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Antonella Filippi - aquila su nuvole-stagioni PDF Stampa E-mail
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Lunedì 25 Luglio 2011 16:06

 

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AQUILA SU NUVOLE - STAGIONI

di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 29 giugno 2003




Capitolo I
Aquila-su-nuvole


Aquila-su-nuvole nacque quando sua madre non si sarebbe più aspettata di vedere il ventre gonfiarsi, se non per le occasionali bevute di kumiss rituale, insieme al clan delle donne, o in quelle, più rare, in cui lo sciamano radunava la tribù per affrontare uno spirito che insidiava i raccolti o un demone che inquinava le acque del fiume.

Quando sua madre si rese conto che la Dea del suo clan era entrata in lei, era il mese del Risveglio, quello che segna l’inizio della stagione dell’Aquila, in cui spuntano le foglie nuove sugli alberi e la voce dell’acqua, non più imprigionata dal ghiaccio, riprende il canto interrotto.

Una notte sua madre si era avvicinata alla riva del fiume, illuminato dalla prima luna, e aveva pregato affinché la Dea le desse finalmente un “figlio delle stagioni”, in grado di cantare la memoria della sua gente e di condurla, con i canti appresi in sogno, a nuovi luoghi di caccia e a nuovi accampamenti.

I
figli avuti in precedenza se n’erano andati ormai da tempo, nuovi clan erano nati, si erano arricchiti di esperienza, avevano solcato la terra con i passi e gli aratri, intrecciando la loro ombra a quella di nuvole lontane.

La luce della luna disegnava parole sulla superficie del fiume, ma, pur essendo figlia di una guaritrice, non capiva quella lingua antica.

Allora aveva chiuso gli occhi, chiedendo al suo animale-totem di portarla a incontrare quello della vita che cresceva in lei e aveva visto, in quei riflessi, un aquila librarsi sopra una nuvola, entrambe spinte in voli tracciati dal vento.

Subito aveva compreso che sarebbe nata una bambina, che sarebbe stata in grado di vedere ciò che altri non avrebbero potuto condividere, anche se alla fine il vento l’avrebbe condotta a scelte dannose per sé e il suo clan.

Una volta nata, perciò, per salvarla da questo destino, avrebbe dovuto chiuderle una palpebra, accecando l’occhio, in modo da permetterle di guardare contemporaneamente fuori e dentro di sé, equilibrando la fierezza e l’ira selvaggia che l’avrebbero trascinata e la profonda comprensione dei segni con cui gli antenati e gli Dei avevano disegnato il mondo.

Nel cielo si stava alzando la seconda luna, lenta, accompagnata dal gracidio delle rane.

Un gufo aveva lanciato il suo richiamo e la donna aveva fatto il segno del serpente, per onorare lo spirito e ringraziare del nome affidato alle sue cure, di quella figlia del sonno e della notte.

Vedeva le due lune sorpassarsi nel cielo e ricordava le parole che la madre di sua madre le aveva detto: “La paura bussa alla porta, la fiducia la apre e non c’è nessuno”.

Oltrepassò le ombre degli alberi e si sedette nel centro del cerchio di pietre dei riti, a piangere la sua paura e la sua sofferenza, oscillando tra la speranza che si trattasse di una visione illusoria e la certezza di aver compreso i segni, odiandosi improvvisamente per aver espresso un desiderio che l’avrebbe obbligata a scegliere tra il bene del suo clan e la vita di sua figlia.

La luce delle stelle, apparentemente ormeggiate nel cielo in un riposo sicuro, oscillava come se il cielo stesso fosse un oceano in cui quelle onde luminose si muovevano per andare a incontrare rive sconosciute.

Era una risacca silenziosa, ma le parve di udire una voce, un sussurro, che le diceva di lasciar vivere quella bambina e ne ripeteva il nome: “Aquila-su-nuvole”.




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:35 )
 

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