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Osvaldo Gaiotto - autenticità PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 18 Settembre 2011 15:32

 

scritturaliafoto

Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA


LEGGI I RACCONTI DI SCRITTURALIA



possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

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Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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AUTENTICITÀ

di Osvaldo Gaiotto
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 novembre 2003




- Cucù, Cucù - Max si svegliò di soprassalto.
Il canto del cucù gli ricordava l’infanzia.
Di fronte a sé un enorme poster (10 metri per 4) lo faceva sentire nella foresta amazzonica, anche se non c’era mai stato. Ne sentiva anche l’odore, umido fradicio, di foglie marcescenti. Era orgoglioso di quel “diffusore di profumi” che si era costruito con le proprie mani e il proprio ingegno.
- Cucù, cucù - riprese a fare il cucù.
- Basta! - gridò Max. Sapeva bene che il suo cucù non si sarebbe quietato fintanto che gli avesse gridato - Ho capito, mi alzo! - ma faceva parte del gioco, per rendere meno traumatico il suo risveglio.
La macchinetta del caffè la preparava la sera prima: amava miscelarsi da solo i vari cereali: orzo, avena… per ottenere quel gusto di caffè che nessun surrogato “pronto” era capace di fargli provare. Prima di sorseggiare quel delizioso surrogato amava attivare, grazie al suo fantastico “diffusore di profumi”, quella fresca essenza di pino che lo trasportava in un bosco di cembri, atmosfera ideale per dare un’occhiata alle sue e-mail, prima di recarsi al lavoro.
Aspettava con ansia una risposta da Milly. L’aveva conosciuta in una chat line. Non l’aveva mai vista, ma l’immaginava affascinante… - Ah, Milly! Vorrei non incontrarti mai… - pensava, spaventato dallo scoprirla vera, con le sue debolezze, i suoi  tic, le sue storie d’amore passate…
- Non ci sono e-mail - mormorò deluso.
Prese il suo cappotto ri-go-ro-sa-men-te in pelle sintetica, era un animalista convinto, tuttavia amava la pelle, inforcò gli occhiali scuri (la luce lo infastidiva e gli occhiali con il riflesso azzurro gli davano un così piacevole senso di pace), scese le scale del modesto palazzo in cui viveva che contrastava invece con il lusso e l’estrema cura dei dettagli del suo appartamento, in cui ben pochi erano stati. All’ingresso il portiere lo salutò, quasi senza vederlo.
La sua sfavillante Maserati color seppia lo aspettava. Aveva scelto il colore seppia perché non apprezzava quel grigio metallizzato, quel color pentola… dunque il seppia: elegante, discreto, adatto a tutte le occasioni e a uno come lui che non amava ostentare troppo la sua ricchezza, ma soprattutto il suo potere. Ne era davvero orgoglioso, un gioiello: portiere che si aprivano esclusivamente con il timbro della sua voce, come la grotta di Ali Baba, motore che si ravviava a un  semplice “vai”, sedili in rigorosa, ma lussuosa finta pelle, profumo sempre di fresco…
Era single. Preferiva sentirsi libero. Il matrimonio, o una qualsiasi unione duratura, temeva potesse privarlo di quella sensazione di autenticità dei rapporti che invece le chat line gli davano. Certo. Era un mordi e fuggi, ma questo gli bastava. Amava o almeno così credeva, i rapporti brevi e, affermava, intensi.
E così aveva conosciuto e mollato, almeno credeva, Molly, Patty, Titsy, Giusy, Pritzy…
Ora non voleva che questo accadesse con Milly, perciò non la voleva incontrare né conoscere.
- Ma come mai hanno nomi così strani quelle che incontro? -  si domandava. D’altronde erano così gentili, e di poche pretese... qualche manciata di dollari bastava per accontentarle; il frigo bar della sua Maserati, ove spesso le incontrava, era incredibilmente fornito, dal whisky al succo d’arancia!
Finalmente arrivato!
Il portiere della sua azienda, lo salutò con - Buona giornata, dottore! La vedo bene, oggi! -
Mario, italo americano, conosceva Max da sempre. Ne riconosceva gli umori e le debolezze. Quando lo vedeva senza cappello, sapeva che la frase giusta era proprio - Buona giornata, dottore! La vedo bene, oggi! -
Max gli rispondeva con un sorriso appena abbozzato.
Dal garage del palazzo della ditta, saliva direttamente al 84esimo piano.
- DIN - la porta si apriva.
Mary lo accoglieva con un sorriso smagliante, mostrando tutti i suoi 36 denti, nel loro magico splendore. Quante ore di apparecchio per ottenere quella magnifica dentatura. Sua madre aveva pensato a ben altro, - ma essere di staff al direttore generale non era affatto male - rifletteva Mary, tutta tronfia.
Mary preparava il caffè con la magica formula voluta dal suo direttore, i giornali, l’agenda, il divanetto assettato, i tulipani finti… profumati di giornata. Max non sopportava l’idea dei fiori recisi, del loro profumo che pian piano si spegneva, l’odore di acqua marcia che rimaneva nel vaso che li ospitava… meglio un tulipano o una rosa finta, di qualità s’intende, e poi una spruzzata di profumo, diverso per ogni stanza.
Max era ossessionato dai profumi e Mary, la segretaria, lo sapeva! Perciò procurava che l’immensa sala in mogano dove il CdA si riuniva odorasse sempre di cuoio. Il bagno, igienista com’era, doveva profumare sempre di alcool e lavanda e Mary, straordinariamente efficiente, glielo faceva trovare sempre perfettamente lindo.
In ditta si prestava attenzione a differenziare l’estate dall’inverno, odore di legna fresca nei locali d’inverno e profumo di pesca d’estate.
L’attenzione maniacale per i dettagli lo aveva portato a occuparsi personalmente dell’abbigliamento dei suoi dipendenti, anzi dei suoi “collaboratori”.
Le segretarie si abbigliavano di rosso, in tutte le sue sfumature, dal granato per le “executive” al rosa pallido per quelle destinate agli incontri in salottino. In realtà il rosa pallido era indossato giornalmente da una sola ragazza che, qualora le circostanze l’avessero reso possibile, avrebbe eventualmente incontrato Max nel salottino.
Gli addetti alle relazioni esterne erano invece in blu scuro, con cravatta rosso bordeaux, per non dar l’immagine di curar troppo l’immagine.
Gli Informatici portavano tute gialle per essere più scattanti e reattivi a ogni attacco di virus.
La sala del call center e i relativi operatori e operatrici erano rigorosamente in grigio uniforme, pareti e uniformi; solo il segnale rosso che appariva di tanto in tanto sul monitor a ogni chiamata esterna, spezzava la mono-tonia di quella sala.
L’intero palazzo, ognuno degli uffici di quegli 84 piani si distingueva per lo stile anonimo o speciale che fosse.
Ogni tanto, qua e là, al primo, come all’84° piano, appariva qualcuno vestito casualmente in jeans, o in altra foggia. Di tanto in tanto si potevano persino incontrare donne preganti in gravidanza.
Chi, ignaro di tale organizzazione, fosse per caso entrato in quegli uffici, avrebbe provato l’impulso di uscirne immediatamente, oppure ne sarebbe stato mortalmente attratto, anche per via dei quadri.
I quadri...
Ce n’erano dappertutto, di quadri, di artisti diversi, ma in particolare di Ligabue. Max era amante dell’arte, ma temeva la caducità delle cose comuni. Perciò preferiva ai dipinti originali, pur potendone acquistare un numero qualsiasi, riproduzioni, copie perfette di autori sconosciuti. Aumentava così il suo distacco dalle opere; poteva accecarle di luce, senza temere di rovinarne i sacri pigmenti.
Ligabue gli piaceva, ma anche Dalì. Non aveva capito i suoi orologi che si scioglievano. Lo inquietava l’idea di un tempo che si scioglieva. Coerentemente con la sua visione della vita non amava le sculture: la pittura in qualche misura gli consentiva di astrarre, la scultura no.
Voleva farsi toccare, la scultura, avvicinare… Le forme lo tentavano e Max non se lo voleva permettere.
Curava molto i rapporti personali, Max. Considerava ognuno una persona con la P maiuscola; tutti collaboratori, tutti responsabili, nessun capo, Aveva riflettuto sul considerarli persino amici, ma gli era sembrata un’eccessiva forzatura…
- In effetti, gli amici sono un’altra cosa - pensò.
Ma ne aveva? Da quanto tempo non ne vedeva più uno? Doveva proprio chiamarli, stasera. Purtroppo non ne ricordava più i nomi.
- Mary dovrà prepararne  una lista... - decise.
Per coltivare lo spirito di gruppo con i collaboratori pranzava ogni giorno con uno di loro, ogni giorno con uno diverso. Si andava al ristorante preferito dal collaboratore, che per l’occasione smetteva la divisa di qualsiasi colore fosse e ritornava ai suoi indumenti quotidiani.
A volte si andava al vegetariano, a volte all’indiano, al giapponese, dove si permetteva, in quest’unico caso, di sconsigliare il sushi, per via dell’anisakis.
Max aveva trovato un suo personale menù universale; aveva scoperto che la zuppa esisteva in diverse varianti, in qualsiasi cultura e perciò la consumava sempre, in inverno.
Era davvero soddisfatto, persino felice si sarebbe potuto dire, nell’osservare quanto i suoi collaboratori apprezzavano quegli incontri ed era sinceramente dispiaciuto quando qualcuno era costretto a rinunciarvi.
A volte qualcuno mancava all’appuntamento per improrogabili impegni familiari: figli, genitori anziani… Max non pensò mai a diplomatiche scuse. Del resto gli altri si trattenevano a lungo raccontando gioie e dolori delle loro vite. Queste storie sembravano un tantino esagerate, inverosimili persino; Max sapeva bene, però, quanto la realtà spesso superasse la fantasia!
Era talmente orgoglioso di questa sua iniziativa che stava pensando anche a incontri al caminetto, ma forse era opportuno andarci piano; non voleva sciupare la genuinità dei loro rapporti con un inutile e grossolano intervento nella privatezza dei suoi collaboratori.
- Chiederò consiglio a Mary - pensò soddisfatto.
L’avrebbe rivista di lì a un’ora nel salottino rosa pallido, prima dell’eventuale incontro con la ragazza “rosa” del giorno.
Intendiamoci! Questi incontri erano per lui importanti, pieni di essenze aromatiche, fatti di un reciproco annusarsi, ma sempre estremamente professionali. Per Max, questo settore, quello rosa, era fondamentale! Spesso questi incontri richiedevano una revisione, oppure si doveva provare con qualche altra ragazza; Max ne usciva sempre stanchissimo.
Il pomeriggio proseguiva con varie riunioni tecniche: discussione di  nuovi prodotti da lanciare sul mercato e che Max personalmente voleva provare. Di solito i test più impegnativi li svolgeva a casa, in solitudine e tranquillità, e forniva l’OK definitivo il giorno dopo al CdA.
Raccoglieva pacchettini e boccettine, li riponeva con attenzione nella sua borsa in lussuosa ed esclusiva finta pelle, dotata di mille scomparti, e infine si preparava a uscire: un salutino al call center, una pacca sulle spalle ai ragazzi del CED, un pudico bacetto sulle guance delle più fidate collaboratrici e via…
- DIN! - …ascensore… 84,83…50,49… 27,26… 10,9…  3,2,1,0, -1…
- DIN!- garage.
- Buona serata! - lo salutò il portiere, aggiungendo, dopo aver dato un’occhiata al borsone gonfio - e non lavori troppo! -
Via sulla fiammante Maserati, color seppia. Era davvero felice di come era stato capace di creare quest’azienda! Il tasso di suicidi, molto basso anche rispetto ai paesi scandinavi, era di soli uno su 100 per anno, di solito tra gli addetti al CED e questo lo angustiava. - Il giallo - pensò - forse troppo giallo, favorisce l’attività, ma alimenta anche la pazzia… -  Per questo non aveva neanche un quadro di Van Gogh.
Il turn over era, invero, molto basso e questo, se da un lato indicava affezione nei collaboratori, dall’altro, alla lunga, poteva diventare un problema. Il suo era un mercato femminile molto giovane.
Il portiere del palazzo di periferia nel quale abitava già russava. Salì le scale.
- Sono Max! - esclamò giunto di fronte al portoncino del suo appartamento.
- Magnifica l’idea dell’apertura della porta con il riconoscitore vocale! -
Aveva sempre le mani impegnate e questa idea era davvero utile.
- Ciao Max - lo salutò una voce femminile calda e sintetica dall’interno dell’appartamento.
- Piccola, ma geniale idea per rendere più piacevole il rientro - mormorò visibilmente orgoglioso.
Fra qualche minuto, come molte sere, il take away dell’isolato vicino gli avrebbe consegnato una fumante zuppa di miso e un buon kanten alla fragola, dall’intenso e delicato profumo. Quello che più lo incuriosiva era il profumo di fragola di quel kanten, qualcosa di assolutamente ineguagliabile!
Diede un’occhiata alle e-mail.
Ce n’era una di Milly che lo invitava a una gita a Central Park. Era autunno.
- Potremmo godere dei profumi dei boschi, dei funghi, delle foglie umide, vedere gli ultimi scoiattoli alla ricerca di provviste per l’inverno… -
Decise di non accettare l’invito. Conoscerla, vederla in carne e ossa, sentirne il profumo, mescolato a quelli dell’autunno, odorare tutte quelle essenze, l’avrebbe rattristato.
Temeva di non reggere. Domattina avrebbe dovuto dare il responso sui nuovi prodotti che stasera stessa doveva provare. Lo aspettava una dura serata di lavoro. Come sempre. Per questo non usciva quasi mai. Pochissimi lo conoscevano. Pochissimi sapevano dell’esistenza della sua ditta. Riceveva ordini da tutto il mondo, ma non aveva mai fatto un solo spot di pubblicità.
I suoi profumi, le sue essenze, i suoi sapori stavano in ogni donna, in ogni cibo, ovunque ci fosse scritto aromi naturali, o meglio, artificiali.
Produceva il sapore della crosta di pane bianco, l’odore del cuoio, il sapore del pompelmo fresco, l’aroma sostitutivo di fragola, anche se su questo ancora dovevano lavorarci, i migliori profumi per donna che provava personalmente sulle sue collaboratrici negli infiniti ed estenuanti incontri nel salottino rosa.
La sua Max Flavors&Fragrances rendeva il mondo più saporito e profumato.
I profumi per le donne dell’autunno 2008 e gli aromi per i cibi OGM, diffusi a piene mani dalle multinazionali della nutrizione, non potevano attendere.
Milly e l’autunno, quello autentico di Central Park, sì.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Martedì 20 Settembre 2011 07:33 )
 

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