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Silvia Moscati - quello che ti meriti PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Giovedì 29 Dicembre 2011 18:03

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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QUELLO CHE TI MERITI

di Silvia Moscati
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 novembre 2004




Sul palco della grande sala conferenze c’è un tavolo con un microfono e qualche sedia attorno. Dietro, attaccato alla parete, uno striscione con la scritta:
 
 
DELITTO E CASTIGO
3° Convegno
“Pentimento e Perdono”


Un grande applauso accoglie l’ultima invitata e relatrice del convegno, Emma Mantovani, condannata a trent’anni per l’omicidio del padre.
È lei ad avere il compito di chiudere, con la sua testimonianza, il convegno. Parlerà da sola, seduta su una sedia posta dietro il centro del tavolo.
Emma è una donna sulla cinquantina, bionda, alta, dall’aspetto curato, vestita in modo sobrio.
Appena accomodatasi, inizia a parlare con voce che, pur tradendo un po’ d’emozione, è alta, ben impostata e con un tono quasi allegro.


Grazie (si sistema il microfono) Vi ringrazio molto per l’invito, grazie veramente. Colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente le tante persone che mi hanno scritto in quest’anno per esprimermi la loro solidarietà, per testimoniare la loro comprensione. Devo dire che in galera non ci sono molte occasioni mondane!
Per chi non mi conosce, io sono un’ergastolana mancata: ho ammazzato mio padre, ma siccome ho confessato subito, facendo così risparmiare molti soldi in indagini allo Stato, mi hanno dato solo 30 anni e addirittura volevano mettermi agli arresti domiciliari. (gesticolando) Ho rifiutato subito, ma siccome il rifiuto non basta, ho dovuto minacciare di compiere altri delitti, visto che di conti in sospeso ne ho ancora tanti e che non era certo il carcere a spaventarmi. Così il Giudice mi ha detto che però la prossima volta non sarei più finita alla Giudecca, che è un carcere femminile bellissimo a Venezia, ma mi avrebbe mandata chissà dove. Io gli ho semplicemente risposto che non sarebbe stato più Lui a mandarmi in nessun luogo e così si è convinto a lasciarmi dentro, naturalmente.
Era il mio sogno da tempo, trascorrere gli anni senza più pensieri, responsabilità, obblighi, conti da far quadrare, stenti, sacrifici. Finalmente  potermi dedicare alle cose che più amo come la lettura, la scrittura, la ginnastica. Sono perfino tornata in forma!
E poi si socializza bene in carcere e molte persone che nemmeno conosci vengono a farti visita! Ho fatto nuove conoscenze e stretto amicizie. Molti, come vi dicevo, mi scrivono lettere raccontandomi le loro storie (pausa, più triste) e non avete idea di quante sofferenze siano protette dalle mura domestiche. Un giorno scriverò un libro.
(riprendendo il tono allegro) Ma scusate, forse devo tornare al tema del convegno: perdono? pentimento? chi deve perdonare e chi deve farsi perdonare? non lo so. Io non mi sono pentita di niente.
Il mio caso ha fatto scalpore perché ho ammazzato mio padre ben 38 anni dopo, diciamo, il misfatto. Certo, non è proprio così, e in realtà mio padre non ha mai smesso di rovinarmi la vita, non ha mai smesso di essere il padre padrone che era sempre stato, di tenermi in pugno economicamente. Forse, se negli anni si fosse comportato diversamente o fosse scomparso dalla circolazione, sarei riuscita se non a perdonarlo, per quegli anni della mia infanzia e adolescenza rovinata, almeno a far finta di dimenticare.
Dunque, quanti speravano che io venissi qui a parlare del mio pentimento o, peggio, della mia richiesta di perdono, rimarranno delusi: io sono qui per chiedere una medaglia, sì una medaglia per aver avuto il coraggio di ucciderlo.
Avrete notato tutti che quando una persona cattiva muore, tra le lacrime dei parenti e nel sermone del prete, improvvisamente si trasforma in una persona meravigliosa, buonissima; persino la moglie maltrattata e cornificata lo ricorda come ottimo marito.
Ecco, con mio padre è successo il contrario: prima sembrava che tutti lo stimassero, che tutti lo vedessero come una persona importante il cui esempio andava seguito.
Lui pontificava sempre su tutto e su tutti: (con voce maschile) “si fa così non si deve fare cosà”. Ma, quando l’ho ammazzato, gli stessi che prima sembravano in sua venerazione sono venuti da me a raccontarmi cose per le quali, se non lo avessi già fatto, sarebbe stato da ammazzarlo.
(pausa e con tono più caldo e basso) No, non ho niente di cui pentirmi. (pausa)
Piuttosto non ho mai capito perché nessuno mi abbia mai chiesto come erano andate le cose, hanno preso per buono un parziale racconto e visto che chi si doveva difendere dalle mie accuse non poteva farlo perché era morto, hanno chiuso il caso in 5 minuti scrivendo semplicemente che il rancore che io covavo nei confronti di mio padre era dovuto a un vecchio tentativo di violenza carnale quando avevo solo 11 anni. (pausa)
Gli psicologi confermarono che gli anni trascorsi erano compatibili con l’elaborazione del danno subito, che in una prima fase c’era il senso di colpa, poi subentrava la rimozione e solo alla fine un nuovo episodio poteva aver fatto elaborare l’esatta entità del danno subito e quindi aver scatenato l’istinto di vendetta. Insomma un caso semplice, quasi ovvio. (con voce alta più alta)
Ma allora se c’erano voluti tutti quegli anni per l’elaborazione dell’omicidio, quanti ne dovrebbero passare per l’elaborazione del pentimento?
No, Signori, non è così. Quella del senso di colpa deve essere un’invenzione di qualche psicologo che avrà generalizzato un caso al massimo.
La realtà è ben diversa. (con cattiveria e a voce alta)
Mio padre mi ha sempre terrorizzata con la sua sola presenza: tutto davanti a lui doveva essere secondo le sue regole o volavano sberle: non dovevo parlare a voce alta, dovevo studiare fino all’ora di cena, stare composta, mangiare solo quello che c’era nel piatto e masticare con la bocca ben chiusa, chiedere a fine pasto se potevo alzarmi, (pausa) non disturbare, andare a letto quando mio padre lo ordinava e comunque non dopo Carosello, vestire e tagliare i capelli come lui ordinava, non portare mai amiche in casa, (pausa, con odio cattiveria e a voce alta) correre a salutarlo quando arrivava a casa e dargli un bacio.
(pausa e con voce molto più bassa e con lo sguardo fisso)
Mi facevano schifo le sue labbra sempre umide; dopo avergli dato un bacio e averne ricevuto uno anche da Lui, correvo via per pulirmi le guance. Da piccola non facevo in tempo a scappare e lui mi prendeva al volo e mi sollevava in braccio, e sempre, con le mani sotto le gonnelline, arrivava fin sotto le mutande.
Poi (pausa) un dopopranzo di una domenica d’autunno, mia mamma era a letto come sempre dopo mangiato, mi ha chiesto di sedermi vicino a lui, sul divano in soggiorno. Dovetti obbedire, come sempre. Mi mise un braccio intorno alle spalle (Emma mima il gesto con il suo braccio sinistro) e con l’altra mano cominciò ad accarezzarmi tutta, sopra i vestiti. Mi parlava, mi diceva “sei diventata grande, ti sei sviluppata, fammi vedere se sei una signorina”.
Io ero paralizzata dalla paura, (pausa, immobile e a voce  più bassa) lui continuava a toccarmi e poi cominciò a sbottonarmi il golfino e poi la camicetta. Sudavo, il viso era grondante e lui mi disse “sei tutta sudata” e mi passò una mano sul viso, “cosa c’è? sono il tuo papà? devi essere carina con il tuo papà” Ero sempre più terrorizzata, pur non riuscendo a capire neanch’io di che cosa.
Schifo, ecco, sentivo schifo!
Poi continuò a esplorare sotto la camicia ormai tutta aperta e a toccarmi i capezzoli “sono già molto grossi!” Stava per chinarsi sul mio petto con la bocca semiaperta quando raccolsi tutte le mie forze e scappai in bagno, chiudendomi dentro disperata. Mi chiedevo come avrei fatto ad andare avanti, a diventare grande e andarmene. A sparire! (pausa lunga)
Quello che ti tiene zitta è il terrore, quello che ti salva è lo spirito di sopravvivenza. Quello che ti porterai dentro per tutta la vita è lo schifo.
Ogni giorno, per tutti quegli anni in cui sono rimasta a casa prima del matrimonio, sono stata attenta a non trovarmi mai sola con lui, a non essere mai troppo vicina a lui. Mi sono fidanzata in fretta per scappare via, sposandomi. Forse per questo il mio matrimonio è finito presto. (pausa, e poi riprende con tono più alto)
Ma poi, una volta via da casa, dopo la nascita dei figli, lui era pur sempre il nonno e così ogni tanto ci vedevamo.
Tutto andò bene per anni, fino a quando i miei problemi economici dovuti alla separazione non mi costrinsero a chiedere aiuto a mio padre. Per lui era una vittoria, mi aveva di nuovo in pugno e poteva elargire piccole rate in cambio di maltrattamenti psicologici: (imitando la voce del padre) “hai sbagliato tutto, hai voluto i figli e adesso pedala, non dovevi fare così, devi fare questo, devi fare quello, ricordati che sono tuo padre…”
Poi un giorno l’ho fatta grossa: (ridacchiando) ho avuto l’ardire di invitare a cena il mio cugino australiano, che era in Italia in viaggio di nozze. Non lo avevo mai conosciuto ed era stato proprio mio padre a dirmi che si sposava e che avrebbe fatto una tappa del viaggio anche a Venezia. Mi disse di mandargli un telegramma. Invece disobbedii, mi feci dare da mio zio il suo cellulare e lo invitai a cena a casa mia. Mio padre ci scoprì alla stazione mentre stavamo incamminandoci verso casa. Mi fece una scenata davanti agli sposi, incurante di loro, insultandomi, gridando rosso in viso (urlando imitando la voce del padre) “sei una stronza, perché non me lo hai detto, perché non hai invitato anche me?”
Ci lasciò tra gli insulti, stronza, schifosa, ingrata, e la cena finì con grandi pianti, con mio cugino che mi consolava e sua moglie sconvolta, che non capiva.
(con voce calma e fredda) Da quella volta non ho smesso per un giorno di pensare di ucciderlo, ma non riuscivo a trovare il coraggio e neanche la pistola.
Qualche anno dopo, ancora più in crisi economicamente, non avevo scelta, ho scritto a mio padre chiedendogli un aiuto. La sua risposta non si è fatta attendere e, insieme a un piccolo assegno, c’erano poche righe: (imitando il padre) “Adesso non ho tempo, ma fra due settimane ti dirò quello che ti meriti. Tuo padre.”
Ho impegnato le due settimane alla ricerca di una pistola e non ho mai saputo quello che doveva dirmi. (pausa e con voce più bassa)
Ho dovuto aspettare due ore fuori di casa sua: lui non c’era, ma le finestre erano aperte ed ero sicura che sarebbe rientrato presto. L’idea era di aspettare che salisse e poi suonare il campanello, farmi aprire il portone, andare su ed entrare in casa e solo dopo avergli detto quello che lui (sottolinea lui) si meritava, sparare.
Ma quando l’ho visto arrivare e prendere le chiavi per aprire il cancello, non ho saputo resistere e l’ho chiamato: “papà”. Lui si è girato verso di me e io ho sparato tre colpi, il primo a circa due metri poi, più vicini, gli altri due.
Mi sono girata e ho messo la pistola nella borsa. Nessuno passava in quel momento e il traffico ha assorbito il rumore degli spari.
(pausa e senza emozione con voce più alta) Ecco ciò che si meritava.
Scusate, scusate, ho concluso. Signori,  Vi ringrazio ancora. (si alza ed esce)






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 30 Dicembre 2011 10:46 )
 

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