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Patrizia Ferraris - cioccolata amara PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 15:32

 

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CIOCCOLATA AMARA

di Patrizia Ferraris
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 luglio 2005




Susanna.
SU- e mentre le si formavano quelle fossette sulle guance tu sentivi come un richiamo di latte sulla lingua.
SAN- le fossette si riempivano di allegria, e la tua bocca di zucchero.
NA- l’allegria le arrivava agli occhi, e le tue guance erano piene di panna…
Susanna: che donna!
Avrei dato qualsiasi cosa pur di conquistarla, di farla mia, di stringerla, di proteggerla dal mondo, di ascoltarla per ore mentre chiacchierava felice…
Ma sapevo, nel fondo del mio cuore, di non avere speranze.
E invece, contro ogni previsione, quando le portai un anello lei si sciolse e mi disse: “Amore, sono tua! Per sempre, per sempre, per sempre!!!”
“Ora, a parte il fatto che siamo nel 2000 e ormai si sa che la pubblicità è ingannevole… Ma cazzo, Susanna, non è un De Beer, è uno zircone!!!”
“Ah…” con le lacrime vere che le tremolavano negli occhioni modello Bambi e le fossette in stato avanzato di trasloco “Allora non mi ami, allora vuoi solo il mio corpo…”
Beh, a essere sinceri…
Ma la sincerità è un concetto obsoleto, ma che dico obsoleto, brutale, e noi siamo nel 2000 e siamo evoluti e perciò dobbiamo fare uso di politically correctness, che non ho ancora capito perché io che sto in Italia devo usare quella roba lì, ma mi adeguo e:
“Ma no, tesoro, che cosa vai a pensare! Io voglio sposarti, l’ho voluto dal primo momento che ti ho vista, anzi lo volevo ancora prima di vederti!!!”
“Dici sul serio?”
“…sì…”
Sono passati cinque anni da allora.
Cinque anni in cui Susanna mi ha avvolto nella calda coperta del suo amore, ogni giorno - festivi inclusi - volteggiandomi intorno premurosa, prevenendo ogni mio desiderio, cinguettando allegra e laboriosa, enorme Ape Maya onnipresente…
Ora, io non ho nulla contro i cinguettii, ho avuto perfino una cocorita, soltanto che, in gabbia, ci stava lei…
“Amore, alzati tesoro, devi andare in ufficio, ti ho preparato la vasca con l’acqua calda e la schiuma - cinque anni e ancora non ha capito che io odio il bagno e il bagnoschiuma, io voglio farmi la doccia, cazzo! Un cercopiteco sarebbe più perspicace! - il completo per l’ufficio con i calzini, la cravatta e le scarpe che fanno pendant sono già lì pronti, di fianco al letto, poi vieni a fare colazione che ti ho preparato il pane tostato con la marmellata che ti piace tanto!!!
E non dimenticarti di dare un bel bacione al tuo tesoruccio, prima di uscire, che sai che poi ti penserà tanto tanto, tutto il giorno!”
…e come faccio a dimenticarmene, se il tesoruccio mi parla a non più di tre centimetri dalle trombe di Eustachio, tutto il santo giorno?!?
Prigioniero, cazzo. Ero prigioniero di un androide, prova vivente della torrida relazione amorosa fra Orwell e Liala, un incubo burroso e totalitario…
Avevo già tentato la fuga.
Il classico metodo delle lenzuola annodate era stato frustrato dall’inopinata materializzazione di grate di acciaio temperato alle finestre:
“Susanna, ma ‘ste inferriate…?”
“Sono per i ladri, zuccherino, così di notte non possono entrare e portarmi via!”
“Ma Susanna, a parte il fatto che i ladri portano via oggetti di valore, hai presente quelli caratterizzati dal fatto di essere inanimati e quindi silenziosi, a parte ciò noi stiamo al 13° piano!!!”
“Volere è potere, amore mio!”
…ah sì?!?
Beh, quand’è così…
“Susanna, esco un attimo a comprare le sigarette!”
“Non occorre, paciughino, te ne ho preso una stecca!”
…azz…
Insomma, i classici non mi erano di nessun aiuto.
Sulle orme di Finardi, mi ero ridotto a mandare messaggi nell’etere implorando qualche extraterrestre di portarmi via, ma sostanzialmente mi ero rassegnato a un’esistenza che dimostrava in modo lampante l’assoluta impossibilità di esercitare il libero arbitrio.
“Cuccioletto, vieni che ti spalmo la crema, che ti scotti!”
“Ma se mi sono già infilato la muta…”
“Guarda che sott’acqua c’è il riflesso, sai! È ancora peggio!”

“Amore, mettiti la sciarpa, che c’è il vento freddo e ti viene la tonsillite!”
“Il fatto che le tonsille mi siano state tolte trent’anni fa può avere un peso nella faccenda, Susanna tesoro?!?”
“E allora ti si infiammerà la cicatrice! Certo che a volte sei proprio irragionevole, amore mio!”
Io…
“Amore, sbrigati! Dai che la cioccolata si fredda, cuccioletto! Corri, che ci ho già messo lo zucchero, 5 cucchiaini, uno per ogni anno d’amore, che così diventa dolce come piace al mio golosone!!!”

“È vero, commissario, l’ho colpita. Ma vede… io, la cioccolata, la bevo amara”.



 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:13 )
 

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