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Franco Pariante - restare PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Lunedì 25 Luglio 2011 14:48

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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RESTARE

di Franco Pariante
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 novembre 2003




Lascio la mia casa...
La mia terra è arida, il grano si rifiuta ormai di crescere tra le crepe del fango rappreso; nessuno ci crede più. Gli animali hanno lasciato da tempo le loro tane seguendo il miraggio della sopravvivenza ma, a parte pochi fortunati che hanno intrapreso il loro viaggio volando verso la primavera o nella solitudine di una gabbietta di plastica, tutti gli altri vagano inutilmente cercando i confini del mondo che li rifiuta...
Ho cercato di ridurre all'essenziale il bagaglio, ma questo sacco maledetto è stato un dramma: orde di camicie e di calzini che rivendicavano un posto, diatribe e conflitti tra maglie col caldo e rassicurante profumo di mia madre e calde canottiere intrise di notti di passione, scontri cruenti tra duri e instancabili scarponi memori di paesaggi alpini e scarni sandali segnati dalle sabbie di lontane estati spensierate.
Ma ormai è fatta... Zac! Un taglio netto col passato.
Sento ancora in lontananza, oltre le nubi di polvere sollevate dal vento complice a nascondere i luoghi della mia infanzia, la voce dei tanto attesi venditori ambulanti carichi di mercanzie, oggetti e delle storie fantastiche che riacquistavano vita e colore accompagnate dallo scoppiettio del fuoco nel camino dei lunghi inverni domestici.
Ho camminato a malincuore fino alla solitaria fermata delle corriere che mi aspettava lungo la statale, inciampando in un ricordo a ogni passo, imprecando contro il caldo che rendeva una fornace quella pensilina scrostata, sentendo sulle spalle tutto il peso di una vita passata a sognare cieli limpidi, boschi abitati da personaggi fiabeschi e palazzi fatati. Quell’autobus mi porterà verso il futuro, verso la felicità, pensavo, verso i grandi occhi neri della principessa che mi bacerà, verso l'acqua che fa rinascere la vita a ogni stagione, vedrò scorrere via veloce questo paesaggio incolore, fuggire indietro per essere scalzato dalla pioggia, lacrima della natura, incontrerò genti, storie e le mie storie saranno il calore del focolare, al mio ritorno.
Vedo già gli occhi dei bambini schierati ad attendermi, avidi di mondi lontani, di fantasia, dei colori colti attraverso un finestrino opaco che torneranno brillanti attraverso le mie parole.
Già, sono stanco di ascoltare il racconto di vite che vorrei fossero la mia, quell'autobus colmerà questo vuoto, renderà questa terra degna di essere calpestata, renderà verdi i campi che si estendono a perdita d'occhio, intorno a me, amiche le persone, docili gli animali.
Accendo distrattamente una sigaretta e già vedo in lontananza la sagoma scura della corriera con la sua scia di polvere rumore e speranza, che punta decisa verso di me, come mi stesse cercando per strapparmi via di qui, quasi a volermi dolorosamente salvare. La vedo correre impaziente con il suo carico di storie e di persone che non conosco, ma... è troppo presto!
Non ho ancora finito la sigaretta, non ho salutato ogni singola pietra dei dintorni e lei è già qui, sento il rombo assordante del motore, comincio a scorgere l'espressione assente dell’autista e il nome sconosciuto del paese di destinazione. Si avvicina vertiginosamente, corre verso il fallimento di una vita e l'inizio di una nuova, travolge progetti di ricostruzione e si trascina in una infinita e frenetica rincorsa a qualcosa di irraggiungibile.
Con un cenno lieve e timido, rallento l'imponente sagoma che, entrando nel mio campo visivo, si frappone tra me e tutti quelli che ho conosciuto e hanno creduto in questa terra; alla vista di campi verdi, feste e danze si sostituisce il riflesso opaco del finestrino con due grandi occhi neri che mi sorridono, pieni di speranza e fantasia...
Ma... la mia principessa... le danze... i colori, forse stanno venendo da me proprio mentre fuggo via...
Il mostro blu si ferma con uno sbuffo, si apre lentamente la portiera e quegli occhi neri, uscendo, si guardano intorno come fossimo realmente circondati dai personaggi fiabeschi che avevo sempre e solo immaginato.
Una voce roca e impaziente mi riporta bruscamente alla realtà:
“Allora, che fa, sale o no?!”
Sfioro dolcemente il braccio della mia dolce visione, quasi ad accertarmi d'esser desto e rispondo d'impeto:
”No, grazie, resto qui...”
E già una goccia di pioggia mi bagna il viso.






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:27 )
 

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