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Patrizia Gentile - assassinio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Lunedì 25 Luglio 2011 15:36

 

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ASSASSINIO

di Patrizia Gentile
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 novembre 2003




La prima cosa che mi viene in mente da scrivere è proprio vero che “chi tardi arriva male alloggia” perché su tutto avrei voluto scrivere, ma non su qualcosa che si possa riferire “ai gialli o alle storie legate al mondo poliziesco”.
Io, che sono una persona legata ai romanzi d’amore e alle poesie che parlano di ricordi, del passato, insomma alle storie spesso “strappalacrime”, mi trovo in grande difficoltà nell’affrontare questo argomento.
Ma non è detto che parlare di assassini sia legato strettamente a quelle persone che in una notte buia e fredda, impugnano un’arma ed entrano nella doccia di qualcuno, sicuramente non per far loro una bella sorpresa.
Io credo che si possa parlare di assassini anche quando non c’è un’arma, non ci sono cadaveri, ma viene ucciso comunque qualcosa che è dentro di noi, che fa parte del nostro essere, della nostra vita.
E subito mi viene in mente un nome e una persona: Margherita.
Margherita, una bella bambina come tante, amata e amata dalla sua famiglia, amante degli animali, dalla formica alla giraffa.
Margherita timida dall’occhio lucido seduta nei banchi di scuola, Margherita timida e introversa con quel caratterino non tanto facile, perché fin da piccola sembrava “arrabbiata con il mondo intero”; Margherita che in montagna aveva costruito una casetta di legno tra due grandi alberi, che era diventata “il suo rifugio segreto”.
Poi a sette anni, così all’improvviso, tutto il suo mondo fatto di coccole, peluche e camicette ricamate è crollato.
Questa innocente bambina ha incontrato tra le mura domestiche l’assassino che le avrebbe per molto tempo rovinato la vita e le avrebbe fatto avere una visione distorta e sporca di quello che in realtà è il mondo.
Con un tranello è finita “nella trappola” dell’uomo grande e cattivo, che per lei era di famiglia e che quindi l’ha tradita due volte. Da quel momento, l’angoscia e la gioia, perché avrebbe potuto succedere il peggio, perché spesso gli assassini fanno in modo che la loro vittima taccia per sempre e poi la paura di tutto e di tutti, la ripugnanza di ogni contatto fisico, anche di una carezza.
La famiglia che fino a quel momento credeva luogo di protezione e amore, non era stata capace di impedire quello che poi era accaduto.
E purtroppo non c’erano testimoni, c’era solamente un uomo grande e una piccola bambina in una squallida stanza.
Poi lentamente, quando il tempo sembrava potesse ricucire le ferite più profonde, ecco i primi malori, le corse di notte all’ospedale, le crisi che nessuno riusciva a spiegare. E poi ancora tutte le analisi più approfondite, giorni e giorni in attesa di un verdetto che spiegasse il perché di quei malori improvvisi.
Ma non c’è stato nessun verdetto, il malessere di Margherita non era qualcosa di fisiologico, ma era ed è un male della mente, qualcosa di difficile da curare anche perché non esiste una cura per cancellare i ricordi.
Anche oggi, che sono trascorsi più di dieci anni da quel giorno, il rapporto con gli altri per Margherita è sempre un rapporto di aggressività per non essere nuovamente aggredita, di spregiudicatezza per nascondere sensibilità, tenerezza, di intolleranza verso tutte le forme di violenza e di ingiustizia che vede o che sente attorno a lei.
Medici, psicologi, neurologi in questi anni l’hanno certamente aiutata, a volte con i farmaci, altre volte con l’analisi, tuttavia le sue crisi non vogliono passare.
Ogni tanto “l’assassino” ritorna davanti ai suoi occhi, in quegli occhi da cerbiatta smarrita, dove ha lasciato un segno indelebile.
Mi chiedo spesso che cosa induca una persona a compiere atti di questo genere, ma non riesco a darmi una risposta convincente.
E mi chiedo anche che cosa possiamo fare noi genitori, insegnanti, educatori, persone sane di mente per evitare che certe cose accadano.
È questo un “giallo”, un mistero, un universo disgustoso e peccaminoso che colpisce anche i bambini, le creature più delicate e deboli.
Per me che da una vita, giornalmente mi occupo di bambini, che mi arrivano sdentati e pieni di fiocchetti rosa nei capelli per diventare poi splendidi adolescenti, la rabbia è grande, perché vorrei proteggerli tutti.
E la rabbia diventa ancora più grande, quando penso a quella persona “l’assassino dell’infanzia” che circola tranquillamente cercando forse qualche altra vittima, magari nei cortili della scuola.
Non so che cosa riservi il futuro per Margherita, ma non so se un giorno incontrando un uomo in grado di darle tanto amore e protezione e tenerezza, possa dimenticare quello che le è accaduto.
Io le auguro con tutto il cuore che la vita riservi per lei tutto il meglio, per ripagarla di tanti anni vissuti nella vergogna, nella sofferenza, quella sofferenza più intima perché legata all’amore, alla famiglia, alla chiarezza e alla sincerità.
A me ora, pensando a lei, basta tenere sempre a portata di mano qualche zolletta di zucchero, alcune gocce di valeriana, una camomilla calda e ricordarla felice in un grande prato verde, in montagna, mentre sta cercando i grilli, in un soleggiato pomeriggio d’estate.






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:38 )
 

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