi comunità. Cercate una cartolina. Scrivete sul retro, a mano, in modo chiaro e leggibile, un semplice  haiku. Il tempo dedicato a cercare una cartolina,  il tempo dedicato a scrivere un  haiku seduti su una pietra, sotto un pino, al  tavolo di un bar, che siano per voi un buon tempo. La cartolina diverrà un Haiga. Apponete il francobollo, scrivete la data, firmate con nome e cognome, spedite a Cascina Macondo. Noi le raccoglieremo. Le conserveremo con cura in un grande libro fatto con le nostre mani a testimonianza attimo per attimo della vita che scorre ovunque. Lo porteremo con noi nei luoghi dove leggiamo ad alta voce, nei luoghi dove raccontiamo le storie, nei luoghi dove parliamo. Lo esporremo a Cascina Macondo agli occhi di tutti gli amici. Ci sarebbe anche piaciuto pubblicare le cartoline e gli haiku sul sito di Cascina Macondo. Ma non possiamo permetterci oggi l’acquisto di un altro server. Domani chissà. Una per tutti, tutte per uno.”
 
 
pietro tartamella
anna maria verrastro
gli haijin di Cascina Macondo

   


Porgo in mano a ciascuno una cartolina diversa. Un angolo di Quincinetto, le incisioni rupestri del Bec Renon, uno scorcio di Carema, una piazza di Settimo Vittone. Altri luoghi della zona. Una chiesa, una vigna, una fontana, un alpeggio,  un paesaggio. Già col francobollo. Siamo gente in viaggio. Ciascuno scrive il suo haiku da inviare a Cascina Macondo, trasformando la cartolina in un Haiga.
Nel Renga e nel Fuci, giochi letterari fatti in modo corale con la partecipazione di più autori, il primo haiku viene chiamato Hokku. L’ultimo haiku che chiude il componimento collettivo viene chiamato Ageku.
Il viaggio Wasnahaijin Oicimani è una sorta di “gioco”. Il viaggio di ogni partecipante inizia ritualmente con un Hokku. Termina con un Ageku.
L’Hokku di ciascuno è l’haiku scritto sulla cartolina.
Le luci delle candele alla citronella sono fioche. Gli occhi vicini alle cartoline.   Un buon silenzio sul tavolo, sull’erba, sugli zampironi, sulle penne che scrivono. Sullo sfondo le voci di alcuni commensali che sorseggiano il caffè ancora seduti ai tavoli. Non leggiamo ad alta voce gli haiku che ciascuno ha composto. Li leggeremo al nostro ritorno a casa, quando il postino metterà le cartoline nella buca delle lettere. A viaggio finito, a distanza di giorni,  quegli haiku avranno un sapore speciale. Sì, preferiamo non leggerli ora. Preferiamo lasciarli così, una sorpresa, un piacere in più per domani.
Formalmente il viaggio Wasnahaijin Oicimani inizia con la scrittura del proprio Hokku, che diventa un Haiga in quanto abbinato all’immagine di una cartolina del luogo. Il viaggio è dunque iniziato.


cerchio di sedie
a lume di candela
colpo di tosse


        Riassumo ai compagni i perché del nostro pellegrinaggio. Perché siamo qui con i nostri quaderni. Antonella illustra il tragitto di domani. Sarà tutto in salita. Faremo una deviazione breve per scendere alle pozze d’acqua del torrente Chiussuma dove si potrà fare il bagno. Gianni, agitando una stampella,  suggerisce che i bagagli possono essere portati con la macchina, se vogliamo. Metto un freno a questa possibile comodità. È la prima volta che facciamo un viaggio Wasnahaijin. Dobbiamo verificare il peso dello zaino, verificare se le cose che vi abbiamo messo dentro sono tutte indispensabili, o se alcune potevamo lasciarle a casa, individuare le cose essenziali davvero, misurare la nostra forza, capire quale tipo di itinerario è adatto alla nostra età e al nostro scopo di scrivere Haibun. Capire come gestire la giornata nei dettagli, come possono convivere e amalgamarsi i giovani e gli attempati. Gli orari, il ritmo, le atmosfere, la convivialità, la spiritualità, la ritualità, il pellegrinaggio, la condivisione, la solitudine, la compagnia, il lavoro, le pause, l’aggiornamento sulla poetica Haiku.
È con questo spirito che affronto il viaggio. Osservatore tranquillo e rilassato pronto a cogliere ogni dettaglio, ogni piacere, ogni fatica. Il mio ruolo è solo di Hana. Quello di Sabaki (gran cerimoniere, conduttore del gioco) è solo abbozzato. Le regole precise del Viaggio Wasnahaijin dovranno emergere da questa prima  esperienza vissuta. Dopo avere osservato attentamente pregi e difetti, e vissuto l’esperienza con naturalezza, potrò nel prossimo viaggio essere Hana e Sabaki consapevole e preciso. Ricordo ai compagni che uno degli scopi di Wasnahaijin Oicimani è quello di scrivere e pubblicare un libro di haibun a testimonianza del viaggio.
          Paolo ci parla delle pagliuzze d’oro che cerca con pazienza nei fiumi. Ci fa una breve lezione sul peso specifico, sulle rocce che si sgretolano, sulle piene dei fiumi che spostano le pietre, sulle forze centrifughe che accumulano i materiali più pesanti da un lato. L’oro è materiale pesante. Dove ci sono le pietre più pesanti lì ci sono probabilità di incontrare pagliuzze d’oro. E poi ci parla delle gemme, delle pietre preziose, del corallo, del taglio “a cava vecchia” e del “taglio brillante” con cui si sezionano i diamanti, ci parla dei cristalli di steatite che modellano le rose del deserto, dell’ambra che ferma  per sempre dentro di sé incastonati una foglia o un insetto minuscolo, ci parla dei cristalli di magnetite le cui molecole si orientano verso la Stella Polare, dell’ Illam il terriccio grigio e puzzolente da cui si setacciano le più belle pietre preziose dello Sri Lanka, della Kimberlite la roccia dove spesso si trovano incastonati i diamanti, del corindone dei depositi alluvionali che produce pietre di bellissimo colore rosso-rubino e giallo e azzurro.
Alle pozze d’acqua Paolo sonderà con la sua batea il letto del torrente alla ricerca di pagliuzze d’oro.. Siamo curiosi. Siamo in viaggio. Pellegrini e viandanti che hanno mangiato un po’ troppo stasera.
Si è fatto tardi. Buona notte. Buona notte.
 
 
pellegrinaggio
la prima notte insonne
per afa e cibo


    Per tutta la notte i camion parcheggiati al di là della statale 26 sul grande piazzale di fronte all’hotel hanno tenuto accesi i motori un’ora prima di partire, come fanno negli autogrill. Rombi di moto e motorette hanno sfrecciato sino al mattino.

 
notte di luglio
il fragore della Dora
nelle finestre


Anna ed io abbiamo passato la notte a bere acqua, chiacchierare, scrivere, bagnarci spalle e braccia e viso, ad aprire finestra e porta per un pizzico di corrente d’aria. Ed io a fumare un pacchetto di sigarette pensando al viaggio  e ascoltando lo scroscio della Dora.
La Dora è un fiume lungo 160 chilometri. Si forma ad Entrèves dall’unione del torrente Dora di Val Ferret con il torrente Dora di Veny Presso Crescentino, come affluente di sinistra, la Dora Baltea confluisce nel fiume Po. È un fiume ricco di trote (trota fario e trota iridea), salmerini e ciprinidi, specialmente cavedani, barbi, vaironi. Per tutto il suo percorso la Dora è costeggiata dalla statale 26. I ghiacciai del Monte Bianco, del Cervino, del Monte Rosa e del Gran Paradiso condizionano il regime delle sue acque caratterizzate da magre invernali e piene estive. Da aprile a ottobre è navigabile in gommone per dieci chilometri nel tratto tra Quassolo e Ivrea. L’associazione di canottaggio di Massimo Aiello organizza escursioni in quel tratto della durata di un paio di ore facendo riscoprire l’emozione delle antiche vie fluviali di comunicazione.
Quincinetto, che vedo dalla finestra dell’albergo in questa notte insonne, al di là della Dora con tutti i lampioni accesi, ha origini antichissime. Alcuni ritrovamenti risalgono all’età preistorica, forse all’Età del Bronzo. Le incisioni rupestri trovate in prossimità del Bec Renon fanno pensare a una comunità vissuta in questi luoghi molto tempo prima dei Romani. I romani abitarono sicuramente il fondo valle con piccole comunità dislocate lungo la Strada Consolare delle Gallie. Un’auto sfreccia nella notte in direzione di Aosta.


in piena notte
la città e la montagna
divise dal fiume

 

 

SUL SENTIERO CHE SALE

Venerdì 21 luglio 2006

           Tutti assonnati. Nessuno è riuscito a chiudere occhio durante la notte. Colazione abbondante. Sara ci prepara un sacchetto con due panini e frutta. Cerchio sull’erba prima di partire. Entriamo nel silenzio e nelle motivazioni che ci hanno portato fin qui.
Prima di lasciare l’Hotel Vivande &  Bevande faccio in tempo ad estrarre dallo zaino la scatoletta di tabacco per pipa. Contiene una quarantina di quadrilli, foglietti rettangolari in carta millerighe di cm 9 x 14. Servono per scriverci sopra un haiku autografo da offrire come  Omiyage (dono portato da un viaggio) alle persone che potremmo incontrare lungo il cammino. Li porto con me dentro una scatola rettangolare nera che conteneva tabacco Ocean Liner Series, Black & Bright, prodotto in Germania. Una mistura di Virgina e Black Cavendish  insaporita con estratti di frutti tropicali. Il coperchio ruota su una cerniera sottile. Al centro di una cornice circolare con bordo texturato - ricorda uno specchio o un oblò - le immagini a colori di un veliero e una nave a vapore.
È una delle mie trecento scatole vuote di tabacco che conservo in soffitta in quattro grandi casse. Ancora oggi, quando saltuariamente fumo la pipa, vi aggiungo le scatole nuove. La scatola dei quadrilli è un scatola nuova. Non è proprio una collezione. Solo un ricordo. Sono le scatole che i miei clienti di un tempo, quando lavoravo come edicolante in Via Vanchiglia, mi portavano per sostenere la mia protesta contro il Fisco. Erano gli anni ’80. Avevo lanciato un appello a tutto il quartiere. Cercavo scatole vuote di tabacco per pipa. La voce si sparse velocemente e presto ci fu un bellissimo andirivieni di fumatori che mi portavano le loro scatole vuote di tabacco per pipa.
Fumavo la pipa anch’io a quel tempo.
Non mi dilungo a descrivere il piacere che si prova nel fumare la pipa, ché solo i fumatori di pipa possono realmente capirlo.
Le conservo ancora quelle scatole. Servirono per stiparci dentro 20.000 monete da cento lire per il pagamento di una tassa all'Esattoria Comunale di Torino che accompagnai col messaggio: "Il Fisco manda in fumo il nostro reddito!".  L'ingiustizia che subii dal Fisco fu così assurda che feci di tutto per mettere a disagio il "potere ottuso" di fronte all'opinione pubblica nazionale con la mia battaglia non violenta. Preferii farmi pignorare i mobili dell'edicola pur di sostenere fino in fondo il mio principio e le mie ragioni. Lavorammo per due mesi, Anna ed io, in edicola, con le riviste appese ai fili di ferro e agli spaghi, con mollette e chiodi e cassette di frutta, spogliati di mobili, espositori e scaffali dall'Ufficiale Giudiziario, mentre avevo gli occhi bendati. Gli occhi bendati. Bendati per una protesta parallela durata quaranta giorni. Gli occhi bendati per la liberazione del piccolo Marco Fiora, mentre l’Ufficiale Giudiziario e il Fisco ci portavano via senza vergogna i mobili, l’arredamento, gli scaffali dell’edicola.
La scatola Black &  Bright  è adattissima a contenere i quadrilli per gli Haiku-Omiyage. Su un quadrillo di carta millerighe per la giovane signora Sara ho scritto:
 
sorride Sophie
in braccio alla sua mamma
il benvenuto

 

Siamo in cammino ora sulla strada asfaltata in direzione di Ivrea.
A cento metri dall’albergo, poco prima di Torre Daniele, imbocchiamo, a sinistra, il sentiero che entra nel campeggio tra casette di legno prefabbricate e verande di fiori.

 

sotto il gelso nero
il cartello di zona
vietata ai nomadi

 

       Un uomo brizzolato guarda con le mani conserte la pompa d’acqua che innaffia la sua erba. Ci rivolge un saluto. Procediamo in salita, in fila indiana, con i nostri bastoni e le nostre bandane che recano la scritta Wasnahaijin Oicimani. Raggiungiamo il ponte sul torrente Chiussuma.
I grandi argini costruiti con pietre ciclopiche chiudono ai lati il letto del torrente.

 

torrente Chiussuma
è strano il tuo silenzio
così a secco

 

      Forse è il vento, o le cicale, ma sembra di entrare in una valle preistorica. Siamo piccoli piccoli, come formiche, a confronto di quelle grandi pietre del letto del torrente e degli argini, a confronto degli alberi del bosco, della salita asfaltata su cui ci siamo incamminati in silenzio, a confronto delle stesse cicale e del loro canto continuo.

 

corre lontano
il treno col suo fischio
avvolge il ciliegio

 

        A sinistra, al di là di un vallone, le case di pietra della piccola Airale con i resti del castello di Castruzzone (Castrum Ugonis, Castello degli Ugoni). Gli Ugoni erano nel Medioevo  una famiglia di spregiudicati feudatari bresciani che avevano qui molte terre. Non soltanto facevano pagare pedaggi ai viandanti, ma li depredavano e li uccidevano in continue scorribande. 
        La collina è solcata da mille fasce di terra sorrette da muri a secco imponenti, a gradini, come in Liguria. Le colonne a cono fatte di pietra che chiamano “topioni”,  tipiche di questa zona, alte un paio di metri sorreggono le travi dei pergolati. Uva ancora acerba. Castagni, ciliegi, orti.
Camminiamo in salita lungo i tornanti della strada asfaltata. All’ombra.

 

una famiglia
i girasoli guardano
il nostro silenzio

 

     Siamo nei pressi di Senge. A destra del prato dove cresce quel manipolo di girasoli ridenti, un masso rotondo, gigantesco, luccica al sole. È così grande che spontaneamente ciascuno si chiede da dove potrebbe essersi staccato. Gli occhi guardano sullo sfondo i fianchi della montagna, e la sue cime, alla ricerca di un “buco”, un “vuoto” altrettanto grande da cui poter dedurre che proprio da lì si è staccato il masso rotolato fino al prato. Ma non c’è nessuna cavità così grande nella montagna. Forse le intemperie l’avranno livellata. Una roccia grande sola  in mezzo a un prato l’ho sempre vista come un mistero. Come è potuta finire sin lì? Da dove viene?
 
sul grande masso
una scala appoggiata
ed un giardino

 

     foto In borgata Senge Antonella ha una casa. Ci siamo stati più volte qui, Anna ed io, in passato, con Antonella, Mario, Domenico, Agrippino. Trentaquattro anni fa. Ai tempi della Tenda, la rivista di poesia e letteratura che allora stampavamo ogni mese col ciclostile nella mia cameretta di Via Madama Cristina 26 a Torino.
A Senge, nella casa di Antonella, e nella baita che lei e Mario avevano acquistato ai tempi in cui vivevano insieme e organizzavano viaggi in Tibet, siamo stati più volte negli anni passati. Antonella, tra le persone che formano il gruppo, è quella che conosciamo da più tempo. Aveva quattordici anni quando suo padre l’accompagnò in Via Verdi, dove avevamo trasferito la redazione della rivista.
Il padre dovette salire le scale sino alla soffitta. Forse fu il respiro affannoso accumulato lungo le scale che gli annubilò la vista. Fatto sta che si convinse. Poteva fidarsi di quell’ambiente dove la sua figlioletta, appassionata di scrittura, voleva entrare. Avevamo i capelli lunghi, le barbe. Forse gli piacque l’odore dell’inchiostro del ciclostile, il ticchettio delle macchine per scrivere...
Da quel giorno Antonella divenne nostra amica.

 

borgata Senge
la casa senza padre
di Antonella




Il vento si fa più forte. C’è un gran silenzio. Il sole pesante. Si sta bene all’ombra.

ondeggia lieve
al canto delle cicale
la saponaria

 

          La borgata è abitata da alcune famiglie. Ci sono segni d’uomo, e di donna, ovunque: fiori, orti, piccoli cortili, panni stesi, una pompa da cui scorre l’acqua, piante di ortensie, fichi. Facciamo una sosta seduti su un muricciolo di grosse pietre. Una bimba di circa 13 anni ci raggiunge in costume da bagno. È Eva Luna, la nipote di Antonella. Non la vediamo da anni io ed Anna. È molto cresciuta. Ha con sé un libro di favole che tiene in mano e fa roteare continuamente quasi a voler coprire il suo imbarazzo di bambina. Ci guarda seduti sugli scalini. Abbiamo i nostri taccuini e le nostre penne in mano inconsuete macchine fotografiche pronte a cogliere ogni piccolo evento con lo scritto.  Ci chiede cosa facciamo. In verità chiede ad Antonella. Antonella spiega. Dallo sguardo, e da una piccola smorfia sulle labbra, non so se Eva Luna ha capito cosa facciamo. Ora parla di una festa a cui è andata qualche giorno fa con i suoi amici. Poi ci saluta e va via saltellando a fianco di Antonella che l’accompagna a casa.
Quando Antonella ritorna ci rimettiamo in cammino. Ci invita a proseguire compatti e in silenzio, perché attraverseremo fra poco un terreno privato con cani da guardia che abbaiano.

 

tutte diverse
le voci dei bordoni
poggiati a terra

 

       Ci siamo immessi in una scorciatoia attraverso le case per raggiungere il sentiero che ci porterà ad una pozza d’acqua del Chiussuma con rocce e cascatelle dove sarà possibile fare il bagno. L’idea di quel ristoro ci mette euforia. Passiamo in mezzo al gruppo di case, in mezzo all’abbaiare dei cani che tacciono subito quando la padrona, una signora anziana, li tiene con la voce e la mano sul colo.
E su, su, per fasce di terra, sotto pergolati d’uva e topioni quasi a costeggiare dall’alto il fiume Dora che scorre alla nostra destra lontano laggiù in basso in mezzo alla valle sinuoso come una spessa serpe. In lunga fila indiana sembriamo un piccolo fiume anche noi, una piccola serpe.
Poi orti, pini, felci, castagni.
Senge rimane presto alle spalle.

 

a crosticine
le gambe di Eva Luna
punta da insetti

 

       La mulattiera è decisamente in salita. Il sole è già alto. Le distanze fra noi si fanno irregolari. Chi si ferma a bere un sorso d’acqua, chi si ferma a scrivere, chi si siede all’ombra. Il bosco si fa più fitto, più odoroso.
 

 

a bassa voce
fermo per un respiro
della betulla

 

       Io, Anna, Clelia, siamo gli ultimi della fila. Senza allenamento la salita si fa dura. Ma non c’è fretta. Ci fermiamo spesso sotto un’ombra, poi si riprende. Si chiacchiera poco. Io e Anna sempre vicini. Ogni tanto indicandoci a vicenda qualcosa da guardare. Anna ha raccolto la punta di una piantina. Non ricorda il nome. La guarda accigliata, con più attenzione, per aiutarsi a ricordare. Finalmente sorride quando la mostra.

 

ciuffetto d’erba
tra le dita il suo nome
è nepetella

 

solo una nuvola
in forma di cane
bianco su di noi

 

      mulattieraContinuiamo a salire lungo la mulattiera acciottolata. Per tutto il giorno sarà un’unica salita. Per un gruppetto di noi una salita che ci metterà a dura prova. Dobbiamo superare un dislivello di 1000 metri. Da Quincinetto, che è a circa 350 metri di altitudine, sino a Trovinasse, 1374 metri. La mulattiera larga, lastricata di pietre, ben tenuta. Sulle pietre gocciola il sudore. Il bosco intorno fitto fitto.

 

orto nascosto
in mezzo alla boscaglia
i pomodori

 

       Antonella conosce bene questi luoghi. Quando negli anni ’80 si occupava di viaggi e corsi di sopravvivenza portava su queste montagne i suoi allievi insegnando loro la bussola, le carte topografiche, le erbe, il fuoco, il ponte di corda tibetano. Ha scritto un malloppo di volume sui suoi corsi di sopravvivenza e realizzato un bel documentario lungo dieci ore con un regista milanese suo amico. Lo hanno poi venduto a Rai Tre che lo ha mandato in onda a puntate. Mia la voce dello speaker.
         Abbiamo preso sulla sinistra un sentiero secondario che scende verso le pozze d’acqua del Chiussuma. Si sente l’acqua ruzzolare sulle pietre e gorgogliare laggiù in fondo nella stretta vallata.

 

uno nell’altro
il fruscìo delle fronde
il rùzzolo d’acqua

 

       Raggiungiamo il torrente in pochi minuti. Che sollievo l’acqua fredda sulle guance. Ci sono diverse pozze  racchiuse tra grandi rocce. Nella pozza più grande si può fare il bagno. Da una roccia, alta una quindicina di metri, un rivolo d’acqua precipita in un’altra pozza più a valle e l’occhio ne segue il cammino saltellante di pietra in pietra di pozza in pozza sin dove la stretta gola fa una curva a sinistra, e resta solo il rumore dell’acqua e dei rivoli.

 

tre piccoli sassi
a guardia del torrente
una gran sete

 

      Camminando a tentoni sulle rocce ci troviamo un posto ciascuno, chi all’ombra, chi al sole, chi in costume, chi in mutandine, chi si bagna solo i piedi, chi si tuffa nell’acqua fredda della pozza.
Riconosco i due alberi a cui Antonella aveva legato anni prima il ponte di corda tibetano, esercizio di attraversamento del torrente per i suoi allievi del corso di sopravvivenza.
Ricordo una domenica di autunno passata qui con Antonella, Mario, Anna.
Mario si era tolto le scarpe ed era entrato nel torrente scivolando con fragore su una pietra.
E quella volta che Anna ed io portammo qui Reno, Lucia, Golia, quando ancora stavano insieme. Reno suona la chitarra e canta. Vecchio amico del tempo della strada incontrato un’estate di molti anni fa a Pelago al festival degli artisti di strada. Da allora carissimo amico. Molte sono le pietre, i mattoni, gli autobloccanti che con le sue mani ha cementato a Cascina Macondo nei mesi che dalla Toscana partiva per venire da noi ad aiutarci a ristrutturare la casa. Molte le emozioni che ci ha regalato, e ancora ci regala, con la sua voce e le sue canzoni. La bella Lucia che non vedo da anni.
Golia il cane nero Terranova che era come un fratello per Reno, e se ne stava sempre accucciato ai suoi piedi quando Reno faceva i concerti nelle strade, caduto in un dirupo, sepolto in una montagna della Liguria alle spalle di Sarzana.
Li avevamo portati qui una domenica a condividere con loro questo luogo selvaggio d’altri tempi. Con noi c’era anche Packy un piccolo cane a macchie nere e bianche, probabilmente un segugio, che Anna ed io avevamo da qualche mese. Non siamo fatti per tenere un cane Anna ed io. Packy lo avevamo trovato un giorno ferito e sanguinante con la schiena spezzata dietro un cespuglio nel cortile di Cascina Macondo. Fu la compassione che ci spinse a curarlo e a tenerlo malgrado avessimo difficoltà con il nostro lavoro. Packy era guarito e c’era anche lui quel giorno d’autunno in questa gola del Chiussuma quando venimmo qui per una merenda Anna, io, Reno, Lucia, Golia. Quel giorno Packy, che era troppo vivace e imprudente, scivolò su una roccia e lo vedemmo portare via dalla corrente impetuosa del torrente sballottato sulle rocce ad ogni cascata. E noi ad inseguirlo esterrefatti e impotenti lungo il sentiero parallelo senza trovare un passaggio sicuro sino all’acqua gelida per riuscire ad agguantarlo. Golia che ansimava e saltava di pietra in pietra consapevole del pericolo e del dramma che il suo piccolo compagno stava vivendo. Senza poter fa nulla anche lui.
Finché Packy non cascò in una pozzetta  dove il rigurgito della  corrente lo spinse verso un’ansa tra due rocce. Salvato dalla stessa corrente che per lungo tratto lo aveva fatto rotolare. Riuscimmo a prenderlo senza bagnarci troppo, tremante, impaurito, quasi congelato. Una pena infinita. Si riprese pian piano e tornò a giocare con Golia.
Dopo un paio di mesi scomparve. Di lui non seppimo più nulla. Forse portato via da un cacciatore, forse finito sotto una macchina nelle strade di campagna di Riva Presso Chieri.
Paolo cerca angoli di sabbia e ghiaia da setacciare con la sua batea nera.
Ma nessuna pagliuzza d’oro ci chiama a guardarla.
pozzaPaolo è proprio un appassionato di pietre. Ci siamo conosciuti via internet un anno fa. Da Pavia, dove vive, va spesso sul Ticino con una sua barca. Cerca oro e pietre. Buca le belle pietre che ha scelto e nel piccolo occhio che ha scavato inserisce pagliuzze d’oro trovate nel greto del fiume. Quelle pietre lavorate  diventano gioielli da portare al dito, appese al collo, a un orecchio. L’oro coperto da un materiale trasparente. Ha un negozio a Pavia, una gioielleria. Ha viaggiato in Sud America, Messico, Oriente, Amsterdam naturalmente, sempre in cerca di pietre preziose da tagliare e trasformare in gioielli. Ha scritto diversi libri sull’argomento che ha pubblicato con la sua casa editrice “Ori e Gemme Editrice”: “Le parole delle pietre”,  “Pietre non ordinarie”,  “Perché le pietre preziose?”,  “Pietre che curano”.  Una domenica siamo andati a trovarlo a Pavia io e Anna. Ci ha portato sul fiume svelandoci il suo mondo affascinante. Ho visto i granellini d’oro sul fondo scuro della sua batea dopo che l’aveva fatta ondeggiare con grande maestria, movimenti sicuri ed eleganti quasi una danza l’acqua e la sabbia separando il fango dai granelli grossi di terra fino a un luccichìo di puntini depositati sul fondo della batea. “Questo è oro”  ci disse mostrandoci al sole il fondo della batea.
Da quella visita, dagli stimoli ricevuti, dalle suggestioni vissute quel giorno di maggio, da quella merenda sull’acqua, ritornando a Cascina Macondo ho concepito il Fuci, un tipo di componimento haiku scritto a più mani col coinvolgimento di più poeti. Un po’ come il Renga, ma con regole diverse.
Pranziamo con i due panini e la frutta che Sara ci ha preparato la mattina in albergo. Finiamo per stenderci e sonnecchiare, dopo la notte insonne all’hotel Vivande & Bevande. Un gran silenzio.

 

Mario che cade
il suono della sua faccia
ancora qui

 

        Non molto lontano da queste pozze d’acqua c’è la Gran Gorgia del Chiussuma con pareti a strapiombo  e cascate spettacolari alte anche ottanta metri (Goja Neìra) simili alle più famose gole di Chianocco e Foresto in Val di Susa. Risalendo l’alto vallone del Chiussuma si può arrivare al colle della Lace (2121 m.) e da lì, camminando sulla cresta, raggiungere la Colma di Mombarone.
Il luogo, qui, tra le pozze e le grandi rocce, ha qualcosa di preistorico, di isolato dal mondo, anche se la borgata di Senge non è lontana. La gola è stretta. Solo il rumore dell’acqua, gli uccelli, il vento tra il fogliame.
Una sorta di riparo dal sole e dalla pioggia, fatto con piccoli tronchi appoggiati alle biforcazioni dei rami di un albero, è stato costruito a ridosso della pozza grande. Poco discosto i resti di un fuoco con grosse pietre annerite e cenere. Fanno pensare a qualcuno che viene spesso qui a fare il bagno e si ferma anche la notte d’estate.
Forse anche il popolo antico dei Salassi è stato qui un tempo. I Salassi di origine Celtica che abitavano la valle d’Aosta e il Canavese, sconfitti dai romani nell’anno 143 avanti cristo.
Anche i Salassi, come Paolo, erano cercatori d’oro e, sembra, alla grande.
Ne parla Teresio Micheletti in un libro uscito nel 1976  “L’immensa miniera d’oro dei Salassi” (editore stabilimento tipografico Bramante, Urbania – PS).
Micheletti sembra giungere alla conclusione che nella Riserva Naturale della Bessa, zona racchiusa tra il torrente Viona e il torrente Olobbia, dietro la Serra d’Ivrea, nei pressi di Mongrando e anche di Magnano, il popolo dei Salassi avesse costruito cantieri immani per l’estrazione dell’oro con il lavaggio del materiale asportato dalla Serra. Informazioni simili si trovano in un altro libro che parla dei Salassi e del loro oro, scritto da Mario Scarzella: “L'oro della Bessa e  i Vittimuli”.
La Serra è lunga 25 chilometri. La sua larghezza media è di 500 metri, ma in alcuni punti, vicino al torrente Olobbia, si restringe per un lungo tratto (circa tre chilometri), a sole poche decine di metri. Sembrano demolizioni, asportazioni di terra “artificiali”. Sembra che i Salassi usassero imbrigliare molta acqua in appositi bacini per poi farla defluire con violenza contro il fianco della Serra  asportando grandi quantità di materiale terroso che franava. I massi più grandi e pesanti si fermavano per primi al defluire dell’acqua. Il materiale “fino” proseguiva oltre. Il materiale ancora più “fino” e più leggero, che conteneva l’oro, proseguiva ancora più oltre. I massi enormi, che per la loro pesantezza si fermavano per primi, formavano però col tempo una barriera che avrebbe impedito ad una successiva ondata di acqua di proseguire il suo corso. I materiali misti asportati dall’urto delle onde successive non si sarebbero potuti dividere secondo i loro  volumi e i loro pesi. In questa sorta di diga fatta di enormi pietre i Salassi cercatori d’oro si preoccupavano di ricavare corridoi e spazi di sfogo che consentissero all’acqua e ai materiali fini di passare oltre per poter essere smistati più a valle in modo naturale man mano che le acque defluivano.
È probabile che i Salassi rivestissero il terreno e le pareti di questi corridoi ricavati fra le grosse pietre con l’Erica una pianta che, grazie ai grovigli dei suoi rami e delle sue foglie, diventava una efficace trappola per le pagliuzze d’oro. L’Erica è una pianta che emette anche essenze idrofughe, ideale quindi per scovarvi con facilità sulle foglie e sui rami i granellini finissimi dell’oro.
La stessa Dora, secondo gli scritti di Strabone, sarebbe stata svuotata, deviata, raccolta in bacini per formare una grande onda d’urto con cui sgretolare la Serra. Sono state individuate innumerevoli pozze dette Arrugie (gallerie-pozze scavate in materiale morenico) ognuna contenente sempre un cunicolo che serviva a far defluire l’acqua oltre il primo sbarramento di rocce grandi che si formava in questi immani cantieri. Le analisi hanno rivelato che nei materiali morenici della Serra presso la “Riserva Naturale della Bessa” il contenuto dell’oro varia da 0,12 grammi a 0,55 grammi, con punte di 1 grammo, per ogni metro cubo di sabbie aurifere (già liberate dalle pietre piccole e grandi).
Una stima fa ammontare a 120.000 kg l’oro estratto dai Salassi al tempo dei romani. Ciò significa che furono lavorate a mano, e lavate, centinaia di milioni di metri cubi di materiale morenico della Serra.
Una tecnica simile di estrazione dell’oro è stata riscontrata a Varallo Pombia in provincia di Novara, presso la Cava dell’Oro.
A Biella c’è il Museo dell’Oro e della Bessa.

 

sonno leggero
la roccia del torrente
senza cuscino

 

       pozza2Alle tre del pomeriggio raccogliamo le nostre cose e ci rimettiamo in cammino. Alle spalle quel piccolo paradiso. Ci accorgiamo subito del gran caldo e del sole cocente. In realtà con l’ora legale sono le due del pomeriggio. Il sole quasi a picco. Procediamo sempre in salita lungo la mulattiera. D’ora in poi sarà solo salita, per cinque ore, fin quando non arriveremo fiaccati a Trovinasse.
Michele ci consola ogni tanto. Col suo altimetro da polso ci informa quanti metri siamo saliti. Siamo a 500 metri. Per arrivare ai 1374 di Trovinasse ne mancano ancora... non riusciamo a fare il calcolo. Troppo è il sudore grondante. Troppo poco il fiato.
Anche Mary, moglie di Paolo procede lentamente. Clelia è paonazza, io sono paonazzo, Anna è poannazza, Paolo è paolazzo. La batea nera pende dal suo zaino. Ogni venti metri siamo fermi a un’ombra.

 

 semplice grillo
diventa un parlatore
con la stanchezza

 

      Arianna e Stefano, i più giovani, sono ormai lontani davanti a noi. Paolo ha ripreso fiato e fa gruppo con Beatrice ora. Michele sta vicino a Clelia davanti a noi. Io e Anna insieme per ultimi.
L’acqua è finita. Nessuno immaginava una salita così. Antonella è mortificata. Non pensava che fossimo così fiacchi e senza allenamento. Fa avanti e indietro per incoraggiarci. Ci offre la sua acqua. L’ultima acqua. Le nostre gole sono arse. La sete l’unico pensiero, l’unica parola. Nessuno ha più tirato fuori il quaderno per prendere appunti. Mi appoggio al bastone. Poi lo tiro su mettendolo trasversalmente sulle spalle come una croce. Una posizione che per qualche secondo mi dà un apparente sollievo. E poi ancora lo riappoggio a terra tra gli aghi di pino che formano una coltre sul sentiero. Intravedo per terra, seminascosto, un cucchiaino da caffè. Dimenticato o perduto lì da molto tempo. Un segno di altri uomini passati di qui. È arrugginito, ma qui e là restano ancora macchie di colore argento, come era un tempo. Per un attimo la voglia d’acqua si trasforma in voglia di caffè. La sete aumenta.
Mi sorprende un cucchiaino di caffè sommerso dagli aghi di pino.
Mi chino a raccoglierlo. Tolgo con le dita quel po’ di terra che lo ricopre.
Me lo infilo in una tasca a fare compagnia a un gruzzolo di monete e al tagliaunghie. Sulle dita un colore giallognolo di ruggine. Lo trasferisco sulla coscia dei pantaloni.

 
spezzo col piede
ramo secco di pino
il crac del corvo

 

      Non resta che fermarci ogni venti metri. Ho perduto gli occhiali da vista. “Erano sulla pietra quando ci siamo fermati poco fa” ricorda Michele. Lentamente torno indietro a prenderli. Michele si offre di venire con me per compagnia. Camminiamo sotto il sole in discesa, senza zaino, sino all’ombra dove ci eravamo fermati dieci minuti prima.
Michele lo conosco da tre anni, da quando è compagno di Clelia. In verità una decina di anni prima mi aveva visto al Bar Imperia di Via Vanchiglia dove andava spesso a mangiare un boccone. Era il compleanno della figlia del gestore. Io ero stato chiamato a recitare poesie. Indossavo un abito medievale. Michele seduto a un tavolo ascoltava.
Gli occhiali sono ancora lì tra le cicale. Ci guardano.
Dalle lenti un riflesso di sole mentre li indosso al collo.
Raggiungiamo Anna  e Clelia.

 

finita l’acqua
sul sentiero che sale
ferma ogni ombra

 

        Il tempo sta cambiando. Sono le cinque del pomeriggio. Nuvole coprono il sole ogni tanto. All’orizzonte, nascosto dal bosco di betulle, si vede un ammasso di nuvole più scure. Sembrano un temporale lontano. Si alza una brezza rinfrescante che ci dà coraggio. La sete resta. L’acqua è tutta finita.
Incontriamo vecchie case di pietra lungo il cammino. Cerchiamo fontane, rubinetti, sorgenti. Incontriamo due rubinetti, ma sono sigillati.

 

come ventagli
le felci sotto il sole
parlano d’acqua

 

Un’atra pausa ai piedi di una edicola con madonna azzurra.
Ci siamo tutti, tranne Arianna, Stefano e Beatrice che, dopo una pausa ai piedi della stessa madonna, sono ripartiti.
Mangiamo l’ultima pesca, l’ultima prugna, l’ultimo kiwui, l’ultima mela, trasformandoli in acqua nel nostro miraggio. Michele e Paolo esplorano la vicina borgata di case diroccate alla ricerca di un rubinetto o di una cànnula.
Un tempo lungo i sentieri si trovavano spesso rivoletti d’acqua buona incanalati in un piccolo tubo di corteccia, o canna, o ferro. Spuntavano da una parete di pietre avvolti da muschio e felci. Il loro leggero gorgoglìo era una vera musica per le labbra e la gola arsa. Da diverse ore non ne abbiamo incontrata una.
Siamo seduti sulle pietre. Mary è molto stanca. Mi sorprende quando la vedo alzarsi con energia insolita e piegarsi sino all’altra sponda del sentiero a raccogliere un quadrifoglio.
Lo mostra a tutti con un sorriso di gioia dicendo a voce alta “Un quadrifoglio!”.  Come una bambina dai capelli bianchi.
Lo tiene in mano come un trofeo. Poi lo mette nella sua borsa come fortuna.
Il polso di Michele segna 950 metri d’altitudine..

 

piccolo vento
roteo tra le dita
un quadrifoglio

 

       Di nuovo ad affrontare la salita, con santa pazienza davvero, e lentezza, e lentezza. Antonella ci viene incontro e getta da lassù, affacciata sulla curva del sentiero, una voce verso di noi: “Siamo quasi arrivati sulla provinciale; ancora poche centinaia di metri e siamo arrivati”.
Per giungere a Trovinasse dobbiamo percorrere ancora 6 chilometri di strada provinciale asfaltata. Altre due ore circa di cammino. Non siamo quindi ancora arrivati in verità. Ma guadagnare la provinciale sembra l’obiettivo di tutti noi in questo momento. Siamo così stanchi della mulattiera, dei sassi su cui sin’ora abbiamo camminato, e dei tafani, e perfino delle cicale, che cambiare semplicemente panorama e ambiente è di per sé stesso un sollievo.
Ma conoscendo il passo di Antonella e la sua energia nel camminare tutti abbiamo pensato di moltiplicare per tre o quattro volte la distanza che ci ha indicato. Restiamo sorpresi quando davvero dopo poche centinaia di metri ci ritroviamo all’improvviso sull’asfalto. Il cuore si allaga di sollievo.
La strada è sempre in salita, è vero, ma la pendenza minore. Il terreno con l’asfalto è liscio e morbido e ci sembra addirittura un velluto nero.
Ma 6 chilometri sono tantissimi. Non arriveremo che col buio al rifugio Rosella di Trovinasse.
Buona notizia. Michele ci informa che Antonella si è incamminata di gran lena verso il rifugio e avrebbe fatto l’autostop. Andava a prendere la sua automobile e ci sarebbe venuta incontro.
Sì, era davvero una buona notizia.
Anna, Clelia e Mary si fermano sul bordo della strada, all’ombra, ad aspettare. Lasciamo a loro i nostri zaini. Michele, Paolo ed  io ci incamminiamo leggeri con i nostri bastoni. Avremmo incontrato prima o poi Antonella che tornava indietro a prenderci. Ora il passo si fa arzillo. L’idea che Antonella verrà a prenderci e che non faremo più le due rimanenti ore di marcia è un’iniezione di buon umore. Michele e Paolo hanno il passo più spedito. In breve mi distanziano.
Resto solo a camminare sull’asfalto ascoltando le cicale.

 

nello stormire
una voce di betulla
il viandante

 

      Sulla sinistra della strada un contadino sta guardando il suo orto con le braccia conserte, come l’uomo brizzolato del campeggio. Anch’io ricordo di aver guardato spesso l’acqua che esce da una pompa con le braccia conserte. Probabilmente  è una postura consueta degli esseri umani che restano incantati a guardare l’acqua estiva che esce da una pompa che innaffia. L’uomo sta guardando immobile due innaffiatoi di plastica girevoli che spruzzano acqua sui pomodori del suo orto.
Una nuvoletta leggera di goccioline bagna il bordo della strada.
Il muro a secco che regge la terrazza con l’orto e il contadino è bagnato di quella pioggerellina. Mi viene una gran voglia di entrare nel raggio d’azione di quegli innaffiatoi, sentire sul viso e sulle spalle la frescura brizzolata dell’acqua. Finalmente posso chiedere acqua. Bere.
Allungo il passo desideroso di entrare nell’acqua.
Proprio in quel momento arriva Antonella che accosta l’auto sulla sinistra bloccandomi la strada alla doccia. In macchina ha due bottiglie di acqua fresca riempite alla fontana del rifugio. Bevo a sazietà, rinunciando alla sensazione di sentirmi una pianta di pomodoro innaffiato.
Michele e Paolo, vista l’auto ferma di Antonella, tornano indietro verso di noi.
Avevano già bevuto alla fontana che il contadino aveva loro indicato. Erano passati sotto gli spruzzi d’acqua provando il mio stesso desiderio.
Dietro l’auto di Antonella un’altra auto. È il titolare del rifugio venuto anche lui a prenderci tutti. Saliamo sulla sua auto.
Antonella prosegue verso valle a raccogliere Anna, Clelia e Mary rimaste sole.
        È simpatico il signor Iriano. Dalla Toscana trasferito a Trovinasse. Ha un modo sornione di fare, accogliente, pacato, occhi buoni.
Solo dopo diversi tornanti in salita Michele si rende conto di avere dimenticato i suoi bastoni sul bordo della fontana. Li aveva comprati da poco in lega metallica azzurra, da neve, leggeri. Io gli occhiali, lui i bastoni. Non voleva lasciarli lì. Doveva tornare indietro a riprenderli. Chiama Clelia con la sua piccola ricetrasmittente per informarla. Ma Clelia non risponde, o forse non arriva il segnale. Continuiamo a salire. Quando saremo all’albergo Antonella lo accompagnerà a riprenderli. Sperando di trovarli ancora lì.
       Lungo la strada ci sono fontane in abbondanza. Non sembra vero. Solo quell’infernale salita sul fianco della montagna non aveva un goccio d’acqua. Incontriamo Beatrice che procede lenta su ciglio della strada. Ha girato lo sguardo indietro sentendo il motore dell’auto avvicinarsi. Appena ci riconosce allunga il dito in segno di stop. La raccogliamo col suo zaino e la sua gioia di entrare in quell’inaspettato passaggio.
       Incontriamo Stefano. L’unico che va spedito. Sapere che ormai il rifugio non è lontano gli ha fatto tirare fuori l’ultima grinta. Pur essendo giovane, anche lui ha trovato duro il tragitto. Ci fermiamo per farlo salire in macchina.
       Dopo una curva incontriamo Arianna. Arianna è indecisa. Mancano un paio di chilometri alla meta. Le dispiaceva non poter dire a se stessa di aver fatto tutta la strada a piedi. Decide infine di salire in auto e accettare il passaggio.
Un nodo d’emergenza che aveva fatto alla cintura del suo zaino non vuole però sciogliersi facilmente. I secondi passano. L’auto è ferma con la portiera del cofano posteriore alzata per caricare lo zaino. In quei secondi di attesa Arianna ha il tempo di riflettere. “No – dice orgogliosa – avevamo detto di non accettare la comodità di un passaggio. Voglio proseguire a piedi”.
Stefano, che invece desiderava il passaggio e già si era rilassato sul sedile, strizzato tra Iriano Beatrice Paolo Michele ed io, resta spiazzato di fronte alla decisione di Arianna. È una sua cara amica. Gli dispiaceva lasciarla sola nell’ultimo chilometro. Non può lasciarla sola.
Anche  se a malincuore Stefano rinuncia al passaggio. Scende, prende lo zaino, si mette a fianco di Arianna. La macchina parte. Li salutiamo con la mano.
Erano belli Stefano e Arianna uno vicino all’altra visti dal vetro posteriore dell’auto mentre si facevano piccoli e lontani.
Arianna aveva dimostrato un bel carattere. Ho molto apprezzato la sua scelta di rimanere fedele alla decisione presa la sera prima dimostrando di essere persona solida e di parola.  Anche il gesto di Stefano di restarle accanto era un bel gesto. Noi di una certa età non ci sentivamo né in colpa né sminuiti per aver accettato il passaggio. In fondo quando avevo messo un freno la sera prima alla proposta di Gianni di sfruttare la comodità dell’auto era solo perché dovevamo sperimentare la nostra resistenza, il peso dello zaino, la difficoltà del tragitto.
In verità avevamo già capito tutto e quindi non serviva sperimentare ulteriormente, non serviva restare fedeli a quel suggerimento. Tutto era già chiaro. Mai più una salita simile in un pellegrinaggio Wasnahaijin. E gli zaini dovevano essere ancora più leggeri. Potevamo in coerenza accettare il passaggio.

 

in rigàgnoli
l’acqua scrive il suo suono
elementare

 

        L’auto di Iriano abbandona la strada asfaltata girando sulla sinistra per una stradina sterrata. Ancora qualche tornante tra i pini ed eccoci finalmente alla pensione-albergo-rifugio-ristorante Rosella di Trovinase a 1374 metri.
Gianni è seduto a un tavolo all’aperto, con un libro in mano: “le donne nel medioevo”. Sopra il segnalibro il sottile spessore delle prime pagine lette. Sotto il segnalibro il malloppo delle altre pagine ancora da leggere. Appoggiate alla panca le sue due grucce di legno come ali ai fianchi. Da alcune ore ci aspetta. Ci passa in rassegna osservandoci sudati, stravolti, arrossati.
Man mano che arriviamo, la prima visita è alla cànnula nera della fontanella incassata in una roccia da cui sgorga un’acqua freschissima che ha il sapore dell’erba. Anna rinfresca l’ultima sua frutta sotto l’acqua.

 

lava la pesca
lo scroscio canterino
della fontana

 

       Il luogo è davvero accogliente. Dolci declivi, prati, il bosco. Alcune case di pietra con le lose sui tetti. Fiori alle finestre. Poca gente. La luce obliqua del sole alle 20.30 di sera di venerdì 21 luglio 2006.
Dinanzi all’albergo un pino secolare e una serie di grandi tavoli di legno con panche intorno per sedersi. Alcuni tavoli sono di pietra massiccia. Lastroni che probabilmente sono stati recuperati da un tetto smantellato. Sulla parete d’ingresso dell’albergo, in alto, appesa al muro sotto una piccola tettoia a proteggerla, pende una campana. Forse recuperata da una chiesetta diroccata.
La corda penzolante giunge fino ad altezza d’uomo. Iriano la suona a mezzogiorno per avvisare che il pranzo è pronto. Anche la sera, all’ora di cena.
La signora Rosella è in cucina intenta a raccogliere con la mano destra sfoglie di pasta che escono da una macchinetta a manovella. La locanda è graziosissima.
Le scale di legno. Le camere piccole, essenziali, familiari, con mobili di legno e finestre piccole che danno sui prati. Dietro l’edificio, ben visibile, la brezza muove una pavesata di tovaglie e tovaglioli appesi ad asciugare.
Una doccia.
Gli ultimi appunti scritti sul quaderno.
Io un caffè prima di cena ché per tutto il giorno il caffè mi è mancato.
Si è fatto buio.
Ce ne stiamo fuori sulle panche di legno avvolti da una frescura che riconcilia.
In lontananza un ammasso di nuvole. Sembra che debba piovere da un momento all’altro. Bagliori di fulmini dietro la montagna.
Iriano si affaccia sulla porta “la cena è pronta”.
Prendiamo posto sul lungo tavolo preparato per noi.
Solo quattro altri commensali nella saletta. Due coppie giovani sedute a due tavolini diversi. Alla mia destra un camino spento. Una pietra porta incisa la data 1977. Alle pareti  stampe incorniciate, di paesaggi alpini, di erba, di boschi, di neve.

 

calda verdura
scioglie nel minestrone
ogni fatica

 

          cena Il minestrone caldo con le verdure buone dell’orto di Iriano ci riporta alla dimensione spirituale, anche se facciamo il tris. Carne con contorno di coste bollite e fritte. Uova sode messe in formine ottagonali mai viste così. Buon vino. E chiacchiere e allegria. Dopo una lunga giornata di fatica e sole cocente il ristoro di Rosella ci sembra un premio. Prima di andare a dormire si chiacchiera fuori con la maglietta addosso, perché ora fa fresco davvero e c’è il vento, e il cielo tuona lontano. In bocca il sapore di un amaro buono e digestivo.
Abbiamo dormito con la coperta. Abbiamo dormito.

 

senza volerlo
ho mangiato le uova
ai vegetariani

 

 

 

 

DIVERSE ALTITUDINI

sabato 22 luglio 2006

 

      Il risveglio è delizioso. L’aria tersa del mattino mette di buon umore. Il luogo mette di buon umore. I mobili di legno della cameretta, le voci di Rosella e Iriano che arrivano dal piano di sotto, l’odore della colazione, le tovaglie stese sul filo ad asciugare impregnate del profumo dell’erba e dei tuoni della sera, mettono di buon umore. I passi dei compagni che si recano al bagno sul cigolìo del pavimento di legno mettono di buon umore.
Resto seduto sulla sedia a guardare dalle inferriate della finestra della nostra cameretta la collina e il bosco davanti a me e le due case di pietra con i fiori sui davanzali, mentre Anna mi pettina e mi fa una treccia ai capelli.
Un senso di pace nella squillante luce del mattino a quota 1374 metri sul livello del mare. Un senso di radici.

 

lose sul tetto
come squame di pesce
tra due camini



mucche all’alpeggio
 i laghetti di suono
dei campanacci

 

      A tavola, a fare colazione con visi riposati e occhi presenti. E poi si va fuori seduti intorno a un tavolo di pietra, uno vicino all’altro, con gli zaini e i bastoni per terra. Si sta così bene che decidiamo di rimandare l’ora della partenza. È meglio fermarsi qui a leggere gli haibun che abbiamo scritto il primo giorno. C’è una bella luce, un bel silenzio. Prendo un altro caffè in attesa che giunga Arianna che sta ancora ritirando il suo sacchettino di frutta che Iriano ha preparato.

 

la fontanella
bevo acqua corrente
nella tazzina

 

     Ora ci siamo tutti. Un pezzettino di carta. Ciascuno scrive il proprio nome. Si mescola. Si rimescola. Estraiamo a sorte. Tocca ad Arianna. Arianna apre il suo quaderno. All’ombra del pino secolare comincia a leggere incespicando in qualche sillaba per l’emozione:
 
ARIANNA SACERDOTI

giovedì 20 luglio 2006

Una ragazza con al collo una bambina ci accoglie a Quincinetto. E’ giovedì pomeriggio. Lavora alla locanda, e la piccola è sua figlia. Così giovane!, penso (la mamma). Splendidi occhi chiari. Scambiamo due parole.
Oltre alla bambina mi attirano le capre, e i cavalli soprattutto. Tutti insieme in un recinto. Provo ad accarezzarli. “In quale direzione, seguiamo il senso del pelo?” mi chiede Stefano, il mio amico.
Siamo arrivati insieme a Quincinetto da Milano, io e Stefano.
Quincinetto è alle porte della Val d’Aosta, ma è ancora Piemonte. Mi raccontano che, pur essendo un comune situato a bassa quota (circa 300 metri), da qui partono numerosi antichi sentieri che portano  a 2000, anche a 3000 metri (cime dai nomi suggestivi come Bec Renon, Bonze, Biolley). Un piccolo punto a valle da cui partono tanti percorsi verso l’Alto, dunque!
Da ieri ad oggi ho fatto un progressivo (sofferto?) percorso di riduzione del mio bagaglio, grammo per grammo, lasciando per ultimi il sacco a pelo (“non ci servirà”, mi è stato detto) ed altri piccoli oggetti. A Milano, poche ore fa, appena dopo esserci salutati in un abbraccio, io e Stefano  abbiamo disegnato sulle nostre bandane la scritta Wasnahaijin Oicimani, che avrebbe contrassegnato la nostra identità di pellegrini poetanti.
Prima di arrivare non sapevo niente del gruppo e niente dei luoghi che attraverseremo. Adesso ho già qualche traccia. I miei compagni sono allegri e si conoscono da tempo. Hanno avuto vite interessanti finora, da quello che sento, leggo, ed anche soltanto percepisco.
Domattina si inizia a camminare.  Trovinasse si trova a 1366 metri di quota.


Senza orologi
il colore di domani
è mille metri.



Venerdì 21 luglio 2006

Mi piace molto l’idea di partire da un cerchio tenendoci per mano. E’ mattina abbastanza presto.  Vorrei anzi che il cerchio (il gruppo in raccolta) durasse di più e che magari ci guardassimo negli occhi in silenzio per stringerci in un insieme. Ma è già bello così. Partiamo dalla locanda. Lo zaino non è poi così pesante. Saliremo mille metri, fino a Trovinasse!

Muovo i primi passi e dopo poco inizio a gustare il paesaggio. Mi colpiscono i nomi di alcune località, come Senge, e l’essere bruna della nipote di Antonella, ragazzina con libro, che è venuta a salutarci dalla casa dei suoi nonni. Alterno sistole e diastole di contemplazione.


Legna in catasta.
Nel fico si nasconde
l’itinerario.



Ascolto con gli occhi e mi fermo spesso. Ad attirarmi sono le forme, i colori, li seguo. Decido di tenere in una mano carta e penna, non ho voglia di prenderli dallo zaino ogni volta che sento la scrittura pronta.


Ombra sul masso
e circola la luce.
Note cicale.



Osservo in questo momento Stefano. Siamo amici da anni, forse metà della nostra vita. Si è fermato a scrivere. Proseguo con tranquillità. Altre creature mi parlano, dai lati della strada.


Suoni lontani,
insieme al vento ondeggio.
Esili i rami.


Siamo in universo tutti insieme, alberi, animali, nuvole, profumi. Ci rispecchiamo gli uni dentro gli altri. Arrivare alla percezione dell’unità e dell’unicità è raro, ma quando accade brilla tutto. Gli alberi allora mi appaiono nelle loro forme umane. Ed io mi specchio negli alberi ritrovando tracce di me. I  corpi, la mia linfa, la loro linfa. E tutti abbiamo bisogno di ossigeno e della cura del Sole.


Lieve nel tronco
inciso della Donna
sembra ombelico.


Appare un segnale. Scritto dall’uomo. Su di una costruzione in pietra. Indica Senge. Non è una delle nostre mète. Proseguiamo.



Nei girasoli
sorride fiato aperto.
Occhi composti.


Dal sole, entriamo nel bosco di strada con pietre. Sudore silenzio soltanto. Qualcuno cammina più avanti, le piante sono alte. E’ arrivata, mi sembra, la stasi, si sono asciugati i movimenti. E’ tutto concentrato, senza vento. I cani non abbaiano più. Castagne per terra.



Il mio bastone
la forma ha di betulla,
altro il colore.


Sono le betulle soprattutto a colpire i miei occhi, chiare e sottili, fitte, che tingono questa terra piemontese. Provo ad osservarne una in particolare, e scrivo un haiku:


Muovi torsione.
Non hai nessuna foglia
ma fenditure.



Siamo arrivati a un fiume, e non per caso. Lungo la discesa che portava all’acqua ho notato in una roccia un grande viso. Gli occhi ombrosi, quello di sinistra profondo, scavato. Il naso, sotto. L’ho mostrato a Stefano. Abbiamo poi proseguito, fino a giù. Acqua.


Viso scolpito
severo nella luce
vegli sul fiume.


dove mi immergo? ci sono lisce rocce scivolose. e punti più larghi e punti più stretti. ho desiderio di acqua fredda ma questa è davvero più fredda del mio desiderio: per tuffarmi ci metto un bel po’, poi nuoto veloce, e subito risalgo sulle pietre, capelli e pelle al sole.


pietra lambisce
il senso di corrente
come carezza.


corpi le pietre,
percorsi da formiche
postmeridiane.


lungo è il tempo nel quale mi appoggio alle rocce, lisciate e accoglienti, ed osservo. tra acqua e massi me, le formiche, gli amici. silenzio. riposo. risveglio.


corpo di pietra
ti ama la formica,
padre del fiume.


Dalla pietra, esploro l’acqua del fiume col piede. Si solleva l’argilla – è argilla? – dal fondo del fiume. Si mescolano gli elementi, e sorrido.


Gelida luce,
e fango se soltanto
giocano i piedi.



Riposo ed appoggio. Il freddo dell’acqua è la forza, il freddo di pietre che scendono il fiume è il riposo.
Piacere dei sassi sotto i piedi, ed una ragnatela. Bucata, visibile.
I nostri corpi sono come nudi tra le forme della pietra. Ci scorre attorno un suono di cascata. In un punto. Il resto è silente. Nessun animale oltre noi.
Terra e corrente chiamano forte, e fanno quasi dimenticare le nuvole. E l’aria, ed il Sole. Tutto succede tra il fondo del fiume e le sue rocce, e noi che gravitiamo su di esse, splendenti, ritrovati.
Di nuovo in cammino dopo la lunga sosta al fiume. Nel sole e nella stanchezza, ora sono avanti con alcuni compagni, ci fermiamo ad aspettare gli altri più in basso.

Ho deciso di far bere alla mia pelle il Sole senza schermi protettivi. Ma forse mi sto scottando. Avrò sollievo più tardi a Trovinasse? Michele me lo garantisce: la crema idratante – lui scherza, dicendo “idratanta”, e riportando la mia mente ai miti antichi, e all’etimologia di idra – me la presterà lui.



La mulattiera
come l’han costruita
conta Antonella.


Caldo si muove.
Bandane gocciolanti
trecento metri.


Culla tra tronchi.
Soltanto coi miei occhi
vedo un’amaca.



L’ascesa (salita) è davvero un’ascesa (felice). Siamo ai mille metri, o poco più in giù. Siamo più vicini alle cime dei monti attorno, ed al cielo. Inizio davvero a respirare. E’ la terra delle Alpi che schiude un orizzonte differente. Salire è ricominciare, salire è aprire. Spighe annuiscono ripide lungo il masso. Alte, betulle.


Lenta bellezza
ché gli alberi diversi
sciolgono il petto.


Campanellare.
Le mucche non le vedo,
ma son vicine.


Trovinasse finalmente e i polpacci stanchi, ma quanta felicità. La baita è stupenda. Mi chiedo da dove venga questo nome, Trovinasse. Ci sono dentro ‘trovare’, ‘vino’, ‘asse’,  ‘rovi’, o ‘ovi’; ‘nascere’ forse.
Il posto dove dormiamo è accogliente, un vero rifugio di montagna come l’ho immaginato in certi sogni che nemmeno ricordo, ma di cui mi rimane il gusto, l’essenza. Dalle grate della finestra della mia stanza si vede il verde e si odono tuoni. Abbiamo percorso molto spazio, evviva la cena.


Vegetariana
e insieme di salumi
ride la cena.


Il San Simone
amaro nuovo amato
dà buonanotte.


Il San Simone, amaro digestivo, è un’altra delle delizie locali, oltre agli squisiti antipasti di salumi. Non l’avevo mai assaggiato prima: mi dicono che non è molto diffuso al di là della regione. E’ dolceamaro al gusto, e sembra conciliare gli opposti del mio corpo adesso: il senso di stanchezza e insieme di rigenerazione, la gioia del movimento emozionato e la fatica.



Sabato 22 luglio 2006
   

Ad alta quota
si gusta Cioccolata.
Densa mattina.



La colazione, la cioccolata calda. E’ presto, e osservo intorno al rifugio di Trovinasse l’ambiente di montagna, tanto diverso da quello di bassa quota dal quale solo ieri mattina siamo partiti. Durante la salita ho potuto osservare come la realtà di questa zona sembri agricola, dura, povera, ma insieme curata: muretti a secco ancora ben conservati, e tanti pascoli: segni di Vita.
La montagna qui, per quanto essenziale, non sembra lasciata a sé stessa.
La strada di oggi sarà meno faticosa.


Nel bigliettino bianco appena estratto il nome di Michele. Con la mano e un ampio gesto del braccio sposta le tazzine vuote di caffè che ha di fronte per far posto al suo blocchetto di appunti. Michele inizia a leggere:
 
 
MICHELE BERTOLOTTO

Giovedì 20 Luglio 2006

Arriviamo a Quincinetto ai confini territoriali di Carema verso le 17.30, la giornata è afosa e nel piazzale incontriamo i due partecipanti che arrivano da più lontano, Arianna da Napoli e Stefano di Milano sono anche i più giovani e saranno il nostro metro per comparare la fatica delle arrampicate nei sentieri.
Arrivano anche gli altri, Paolo e Maria da Pavia; Beatrice da Torino; Anna, Pietro e Io e Clelia sempre da Torino, alla fine la nostra “guida” Antonella, e Gianni che per un incidente non farà parte del viaggio… ma lo troveremo ad ogni tappa nelle locande.
Si cena e lì scopriamo che il nome è degno del locale… vivande a gogò e bevande a garganella… parliamone!
Poi le zanzare (che sembrano Stukas) e la stanchezza hanno il sopravvento… ma in camera la triste scoperta… di dormire non se ne parla!  Troppo caldo e allora via alla scrittura degli haiku.


Flebile fuoco
lento pare danzare
alle zanzare


Solo un riflesso
cespuglio d’ortensie
dalla finestra


Cento quadretti
nel notes ho contato
un nuovo senriu


Nera formica
sull’unico zucchero
ma vaffanculo!




Venerdì 21 Luglio 2006


La mia giornata ha inizio con un piccolo prologo, come da accordi alle 7.00 mi trovo nel parcheggio con Antonella e Gianni per trasferire alla mèta del primo giorno (il Rifugio Rossella a Trovinasse 1374 mt s.l.m.) l’infortunato. Necessitano circa 40 minuti d’auto per coprire la distanza di 30 km e una vocina mi dice che, visti i dislivelli in auto, per  noi sarà dura!
Torniamo alle 8 e qualche minuto, il gruppo è riunito nel piazzale; inizia l’avventura Wasnahaijin: tutti con bandana, bastoni e zaini in spalla, si parte, è una splendida giornata arieggiata.
Ci lasciamo alle spalle l’albergo e ci inoltriamo attraverso un camping e poi sulla strada, per ora ancora asfaltata, che ci porta in valle; costeggiamo il torrente Chiussuma che è senz’acqua data la siccità del periodo e il rumore delle auto come per incanto si attenua lasciando il posto alle voci del bosco… siamo entrati in sintonia con l’ambiente che ci circonda, dove i "topioni" cominciano a far capolino per introdurvi in una cultura della vite e della soprawivenza che è di casa in queste aree di montagna.
Maestosi vigneti su vecchi topioni  (Tùpiùn) in cemento atti a reggere le tòpie su cui è abbarbicata la vite, alberi maestosi e semplici betulle, ad un certo punto ci fermiamo su un loggione e ci rilassiamo… sono i luoghi dove ha vissuto Antonella, la nostra guida, e dove ha ancora una casa… Senge, una piccola borgata con il sapore di altri tempi scriviamo e facciamo fotografie…


Topie, topioni
lungo il fiume in secca
viaggio iniziato


Canta il grillo
all’ombra della topia
dice “stai fresco!”



Oi-ci-ciornia  -  Oi-ci-mani
stai attento o ci rimani
ci si spinge fino a Senge
e la sete non si spenge
tira e molla coi bastoni
arriviamo ma a carponi!

Fino al bivio trascinati
come auto un po’ imballati
ci fermiamo, ci guardiamo
manco ci riconosciamo!

Ma la sosta serve tosto
si riparte di buon gusto
ad attenderci un bel bagno
nelle acque fresche e chiare
di un torrente di montagna.

Arrivati a mezzodì
fanno il bagno proprio lì
gli scrittori Wasnahaijin
ora stan tutti vicin
in un pranzo assai frugale
che li può rigenerare.

Ora tosto ripartiam
e dal fiume risaliam
più che Wasna, più che Haijin
a me sembra a zen vicin!


Ripartiti dal loggione ci inerpichiamo tra le case e una serie di scalini in pietra (96) e in vecchio castagno (60) mi rendo conto che non ho mai avuto tempo di contare scale e scalini fatti durante gite vacanze o escursioni…
La fatica e il poco sonno si fanno sentire ma tiro dritto e non ascolto i miei muscoli, su di me il ronzio di un cavo dell’alta tensione con il palloncino bianco e rosso di avvertimento, la mano dell’uomo ancora una volta mi fa pensare a come vedevano queste valli gli abitanti di 100 anni fa… nessun traliccio dell’alta tensione, nessun ripetitore televisivo o telefonico, solo pendii scoscesi, boschi, valli e fiumi… una natura incontaminata , un ecosistema ora in crisi. Bando ai rimpianti e zaino in spalla si riprende il cammino.


Lungo il cavo
palloncino bianco/rosso
alta tensione


Sessanta scalini
in vecchio castagno
povero bosco


Nel sottobosco
un riccio di castagna
tana segreta


Ci fermiamo, facendo una piccola deviazione in un fiumiciattolo con piccole cascatelle, qualcuno mangia altri fanno il bagno.. Paolo, il cercatore d’oro, saggia le acque alla ricerca di qualche pagliuzza d’oro… senza successo, uno splendido momento. Mi apparto con Clelia una mezz’oretta e ascolto i rumori del bosco, la brezza che mi accarezza leggera il volto, guardo le farfalle posarsi sui fiori in un andirivieni che sembra ballo e mi accorgo che i miei sensi si sono acuiti e la percezione di suoni e la visione sono amplificati.. una sensazione che non provavo da tempo… godo di queste piccole cose che pensavo dimenticate, di questo universo parallelo che mi circonda.
Poi le distanze tra i gruppetti si allungano, con difficoltà arriviamo dopo quattro ore (alle 19) alla striscia d’asfalto che taglia il bosco… da qui ancora sei km di strada per il rifugio.. si decide che per oggi è abbastanza, Antonella ferma un’auto e va al rifugio a prendere la sua macchina che porterà bagagli e donne stremate.
Noi uomini continuiamo ancora per un paio di chilometri poi anche noi siamo soccorsi da un’auto amica e arriviamo tutti al rifugio, una meraviglia incastonata tra i monti una pace serafica e in lontananza solo i campanacci delle mucche al pascolo.

Una buona doccia e un’ottima cena ci preparano per una nottata tranquilla dove riposiamo corpo e mente, dopo la colazione decidiamo di leggere intorno al tavolo quello che abbiamo scritto ieri prima della partenza per la nuova mèta San Giacomo di Andrate 1300 mt  s.l.m. una lettura interessante e a volte esilarante ci fa ritrovare il gusto di essere in gruppo e ci fa riflettere sull’universo Haiku.. non ce n’é uno uguale!


Incontro di monti
nella valle silenziosa
scampanellio


Mucche al pascolo
richiamo di campane
e cani pastori


La cavolaia
si posa di fiore in fiore
vive e muore



Antonella si accinge alla lettura. Ha infilato il bigliettino bianco con il suo nome appena estratto in mezzo al suo spesso quaderno di appunti. Si schiarisce la gola e via come se avesse preso la rincorsa  a cavalcare le parole dalle pagine del suo quaderno.


ANTONELLA FILIPPI

Mercoledì 19 luglio 2006, 25° giorno del sesto mese lunare - Prologo 1

Dopo tanti anni adopero un quaderno che mi era stato regalato, su cui qualcuno aveva scritto “buona scrittura”. Non è che questa sia un’occasione più speciale di un’altra, ma è probabile che un quaderno, come una persona, abbia un destino da adempiere. Dal caos la fortuna forma occasioni, anche per un quaderno. E’ luglio, shichigatsu per i giapponesi, cioè la settima luna, anche se per i giapponesi questo è in effetti il sesto mese lunare; il primo giorno del settimo mese coinciderà con la luna nuova, il 25 luglio. Anche per i Romani il primo giorno del mese lunare corrispondeva al novilunio ed era chiamato calende; il plenilunio idi, il primo quarto none. Il conteggio delle lunazioni, però, a differenza dei giapponesi, iniziava con la luna nuova di marzo. Faremo il viaggio in luna calante, quando le energie della terra sono sopite, in attesa; è il tempo che prepara al sogno, alla lentezza, al recupero dell’ombra e del silenzio. Non è strano dovere a volte trovare delle scuse per obbligarsi a rallentare? Per passare dal malessere mascherato del “non vedo l’ora” al fermarsi qui e adesso? E chiedersi di dare un senso a parole e pensieri che spesso sono gusci vuoti.



Giovedì 20 luglio 2006, 26° giorno del sesto mese lunare - Prologo 2

Ecco
che il ramo gemmato
è coperto solo
di foglie di parole



Questi versi mi accompagnano mentre preparo lo zaino, alle 5 del mattino. E’ il mio rito, alzarmi presto, la casa silenziosa, Gianni che dorme, e con lentezza spuntare la lista di ciò che voglio portare, a volte simile a volte diversa a ogni viaggio, sistemare le cose sul letto, scegliere lo zaino, dopo tanti anni di camminate e viaggi so che quello piccolo blu è sufficiente per una settimana, riempirlo a poco a poco tenendo un po’ di spazio per l’imprevisto.
Ci metto un’ora, poi sveglio Gianni. Un’ora tutta per me, prima di soccombere al turbine delle sue parole! Un’ora di prezioso, puro silenzio, mentre l’alba zampetta timidamente nella stanza.
Oggi abbiamo molte cose da fare, prima dell’appuntamento di questa sera. Non mi dispiace correre, mi disturba la fretta, perché è quasi sempre un ritmo imposto da altri, così come mi infastidisce il rumore delle parole, anche le mie, quando riempiono forzosamente una distanza.
        Da Genova prendiamo l’autostrada verso Torino e poi Aosta e usciamo a Quincinetto, il primo casello dopo quello di Ivrea.
Arrivando a Ivrea, la pianura si restringe in un ampio anfiteatro di colline, sulle quali spicca, a destra, il taglio netto della Serra, la più grande morena italiana e la più bella d’Europa, originatasi con il ritiro dei ghiacciai, che costituisce la morena laterale sinistra dell’antico ghiacciaio che separa l'Eporediese dal Biellese.
La Serra si sviluppa per oltre 15 chilometri, con un dislivello massimo di 600 metri sul fondovalle attuale della Dora Baltea, il cui nastro sinuoso attraversa l'Anfiteatro collinare canavesano incidendo i rilievi più lontani e scomparendo allo sguardo in direzione della pianura.
Tutto il terreno posto all'interno dell'Anfiteatro morenico risente ancora della presenza dell'antico lago che un tempo lo ricopriva fino al livello di 250 metri circa, trattenuto dalle colline moreniche, nelle quali la soglia emissaria della Dora, presso Mazzè, era molto più alta dell'attuale. Di tale lago parla Plinio il Vecchio.
Il ritrovamento di insediamenti palafitticoli che risalgono alla preistoria ha permesso di riscoprire antiche civiltà di questo territorio e di sostanziare una delle leggende del Canavese, quella della regina Ypa o Ippa, la regina senza terra.
Il racconto sulla Regina Ypa, sia per i temi epico-passionali contenuti sia per la probabile autenticità di una parte dei fatti, è la saga più significativa creata dalle antiche genti canavesane. Dal suo nome deriva l’antico nome di Ivrea (Eporedia, da Yporegia).
La leggenda narra di Ypa, sovrana di un popolo senza terra, quello dei Canàvi, che abitavano su zattere e palafitte, ma desideravano anch'essi poter disporre di terreni da coltivare. Per esaudirne il desiderio, la regina Ypa fece approfondire la soglia emissaria del lago canavesano e la massa d'acqua defluì verso il Po, lasciando fertili terreni su cui sarebbe poi nata Ivrea.

      L’appuntamento è al ristorante-pensione Vivande & Bevande poco prima dell’ora di cena. Uscendo al casello di Quincinetto si prende a destra e si passa su un grande ponte che scavalca la Dora, al fondo del quale si trova l’ampio parcheggio della struttura in cui ritroviamo tutti i partecipanti al viaggio, Anna e Pietro, insieme a Clelia e Michele da Chieri, Beatrice da Torino, Paolo Severi e Maria da Pavia, Arianna da Napoli, Stefano da Milano.
La cena non è niente male, mentre le zanzare banchettano con noi.


ahi, le zanzare!
imparare pazienza
e buona mira


Qualcuno viene invogliato a provare la “zuppa di ajucche”.
L’Aiucca (Phyteuma spicatum) è un’erba selvatica con stelo lungo fino a settanta centimetri e fiore violaceo a forma di spiga, che in primavera cresce nei prati degli alpeggi fra i 600 e i 2000 m. Il suo uso alimentare è antichissimo, e forse risale ai tempi dei Salassi, che si insediarono nel Canavese verso il VI secolo a.C. e furono poi colonizzati dai Romani.
Con le aiucche si realizzano vari piatti, tra cui una zuppa che è una delle più note specialità della tradizione canavesana.

Ingredienti
Aiucche, brodo di carne, burro, abbondante formaggio stagionato grattugiato o tagliato a lamelle sottili, rosmarino, uno spicchio d'aglio, sale, pepe, noce moscata, 2-3 fette di pane casereccio raffermo e abbrustolito per ogni commensale.
Scottare le aiucche in acqua bollente, strizzarle e soffriggerle in un po’ di burro insaporito con aglio e rosmarino, aggiungendo sale, pepe e noce moscata. Imburrare una teglia, coprirne il fondo con fette di pane, intriderle di brodo, aggiungere le aiucche e il formaggio; disporre a strati fino a esaurimento degli ingredienti (l'ultimo strato deve essere di pane). Far imbiondire il resto del burro e versarlo sul pane. Infornare a temperatura moderata per un’ora circa. Servire bollente. Tradizionalmente, la zuppa si serve con la rasà (croste di polenta) o con le miasse (cialde ottenute cuocendo con l’apposita piastra, lungamente riscaldata sul fuoco, una pastella di acqua e farina di mais).

       E’ mezzanotte passata quando andiamo a dormire, dopo aver parlato un po’ del percorso, dell’ora della partenza del gruppo (prima devo portare Gianni a Trovinasse, mi sembra contento di essere finalmente fuori casa, dopo quasi 2 mesi di pseudo-inamovibilità - ma non della lingua!-; mi rendo conto di condizionare gli altri, specialmente Michele al quale ho chiesto a bruciapelo di seguirmi con la sua automobile fino a Trovinasse, dove lascerò anche la nostra macchina, e di riportarmi a valle, in modo da partire tutti insieme), del significato delle parole che compongono la sostanza del viaggio (“il cammino, il percorso, che è il cibo sacro di coloro che scrivono haiku”).



Venerdì 21 luglio 2006, 27° giorno del 6° mese lunare - Partenza

Pare che nessuno sia riuscito a dormire, questa notte, per il caldo e il rumore. La pensione si trova lungo la strada provinciale che da Ivrea porta verso la Valle d’Aosta e il viavai di camion, moto e automobili è pressoché continuo.


Notte d’estate
Senza trovare sonno
ascolto il vento


Partiamo verso le 9. Poco oltre il Vivande & Bevande c’è un campeggio e poco più avanti ancora la frazione Torre Daniele, dalla quale sale lentamente la strada asfaltata che per un tratto costeggia il corso finale del torrente Chiussuma, ora privo d’acqua, e che porta alla frazione Senge, dalla quale parte la mulattiera per Trovinasse. Solo l’ombra del gelso si posa sul torrente in secca. Lungo la strada, soltanto cicale e vento caldo.


grigia cicala
ruba lavoro al fabbro
limando l’aria


Mentre saliamo, la frazione Airale, che trovandosi sulla sponda opposta del Chiussuma non fa più parte del comune di Settimo Vittone, ma di quello di Carema, appare al di là del ruscello, per poi sparire dietro la curva. Carema è nota per i suoi vitigni di Nebbiolo, i cui grappoli in ottobre producono un vino dal profumo di rosa, che prende il nome da quello del paese. I vigneti della conca di Carema sono ubicati su terrazze scavate nella roccia delle pendici del Monte Maletto, tra i 350 e i 700 metri sul livello del mare; il paesaggio è caratterizzato da pergole sostenute da pilastri a forma di tronco di cono, in pietra, chiamati “tupiùn”, topioni, appoggiate su imponenti muri a secco. Sono proprio le pietre dei pilastri che, rilasciando nel corso della notte il calore accumulato durante il giorno, offrono alla vite condizioni climatiche ottimali per la coltivazione.
Carema nel Medio Evo era la località in cui il pellegrino varcava il confine fra il regno di Borgogna e il regno d'Italia.
Questo caratteristico paese dominato da un saliscendi di case, vigne, cortili e pergolati, era, come molti nella valle, un punto del percorso della Via Francigena, che dai valichi del Piccolo e del Gran San Bernardo portava in Italia.
La Via Francigena individua un itinerario che i pellegrini medievali provenienti dall’Europa occidentale seguivano per giungere a Roma, sede del Papato e dei maggiori santuari della cristianità. Per l'uomo medievale il pellegrinaggio verso i luoghi sacri della cristianità costituiva il mezzo privilegiato attraverso cui purificarsi e ambire al cospetto di Dio. Una testimonianza della Via Francigena e della realtà europea del X secolo la fornisce l'arcivescovo Sigerico di Canterbury, che nel 990 compilò un diario di viaggio durante il suo ritorno da Roma.
Con il termine “Francigena” non si indicava una strada unica, ma un territorio-percorso frequentato pure da mercanti e soldati. Anche Settimo Vittone, Nomaglio, Borgofranco d’Ivrea, Montalto Dora e Andrate ne fanno parte.

      In alto, sopra Airale, si intravedono i ruderi di quello che pare un piccolo castello, in realtà un forte che faceva parte della rete delle fortezze militari volute da Re Arduino per difendere i suoi domini. Arduino (955-1015 d.C.), marchese d'Ivrea, viene ricordato come il primo Re d'Italia. L'idea di una monarchia nazionale unitaria era ancora estranea alla sua epoca, ma Arduino, precorrendo i tempi, introdusse l'istanza della dignità nazionale e della laicità dello stato. Nel Canavese le memorie riconducibili al suo regno sono numerose e radicate nell'immaginario collettivo come un momento di riscatto nazionale e di affermazione di sentimenti di libertà.
I forti si rincorrono fino ai confini con la Francia e la Svizzera, muti testimoni delle migliaia di passi degli eserciti e dei lavoratori stagionali che valicavano le montagne e a volte venivano sorpresi dalle nevicate, dando origine a numerose leggende che testimoniano dell’asprezza del clima e del territorio, come quella della Nascita della prima stella alpina o quella dei Sempreverdi o del Demonio bianco delle Alpi.

La prima stella alpina
Una volta, tanto tempo fa, una montagna malata di solitudine piangeva in silenzio. “Nessuna pianta può tenermi compagnia! Nessun fiore può sbocciare tra le mie rocce!”. Tutti la guardavano stupiti: gli abeti, i faggi, le querce, le pervinche e i rododendri, ma nessuna pianta poteva farci niente, poiché era legata alla terra dalle radici. Se ne accorsero anche le stelle, quando una notte le nuvole erano volate via per giocare a rimpiattino tra i rami dei pini più alti. Una di loro ebbe pietà di quel pianto senza speranza e scese guizzando dal cielo. Scivolò tra le rocce e i crepacci della montagna, finché si posò stancamente sull'orlo di un precipizio. “Oh, che freddo fa! Che sciocca sono stata a lasciare la quiete tranquilla del cielo! Il gelo mi ucciderà certamente”. Ma la montagna corse ai ripari, grata per quella prova di amicizia data col cuore. Avvolse la stella con le sue mani di roccia in una morbida peluria bianca. Quindi la strinse, legandola a sé con radici tenaci. E quando l'alba spuntò, era nata la prima stella alpina.

La leggenda dei "sempreverdi"

Tanto tempo fa, al termine dell'estate, un uccellino si ferì a un'ala e non poté partire per il Sud con i suoi compagni. Non riuscendo più a volare, restò da solo nel bosco in balia dell'inverno, che già faceva sentire i suoi primi aliti. Domandò a un enorme faggio: “Posso rifugiarmi tra i tuoi grandi rami, per passare l'inverno al riparo dal cattivo tempo?”.
Ma il faggio, altezzosamente, rifiutò all'uccellino un piccolo riparo tra le sue fronde. L’uccellino continuò a girovagare nel bosco, trovando di lì a poco un grosso castagno e, speranzoso, ripeté la stessa domanda. Ma anche quest'albero rifiutò la sua protezione. Cosi, nuovamente s'incammino nell'oscurità della foresta, alla ricerca di un riparo. Di lì a poco si sentì chiamare: “Uccellino vieni tra i miei rami, affinché tu possa ripararti dal freddo!”. L'uccellino si voltò, vedendo che a parlare era stato un piccolo pino. Subito dopo anche una pianta di ginepro disse: “Ti offro le mie bacche come sostentamento per il lungo inverno”. L'uccellino ringraziò più volte per tale generosità, che gli permise così di superare la cattiva stagione. Dio, avendo osservato tutto, volle ricompensare la generosità del pino e del ginepro, ordinando al vento di non far cadere loro le foglie, e quindi da quel giorno furono "sempreverdi".


Demonio Bianco, il torvo signore delle Alpi
I “muntagnin” del Piemonte raccontano una storia che si perde nella notte dei tempi. Una volta, in un paese ai piedi delle montagne, viveva una bellissima fanciulla. Aveva una lunga chioma d'oro ed era così gentile che tutti la chiamavano Raggio di Sole. All'età di 18 anni, quando il cuore è un giardino fiorito di sogni, Raggio di Sole si innamorò di un muntagnin forte e aitante. Anche lui l'amò, ma solo perchè era giovane e bella, e quando ne ebbe abbastanza, come accade da sempre, la abbandonò. La povera Raggio di Sole pianse e pianse, invano.  Giunse il giorno in cui si rese conto che nel suo grembo cresceva una vita. Ma tutti coloro che prima la amavano e la vezzeggiavano come un candido fiore dei monti, quando si accorsero del suo peccato d'amore l’abbandonarono senza pietà e la scacciarono. La poveretta vagò sperduta per la montagna, nutrendosi di bacche e frutti selvatici. Sola e impaurita, trovò una grotta in cui rifugiarsi.
Un giorno, spossata ed esausta, cadde nel suo rifugio. Il bimbo che portava nel grembo voleva venire alla luce. Raggio di Sole soffriva. Non si avvide che una millenaria strega dei monti era lì ad assisterla, facendole da levatrice. Quando il bimbo aprì gli occhi alla vivida aurora, la giovane e sfortunata mamma li chiuse per sempre.
Dal bosco giunsero genietti e gnomi, addolorati. Sollevarono la salma leggiadra e la portarono in fondo al crepaccio di un ghiacciaio, per darle sepoltura.
La strega si prese cura del bimbo, che crebbe e divenne alto e forte. Avendo saputo dalla strega il segreto della sua nascita e la morte della sua giovane mamma, quando raggiunse l'età adulta divenne il potente e torvo signore della montagna, con il cuore roso da un odio feroce per la cattiveria e l’insensibilità degli uomini.
Appena si calava nel ventre della montagna per visitare la tomba della sua mamma, ancora intatta e protetta dai ghiacci, il torvo signore delle Alpi urlava per il dolore. E le montagne si sfaldavano e la neve di colpo scivolava verso la valle.
Fu così che si formarono le valanghe. Violente e terribili si precipitano sui paeselli, seminando distruzione e morte. E il torvo signore fu chiamato Demonio Bianco.


Senge

Continuando lungo la strada asfaltata, che ormai si è allontanata dal corso del ruscello e dal suo scroscio ininterrotto, arriviamo alla frazione Senge, dalla quale parte la mulattiera che porta a Trovinasse, a 1374 metri di altezza, quasi mille metri di dislivello da qui, tre ore di cammino. Abbiamo tutta la giornata davanti a noi, ore e strada, a ogni passo calpestiamo una manciata di secondi.
La mulattiera è del 1764, ancora assestata come in origine, interrotta purtroppo più in alto dalla carrozzabile che parte da Settimo Vittone e arriva oltre Trovinasse. La data era incisa su una pietra, lungo la mulattiera, ma ora il tempo e la natura l’hanno sfumata.


muschio e licheni
coprono una data
dimenticata


Ricordo i primi anni in cui siamo arrivati qui, i prati di narcisi, le baite, i campanacci delle mucche, l’odore del fieno.


trentaquattro anni
da tanti ti conosco
strada di pietra


Trentaquattro anni, un lungo matrimonio con un luogo che odio a volte per nessun motivo, ma del quale periodicamente non posso fare a meno. Conosco a memoria ogni curva, ogni muro, ma il loro riflesso è sempre nuovo. Ogni avvenimento ha inciso un’eco in queste pietre, la morte di mio padre, la malattia di mia madre, le difficoltà di mia sorella, i litigi familiari, la rabbia, la fatica e l’impotenza, ma anche il mio gatto, una piccola casa che è stata mia e ha visto con gioia amici e solitudine, lunghe passeggiate e lo scorrere dell’acqua a conciliare il sonno. E così andiamo, lentamente, in silenzio, a volte qualche parola. Fa caldo. Passando dalla casa dei miei esce Eva Luna, la figlia di mia sorella Patrizia. Il vicino ha alcune pecore, anche loro sembrano abbattute dal vento caldo.


pecore stanche
non belano neppure
all’ombra del muro

 

Mentre proseguiamo, il campanile di Torre Daniele batte le ore. L’eco lontana è greve e sfumata, come i nostri passi.


dieci e mezza
anche il campanile
conta le sillabe


Lungo la mulattiera c’era una vecchia vasca di cemento, con un rubinetto e la promessa dell’acqua, dopo il primo pezzo di strada. Adesso è stata divelta, il rubinetto è arrugginito e attorno ci sono i relitti di alberi arsi e neri.

   

vento di luglio
nella vecchia fontana
due rane secche


Alla prima curva dopo la vasca si scende a sinistra verso il torrente. A mano a mano che ci si allontana dalla mulattiera il brusio delle cicale cede il posto al canto fresco del ruscello.


cerco l’ombra e
respiro aria calda
ma quando il fiume?



L’acqua è fredda, bagnarsi lava via la fatica.

una cascata
che sollievo la doccia
improvvisata!



Siamo scesi verso il torrente per fermarci a mangiare e riposare.
Qui c’è sempre vento e in estate scendere dal silenzioso calore della mulattiera alla rumorosa frescura dell’acqua è una vera delizia.
Il Chiussuma scorre, almeno in questa parte, che è quella più facilmente raggiungibile dalla mulattiera, in fondo a un minuscolo canyon, che ha alte sponde rocciose sulla sinistra, una vera palestra di roccia, e boscose e meno scoscese a destra.
Salire a passo sostenuto dalla frazione Sengie e arrivare qui, sudati, spogliarsi e gettarsi nell’acqua fredda è meglio di qualsiasi sauna o bagno turco.
Qualche anno fa qualche sprovveduto ha acceso il fuoco in una giornata di forte vento e in un attimo le fiamme hanno “saltato” il ruscello e si sono propagate su per la sponda destra, fino a superare la mulattiera e a espandersi verso la frazione Sengie, in basso, e in alto per alcune centinaia di metri di dislivello.
Di questo incendio, che ha bruciato anche alcune case, restano ancora i mozziconi anneriti di alberi che, a volte, data la grande velocità del vento, sono bruciati solo in alto, o solo ai piedi del tronco. Questi curiosi reperti sono poi in parte stati tagliati, soprattutto se erano nelle vicinanze della mulattiera, ma molti sono rimasti, abbandonati, contorti e neri, bruciati solo parzialmente, e in alcuni dall’ustione sono nati nuovi germogli e ora le foglie estive, verdi e brillanti, contrastano con il ramo nero che le regge.
Il sottobosco, distrutto dall’incendio, era composto soprattutto da eriche, piccole piante cespugliose dai minuscoli fiori rosa-violetto ricchi di nettare, materia prima per le api che ne traevano un miele scuro e aromatico. Le sommità fiorite dell’erica (Calluna vulgaris) venivano usate per la cura dei disturbi dell’apparato urinario e una manciata di fiori nell’acqua calda del bagno aveva un gradevole effetto tonico muscolare. Le radici dell’erica venivano usate per fabbricare pipe e le branche ramose della pianta per fare scope da giardino, dette “scope di brugo”, l’altro nome con cui è nota l’erica, e da cui deriva la parola “brughiera”.
Ma soprattutto sotto le eriche crescevano i porcini, e dall’incendio, che deve aver distrutto anche le ife fungine, non se ne trova più uno.

Paolo fa vedere come cercare l’oro, ma non ce n’è, anche se il riverbero del sole accende chiazze dorate sull’acqua.


sole sull’acqua
che scorre tra le rocce
pagliuzze d’oro


Anche se nel Chiussuma non c’è oro, non vuol dire che nella zona non ce ne sia. Tutto il Canavese è pervaso dalle leggende legate a questo metallo, come quella delle fate dell’oro. In effetti in queste zone ci sono miniere di quarzo e pirite auriferi e alcuni torrenti, soprattutto nel Biellese (Elvo, Cervo, Viona) in cui l’oro alluvionale si nasconde nella sabbia sotto le rocce.

Le fate dell’oro
Un giorno, nel territorio di Muzzano, giunsero degli stranieri alti, biondi e con occhi azzurri. La popolazione li accolse benevolmente, perché essi promisero di insegnare l’arte di estrarre l'oro dalle montagne e dai fiumi. Ma gli uomini di Muzzano furono così disponibili a offrire quella generosa ospitalità perché le donne straniere erano straordinariamente belle. Mogli e fidanzate dei muzzanesi si opposero senza successo a questa sgradevole situazione che le poneva in evidente inferiorità, fino a quando una sera, durante un ballo dinanzi al fuoco, una giovinetta si accorse che sotto alle vesti lunghe fino a terra delle straniere spuntavano dei piedi d'oca. “Pe’ d’oca, pe’ d’oca!” gridò, scoppiando a ridere. L'ilarità generale e lo scherno cui furono sottoposte le donne offese gli stranieri che subito si allontanarono da Muzzano.
Ma i muzzanesi, ai quali non avevano ancora rivelato il segreto per trovare l’oro, cercarono di riportarli indietro con la forza. Subito apparve una fata, accompagnata da un grosso serpente, che con i suoi sibili spaventò gli inseguitori. “Eravamo venuti tra voi per donarvi le nostre conoscenze e ricevere da voi amicizia e rispetto. La vostra derisione ci amareggia e non torneremo indietro”. Così i muzzanesi capirono che gli stranieri facevano parte del popolo fatato e si pentirono amaramente delle loro risate, dell’insensibilità, della gelosia e della cupidigia che avevano dimostrato. Le straordinarie facoltà delle fate dell’oro non vennero trasmesse mai più a nessuno.


Le foglie scorrono lente sull’acqua, nella quale si riflettono rocce grigie, alcune con un cappello d’edera. A una radice contorta un ragno ha ancorato il suo retino da pesca.

da ramo a ramo
corsa delle farfalle
ha vinto il ragno


Le pozze sono circondate da immensi castagni, frassini ombrosi, ontani coriacei, betulle flessuose dalla pelle argentata.


il vecchio ontano
da lontano parrebbe
solo l’ontano


Una piccolissima lucertola mi viene incontro e nella pozza, tranquilla, vaga una trota di pochi centimetri. Che sorpresa!
           Ripartiamo verso le 15 e appena torniamo sulla mulattiera il calore del pomeriggio di luglio toglie il fiato. Siamo a un quarto del cammino e la salita, per quanto ombreggiata dai castagni, è piuttosto faticosa per chi non è abituato a camminare. La pendenza della mulattiera è abbastanza varia, si passa da brevi pezzi in piano, forse fatti già allora per permettere a chi sale di riprendere fiato, ad altri in cui la salita diventa ripida.
Un passo dopo l’altro arriviamo a Pan Vöi, due case diroccate dal tetto bruciato. Siamo a tre quarti del cammino, la stanchezza è tanta e l’acqua è finita. Non ci sono fontane, a meno di fare un po’ di strada, allontanandosi dalla mulattiera, e anche il ruscello è troppo lontano per chi è stanco e assetato.
Per combattere la sete è molto efficace masticare foglie di acetosa, dal piacevole gusto acidulo, come suggerisce il suo nome. L’acetosa (Rumex acetosa) è una pianta dal fusto rossastro, striato, cavo, con foglie che ricordano la forma di una freccia. Si può masticare anche il fusto, che ha lo stesso sapore aspro, ma le foglie giovani e tenere sono molto più gradevoli.
Ne mastico un po’, consiglio anche agli altri di farlo, sarà più facile resistere alla sete.
Un’altra tecnica sarebbe quella di tenere un sassolino sotto la lingua, che fa produrre una maggiore quantità di saliva, ma bisognerebbe tenere la bocca chiusa e deglutire ogni tanto, cosa che mi sembra piuttosto difficile quando si fa fatica a camminare e si respira con la bocca o quando si parla, come succede spesso, nonostante la salita. E poi le foglie di acetosa sono molto più buone e raccoglierle permette una fermata in più.
       Uno spesso velo di nuvole ha coperto il sole e la salita potrebbe essere più agevole, ma la sete e il sonno la rendono pesante.


nuvole e vento
con che piacere verrei
insieme a voi!


Lungo il cammino, a un certo punto, una piccola radura sormontata da un ampio rialzo erboso, su cui le betulle sono disposte in cerchio. Da questa modesta altura si vede la valle sottostante e la sensazione è quella di essere in un luogo in cui le betulle sono state piantate apposta in questo modo, come se ognuna coincidesse con il posto di una persona, per chissà quali antichi riti.
Nelle estati trascorse, molte volte sono passata poco prima dell’alba in questo luogo, e la corteccia bianca delle betulle, spesso illuminata dalla luce polverosa della luna, sembrava celare ombre affiancate ai tronchi.
La betulla (Betula alba) è sempre stata considerata una pianta sacra, soprattutto nel nord Europa, dove il suo legno veniva usato per il riscaldamento, la costruzione di attrezzi da lavoro, mobili e utensili domestici; la corteccia per le torce, i tetti delle case, le suole delle scarpe, le corde dei pozzi, le ceste; come alimento, grattugiata e mescolata con farine o uova di pesce; i rami giovani come scope o per le verghe con cui si flagellavano i frequentatori delle saune; le foglie come foraggio per gli animali e come colorante e rinforzante delle reti da pesca; la linfa come bevanda rinfrescante e salutare: la stessa linfa, fatta fermentare, dava la cosiddetta “birra di betulla”.
Attualmente il suo uso è inteso a stimolare la diuresi e ridurre gli edemi, aumentare la fluidità della bile e ridurre il colesterolo.
 
      Una volta arrivati sulla strada asfaltata, dove termina la mulattiera (o quanto meno la maggior parte di essa, perché ci sono pezzi in cui è ancora segnata, tra un tornante e l’altro della strada asfaltata) mancano ancora 45 minuti di cammino.
Penso sia meglio cercare un passaggio per fare in macchina quest’ultimo pezzo e andare a prendere l’automobile che è rimasta a Trovinasse questa mattina, quando ho accompagnato Gianni al ristoro alpino Rosella, seguita da Michele, con cui sono poi tornata giù, in modo da partire tutti insieme a piedi. Passa una macchina, non faccio in tempo a chiedere di fermarsi. Poco dopo, quando arrivano anche gli altri, passa una vecchia Panda di un verde sbiadito, guidata da un vecchietto serafico e scarno, che si ferma subito e accetta di darmi un passaggio, ma deve fermarsi prima, continua a ripetermi, se no mi porterebbe fino a Trovinasse, e continua a ripeterlo e a scusarsi e praticamente mi porta fino a 50 metri da dove devo arrivare. Sia benedetto questo antico gnomo gentile, magro e rugoso, dal viso di mela invernale, dalle mani forti di mungitore! Grazie a lui in un quarto d’ora ho potuto prendere l’automobile e tornare indietro a cercare Anna, Clelia e Maria. Paolo, Pietro e Michele (la triade biblico-evangelica!), che si sono incamminati lungo la strada asfaltata e hanno trovato una vasca d’acqua in cui gocciola una fontana, tanto da potersi levare la sete, vengono recuperati dal marito di Rosella, l’attuale titolare del ristoro alpino omonimo, che gentilmente mi ha seguito con la sua vettura. Arianna, Beatrice e Stefano, invece, stoicamente hanno proseguito lungo la strada e sono quasi arrivati “pedibus calcantibus” fino al rifugio.


Trovinasse

Trovinasse! Eccoci arrivati, e una buona doccia al ristoro alpino Rosella fa sentire rinnovati, senza parlare della cena. La locanda esiste da più di 50 anni e conserva ancora nella sua struttura una parte più vecchia, in legno, il cui scricchiolio ricorda il passo stentato di un anziano che non vuole darla vinta all’inverno. Renato, invece, il padre di Rosella, ha dovuto cedere, qualche anno fa e ora vive solo nel ricordo di chi, negli anni, aspettava di vederlo comparire sulla porta della locanda e tirare la corda di una piccola campana appesa al secondo piano, segnale che era possibile entrare nella sala ristorante e prendere posto per il pranzo. Fino a questa sua uscita rituale a nessuno era permesso entrare, e si doveva aspettare seduti ai tavoli in pietra, sulle panche di legno dell’ampio cortile, o sui prati circostanti, rallegrati dall’acqua di sorgente della fontana.


Le nubi del pomeriggio devono essersi organizzate, perché cominciano fulmini e tuoni.


nuvole e pioggia
breve notte estiva
nulla rimane
 
 
il temporale
spaventa la cicala
breve silenzio


Gradiamo molto la cena, preparata con i prodotti locali freschi, il burro estivo giallo di fiori ed erba fresca, i formaggi tipici, tome fresche e stagionate, di latte di mucca o di capra, e il salignun, un formaggio fresco e morbido, arricchito con peperoncino e semi di cumino, che si accompagna di solito alle miasse. Su tutto troneggiano le castagne e burro, un piatto che ora viene preparato in ogni stagione e consumato tra gli antipasti o come contorno alle carni, ma che i “muntagnin” riservavano ai freddi inverni da passare davanti al camino o nella stalla, a intagliare il legno e raccontare storie.

Castagne e burro
Mettere 500 g di castagne secche in una pentola (o pentola a pressione) e coprirle con acqua fredda, aggiungere 2 cucchiai di zucchero e 2 cucchiaini di sale, 4 foglie di alloro e 10 chiodi di garofano. Coprire e portare a ebollizione, poi abbassare la fiamma al minimo e far cuocere fino a quando diventano morbide (1-2 ore) e l’acqua è quasi del tutto evaporata, lasciando solo il fondo di cottura. Servire calde, con burro fresco.

Usciamo, ci sediamo ciondolanti ad aspettare la pioggia. Troppa stanchezza per leggere, ma è piacevole stare insieme senza uno scopo.



nella penombra
seduti fianco a fianco
ma quanta strada!


 

ANNAMARIA VERRASTRO

Giovedì 20 luglio 2006

Un viaggio. A piedi. Su per i sentieri. Passi e silenzi. Intorno montagne e nuvole veloci a precedere il nostro arrivo.
Partiamo per questo viaggio oggi, un giorno qualunque di una estate qualunque. Eppure è un viaggio speciale: sognato pensato, e ora agito.
Pietro lo pensa da tanto tempo e da mesi lo progetta aiutato da Antonella, accompagnato da Michele che arriva a casa una sera già molti mesi fa con le bandane pronte: Wasnahaijin Oicimani scritto sulla fronte quasi a ricordarci che lo si è pensato e lo si farà.
Si è formato un gruppo di dieci partecipanti: amici, conoscenti, sconosciuti. Un po’come i gruppi del CAI. Qualche volta sono andata in gita con questi gruppi organizzati: dieci, venti, a volte trenta persone, a volte più: forti, veloci, caparbi fino alla cima, sempre. Troppo forti, troppo veloci, troppo caparbi. Non sono mai arrivata davvero fino in cima: a volte per stanchezza, a volte per noia, a volte perché lungo la strada qualcosa aveva fermato i miei passi e la mia attenzione; a volte per comunicare la mia opposizione a una caparbietà capace di contare solo i passi che mancano all’arrivo, senza essere capaci di fermarsi a vedere, sentire, percepire il respiro della montagna.
Ma lungo questo viaggio dobbiamo fermarci: per scrivere. Lo scopo non è arrivare, ma camminare. Un viaggio di passi, pensieri, emozioni e scrittura.
Io non amo scrivere. Le mie mani cuciono, dipingono, zappano, colorano e manipolano con gioia, ma… scrivere è una fatica caparbia e assoluta. Ho scritto migliaia di libri, parole e poesie: tutte rimaste nella mia mente. Ci sarà una soluzione; non posso partecipare  al cammino e non scrivere. Io così gelosa dei miei pensieri, così avara di parole. Parole che sono già  oltre il vissuto e quindi inutili, forse costruite e già lontane dalla verità. È una sfida ed è con questo spirito che parto, riservandomi la possibilità vigliacca di ritirarmi e rinunciare al resoconto scritto. Le persone che partono con noi scrivono da sempre, almeno credo; scrivono, leggono, riscrivono e rileggono. Penso a scritturalia, ai racconti d’inverno dove ognuno legge al pubblico ciò che ha scritto. Quante sere in tutti questi anni, quante persone, quante parole passate e rimaste tra le mura di casa Macondo: milioni e milioni di parole scritte, lette, ascoltate.
    
 
Mute parole
D’inverno racconto
Accanto al fuoco


Cosa metto nello zaino? Vestiti, scarpe e parole.  Come sempre ho perso l’elenco consigliato da Pietro: non sono organizzata e mi affido volentieri all’istinto e al buon senso. Meglio  portarsi dietro un bagaglio di parole, così giusto per non trovarmi impreparata alla prima sosta.
Come sempre chiudere casa prima di partire richiede  tempo e attenzione: innaffiare l’orto, lasciare il cibo per i gatti, raccogliere le cose sparse per il cortile, chiudere gas e persiane: tutto va bene per non pensare a questo impegno che mi sto prendendo.


Persiane chiuse
Fuori il sole caldo
Ci accompagna


Gatti  distesi
nascondono il sole   
nuvole scure


Partiamo: qualche nuvola dietro il sole segue i preparativi, la giornata è molto afosa e non vediamo l’ora di arrivare in montagna. A Quincinetto alle  diciotto: è giovedì e fa sempre molto caldo.
Lungo la strada in auto con Pietro, Michele e Clelia ripenso ad un viaggio tante altre volte vissuto: Torino - Quincinetto, sentieri, baite, fiume… L’infanzia di Nagi e di Ajdi è passata  tante volte di qua.
Antonella, la casa in montagna, i suoi genitori e le sue  sorelle, i fichi e le ciliegie dell’orto. Il sabato si partiva;  noi due , le bambine, a volte Mario e Pietro, a volte Franca e Pablito e Gretel e altri, tanti altri amici con cui ritrovarsi al fiume. Passeggiate, corse, arrivi e partenze. Le bacche lungo i sentieri, uva ginestre ed erica e in autunno letti di castagne nella nebbia. E i silenzi rotti dalle grida dei bambini. Ogni volta che ripenso a Quincinetto mi appare immediata l’immagine di una casetta di legno colorato, sotto il fico, nel cortile della casa dei genitori di Antonella.  Rifugio dei giochi solitari di Manuela, la sorella più piccola. Non so perché, ma quella casa mi è rimasta nel cuore: forse mi ricorda le piccole casette di legno colorato che  il mio papà costruiva per i nostri insetti, quando io e i miei fratelli eravamo piccoli. Il papà di Antonella e il mio papà in qualche modo si somigliavano. Sono morti lo stesso anno a pochi giorni di distanza. Io e Antonella ci siamo trovate abbracciate più forte di sempre quell’anno. Tanti anni fa sulle rive del Chiussuma, il torrente che scende dalla montagna fino alla Dora, ci fu il primo raduno della Tenda. Eravamo in tanti, eravamo giovani. Anche allora. Poesie e l’interno bianco dell’eschimo sulle spalle. Come  pastori.


Bianche di luna
Le pietre del Chiussuma
Ora ricordo


Prima di arrivare alla locanda sul ponte mi pare quasi di sentire il rombo delle sue acque sulle pietre.  Ma è estate, il letto del Chiussuma è quasi asciutto, questa è la voce della Dora che non cessa mai insieme al rombo delle automobili di rompere il silenzio della valle.
Il parcheggio di ghiaia. Due ragazzi accanto ad una automobile, gli zaini e uno sguardo incuriosito. Ci guardano. Sento il peso dei miei anni e del mio zaino. Stefano e Arianna ci riconoscono anche se è la prima volta che ci vediamo: ci vengono incontro sorridenti, sereni: sono belli e schietti. Un abbraccio. Mi guardo intorno: accanto al parcheggio un piccolo prato. Mi tolgo le scarpe d’istinto.


Erba umida
A piedi scalzi riposo
I passi stanchi


Entriamo nella locanda, cerchiamo chi forse è già arrivato. Antonella è in ritardo, strano, lei così puntuale. Qualche chiacchiera, attesa e forse un po’ di nervosismo, tempo vuoto.
Mi allontano, vorrei camminare, magari fino al torrente; il sole scende e proietta ombre di rami sui muri. Il vento leggero le fa tremare, quasi una danza. Una lucertola immobile le guarda.


Ombre tremano
Lucertola sul muro
Caldo di sole



Scroscia la Dora
Il  Bradano lontano
Sotto le nebbie



Quando affronto un viaggio mi prende sempre una  emozione. Ora un po’  più nascosta e discreta. Ogni volta è come se partissi per tornare a casa, al mio  paese, in quella casa che non c’è più, in mezzo alla mia gente, sulle sponde del mio Bradano.  Il suo scroscio è più leggero del Chiussuma  perché più piccole sono le pietre del suo letto, ma il suo canto malinconico e lontano mi accompagna sempre. Su quelle pietre ho camminato sola, cercando sanguisughe e girini, ascoltando il canto del vento tra i giunchi e le ginestre, il fischiettare stanco dei contadini di ritorno dai campi lontani. Vorrei andare a casa, quale casa non so. Questo è il rombo della Dora ed io vorrei tornare a casa. Vorrei camminare il viaggio Wasnahaijin sulle mulattiere del Carmine o verso Lacerenza  e  Ripacandida, tra calanchi e dirupi, rovi e terre rosse. Ma siamo qui: i pensieri camminano soli mentre aspetto l’arrivo di Antonella. Non ho voglia di parlare. Guardo i cavalli nel recinto, e le caprette. Quanto ho amato Stella, la mia cavalla dal manto dorato e quanti giochi con le caprette nane della mia infanzia.
Finalmente si cena. Antonella è arrivata con un’ora di ritardo, ma con Gianni, le sue stampelle e un fiume di parole .Gianni non era previsto, ma sono contenta di vederlo accanto alla mia amica.
Cammino spirituale, cammino letterario. Io l’ho tradotto nel mio linguaggio; vorrei silenzio, concentrazione, e forse informazioni più precise sul programma di marcia.
La cena è eccessiva e anche le battute. Mi distraggono e mi allontanano. Mi riservo di parlarne con Pietro, forse sono troppo esigente o forse non ho ben capito lo spirito di questo incontro.
Ho nostalgia di altri cammini spirituali, lontani nella mia storia di adolescente: silenzi e digiuni accompagnavano e sostenevano lo spirito, ma questa è un’altra storia. Le parole da sempre mi stancano. Mi piace stare con gli altri, mi piace conoscere e farmi conoscere, ma alle parole preferisco i gesti, gli sguardi, agire e costruire, creare e osservare.
Finalmente si sale in camera


Quante parole
Pane e companatico
Ed è già sera


So che ci sarà  silenzio. Io e Pietro  siamo simili e amiamo la concentrazione e il silenzio.
Ma non è sera. Il caldo afoso, il rumore dei camion parcheggiati proprio sotto le finestre della locanda e lasciati  con il motore acceso per mantenere il funzionamento del frigorifero, l’eccitazione per la novità del viaggio, e forse un po’ di preoccupazione ci impediscono di dormire. Passiamo dal balcone al letto, dal pavimento al bagno, spalanchiamo le porte, creiamo correnti, sentiamo altre porte  aprirsi e chiudersi.  
Pietro all’alba si addormenta. Io come sempre rimango sveglia e mi godo l’alba.
Finalmente i camion tacciono  e anche la Dora sembra rilassare il suo rombo: è quasi lontana ora.
 

Venerdì 21 luglio 2006


La colazione ci trova assonnati, ansiosi di raccontare la notte insonne. Nessuno  ha dormito.
Partiamo in fila con passo deciso, attraversiamo il campeggio. Proprio in questo angolo, alla mia sinistra, accampammo la tenda durante il raduno dei poeti tendaioli. Arrivarono da Genova, Milano, Messina, Firenze, e dalla Germania una vecchia signora dai capelli già bianchi. Fu un altro cammino.
Lungo la salita per Senge il profumo del gelso e il  colore scuro delle sue more .
Mi nutro di  sogni e aspetto il ritorno di antichi sentieri che ancora una volta  mi portano a casa, sul gelso nero che  ancora mi aspetta.


Gelsi maturi
Oltre l’ombra la voce
Di mio padre


Ho passato la mia infanzia su quel gelso, giorno dopo giorno, mora dopo mora nel vento. E’ sui rami di quel gelso che ho imparato ad amare il silenzio. Alcuni anni fa,  durante un  viaggio, ho preso una talea dai suoi rami  e ora un piccolo gelso cresce lento in un grande vaso. Quest’ anno dodici  piccoli frutti hanno reso felice la mia estate e annerito le mie mani. Lo stesso gusto. Figlio di sua madre questo ramoscello lento e caparbio. Questo inverno gli troverò casa in giardino, per sempre .  Lo vedrò crescere e lui mi vedrà invecchiare.
Incomincia la salita tra canti di cicala e stormire di foglie al vento. Senge è poco lontana, ma il mio passo è già affaticato. Sulla destra noccioli di ciliegie selvatiche a centinaia, cerco il cespuglio di ribes rosso, ma forse confondo la curva, o semplicemente non c’è più.



Noccioli sparsi
Di ciliegie mature
Cerco il ribes



Eva Luna ci viene incontro; ha l’età di sua madre quando io e Pietro la conoscemmo: è la figlia di Patrizia, sorella di Antonella.  Mi emoziona, come mi emoziona ogni volta risalire questa strada fino alla casa  dei genitori di Antonella.  Qui abbiamo mangiato il gelato allo champagne che suo padre ci preparava e la fonduta e i frutti di bosco appena raccolti, la cioccolata calda e il calore di questa famiglia: amo questo posto, questa casa e chi vi ha vissuto. Amo il vento leggero e questi prati in fiore e questo piccolo scrosciare di acque fresche lungo la strada, sempre uguale,sempre presente, piccolo canale in perenne discesa.


Pietra su pietra
Il cammino antico
Ora ripeto



Dopo Senge la mulattiera  comincia a salire. La ricordo bene, larga, bene organizzata nella disposizione delle pietre, qui e là ombreggiata, ma inesorabilmente in salita.
Sento le grida gioiose di Nagi e di Ajdi nel tempo. I loro giochi e i loro canti, e Pablo  con in mano un pezzo di pane secco e un elenco infinito di piante e insetti pesci e uccelli: lungo la salita raccontava a volte divertito da Nagi e Ajdi che non lo ascoltavano e lo precedevano rincorrendo lucertole e cercando i Phuvus,  segnali lasciati dagli spiriti della terra.Gli zaini pieni di  pietre e rami, semi secchi e cortecce. Ogni tanto riusciva a coinvolgere nei suoi interessi anche loro ma presto ritornava a raccontarmi dell’airone cinerino. Si arrivava in fretta a Trovinasse allora, tra un airone cinerino e un canto, un arco ricavato da un ramo verde e un sasso gettato sulle foglie secche dei castagni. Ora è più faticoso. Procedo lentamente sotto il sole, sento la salita, il peso dello zaino, quello del mio corpo ingrossato e quello degli anni che sono passati. Per fortuna non sono sola. Clelia mi accompagna  e Pietro castigato dal suo fumo boccheggia con me. Antonella come sempre avanza a testa alta e busto eretto, passo regolare, quasi senza respirare. E come sempre ogni tanto si ferma e mi aspetta. All’inizio delle nostre passeggiate, tanti anni fa camminavamo accanto, poi piano piano sono  rimasta sempre più indietro fino a perdermi giù a valle.



Bimbe felici
La voce del torrente
Arriva fin qui



Dopo tanto tempo ritorno alla pozza. Acqua fresca e ombra. Un cerchio chiuso. Tanti sono passati di qui. Una travatura di rami racconta di notti al riparo. Questo  continuo scrosciare di acque è diverso dallo scrosciare della Dora che ci ha impedito il sonno. Il Chiussuma canta rimbombando sulle rocce, il vento accompagna il cammino dell’acqua e canta con lei. Il resto è silenzio. Vorrei fermarmi qui. Altre volte ho sognato uomini antichi accampati dopo la raccolta delle castagne.
Ombre e passaggi  tra le rocce fanno scomparire e riapparire  il sentiero, come se il mondo cominciasse e finisse qui, non c’è altro cammino, il sentiero del ritorno è nascosto tra le pietre.
Il Chiussuma culla momenti di pace. Ognuno cerca il suo angolo e la sua pietra. Qualcuno le sue acque. È un momento di riposo e solitudine. Io mi accampo con Pietro sulla grande roccia che sembra dominare tutta la stretta valle del torrente. Il sole è caldo e la leggera brezza ci culla.
I ricordi mi addormentano un po’.
Cerchiamo di riunirci per il pranzo, ma già ognuno ha provveduto per sé. Peccato, poteva essere un bel cerchio qui intorno alla grande pozza a consumare panini  ed emozioni.



La foglia cerca
Un passaggio  nell’acqua
Lungo la roccia


Mi godo ancora pochi momenti di contatto con la grande pietra e il passaggio veloce dell’acqua. Con gli occhi socchiusi ripercorro lo spazio  intorno a me. Passaggi tra le rocce, dirupi, alberi spogli e cespugli solitari, piccole pozze qua e là brillano al sole, lucertole scivolano nell’acqua.


Vedo un profilo
Nella roccia di fronte
Addormentato


Mi sveglio improvvisamente dal mio torpore. Tutti sono già in cima sulla mulattiera del ritorno. Riprendo anch’io il cammino che so ancora molto lungo e faticoso. I miei compagni di viaggio non sanno che  siamo solo all’inizio della lunga salita che ci porterà a Trovinasse. Mi accorgo che anche Pietro non ha un ricordo preciso della risalita e del suo dislivello. Il sole è quello caldo di luglio, di un pomeriggio di luglio, di un primo pomeriggio! Troppo caldo, troppa salita, troppo… Sono stanca e forse anche un po’ arrabbiata. Forse io non volevo venire, certo non volevo faticare così tanto, forse sono tutte scuse per non scrivere. Devo cercare un po’ di spiritualità in tutto questo, forse poi troverò anche le parole.
Procediamo lentamente, il cuore a mille, bagnati di sudore e tanta voglia di sdraiarsi. Una piccola sosta per bere, ma l’acqua è finita. Dividiamo una mela e cerchiamo  sorgenti nei prati e scuse per restare seduti ancora un po’. Arianna, Stefano e Antonella ci precedono, forse stanchi anche loro, ma ci precedono. Anche  gli altri sono davanti a noi. A  volte qualcuno ci aspetta o ci chiama al telefonino e questo non mi piace. La strada è solo quella, non c’è possibilità di perderci e sento  forzare la mia fatica; perché chiederci anche la fatica di rispondere? Michele chiama più volte Clelia. Beatrice addirittura chiama il mio numero. Lo spengo con un po’ di disappunto: è collegato al salvavita di mia madre. Mi siedo e mi guardo intorno, anche Clelia si siede. In silenzio osserviamo il sentiero, pietra su pietra, i ciuffi d’erba  e qualche piccolo fiore. Le voci del gruppo che ci precede ci giungono ovattate. Non sono poi così lontani. Chissà perché sono così preoccupati della nostra lentezza. Sorridiamo e ci riposiamo.
Dopo ore di cammino e chissà quante soste ormai non più contate sentiamo la voce di Antonella che ci avverte: siamo quasi arrivati. Conosco bene Antonella e so che quel quasi è ancora lontano dalla realtà. Questa volta non tanto: dopo alcune curve e una piccola salita che mi è sembrata insopportabile,  intravediamo la strada asfaltata, ne sentiamo l’odore. Mancano sei chilometri al rifugio, sei chilometri di asfalto...
Io, Clelia e Maria  ci sediamo sul ciglio della strada. Qualcuno verrà a prenderci. Forse.
Antonella arriva in macchina con acqua in abbondanza. Bevo stupidamente fino a farmi male alla gola. Ma  sono troppo arrabbiata con me stessa e la mia fatica per pensare alla prudenza.
Al rifugio mi accorgo che anche gli altri hanno accettato un passaggio e mi arrabbio ancora di più, perché non so perdonare le mie debolezze.
L’aria è splendidamente fresca, l’acqua che sgorga dalla piccola fontana nella roccia è gelida.
Mi sciacquo la faccia e mi avvicino alla prima pianta che vedo: ciliegie selvatiche, nere di luglio. Tutto intorno montagne e silenzio. Penso ai Dakota e immagino donne e bambini su quei pendii a raccogliere mirtilli. Nell’aria c’è come un lamento che passa veloce tra i tavoli di pietra, tra i rami del ciliegio selvatico e scende giù verso il sentiero che porta alla strada asfaltata e poi a valle.
La voce di Gianni che ci stava  aspettando e le risate dei compagni allontanano i Dakota.
 

Lontano sento
Antico campanaccio
Ora di cena


Ciliegie rosse
Le grandi praterie
Sola percorro



Poche chiacchiere mentre la sera ci acquieta. Una  cena semplice, ma sostanziosa, profumo di casa e di montagna. Buono il formaggio. Fuori ancora qualche campanaccio ritardatario. La  stanza è piccola e profuma di legno, la finestra si affaccia sulle montagne che piano spariscono nel buio della notte. Il sonno è profondo e immediato anche se qui e là si sentono voci e cigolii. Qualcosa cade al piano di sopra: il soffitto di legno vibra e rimbomba e accompagna un sonno senza sogni.
La sveglia arriva improvvisa: il mattino è fresco e silenzioso; mi affretto a rimettere in ordine, mi piace essere puntuale. Naturalmente non è sceso ancora nessuno, mi godo questa solitudine: guardo le montagne, il sole che comincia a salire nel cielo, gli alberi verdi che si muovono lentamente, nessuno sul sentiero. Poco alla volta scendono tutti e affrontiamo una abbondante colazione: burro giallo e denso, marmellata di casa e un buon caffè. Peccato per il pane, è piuttosto insipido.
Mangio un po’ della mia frutta secca.


Qualcosa  cade
Sul soffitto di legno
Tutto rimbomba



Chiedo un caffè
Prima della  partenza
Dolce susina


 
CLELIA VAUDANO

Giovedì 20 luglio 2006
Arriviamo a Quincinetto verso le ore 17,30, dopo aver percorso circa 105 km,  al parcheggio del ristorante albergo “Vivande  e Bevande” e troviamo ad attenderci Arianna che arriva da Napoli e Stefano che arriva da Milano; poco dopo arrivano Maria e Paolo da Pavia e scopriamo che è gia arrivata anche Beatrice da Torino.
Ci sistemiamo nelle  nostre camere e scendiamo a fare conoscenza attorno ad un tavolo con in mano una bibita fresca: siamo assetati, fa molto caldo….poco dopo arrivano anche Antonella e Gianni da Genova. Gianni ha avuto un incidente in moto e cammina solo con le stampelle e quindi Antonella dovrà alzarsi prima ed accompagnarlo in auto alla nostra prossima meta. Ceniamo e ci ritiriamo nelle nostre camere: noi abbiamo la camera sulla Statale e tra il caldo soffocante, il rumore dei Tir che passano per raggiungere l’Autostrada vicina, e il rumore della Dora passiamo una notte insonne.


Venerdì 21 luglio 2006
Ore 7 – Sveglia per Michele: seguirà con l’auto Antonella che porta Gianni alla nostra prossima meta (Trovinasse rifugio Rossella) per poi riportarla alla partenza.
Ore 8,30 – Scendiamo a colazione e nel frattempo arrivano anche Michele e Antonella.Ci facciamo preparare i panini per il pranzo e siamo pronti a partire.
Ore 9,15 – Nel vento mattutino, incomincia la nostra avventura. Alle spalle le nostre auto    sul piazzale dell’Albergo Vivande e Bevande,  dove abbiamo dormito, davanti a noi la montagna, vigneti a pergola sostenute dai topioni e verdi boschi più in alto.
I primi abitanti di questa zona furono i Salassi, tribù celto-ligure; i Romani cominciano la conquista del territorio dal 22 a.c. Con la caduta dell’Impero Romano il Canavese è prima controllato da Bisanzio, poi occupato dai Longobardi, infine sottomesso dai Franchi.
Dopo la morte di Arduino, marchese di Ivrea e primo a portare il titolo di Re d’Italia, avvenuta nel 1015, i Conti del Canavese, che si dicono tutti suoi discendenti, si spartiscono la regione. Nascono così le grandi famiglie canavesane: i San Martino, i Valperga, i Castellamonte, cui si aggiungono i novaresi Biandrate. Nel ‘300 inizia l’espansione dei Savoia, cui il Comune di Ivrea e i Conti del territorio si sottomettono: il Canavese diventa così parte del dominio sabaudo.
Nel XVI sec. Il Canavese è sottoposto ai Francesi, poi agli Spagnoli: nuovamente sottomesso ai Francesi dalla fine del ‘700 sino alla sconfitta di Napoleone, torna ai Savoia con la Restaurazione.
Zaini in spalla, bastone in mano, bandana sulla fronte e nel cuore un pensiero: “Ce la farò ad arrivare alla nostra meta a 1374 mt.”
 
 
Strada d’asfalto
che fatica salire
fichi caduti.
 

Verso le 11,30 deviamo dal nostro percorso per fermarci a scrivere lungo il torrente Chiussuma. Lontano il rumore del caos di auto che ci ha accompagnati nel primo pezzo di strada in salita, amplificato dalla stretta valle. Ora solo il canto dell’acqua che scorre tra grandi rocce, formando laghetti e leggera brezza che muove le foglie dei castagni: alcuni di noi decidono di fare un bagno ristoratore, altri si rilassano e prendono appunti. Pranziamo  e ci rilassiamo assaporando la natura incontaminata che ci avvolge in attesa di riprendere il cammino.
 

Squarci di sole
gli alberi si specchiano
piccolo lago.
 

Salita faticosa lungo la mulattiera che collega da tempo immemorabile Quincinetto alla montagna sovrastante e che ci porterà al  Rifugio Rossella di Trovinasse, nostra meta di questa giornata.
Trovinasse si trova nel comune di Settimo Vittone che con una superficie di oltre 23 kmq è il comune più esteso delle Comunità Montana e ospita 1707 residenti. Da Settimo Vittone  sulla strada che porta a Andrate-Nomaglio si trova  la Pieve di S.Lorenzo con l’annesso battistero risalente all’XI secolo.
Guardo con invidia Antonella che prosegue e sale con leggerezza. Grande dispiacere di non riuscire ad apprezzare il paesaggio tutta concentrata sul mio corpo che si rifiuta di proseguire.
Faccio numerose fermate per riprendere fiato e faticosamente, scalino per scalino, passo dopo passo, salgo verso la nostra meta che sembra non arrivare mai, ma improvvisamente ecco la fine della mulattiera e la strada asfaltata che ci porta al rifugio Rossella.
Antonella si fa dare un passaggio da un automobilista e va a recuperare l’auto con cui al mattino ha portato Gianni in albergo.
Ore 19,30 – Finalmente siamo arrivati, non vedo l’ora di farmi una bella doccia e andare a letto. L’albergo è una vecchia costruzione, in parte in legno, con le camere al primo e al secondo piano: i bagni sono comuni e posizionati al primo piano. Noi abbiamo la camera al secondo piano: i pavimenti scricchiolano sotto i nostri passi e i suoni delle nostre voci attraversano le pareti e i pavimenti di legno e rimbombano attorno a noi. L’albergo è a conduzione famigliare: la cena è composta da piatti della tradizione locale e il cibo è ottimo ed abbondante. Sera di luglio in questo alberghetto alpino, dove i soli suoni che ci avvolgono sono il suono dei campanacci delle mucche e il cinguettio degli uccelli.
 
 
Cielo azzurro
rivolte verso il cielo
verdi betulle.
 
 

PAOLO SEVERI

venerdì 21 luglio 2006 -  Primo giorno

A vedere questa compagnia che banchetta rumorosamente al ristorante, nessuno direbbe che si tratta di un gruppo di poeti, venuti da tutta Italia, per un viaggio di poesia di qualche giorno. Nessuno lo direbbe, e anche gli stessi partecipanti sono perplessi. Ma, un inizio, deve essere uno stacco con quello che c’era prima... Mettiamola così.


L’ansimo del mio
respiro cittadino
fra mille grilli...
 
 
Grandi formiche
voglion fermare il passo
al pellegrino.


Nero carbone
colpita dal fulmine
la grande quercia.
 
 
Goccia su goccia
la montagna diventa
macigni e sabbia.

 

 

 MARY VUOSO

Acqua rinfresca,
povere ossa rotte,
dirupo sotto.

 

 

BEATRICE SANALITRO

Prima del viaggio

Attesa di mesi. Ombre di affaticati viandanti, incurviti da grigi fardelli. Come appoggio un bastone di grande esperienza. Sognati gli sguardi di amici. Più volte ripassati i percorsi, fissate nella mente le tappe. Non si tratta de “La Compagnia dell’Anello” in marcia per chissà quale missione, ma di undici indomiti, fieri del loro passo elastico e tenace e orgogliosi della loro penna sempre pronta a fissare immagini , a cogliere l’attimo. “Fondamentale” - pensavo, “il momento del ritrovo, la condivisione di motivazioni, dubbi, speranze, l’abbandono di ansie, stanchezze”. Un cerchio di mani ad ogni passo più unito; un punto senza tempo su per i sentieri. Così mi divertivo a fantasticare. Lo zaino fatto e rifatto, meticolosamente preparato, alleggerito del superfluo, ma pur sempre pesante. Il bastone leggero, compatto, efficiente, vicino allo zaino per non dimenticarlo. Il nastro fatto con cura all’uncinetto, cercando il punto più adatto, ornato di fiocchi e centrini e con la scritta “Wasnahaijin Oicimani” in mostra, piegato ed inserito in una custodia. Sono pronta. “Nihil Ultra” suggerisce un motto degli Antichi.


Giovedì 20 luglio 2006

Parto da casa in anticipo per gustare il distacco e per andare da sola incontro al nuovo. Ad attendermi, a Quincinetto, il vento e un infinito ponte col sole a picco.
 

Ecco il ritrovo:
locanda dopo il ponte.
Lungo miraggio.
 

Per tutto il pomeriggio cerco di trovare refrigerio sotto una coppia di salici e una di kiwi. Ho tempo per osservare il paesaggio intorno: sono in fondo ad una vallata; in quel punto i fianchi dei monti sono abbastanza vicini rispetto all’apertura della valle che vedo più avanti.  Il fiume Dora, cenerino, scorre tra massi molto più in basso del livello della strada, e il polverone che si alza, per il vento, dalle rive, sale libero, poi si deposita sul ristorante “Vivande e bevande”. Quincinetto si trova a 295 metri sul livello del mare e le montagne scure, rugose e massicce, lo circondano. Non m’incuriosisce visitare il paese nell’attesa; fa troppo caldo e preferisco immaginare gli arrivi, leggere il giornale. Ecco finalmente, Michele e Clelia, Pietro ed Anna, Paolo e Maria, Stefano ed Arianna. Finalmente! Mi ero un po’ stancata di osservare cavalli, capre, galli e galline nel recinto, l’erba consumata tutt’intorno e un grosso cane nero sul terrazzo come pronto ad un agguato. Che piacere incontrarvi! Mancano ancora Antonella e Gianni; ci accomodiamo intorno a un tavolo; qui mostriamo i copricapo con la scritta Wasnahaijin Oicimani: Solo io l’ho preparato con le mie proprie mani, Pietro l’osserva con occhi divertiti. Gli altri hanno un berrettino con su la scritta stampata. Distaccati di molto Antonella e Gianni arrivano con molti episodi da raccontare. Gianni ancora sofferente per l’incidente di moto in cui è rimasto coinvolto, Antonella ancora sofferente per la sofferenza di Gianni.
 

Amici accanto.
Parole e profumi, oggi.
Non solo sogni.


Fa caldo, la polvere, il sole, il vento seccano la gola. Chiediamo acqua, menta, ghiaccio, orzata o caffè, crodino, cocacola o chinotto, purchè sia. C’è solo acqua, acqua di fonte? No, semplice acqua di rubinetto. E vabbè. Ma, intanto, il cerchio non si è formato. Aspettative, dubbi e tutto il resto non viene condiviso. In compenso ci sono veramente troppe zanzare che non si danno per vinte neanche davanti all’evidenza della superiorità dell’aggeggio friggi-zanzare. C’è, inoltre, insistentemente assordante, il rumore del motore di un banco frigo. E la cena?  La cena è molto abbondante, forse per stordirci; più consumiamo, più cibo compare. Altro che un solo dattero masticato e succhiato dal beduino nel deserto! Del deserto, a noi, rimane il caldo torrido e una notte da schiattare.
 

Polvere e suoni
nella stretta vallata.
Imboscata al sonno.

Arriverà un po’ di fresco? Macchè!

Sogni a occhi aperti
nella notte rovente.
Lampi sui monti.
 

Sui monti intorno, infatti, lampeggia e tuona, mentre a valle fa sempre caldo, i TIR continuano a sfrecciare, noi siamo stanchi e proviamo ad andare a letto. Io dormo da sola al piano dove lavano i piatti: devono aver avuto molti coperti, perché ho sentito sbattere e sistemare fino alle due di notte.


Venerdì 21 luglio 2006

Si va, anche se il sonno insoddisfatto s’appende agli zaini e li rende un piombo. Muri a secco lungo la via: uguale dignità per grandi e piccole pietre che stanno insieme, compatte. Secco anche l’alveo dell’affluente. Gradini e salti di pietra. Curva di rovi. Arco di rami. Cataste ordinate di legna. Corte colonne sostengono pergole e aria. Dopo la curva riemergono rumori di strada. Tutt’intorno altre valli. E un gruppo di girasoli.


Tra le pergole
gruppo di girasoli
attenti al giorno.
 

Procediamo insieme, ognuno attratto da scorci del percorso. Il silenzio perfetto risiede presso le Clarisse. Piacevole il cammino verso il lago perso nel bosco. Via zaini e vestiti. Benedetta acqua vivificante! Tra i massi gli occhi svelti dei giovani. Gli altri assopiti in attesa del fresco. Le gambe nude, i piedi in acqua, chi in mutande, chi in costume. Le coppie fanno le coppie e parlottano segreti fra loro. Di quaranta centimetri si è abbassato il livello del lago.
Di quaranta centimetri è lo zoccolo bianco.

Esile lago.
Le rocce ora mostrano
radici bianche.
 

Paolo dà ritmo alla sabbia nella batea. Ma l’oro non c’è. Gli amici nascosti mandano parole d’amore alle acque che saltano tra i boschi.

Tra pietre lustre
il ritornello del fiume.
Limpido carme.

Vedo i riflessi delle onde sulle rocce.

Sui massi chini
tremule reti d’onde.
Lago di luci.
 

Ore 16: di nuovo in marcia. Fa ancora caldo ma temiamo di arrivare alla meta con il buio. Michele misura il dislivello via via conquistato: 500 - 540 – 545 – 600… Il cammino è una Via Crucis. Ogni poco una Stazione. Né treni, né pullman; solo stanchezza e sudore in visibile aumento. Scompaiono penne e taccuini. Aumenta il distacco tra i compagni.

Sosta nel fresco
in attesa di amici
dal passo calmo.
 

Trovinasse s’allontana. Gli zaini sono i colpevoli; le gambe affondano, l’acqua scarseggia. Imploriamo gli alberi fitti di allargarsi un po’ di più per rinfrescarci.
La bellissima strada di pietra è in salita e non accenna a rilassarsi. D’altra parte dobbiamo arrivare a 1300 metri di altezza! Dopo infinite soste, ci viene incontro la strada asfaltata. Mi trovo in piacevole compagnia di Arianna e Stefano.  Le parole aiutano il cammino: l’attenzione si volge, così, più su delle gambe… L’argomento è vasto e impegnativo e riguarda il rapporto genitori - figli. Arianna mi dice parole dolci e commoventi. Mi lasciano un nodo in gola.
Troviamo una benedetta sorgente in una nicchia di roccia e un bicchiere appoggiato su un ripiano, altro dono della giornata che sembra durare tantissimo; che dura tantissimo. Per arrivare a Trovinasse c’è ancora almeno un’ora di cammino. Passa un’auto guidata dal proprietario del rifugio di Trovinasse con due pellegrini a bordo: Pietro e Paolo. Non esito a fare l’autostop. Altro che bella bionda fresca e profumata in minigonna.. Sudata, accaldata, assetata… Si fermano! Mi prendono! Io non esito… Sono felice, anzi, che Pietro e Paolo si facciano stretti stretti! Ridiamo e siamo ragazzi.
Arianna e Stefano hanno voluto proseguire, zaini in spalla, per completare il percorso. A Trovinasse la minestra sa di erbe di montagna e il burro è giallo e la marmellata fatta in casa e l’acqua è acqua di fonte e il formaggio è una toma che sa di toma!
A Trovinasse le camere sono fresche e profumano di legno. Dalla finestra vedo prati e monti; annuso l’aria. Nella mia stanza c’è un foro che raccoglie le voci dei miei compagni. Sorrido della loro inconsapevole compagnia.


Voci d’amici.
Risuona nella stanza
la buonanotte.
 
 
 
STEFANO ZOJA

Vento, sibilo
giocoso fruscia sopra
le nostre teste
 
 
 
Per cinque passi
pigro calabrone indichi
la mia via



Formica cerchi
l’uscita fra i peli
del mio braccio


Non solo la stessa acqua non ripassa mai due volte dallo stesso punto nel fiume, ma nemmeno prende due volte la stessa forma nel cadere da una cascatella. Un piccolo salto di venti centimetri e si formano mille bolle, ognuna che va per i fatti suoi, che scivola, urta, accelera e si ferma di colpo. Per poi riprendere il suo breve cammino e concluderlo in un insignificante scoppio. Sopra volano schizzi e zampilli, che rimbalzano contro un sasso verde di muschio. Il gorgoglio è lieve, quieto. Acqua che scende e scende e prende vita e gioca brevemente, per poi ricomporsi placida, fino al prossimo balzo, appena più in basso.


Miei haiku, come
faccio a scrivervi? Mi si
scioglie la penna…


un bombo plana
sul fiore viola si leva
una farfalla


Qui uno spruzzo
di fiori bianchi, di là
la valle scura
 
 
acetosa

 

 PARTE PRIMA               PARTE SECONDA                 PARTE TERZA

WASNHAIJIN OICIMANI, CHE COS' E' ?
    

 

manifesto della poesia haiku in lingua italiana

dizionario-glossario: universo haiku e dintorni

l'angusto sentiero del nord, di Matsuo Basho

 

 

fonti:

http://www.wikipedia.org/
http://digilander.libero.it/cronos74/stregoneria/Italia.htm
http://www.giovanemontagna.org/calendario_view.asp?id=2453&c=prg
http://granata.forumfree.net/?t=6040467&st=15
http://www.comune.gressan.ao.it/interna.asp?pag=8?=ITA
http://www.minieredoro.it/bessa_e_salassi.htm
http://www.auditorium.info/articolo.asp?id=41
http://www.keltia.it/festival/celtvda.htm
http://www.bessa.it
http://www.ecomusei.net
Comunità Montana Dora Baltea Canavesana: http://www.cmdorabaltea.to.it
Regione Piemonte: http://www.regione.piemonte.it/
 

 

 
 
 
 
 

 
 
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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 22 Giugno 2016 09:57 )
 

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