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Michele Bertolotto - e se non fossi mai entrato? PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 15:18

 

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E SE NON FOSSI MAI ENTRATO?

di Michele Bertolotto
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 luglio 2005




Era notte fonda ed ero anche un po’ alticcio, lo ammetto, anzi decisamente ubriaco.
Avevo litigato con gli amici giù al Club e tornavo a casa sconsolato e arrabbiato; fu allora che, passando per il vecchio cimitero, pensai: “Accidenti, abito qui da trent’anni e non sono mai riuscito a vederlo!”.
Detto fatto scavalcai il muro di cinta e mi aggirai tra le vecchie lapidi immerse nel giaietto dei vialetti e nel silenzio che solo un cimitero può avere… Mi sedetti per terra appoggiando la schiena a una delle lapidi più grandi, consunta e ricoperta di muschio.
Cerano dei gatti che mi guardavano quasi seccati per quella intrusione, uno di essi mi colpì particolarmente, era nero, lucidissimo e, mentre solitamente i gatti neri hanno occhi gialli grandi come lampare che li contraddistinguono nel buio, questo invece era una macchia nera nella notte, sembrava non avere orbite…
Improvvisamente un raid di cani randagi inseguì i gatti, uno dei cani raggiunse il gatto nero e lo azzannò su un fianco, io non amo i gatti perché sono allergico al loro pelo, ma d’istinto mi alzai, assestai un bel calcione sul posteriore del cane e lo feci scappare con gli altri.
Raccolsi il gatto e tamponai le ferite, agii d’impeto e lo portai a casa, lo curai e passati un paio di giorni già stava meglio, accettò cibo e acqua fresca, ma la sera dopo era impaziente, voleva scappare via, così lo riportai là dove lo avevo trovato e lo lasciai libero.
Si fermò e si voltò a guardarmi, poi disse “ Mi hai salvato, in cambio ti regalerò le mie nove vite, non voglio debiti con voi esseri umani.”
Lo guardai esterrefatto mentre, saltando il muretto, tornava nel cimitero.
Un gatto che parlava! Eppure ero sobrio! Mi misi a ridere e pensai fossero i postumi della sbornia… non ci pensai più… passò così tutta l’estate; finché non persi la mia nona vita… stupidamente mentre correvo per strada un’auto mi urtò e mi fece cadere pesantemente sul selciato, mi portarono all’ospedale in fin di vita, ma qui da noi il pronto soccorso non è un granché e nessuno bada troppo a chi c’è e chi non c’è, così riuscii a darmela a gambe senza essere notato… Evitai domande del tipo “Perché sei ancora vivo?”
Mentre tornavo verso casa constatai che non avevo un solo ossicino rotto!
Il gatto aveva ragione allora… Avevo nove vite, anzi otto, andai a cercarlo quella stessa notte nel cimitero, ma non lo trovai, avevo tante, troppe domande da fare, dovevo sapere… Non potevo mica buttarmi sotto a un camion per vedere se morivo o no!
Tornai mestamente a casa con un turbinio di pensieri per la mente…
L’ottava vita la persi sei mesi dopo, era pieno inverno e decisi di andare a fare una bella pattinata sul ghiaccio in un laghetto dove in estate pescavo le trote e in inverno pattinavo utilizzandolo come pista personale, quell’anno si erano avute nevicate copiose e disgeli improvvisi; finii così su una lastra di ghiaccio più sottile, dopo un crack improvviso morii congelato nelle acque del lago, anzi… avrei dovuto morire, insomma lasciai lì la mia ottava vita e tornai a casa livido e intirizzito.
Inutile dire che se da un lato era incredibilmente felice per questo dono dall’altro non lo ero affatto, insomma mi sentivo come un disco… il lato A ben riuscito e il lato B una schifezza!
Passò altro tempo e ricordo che persi la settima vita sulle montagne russe di una città francese in riva a un fiume, il destino volle che si staccasse una delle vetture proprio dove eravamo seduti io e altre cinque sventurati, fummo proiettati nelle acque del fiume e io, naturalmente, non venni ritrovato… La settima vita se n’era andata…
Dopo due anni relativamente tranquilli lascia la mia sesta vita in un laboratorio chimico tedesco, a causa di una esplosione di prodotti altamente infiammabili andò letteralmente tutto in fumo, compreso me (o almeno così cedettero gli altri, mentre io riuscii ad andarmene dopo essere morto e redivivo).
Dopo soli tre mesi sprecai ingenuamente la mia quinta vita, ero a casa in Austria e mi dondolavo mollemente sulla sedia appoggiato tra la parete e il tavolo, un dondolio incontrollato e caddi dalla sedia battendo la nuca sullo spigolo di un grande vaso di coccio… Secco all’istante! In realtà non mi feci nulla, lasciai lì solo una vita! Fu nella primavera dell’anno dopo che riuscii a perdere anche la quarta vita, tutta colpa di una influenza contratta durante un viaggio in India, sì insomma una specie di “febbre gialla” che mi asciugò in quindici giorni rinchiuso in una specie di lazzaretto con centinaia di miei simili, ma molto più sfortunati di me, in fondo io lasciai lì solo un’altra vita….
La terza vita mi sfiorò appena, durante il successivo autunno mi fu portata via come un alito di vento per una polmonite… per fortuna avevo ancora due vite…
Passarono altri anni, sei o sette, non ricordo, in cui non feci stronzate tali da perdere una vita fino al giorno in cui, andando a cavallo al galoppo, il quadrupede si imbizzarrì per un semplice gatto che attraversava il sentiero e mi disarcionò, caddi spezzandomi l’osso del collo, come dire “un gatto dà e uno toglie” e la seconda vita o la penultima se volete, se ne andò così.
Cominciai a preoccuparmi, mi era rimasta una sola vita! Non che non pensassi di non essere fortunato per aver avuto tutte queste occasioni, ma ora diciamo che mi sentivo… mortale!
Non volli pensare e feci molta attenzione a non sprecare la mia ultima vita, naturalmente fino a quella notte…
Eh sì! Sono morto naturalmente, l’ultima vita la persi, dicono per un infarto, in un vecchio cimitero, sbronzo e spaventato da un gatto nero apparso improvvisamente alla mie spalle…
E se non fossi mai entrato in quel cimitero?




 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:14 )
 

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