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Pietro Tartamella - buona domenica PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Lunedì 25 Luglio 2011 13:18

 

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BUONA DOMENICA

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 14 marzo 2004




Pino, il suo vicino, lo faceva di mestiere. Aveva tutti gli attrezzi.
Tutti nella borgata si rivolgevano a lui quando le cascine abbisognavano di cancelli, ringhiere, pergolati, inferriate alle finestre, attizzatoi. Pino era fabbro, meccanico, e all’occorrenza muratore, ma anche elettricista idraulico panettiere gommista sagrestano.
Gliene ordinò un paio enormi, lunghi, affilati. E taglienti soprattutto.
Senza sigaretta tra le labbra, ché nemmeno il vino beveva, Pino promise che li avrebbe fatti nel giro di una settimana.
Lo sentiva lavorare di notte con le mole che stridevano il ferro.
Immaginava lo schizzo di scintille tutte intorno ai suoi piedi come cascate d’artificio.
Il signor Campisi se ne stava seduto con i gomiti silenziosi poggiati sul tavolo cercando di leggersi dentro la fronte che stringeva con la mano. Eco di pensieri come in un libro. Il signor Campisi seduto al tavolo mangiava cioccolato al pepe, ultima novità della fiera di Torino quest’anno, e immaginava lo schizzo di scintille tutte intorno ai piedi di Pino mentre si stringeva la fronte col palmo della mano.
Anche se la primavera era vicina il tempo restava colorato di pesante inverno con il freddo che attanagliava fuori via.
Il signor Campisi si consolava con cene succulente che preparava lui stesso. Da qualche mese tutto solo. Aveva congedato gli amici una sera dicendo semplicemente lasciatemi solo, qui, ora, e poi.
Gli amici si erano dovuti alzare dal tavolo a quel suo insolito, ma perentorio comando, preghiera, per favore, così sia. Lasciando gli avanzi dell’ultima cena.
Lui li vide andare via standosene sulla soglia con un braccio conserto e con le dita dell’altra mano si accarezzava la barba lontana.
La sua tavola che era sempre stata circondata da amici ghiotti e mangiatori senza limiti non aveva più forma ora. Ogni rotondità sparita all’improvviso quella sera che li mandò via.
Rimase a riflettere, nei giorni e nei mesi successivi, sul suo palato che non aveva mai opposto resistenza a nessun sapore. Con gusto aveva divorato da sempre ogni cosa. Aveva assaggiato perfino formiche serpenti cani gatti bisonti chiacchiere canguri anatre a decine quaglie all’olio e all’aglio radici e radicchi amare ostie e fiori d’argento montanare stelle marine cavallucci al sangue puledri leggiadri sterpi e serpi e tartarughe verdi verzure dolci azzurri pandispagna sanguinacci cioccolata cannoli frittelle ananas e manghi fatti apposta col sugo e ostriche e cozziche in brodo. Perfino legni e acque dure e vini stregati.
Tutta una vita trascorsa a mangiare di tutto.
Il suo odorato era straordinario, pari al suo gusto. Sentiva l’odore del grano perfino dai semi appena interrati, quando le spighe erano ancora invisibili e il vento non muoveva che una brezza. Sentiva le donne mestruate, o in ovulazione, quasi percependo l’odore dei loro molli umori perfino nelle parole che uscivano dalle loro labbra squillanti di rossetto.
Ora in quella primavera che tardava a venire sentiva un presagio.
Aveva compiuto cinquantacinque anni.
Un bilancio della sua vita gli mostrava l’ago inclinato, anzi, disteso-orizzontale.
Di quando in quando si spediva lui stesso una cartolina, nel caso la sorpresa di un saluto nella buca delle lettere gli risvegliasse uno qualsiasi degli altri sensi.
Ma non si svegliava nessuno.
Aveva preso la sua decisione ormai l’aveva presa.
Meditata, ponderata, definitiva.
Aveva ordinato a Pino i due attrezzi grandi. Affilati. Taglienti. Li avrebbe usati presto. Voleva fare tutto in piena regola. Con ritualità e maestosità.
Scelse il vino migliore.
Si vestì a festa. Mise perfino la cravatta che non indossava da trent’anni e che lo strozzava un po’.
Allentò il nodo, tenendola larga e pendente sulla camicia un po’ stropicciata. Apparecchiò in cortile, sotto il salice.
Mise una musica triste che si dileguava nella bruma grigia di quel fine inverno che non voleva saperne di entrare nella primavera.
Era domenica.
Il grande coltello tagliente fabbricato con le scintille di Pino era alla sua destra posato sul tavolo. Alla sua sinistra gli affilati rebbi della forchetta gigante.
Entrambi sporgevano dai bordi del tavolo.
Il suo ultimo pasto a un passo dalle labbra.
Il sole stava appena nascendo. Le luci nel cortile di Pino spente, e tutti i suoi ferri d’officina ancora in silenzio nel chiarore brumoso dell’alba.
I rami del salice piangenti sopra la sua tavola. 
Cominciò dalle prime ore del mattino.
Coltello e forchetta gigante tagliarono le prime ore del giorno nascente.
Assaporò quel pezzo di domenica in un boccone lento, lungo, arrotolante, lungo, rivoltato, lento, lungo. Ne separava la liquida bruma masticando la deponeva sotto la lingua rosata a mescolarsi con l’acquolina e la saliva.
La lama del coltello si era colorata di un azzurro lucente.
Il sangue delle domeniche era dunque blu come quello dei principi e delle fate.
Un sapore inedito mai provato prima. Gli ricordava vagamente il gusto freddo della neve. Forse un po’ liquoroso come un’andata e ritorno in altalena.
Ingoiò il boccone.
Gli enzimi del suo stomaco attaccarono quelle ore rivestite appena delle prime luci dell’alba che si scioglievano. Ore del mattino mescolate con un sorso di vino bianco.
Di lì a poco alzò di nuovo il coltello verso il cielo e lo fece ricadere decapitando una seconda fetta di quel pasto domenicale che infilzò con la forchetta ore fatte ancora di sonno e sogni che si alzavano in volo evanescenti.
Questo secondo boccone aveva il gusto sorridente della festa, degli incensi.
Un gusto di campane anche.
E venne il momento del mezzogiorno. Tagliato e infilzato. Ingoiato col vino rossosangue. Le papille della sua lingua assaporavano quel gusto, quel sapore confuso di figli e padri mescolati.
Le ore del primo pomeriggio avevano un retrogusto di bottega, di fiume, di cinematografo. Cambiò vino. Un vino più rosso e sincero adatto alle carni.
Le scintille di Pino al di là della recinzione forgiavano cancelli anche la domenica.
Fu la volta del tardo pomeriggio dal sapore di lungomare. Il sole tiepido sempre più fioco.
Ed ecco il tramonto delicato aroma di melograno frutto al sapore di madre divisa e bianca tra le nuvole ormai.
E venne il nero del caffè col fumo grigio delle sigarette.
E poi l’amaro forte per digerire la sera fatta a pezzi col coltello scintillante di azzurro.
La notte nido di speranze con clamori di baci e gambe intrecciate e morbidi fianchi inghiottiti d’un colpo.
Ed ecco la tavola fu nuda e vuota.
La domenica sparita.
Fu allora che il suo viso si coprì di rughe vecchie come un papiro di fiume.
Negli orologi le lancette s’inseguirono vertiginose nel tentativo invano di raggiungere il tempo che mancava. Il tempo precipitava. Pino stesso, quando si tolse la maschera che gli riparava gli occhi dalle schegge di saldatura, apparve invecchiato come un secolo. I bambini della borgata si ritrovarono grandi d’un tratto. Il tempo precipitava. I calendari precipitavano ingoiati dal vortice delle domeniche scomparse nell’abisso profondo di quella golosità senza fine.
Senza preghiera il tempo precipitava.
Il sole andava alzandosi più in fretta nel cielo. E la primavera arrivò da lì a poco.
Ma anche l’autunno sopraggiunse con un vento improvviso. L’inverno fu alle porte in un istante. E il tempo correva, precipitava, formando un cerchio frenetico di stagioni in corsa. Il salice piangente seccava e piangeva seccava e piangeva a vista d’occhio tralci pendenti piangevano a nudo mostrando nidi nascosti tra i rami. I ghiacciai oltre le montagne si scioglievano e l’acqua ingrossava i fiumi come madri rigonfie. Le feste scomparse. Le chiese deserte con campane senza rintocchi.
Mentre si abbandonava sullo schienale della sedia di paglia con gli occhi vacui verso il cielo tagliato dal salice, il signor Campisi cinquantacinquenne riordinava nella sua ultima memoria i sapori di quella domenica.
Le posate di azzurri giganti sul tavolo.
Il bicchiere vuoto.
Le bottiglie vuote.
Rivisitò tutti i sapori di quelle ore mangiate.
Sì, non aveva mai fatto un pasto simile.
Era proprio una buona, una buona domenica.
Il tempo di dirlo a voce alta, se alto si può dire un flebile filo.
Lo disse al salice.
E mentre lo diceva gli occhi gli si chiusero.
In bocca il sapore buono della domenica.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:31 )
 

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