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Mario Fatibene - presenza PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Lunedì 25 Luglio 2011 16:49

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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PRESENZA

di Mario Fatibene
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 29 giugno 2003



“Se le porte della percezione
fossero sgomberate, ogni cosa
apparirebbe com’è: infinita.”

W. Blake



Gli piacevano i bar un po’ squallidi.
Meglio ancora se il bar era uno di quelli dei distributori di benzina.
Alfredo si trovava in uno di quei bar. Erano le sette del mattino. L’odore del caffè e il vento fresco della primavera lo inebriavano.
I tir e le auto che si inseguivano sulla strada facevano vibrare i vetri.
Il rombo dei motori svaniva lungo la strada che portava verso le montagne,
Aveva scelto una buona giornata.
Sentiva i motori nella pancia.
Vedeva i vetri vibrare in migliaia di scaglie luminose.
Le vibrazioni le sentiva sul manico della tazza, nel caffè che stava mandando giù.
- Un altro caffè? -
La barista si chinò verso di lui. Sembrava che lo invitasse a strizzarle i seni. Camicetta rossa, reggiseno nero. Alfredo si perse per un po’ negli occhi della giovane.
- Sì, ancora uno -

Tutto si espandeva, da quando aveva iniziato gli esercizi stava diventando un sommellier della vita.
A sorsi. Ogni attimo. Esteso. Intenso. Il succo delle percezioni e delle sensazioni attraverso il corpo.
Guardò la cameriera che si era voltata, la gonna blu, i tacchi a spillo.
Sentì una lenta, sfrontata erezione.
Fu inondato da un impercettibile strato di sudore, di eccitazione, una patina di piacere scintillante.
La sensuosità del mondo.

Gli esercizi si facevano all’inizio durante il risveglio e durante i sogni guidati. Poi in ogni istante.
Quelli durante il risveglio si chiamavano “assistere alla creazione”.
Nella notte, durante il sonno profondo, la coscienza scompariva, ridotta al minimo, niente corpo, niente vita, niente realtà, la coscienza ridotta a una pallina metallica, dura come l’invidia.
Sonno, sogno, veglia.
Attraversava continuamente questi tre stati, ognuno di questi governato da pulsazioni diverse.
Da quelle impercettibili, minerali, alle veloci pulsazioni del cuore e al misterioso ritmo del respiro, che, secondo Alfredo, aveva a che fare con il mare.
Al risveglio la coscienza si estendeva a tutto il corpo, una nascita in un mondo ignoto.
L’attenzione veniva prima degli oggetti, prima dei nomi. Percepiva. Un oggetto, nuovo, poi lo riconosceva, interveniva la memoria.
Ma persino la memoria era nuova.
Toccandosi, ecco il corpo. Ruotando il capo, ecco una panoramica completa della stanza. Poteva indugiare.
La percezione della casa, della città, del mondo, poi lo scorrere del tempo.
Eccolo nuovamente nel suo corpo, nell’identità assegnatagli, nel gioco del mondo.
Gli veniva da ridere, a volte.
Come un pazzo.

Il gusto di essere lo aveva preso. Niente lo poteva annoiare, niente lo poteva impaurire. Quel compagno illusorio, che era il corpo, gli era simpatico, un favoloso meccanismo.
Che godimento.

Decise di prendere un altro caffè. Sentì il corpo protestare. Guardò di nuovo la cameriera e fu inondato di nuovo dalla sensualità del mondo. Eccitandosi si stava calmando.

Affioravano immagini. Lui piccolissimo vedeva la bocca di sua madre muoversi, emanare suoni. Quando la bocca diceva “Alfredo” due occhi lo guardavano aspettandosi qualcosa. Così si era abituato e così si era dimenticato. Di essere qualcosa d’altro.

Lui si definiva un “constatatore”. Osservava, osservava. Constatava senza appiccicare nomi. Altrimenti sarebbe stato come bere l’acqua con l’etichetta.

Gli esercizi consistevano più che altro nel togliere ostacoli alla percezione. Nell’essere presente. Meno occlusioni, più percezione, più presenza. Facile a dirsi. Si rendeva conto di vivere in un mondo di ciechi corazzati. Ne soffriva.

Aveva già preparato tutto. Si sedette sotto l’albero. La pistola era saldamente ancorata al tubo piantato nel terreno. Lui nella giusta posizione, la pistola con la giusta inclinazione. La canna della pistola puntava dritta alla fronte di Alfredo. C’era un solo colpo in canna.
Tirò la cordicella. Un sussulto oscurò le porte della percezione. Il clic, lo inondò come un suono scaturito dalla terra, Alfredo era l’albero, la pistola, il vento. Ancora tre prove. Niente sussulti, niente occlusioni.
Il prossimo sarebbe stato il colpo buono. Tenne gli occhi bene aperti. Il colpo partì, preciso, micidiale. Nessun sussulto. Nessuna occlusione. Presenza.




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:34 )
 

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