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Osvaldo Gaiotto - realtà virtuale PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Lunedì 25 Luglio 2011 16:52

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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REALTÀ VIRTUALE

di Osvaldo Gaiotto
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 29 giugno 2003




Scorrono i titoli di testa... accidenti ho perso il titolo... chi se ne frega.
Inizia il film, multimediale naturalmente…


Prologo

Tramonti, nuvole che vanno e vengono, lampi che irrompono, tuoni che ci fanno tremare e vibrare il cuore. Scrosci di pioggia, lacrime sulla nostra pelle, brividi di freddo e poi squarci di sole e intenso calore e sudore, ronzio alle orecchie e mosche fastidiose, cinguettii… Sbattere di ali di farfalla percepite nel silenzio della notte natura quieta dopo la tempesta.
Verdi che paiono azzurri, che si illuminano di giallo, che ritornano nel buio della notte, intensi e drammatici neri. Silenzi notturni, passi felpati che si avvicinano, il cuore che batte forte forte tanto da sovrastare il frastuono di un temporale ormai lontano…
Fine prologo


Primo tempo: estate-dialogo amoroso.
“Ho visto te! Ho visto il tuo colore, ora finalmente azzurro con qualche screziatura di giallo, tanto da ricordare il verde della tua amata natura! Finalmente! Per anni ho visto il tuo grigio, prima perla e poi spegnersi stancamente… pareva inevitabile che si tramutasse, ahimè, in nero carbone, dove tutto si assorbe e dal quale nulla sfugge.
Ho sentito il tuo odore, ora finalmente sereno, se si può dire di un odore… non più spietatamente aspro, arcigno, ma tranquillo come quello di una gazzella che, infine scomparsa alla vista la tigre, lascia andare il suo respiro e riprende a diffondersi, con gli odori, le sue emozioni, che non la possono più tradire.
Ho immaginato le tue parole, le tue lunghe pause, i tuoi silenzi e istantaneamente tutto è esploso. La percezione dei colori si è fatta più vivida. Ho avvertito il lieve fremito delle tue narici nel vedermi, ho visto la punta del tuo naso gonfiarsi e diventare turgida.
Ho osservato il tuo petto dilatarsi e le tue gambe diventare tremanti e... la saliva che inghiottivi nel pensare a me…
Le tue mani si sono fatte umide… ho immaginato di toccarle: sono calde molto più delle mie, ora!!
Mi piacerà tenerle strette… a lungo!
Ti sei avvicinata incerta sulle tue gambe tremanti. Il tuo profumo di ciclamino, inconfondibile, mi ha come stordito; mi sono messo a sognare tutti i giorni trascorsi con te ad accarezzare i nostri figli, anche quelli immaginati e non voluti, per troppo pudore.
Ci siamo messi a seguire il lento incedere di un bruco, cru-del-men-te, temendo che un’auto spezzasse il suo cammino, benché il suo incedere si trovasse correttamente sulle strisce pedonali.
Abbiamo scambiato le nostre bocche, i nostri gusti: la tua molle e spiaccicata gorgonzola (ma come farà a piacerti??), i miei amati peperoni, rossi e carnosi annegati nel pomodoro rosso, di nuovo, della peperonata…
E la brezza? Ricordi la brezza del mattino? Con la sua eco di profumi, di suoni che piano piano irrompono in noi per riportarci persone perdute, smarrite chissà per quanto… E poi il fuoco… sprizzi di rosso, giallo, bianche scintille sfavillanti, intenso odore del legno di quercia che arde e avvampa sulla pelle e ci fa balzare all’indietro. Crepitii: qualcosa come da stringere e non lasciare... voglia di ardere e sparire, annichilire in una nuvola leggera e alta e fragile, come sono quelle d’estate, immaginandoci là dove andremo. Dove le voci, i rumori, le nuvole, i paesaggi, i sapori, i profumi saranno qualcosa di sognato, desiderato, amato o qualcosa che vivremo ancora più appassionatamente?
Dio mio! Non poter ascoltare la tua voce, gli uccelli, lo stridere dei freni, i clacson, il tuo sorriso... Non poter gustare l’aspro e il dolce della peperonata, non accarezzare una pesca vellutata e sentire i brividi percorre il mio corpo, non osservare la meraviglia delle spirali dei semi di un girasole.”
Fine primo tempo


Secondo tempo:  inverno-intensificazione del dialogo amoroso
“Sangue. Rosso rubino che sprizza dal collo di chi ami e ci invade tutto… rosso rubino… gola straziata. Cuore straziato… lacrime…
NO! Nessuna lacrima. Tutto gelato! Tutto bloccato! Tutto chiuso. Il cuore si è fermato. Il cuore si è gelato. Le porte di ingresso sono state spazzate via, divelte, ora nessuno sa più dove passare. Le sensazioni, smarrite, sperdute, non hanno dove andare. Le sensazioni cessano!
Ospedale. Obitorio. Un corpo freddo è disteso. Terrore. Paura. Orrore. Freddo.
Fa molto freddo, anche fuori, anche in strada. È inverno, l’inverno delle emozioni.
AIUTO!! Non voglio sentire! Non debbo sentire! Non voglio sentire!
Odore acre di alcool e di ammoniaca o di formalina, forse…

NON ce la farò. Non ce la faremo. Sì che ce la farai! Sì che ce la faremo!

Pianti, diluvi di pianti e poi amori infranti. Ho infranto un amore, ne ho preso le spoglie e con le sue macerie e le tue NON lacrime ci abbiamo ricostruito su.
Ancora ritorna l’odore di morte, immagini da dimenticare e che non si scorderanno, “in-di-men-ti-ca-bi-li” dunque!
Urla che non passeranno, sensazioni tattili che non  scorderemo… toccare chi non prova sensazioni più, ormai, provando noi, sì, emozioni…
Parlare a chi non ti ascolta più, ormai… aver voglia di vomitare pur non avendo cibo da digerire.
Nessun stimolo. Eccesso di sensazione.”
Fine secondo tempo


Epilogo
“Quando tutto esplode non riesci quasi più a distinguere ciò che vedi; tutto si confonde e fonde: la gioia e la paura, le immagini e il sogno; è come se ogni canale finisse nel centro di un vulcano, al centro di un’esplosione nucleare dove non esisti più, dove le nostre sensazioni, le nostre porte si sublimano, condensano, spariscono…
Porte! Porte verso chi e che cosa? Dio mio… forse sperare che non esistano là dove andremo? Vano sperare o giusto sperare?”
Fine epilogo


Scorrono i titoli di coda… sogno… una partita di calcio… strana partita…
Porte… seriali… parallele, USB, SCSI, tante porte… video, audio, tastiere, multimediale..
Computer al centro.
Passa il mouse alla video art, contrattaccano le Installazioni, controbatte l’arte povera… GOAL!
Computer di nuovo al centro.
Immagini, animate certo è meglio! GIF, JPEG, MPEG, DVD, Dvix, codec, almeno 1024 pixel e SuperVGA, almeno acceleratore grafico, play station e pure, dimenticavo, uno sniffer...
La realtà virtuale diventa reale… GOAL!!
Palla di nuovo centro.
“UFFA… Basta! Spegni il computer, ingegnere, e vieni a letto! A-D-E-S-S-O!”




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:33 )
 

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