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Rita Giovinetti - odorato PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Lunedì 25 Luglio 2011 17:04

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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ODORATO

di Rita Giovinetti
Cascina Macondo- Scritturalia, domenica 29 giugno 2003





Il mio senso più sviluppato è l’odorato. Vado “a naso” come si suol dire, e a “lume di naso” trovo le cose, visto che sono una talpa. Uso da anni lo Chanel n. 5, profumo storico beatificato dalla grande M. Monroe, addirittura mi è capitato di spruzzarne un po’ in macchina, così quando guido me lo respiro. Uno dei ricordi più vivi della mia infanzia è legato all’odore del semolino. La domenica mattina, quando rientravamo, ci accoglieva l’odore del semolino che stava a raffreddare sopra al davanzale di una finestra, dopodiché sarebbe stato tagliato, impanato e fritto. Era uno dei compiti della mia nonna Adelaide, buona cuoca. Aveva fatto la “cuciniera” per diversi anni alla RIV, dove aveva conosciuto e sposato mio nonno.
Un altro dei profumi legato alla mia infanzia è quello che emanava la pelle di mia madre. Potrei riconoscerla al buio oggi, mia madre, appoggiare il naso sul suo grande seno che mi ha allattata e dire “è lei”. Mi piace l’odore della pioggia nei campi e mi è capitato spesso di cercare di abbinare odori come quello del legno, della vernice, della benzina, a sapori impossibili perché immangiabili.
Per me il profumo non si colloca precisamente in una scala definibile. È profumo il feeling, è profumo il dormiveglia con la finestra un po’ aperta, ma è anche profumo l’arrosto, il cuoio bagnato, il sapone. Lego il naso a sensazioni animali, qualche volta per annusare meglio chiudo gli occhi, sarei in grado di riconoscere il viottolo dove andavo a pattinare dall’odore della terra nella stradina e dei sambuchi che prosperavano ai lati. Mi ricordo bene il profumo del rosmarino selvatico che cresce nelle stradine a picco sul mare e ti invade le narici, l’odore del mirto all’interno della Sardegna, l’odore di neve, l’odore di barche, l’odore si sangue, profumo di gigli e di tiglio, il profumo del borotalco sui bimbi piccoli appena lavati, l’odore del latte sui loro bavaglini, l’odore dei malati, il profumo della frutta.
Dicono che i legami che si creano tra le persone siano prima di tutto una questione di naso, ci scambiamo ferormoni insieme alle strette di mano, dicono che l’olfatto sia un senso in via di estinzione, perché non ci serve più per procurarci il cibo, per non perdere l’orientamento; per me non è così, do grande importanza al naso, non fosse altro che perché devo scendere dal tram se c’è un certo odore e devo usare certi prodotti per la casa invece di certi altri a seconda del loro profumo.
Un’ulteriore considerazione, secondo me, merita di spendere qualche parola: il legame esistente tra profumo e colori, che è solo in parte collegato all’esperienza: quindi il bianco è sapone, l’azzurro è odore di menta, il marrone è terra, ma per me è anche odori di cappotti, il profumo del vento mi ricorda il lilla, mentre il profumo dei biscotti è rosa. Pur non dovendo più usare i profumi della natura per identificare una stagione è di vitale importanza per me stabilire se un profumo mi piace o no per restare in un posto o andarmene, essere attratta o meno dal frequentare qualcuno, accarezzare un animale invece di un altro.
Non riesco a prescindere dal naso.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:33 )
 

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