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Pietro Tartamella - i confini PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 31 Luglio 2011 15:40

 

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I CONFINI

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 novembre 2003




Era un muretto fatto con pietre e pietruzze di campo. Sassi raccolti nelle vigne, lungo gli scoscesi costoni delle montagne, lungo l’arco delle molte vite dei loro avi e della loro vita stessa.
Fin da quando erano bambini, con le croste sulle ginocchia e le caccole agli occhi, avevano cominciato a continuare quel muretto serpeggiante iniziato dai loro antenati…
Un piccolo muro, alto 25 centimetri.
Dire che segnava una proprietà non è esatto.
Correva, il muretto, lungo i prati, i campi di grano e mais.
Girava intorno al villaggio. Si inoltrava nella pineta, poi saliva sino al bosco di querce e ancora più su, sino alla foresta di castagni. Valicava le cime delle montagne. Ridiscendeva sino al mare costeggiando la spiaggia. Le onde vi s’infrangevano con uno spolverio di schiuma.
Era lungo poco meno di tremila chilometri.
Una sorta di muraglietta cinese che si perdeva all’orizzonte come un treno.
A volte, lungo la spiaggia, i gabbiani vi si posavano sopra, bianchi sul grigio delle pietre macchiate di cozze nere e alghe. Così numerosi che parevano un esercito di angeli pronti a emigrare. Le cozze sembravano bubboni e il muro, in quel tratto, una creatura ammalata.
Avevano cominciato i loro avi.
Per generazioni avevano messo una pietra sull’altra. Avevano viaggiato sino all’estremità del mondo senza nemmeno accorgersene. Sempre a piedi. La sera tornando a casa con le mani sporche. Si lasciavano cadere a peso morto sulle sedie sfondate, mezza cupola di culo che spuntava oltre il buco di paglia della sedia rotta. Pantaloni grezzi coperti di fango e salsedine odoravano di vento e notte fonda. Di fronte al fuoco col formaggio nel pane.
Era un muretto troppo basso per segnare il confine di una proprietà. Gli uomini potevano scavalcarlo. Alle bestie bastava un saltello per essere dall’altra parte. Lucertole, ragni, fichi d’india, anche loro, senza nessuna difficoltà, lo valicavano. Non era dunque un muro per chiudere.
Le stelle che guardavano dall’alto cercavano di capire che cosa quel muro dividesse. Cosa c’era da un lato? E cosa dall’altro lato? Era un confine?
Non riuscivano a raccapezzarsi. E continuavano a brillare lassù.
I fili d’erba e le spighe, che vedevano il muro farsi avanti in mezzo ai loro respiri, strisciare tra i loro anfratti umidi, si chiedevano anche loro il perché di tutta quella serpenteria di pietra che avanzava. Con l’immaginazione le erbe e le spighe provarono a proiettare nel cielo il lungo segno del muro, per vedere se per caso non segnasse un confine lassù, se non delimitasse o dividesse qualcosa che fosse nel cielo e non sulla terra. Ma le costellazioni e i pianeti e le lune non sembravano assumere nessun significato particolare con il muro virtuale che passava fra loro.
Tutto il villaggio, con tutte le famiglie al completo, continuava ogni giorno a mettere pietre su pietre.  E il muretto si allungava. Basso, ma sempre più lungo.
La prossima generazione avrebbe raggiunto i seimila chilometri.
Lavoravano senza sapere esattamente perché. Più forte di loro era il richiamo a cercare nei campi i sassi per metterli uno su l’altro, a secco, senza né malta né cemento, che bastava una tempesta a rivoltarlo.
Non era un confine, non era un muro di difesa, non delimitava una proprietà, non era una barriera antivento. Che cos’era quel muro?
Se lo chiedevano le stelle e i fili d’erba stupiti. Ma come d’abitudine se ne stavano, senza fretta, a guardare. A guardare anche le ossa dei morti che col passare degli anni le famiglie seppellivano nel muro. Una tomba dunque?
No, non può essere, non esiste un morto di tale lunghezza. Però esistono milioni di morti, lunghi un metro e mezzo. In tremila chilometri ce ne stanno un cimitero.
Forse l’intento era quello di costruire un luogo di pietra e vento e cozze a secco per proteggere e conservare la memoria dei loro defunti?
Un giorno, all’inizio della primavera, la meraviglia fu tale che la si poteva vedere salire al cielo come il fischio di un vaporetto.
Rimasero a lungo a guardarsi negli occhi, chiedendosi l’un l’altro che cosa fosse… Che cosa fosse quel muretto di pietra che… che incrociava il loro muretto! Alto venticinque centimetri! Un muretto straniero intersecava le loro pietre! Smisero di lavorare e cominciarono a esplorare a ritroso fin dove giungesse quel muro…
Era davvero un muro eterno. Migliaia di chilometri senza fine. Passava persino in mezzo alle paludi, alle canne, agli acquitrini. Arrivava in luoghi bianchi che mai avevano visto così bianchi. Dove la neve racchiudeva bolle di silenzio tra i suoi fiocchi. Il muretto entrava in grotte profonde e buie dove stalattiti crescenti definitivamente lo inchiodavano a terra in una morsa.
Quando tornarono non erano più loro.
Furono i loro figli a tornare, tanto lungo fu il viaggio in giorni e anni e miglia.
E furono questi figli a restare attoniti sulla porta un giorno.
Dal loro comignolo usciva un filo di fumo volteggiando odore di selvaggina. Accadde proprio in mezzo all’ora del pranzo. Udirono all’improvviso un vociare confuso provenire dai loro campi. Si affacciarono sulla porta. Centinaia di uomini camminavano a fianco del loro muretto. Mai visto tanti uomini insieme. Mai avevano visto uomini così diversi da loro. Venivano chissà da quale lontananza.
Erano arrivati fin lì seguendo il muretto che loro avevano costruito.
Si guardarono senza molto parlare, ché i suoni che dalle loro bocche uscivano erano strambi davvero.
Gli stranieri accettarono una brocca d’acqua che si passarono.
Vollero senza indugio continuare il viaggio lungo il muro, per giungere sino ai boschi di querce e ai castagni e poi, al di là delle vette, scendere al mare dei gabbiani. Ritenevano più affascinante conoscere il sentiero del muro, camminarvi a fianco, scavalcare le ossa dei morti che spuntavano dagli interstizi tra le pietre, che non bere altra acqua.
Sparirono in processione inghiottiti dalle curve del muro.
Un giorno giunsero altri uomini che costruivano un muro anche loro. Offerta d’acqua ancora, dall’orcio di creta. Un’altra intersecazione entrava nel loro muro.
I campi si facevano sempre più puliti, gli aratri scivolavano nelle zolle senza intoppi. Verso metà novembre, a ridosso della commemorazione dei defunti, all’unanimità decisero tutti di abbandonare di nuovo il villaggio, per andare a esplorare i muri che avevano visto proliferare. Camminare paralleli alle pietre degli stranieri.
Si allontanarono di nuovo per migliaia di chilometri tornando dopo molti anni e quando tornarono non erano più loro. Furono i figli dei loro figli a tornare.
In tutto quel mare di anni e di tempo i muretti di pietra si erano moltiplicati all’infinito. Le stelle ora potevano vedere dall’alto la terra tutta solcata da mille muri, linee che incrociandosi formavano quadrati e triangoli e forme di Euclide.
E i fili d’erba, provando a proiettare nello spazio infinito del cielo tutta quella rete di muri, vedevano che l’intreccio era più simile al labirinto che al confine.
E accadde che tutti i villaggi, ora incuriositi da quell’andare e venire di sentieri in tutte le contrade, si misero in marcia per visitarli e scoprirne il senso e il perché.
E viaggiavano per anni e anni.
Non erano confini.
Una sorta di labirinto dunque, entro cui perdersi?
La gente finì per disertare tutti i triangoli e i quadrati e i fazzoletti di terra delimitati dai muri, e cominciò a vivere, ad abitare, a muoversi, sempre lungo i muri pieni di ossa, come se la loro stessa vita fosse un labirinto. Ognuno per la sua strada. Cercando forse di uscirne?
Non erano confini, è vero.
Era un labirinto che li avvolgeva.
Forse gli spazi apertisi tra muro e muro erano il confine.
Nessuno seppe mai il perché di tanto costruire.
Le lucertole, i ragni, i fichi d’india, continuarono a valicarli.
Le stelle guardavano la gente in viaggio.
Le erbe ricrescevano ogni anno.







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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:36 )
 

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