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Osvaldo Gaiotto - silenziosamente PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Martedì 25 Ottobre 2011 07:08

 

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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SILENZIOSAMENTE

di Osvaldo Gaiotto
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 11 luglio 2004




Strade incrociate senza fine, villaggi che si dilatano a dismisura per diventare megalopoli senza soluzione di continuità, concerti rock, pop che si moltiplicano in ogni angolo di paese, diventano infiniti, isole pedonali straboccanti di pedoni, soffocanti, isole del silenzio circondate da punti musicali.
Divieti di fumo e smog, benzene dappertutto, i fazzoletti di verde delle villette a schiera che rubano il verde alla natura. Intervalli resi silenziosi per far fracasso nel rumore. Discussioni feroci non più sul sesso degli angeli, ma sulle tette al silicone e gli sputi di Totti, le pensioni che non arriveranno mai, la sanità che ferisce, l’insalata biologica minacciata dalla Monsanto, i pochi figli legittimi e le molte famiglie allargate.
…E il dialogo, quello che tutto dà e tutto risolve. Mille fili che ci portano a Sharm el Sheik, alle balere, a un volto finalmente rifatto, a una notte finalmente illuminata.
Fili che conducono a diete che non contemplano la mancanza di cibo.
Fili per esprimere le emozioni: la rabbia, la gelosia, l’invidia, la collera…
Potersi guardare nelle palle degli occhi e FI-NAL-MEN-TE esprimersi forte e chiaro!
Fili per incontrare se stessi e amare gli altri. Amare tutti gli altri. TUTTI! PROPRIO TUTTI. Arabi, Musulmani, Americani, Albanesi, Cinesi, il vicino di casa, mio padre, mia suocera. E, se proprio non è possibile, seguire almeno il filo della tolleranza. Parola magica la tolleranza. Tutto risolve, come l’aspirina. Sempre avere in tasca un’aspirina e un pizzico di tolleranza. Aggiungere una spruzzata di comunicazione e il gioco è fatto.
E domani? Domani è un altro giorno e servirà di nuovo la tolleranza, questa volta magari condita dal pepe di un giusto sfogo e poi via sul filo di un nuovo incontro, di un nuovo viaggio, passando da un trapezio all’altro. 

Ma un giorno, con la rapidità di uno schioccar di dita, tutto cambia. Un banale raffreddore. Perdi la voce, diventi afona. Il cellulare ti squilla, mentre sei all’ipermercato. Nessuno ti sente, soverchiata come sei dagli annunci e dalla musica di “sotto” fondo.
Raggiungi il parcheggio, ti raggiungono altre chiamate, ma il rumore delle auto, lo stridere delle gomme, ancora ti impediscono di comunicare. “Pronto?” “Pronto”. Dall’altro capo della linea si infastidiscono. Credono a uno scherzo. Credono che la tua flebile voce sia il fiato di un maniaco. Torni in ufficio. Il tuo capo di accoglie sbraitando. Non riesci a controbattere. Ti mancano le forze. Gesticoli. Non serve a niente! Si sfoga il tuo KAPÒ e se ne va sbattendo la porta. Chissà cosa avrà pensato di te? Avrà creduto, nel suo delirio di onnipotenza di averti finalmente convinta? Esci dal lavoro, esausta per lo sforzo di farti sentire, ascoltare. Tua figlia ti aspetta all’uscita del liceo. Tra te e lei la strada, trafficata, rumorosa. Le urli: “Marta!”, ma quella “Marta” urlata nelle intenzioni ti rimane in gola.
Marta si guarda attorno, ti cerca, non ti vede e decide di salire in macchina con quel ragazzo sfaticato e un po’ fatto che non sopporti, anche se non gli hai mai parlato.
“Chissà dove se ne andranno ora?” pensi e neanche sussurri per risparmiare quel filo di voce che ti rimane. Il portiere ti saluta. Si aspetta il tuo solito caldo e squillante “Buona sera, Antonio”. Sei così gentile di solito, ma questa volta te la cavi con un cenno, mortificata, lo sguardo basso. Gli si legge negli occhi di Antonio che non l’ha digerita, questa… Pranzi, in silenzio, da sola. Non rispondi alle due-tre chiamate che ricevi: con quel filo di voce nessuno ti sentirebbe…
Nel pomeriggio hai l’appuntamento con la psicologa. Ci vai lo stesso. Lo sai che è inutile, ma sarebbe più complicato spiegare l’ennesimo appuntamento mancato, questa volta per motivi più che validi. Si aspetta le tue solite frasi, le tue urla, i pianti disperati e improvvisi. Piangere sottovoce, però, non è la stessa cosa… Te ne vai. La psicologa è delusa, ma ti presenta lo stesso la parcella.
Finalmente sera. Roxy Bar. La solita compagnia. Bella Gente! Bell’aria. Bella musica. Assordante. Si balla… Si parla… no, parlano, gridano. Te ne stai sulla tua poltroncina fintamente assorta a sorseggiare il tuo drink. Nessuno disturberà il tuo silenzio. Nessuno ti crede senza voce.
Torni a casa. È tardi. Sei esausta! Tante parole tentate, osate. Udite: poche, forse nessuna.

Pian piano, sotto sotto, si insinua un’idea. Lasciar andare e aspettare, attendere per giorni, mesi, forse anche anni. Lasciar andare… lasciar andare. Fingere che la voce non torni. Per capire gli sguardi di tua figlia, usare il tatto per accarezzare, toccare, sfiorare; usare la vista per scoprire il verde che non c’è più, mettere in moto il cuore per passeggiare con il vecchio che non ha voglia di parlare, usare l’udito per accorgersi della radio e spegnerla per ascoltarsi nuovamente dentro, usare la vista per camminare in una notte buia e cogliere le stelle. Trasformare in un sottofondo la città con le sue urla, le sue grida, i suoi invadenti messaggi promozionali, i suoi imbonitori di destra e di sinistra, i sociologi abbrutiti dalle analisi, sirene, i balli scatenati e parlare sottovoce a quelli che nessuno ascolta, dopo avere ascoltato il loro silenzio.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 26 Ottobre 2011 09:45 )
 

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