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Franco Pariante - profumo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Lunedì 25 Luglio 2011 16:13

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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PROFUMO

di Franco Pariante
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 29 giugno 2003




No, non è vero che l'ho dimenticata... Credetemi.
Mancava già da molto tempo, ormai, un interminabile intervallo durante il quale la routine aveva preso il sopravvento, un periodo di oblio che aveva assopito ogni sensazione e ogni percezione di Lei. Ammetto di aver camminato a lungo senza che mi sfiorasse minimamente il suo ricordo, senza che le giornate portassero traccia, seppur minima, di quello che un tempo era stato il più grande dono che l'universo potesse farmi, ma nessuno mi aveva aiutato a capire, a elaborare consapevolmente quello che era accaduto, niente di quello che mi circondava era stato capace di rievocare lo splendore che avevo assaporato, così tutto era passato nel caldo e ovattato abbraccio della memoria, era stato lentamente e inesorabilmente confinato nell'effimero mondo di quei sogni che al mattino ti lasciano solo una vaga sensazione di inspiegabile felicità...
I primi segnali del suo imminente ritorno mi avevano colto del tutto impreparato.
Furono, stranamente, i profumi della campagna, per primi, a turbarmi, a disseppellire quel senso di nostalgia per Lei, di inadeguatezza, di insoddisfazione latente.
Stavo attraversando la serie di piccoli borghi che costella i dintorni della mia città natale per raggiungere un affare importante, comodamente adagiato nei morbidi sedili dell'auto e completamente incurante del paesaggio che sfrecciava ai margini del campo visivo... Ah, la mia auto! Una delle pillole di felicità che mi ero faticosamente concesso. Una rombante decapottabile rossa, frutto dell'ultimo accordo con quei rapaci aguzzini che mascheravano i loro loschi traffici dietro la bandiera della solidarietà e cooperazione allo sviluppo sociale dei paesi cosiddetti "svantaggiati".
La coscienza era stata adeguatamente coccolata dalla soave sonorità dello scarico, dalle forme sinuose dell'abitacolo discretamente contrapposte alla scintillante spigolosità dell'aggressiva silhouette e lo spazio per gli scrupoli completamente occupato da una graziosa villa dall'azzardata architettura che avevo fatto costruire nella cornice fantastica di uno dei più begli scorci del paesaggio della riviera, ovviamente dopo aver abbondantemente unto gli ingranaggi della lenta e noiosa macchina burocratica del ministero dei beni ambientali.
Ero arrivato. Felice? I contatti, le amicizie importanti, i continui viaggi intorno al mondo all'inseguimento degli affari, le femmine che fugacemente e distrattamente incontravo, mi avevano distolto dal pensiero... di Lei.
L'accesso all'antico maniero era ostruito da macerie d'ogni genere e attraverso quel caos di oggetti e rimasugli di un antico splendore, riuscii a malapena a scorgere l'acida e ostica vegliarda, ultimo baluardo che ancora si frapponeva tra me e l'ennesimo discutibile e facile guadagno, che armeggiava con gli arnesi della serra, giù in fondo alla corte interna.
Non avevo nessuna voglia di inzaccherarmi il costoso abito che indossavo, ma era troppo importante convincere la vecchia a sloggiare, così mi rassegnai all'arrampicata. L'atmosfera era bizzarra; durante lo sforzo per superare lo sbarramento i suoni e le immagini dei particolari che incontravo si sovrapponevano e riecheggiavano a lungo, formando una sinfonia che come filo conduttore aveva i profumi e gli effluvi che arrivavano dalla baracca rattoppata che un tempo doveva essere stata una maestosa serra, e che la signora continuava a curare al meglio delle sue possibilità.
Quello che mi stupiva e mi stordiva era la natura di quelle fragranze...
Aggrappandomi ai rottami di un cavallo a dondolo venivo letteralmente investito dal dolce profumo del bambino che innocentemente ci si era divertito, il frammento di uno specchio mi rimandava il misto di sensualità e ingenuità della giovinetta che l'aveva utilizzato per sperimentare la propria femminilità: la cornice del ritratto di un gentiluomo d'altri tempi emanava l'aspro odore delle lacrime che la sua amata aveva versato sulla sua tomba...
D'un tratto il sangue prese a pulsarmi impetuosamente nelle tempie, quel turbine di immagini, profumi, sensazioni mi travolse e mi ritrovai a carambolare rumorosamente oltre lo sbarramento; confuso, amareggiato, in quegli interminabili attimi che sentivo mi avrebbero portato ad incontrarLa ancora, persi i sensi con gli occhi accusatori dell'orribile vecchia come ultima visione.
Non ho idea di quanto tempo abbia trascorso in quello stato, ma fu Lei a risvegliarmi...
Lei, col profumo del mio primo respiro, del primo incontro col mondo, il profumo di mia madre, delle mie strade di bambino, una notte stellata, l'abbraccio di un amico riconoscente, una foglia d'autunno, il primo bacio, l'amore...
Mi ridestai nella serra, circondato dai meravigliosi fiori che la vita mi aveva offerto e che io, ottuso, non avevo saputo cogliere. La dolce nonnina doveva avermi portato lì. La ringraziai con uno sguardo. Nessuno l'avrebbe cacciata. Mai. E io avrei continuato il suo lavoro. E dopo di me altri e altri ancora avrebbero avuto cura che il profumo di Lei, il grandioso profumo della vita, non venisse soffocato dal grigio vuoto delle false emozioni.


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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:35 )
 

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