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Maria Emma Gillio - cravatta PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 03 Settembre 2011 15:24

 

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CRAVATTA

di Maria Emma Gillio
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 novembre 2003




Cravatta: ‘Accessorio dell’abbigliamento maschile formato da una striscia in seta o lana con lembi più o meno larghi da annodare sotto al colletto a completamento della camicia’, recita il dizionario, opera di Nicola Zingarelli al lemma corrispondente.
Ogni sera guardo il TG e, se è letto e presentato da un giornalista, i miei occhi cadono inevitabilmente sulla cravatta: a tinta unita, a tinte forti o pastello (alla Antonio Caprarica, il corrispondente Rai da Londra), a quadrettini, a pois, a piccoli rombi (alla Berlusconi per intenderci), con tulipani, con paesaggi naïf, epopee discendenti o che si sviluppano dal basso verso l’alto: le avete mai viste? Sembrano dei racconti a schema libero!
Ci sono coloro che le preferiscono a righe colorate, magari quelle che ricordano la maglia della squadra di calcio del cuore! Altri più seriosi l’abbinano con il vestito: tono su tono o in contrasto, ma rigorosamente in linea con i principi della moda chic e del bon ton. E che dire del nodo: se ne vedono di grandi e di piccoli, ma sempre di sicuro effetto che fanno pensare al tempo trascorso davanti allo specchio per confezionarlo a dovere, a meno che non sia stato riciclato quello del giorno prima e rassettato nel modo più conveniente. Un giro, due giri, passa sotto, passa sopra, tira… tutto ciò per farlo sembrare impeccabile.
Ma… a che serve tutta questa fatica se scorgi, soprattutto d’estate o durante estenuanti riunioni, dei nodi allentati che rivelano una situazione di disagio, di fatica, oppure adocchi posizioni non così ineccepibilmente diritte come richiederebbe la prassi, ma un poco sulle ventitré?
I più sportivi comperano cravatte di lana, in tinta unita oppure scozzese che ricordano gli omonimi clan, dove il kilt indossato da uomini è ben più curioso e spettacolare, ma il kilt non è argomento di oggi!
Se penso alle cravatte da cerimonia sorrido un poco, perché è il grigio a farla da padrone: grigio chiaro, grigio perla, grigio scuro, grigio cangiante… molte varianti e un solo stile. E che dire della cravatta da sera? Cravattino o papillon nero o bianco o addirittura scozzese, di seta pura o di raso.
Anche i giornalisti professionisti avevano adottato il papillon.
Ma l’elenco continua e, tralasciando volutamente quella indossata in circostanze dolorose in cui ‘gli occhi pieni di lacrime è comunque bene tenerli aperti’, come recita una pubblicità di una organizzazione torinese di pompe funebri, considero quella di appartenenza… politica.
Incomincio con la cravatta di colore verde che taluni poi, per fare il pendant, abbinano alla camicia verde. E che cosa posso dire? Forse per evitare querele è meglio guardare e ascoltare ciò che dice il suo rappresentante più bellicoso, il senatur appunto, e ognuno trarrà le proprie conclusioni.
C’è infine chi la compera di cashmere e la indossa con grande disinvoltura, ostentando tanta ricchezza, nonostante il suo legame con uno storico partito di sinistra.
Mi accorgo però che mi viene tutto più spontaneo se considero il colore rosso! E allora penso alla cravatta tipica dello storico Carnevale d’Ivrea, in cui è il rosso a farla da padrone.
Per confezionare la cravatta, rossa naturalmente, basta un pezzo molto stretto di stoffa. Certo è molto semplice: non c’è bisogno di stoffe pregiate, basta il cotone.
Non è costosa perché è sufficiente poca stoffa: si usa corta! Non bisogna cucirla, non serve neppure l’orlo, va benissimo sbrindellata, purché sprigioni allegria, come tutto il Carnevale naturalmente. Non si usa neppure il nodo classico.
Ma perché rossa? È rossa come l’amore di cui ardono gli Eporediesi  per la fervente e rituale preparazione dello storico Carnevale d’Ivrea.
Perché c’è molto rosso a Ivrea nei fatidici cinque giorni del Carnevale: dal berretto frigio d’ordinanza alle coccarde dei cavalli, ai garofani rossi, donati alla novella Violetta  dal Generale e dal Comune di Ivrea (i cui colori sono - neanche a dirlo - il rosso ed il bianco) e sistemati sul suo cocchio dorato che sfila per tre giorni lungo le vie cittadine. Sono rosse le arance che provengono dalla calda Sicilia il cui succo vermiglio invade le vie cittadine e le piazze in cui si svolge la ‘fatidica battaglia’ ed è rosso fiammeggiante il fuoco che arde sotto gli enormi pentoloni dove cuociono a lento fuoco, per una lunga notte fino all’alba, i tipici  ‘fagioli grassi’ che profumano la città.
Anche il caldo vin brûlé, rosso amaranto, effonde il suo pungente aroma per riscaldare il clima un poco rigido della nottata e il corpo degli eporediesi già ebbri di entusiasmo.
Rossa sfavillante come la girandola di colori che il sabato sera si espande in cielo mentre scoppiettano i fuochi d’artificio al passaggio dell’eroina del Carnevale: la Mugnaia.
Rossa come la fiamma che si sprigiona dal rito che segna la fine del Carnevale: l’abbruciamento dello scarlo, antenna rivestita di erica cui si appicca il fuoco nella piazza principale di ogni singolo rione.
Il dizionario è tassativo: indumento maschile, ma - dopotutto - colei che a Ivrea ha dato origine a questa storica cerimonia non indossava una cravatta, ma aveva con sé uno spadino che affondò nel corpo del locale barone tiranno che ‘rapita ad uom più caro voleva farne la sua ganza’ .
Ne uscì una cravatta più lunga che mai, una lunga striscia non in seta o lana, ma di sangue: memento homo! Memento Nicola Zingarelli!


 -  Da “Eporedia”, nome romano della città di Ivrea
 - Violetta o Mugnaia è la protagonista del Carnevale
 - Versi tratti da: La Canzone del Carnevale d’Ivrea del prof. Ferdinando Bosio






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 05 Settembre 2011 17:23 )
 

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