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Paolo Cecchetto - l'ultimo viaggio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Lunedì 25 Luglio 2011 13:10

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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L’ULTIMO VIAGGIO

di Paolo Cecchetto
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 14 marzo 2004




(Entrano dal fondo due figure. Un vecchio magro e dallo sguardo altero
 e un grasso contadino che porta un pesante sacco
che fa rumore di ferraglia.)


SANCHO PANZA – Basta. Non ho intenzione di muovere un altro passo.
DON CHISCIOTTE – Ma ci stanno aspettando.
SANCHO PANZA – Non aspettano certo me. Siete voi quello importante. Quindi affrettatevi e lasciatemi qui.
DON CHISCIOTTE – Non puoi restare qui. Non è giusto.
SANCHO PANZA – Non posso? Non è giusto? Dovete smetterla di dirmi quello che posso o non posso fare. Chi siete per decidere cosa è giusto e cosa sbagliato? Vi credete Dio?
DON CHISCIOTTE – Smetti immediatamente di bestemmiare! Non sono io a rendere giusto o sbagliato un qualcosa. E’ Nostro Signore che lo stabilisce.
SANCHO PANZA – Ma per me siete voi che decidete tutto. E voi eseguite le sue istruzioni come io eseguo le vostre, quindi voi siete il mio Dio. E, aggiungo anche che siete un Dio ingrato al quale io servo solo a portare i bagagli. Mi avete mai chiesto altro?
DON CHISCIOTTE – Cosa sono questi discorsi? Credi sia per questo che ti ho portato con me?
SANCHO PANZA – Anche se non è così, il risultato è lo stesso. Mia madre diceva sempre che è col letame e non con le buone intenzioni che si concimano i campi.
DON CHISCIOTTE – Certo che tua madre, buona donna, fa trasparire le sue origini in ogni parola.
SANCHO PANZA – Lasciate stare mia madre o vi lascio qui a portar da solo il vostro fardello.
DON CHISCIOTTE – Non ho detto della tua genitrice nulla che non avrei detto anche della mia. Dovresti essere orgoglioso delle tue origini ed esserlo doppiamente di quelle di chi ti ha concepito. È da quelle che sei nato e sono parte di te ora. Anche se quello che sei è poca cosa, un uomo dovrebbe far di tutto per elevarsi in modo da lasciar ai suoi figli origini migliori di quelle che sono state lasciate a lui.
SANCHO PANZA – Smettete di parlare in modo che io non capisca.
DON CHISCIOTTE – Lo dici come se potessi capire.
SANCHO PANZA – La pensate così solo la mattina. La sera, mentre la pentola bolle sul fuoco, mi chiamate “caro amico”.
DON CHISCIOTTE – Anche se il tuo qualunquismo ha un’utilità, non vuol dire che sia sufficiente per vivere.
SANCHO PANZA – Il vostro idealismo ci ha solo portato sofferenze e travagli, invece il mio qualunquismo, qualunque cosa sia, ha tenuto le nostre pance piene di minestra e i nostri corpi al caldo, la notte. E questo, da quel che so io, è sufficiente per vivere.
DON CHISCIOTTE – La pancia piena e il corpo caldo, è vero, ma credi che questo basti per fare di te un uomo?
SANCHO PANZA – Certo! Un uomo è quello che mangia. Lo diceva sempre mia madre.
DON CHISCIOTTE – Un uomo è la sua pancia? Ecco un pensiero degno delle migliori filosofie d’occidente. Paragonare l’uomo, la suprema creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio, a un semplice lesso o a un piatto di patate, magari pure sconditi o addirittura bruciati.
SANCHO PANZA – Eppure, più ci penso più mi sembra proprio che sia così. Siamo nati e il mondo ci ha masticati e inghiottiti. E quando avrà finito con noi ci lascerà cadaveri. Tra un morto e lo sterco che differenza c’è? Me lo sapete spiegare? La vita ha preso da noi quel che gli serviva come il mio ventre lo prende dalla zuppa e presto saremo solo un tipo diverso di concime. Cosa è rimasto delle vostre lotte o dei miei patimenti? Cosa resterà della donna per la quale avete combattuto o del castello che mi avete fatto sognare? Si dice che polvere siamo e polvere ritorneremo, ma che serve la polvere? A nulla. E non siamo serviti a nulla neanche noi due.
DON CHISCIOTTE - E credi che io non lo sappia? Che io non l’abbia mai saputo? Che abbia messo un piede davanti all’altro credendo che noi due, uno stupido rottame idealista e un contadinotto che si crede saggio, avessimo davvero una qualche possibilità di cambiare il mondo? Questo ci rende inutili ai tuoi occhi? Solo perché non resterà di noi nulla da stringere tra le mani, non vuol dire che il nostro esistere sia stato vano. Ascolta, non è forse vero che quando mangi, le cose più importanti, le tieni dentro di te? Se quello che inghiotti è abbastanza, la fame sparisce, sostituita dal senso di sazietà. Se il pasto è buono non senti più freddo, ma anzi, piacere e il tuo umore migliora. E se quello che mangi è veramente straordinario il ricordo ti accompagna per anni, e quando si sopisce, lo fa solo per tornare all’improvviso, come se fosse sempre stato lì. Allo stesso modo non possiamo sapere se tra un giorno, un anno, o anche dieci, cento, qualcuno col racconto delle nostre imprese sazierà il suo spirito o se ci porterà con sé, nel ricordo, per chissà quanto tempo. Noi non possiamo fare altro che essere il pasto migliore che la nostra natura ci consente.
SANCHO PANZA – Forse avete ragione voi, e io, come al solito, non capisco e lascio che sia la paura a parlar al posto mio. O forse sono solo stanco di portare tutto questo peso sulle spalle.
DON CHISCIOTTE - Ormai, siamo parte dello stesso banchetto, tanto tu del mio, quanto io del tuo. E allora passami il sacco, amico mio; se vuoi ancora venire con questo vecchio e imbarcarti nella nostra ultima grande impresa, lo porteremo a turno, d’ora in poi. (Solleva il pesante sacco ed esce)
SANCHO PANZA – Cosa resterebbe di me, se adesso me ne andassi? Se girassi i tacchi e vi lasciassi portare quel fardello tutto da solo.
(a parte) Io non li ho i tuoi ideali, vecchio amico mio. Io non lo so dove porti questa strada e se al fondo, ad aspettarci ci sarà il paradiso o l’inferno. Non so se quello per cui sei vissuto abbia significato qualcosa per qualcuno, se la tua donna, almeno una volta abbia abbassato gli occhi chiedendosi quale battaglia tu stessi combattendo e se saresti tornato, un giorno, da lei o se tra un giorno, un minuto o anche un secondo, qualcuno si ricorderà ancora dei nostri due nomi, ma quando siamo partiti lo sapevo anch’io che non ci sarebbe stato ripensamento. Mi hai tirato fuori dal fango, stupido, patetico, fantastico vecchio e non saprei più tornare a far la vita da schiavo che facevo prima. Zappiamo la terra perché abbiamo le schiene troppo curve per vedere le stelle. Ma ora basta. Voi siete gli occhi che guardano all’orizzonte e io sono le spalle che vi ci portano. E, anche se sono un inutile pelandrone, nessuno potrà mai dire che Sancho Panza ha lasciato da solo un amico. (e voce alta) Aspettatemi! Mio signore! Non lasciatemi indietro!(Esce)





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:32 )
 

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