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| Lorenza Balbo - il sentiero nel bosco |
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| Scritto da Super Amministratore | |||
| Venerdì 22 Luglio 2011 09:42 | |||
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IL SENTIERO NEL BOSCOdi Lorenza BalboCascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 aprile 2006 La foresta era avvolta da un silenzio quasi tombale. Nessun fruscio tra alberi e cespugli, cinguettio di uccelli, vociferare di passanti lungo il sentiero… Sherwood sembrava morta in quella tediosa giornata di aprile… Pensare che in un tempo non molto lontano era stata teatro di grandi lotte e sanguinosi scontri. Da un lato i rappresentanti di una legge e di un potere corrotti, dall’altra un pugno di sovversivi che, grazie a una serie di imprese entrate oramai in miti e leggende, avevano riscosso un enorme consenso popolare. Il sentiero che conduceva a Nottingham portava i segni di rapine, duelli all’ultimo sangue, ricchi bottini rubati, frecce che cadevano come grandine su signorotti, principi, duchi e duchesse, nobili di ogni rango, eserciti a cavallo o a piedi, messaggeri, funzionari di stato. Tutto per la giustizia. Perché le parti bisognava prenderle. O buoni o cattivi, o ricchi o poveri, o tiranni o vittime. Vie di mezzo non ne esistevano. Bianco o nero, come negli scacchi. E le mosse di ogni pedina avevano un’importanza fondamentale, strategica, guerra aperta, amico contro nemico, vita o morte… Il caos, però, era andato scemando negli anni… sarà per il coma interminabile in cui era caduto il tiranno al governo, costretto a letto da anni, forse dalla “soffice” inefficienza del sostituto che, più che provvisorio, sembrava oramai stabilmente e accidiosamente sistemato sul vecchio trono dorato. E forse questa situazione aveva portato il ritorno di un generale benessere - cauto benessere, specifichiamo - del popolo… popolo che, lasciati gli avamposti di guerra sulla cima degli alberi della foresta, abbandonate le frecce e i forconi, preferiva godersi una boccata d’aria e di pace al clima bellicoso che aveva imperversato per anni. Ma torniamo al silenzio della foresta… In quella tediosa domenica d’aprile… ecco interrotto il silenzio da un uomo sulla sessantina sdraiato sulla riva di un ruscello nella boscaglia. I dolori alla schiena erano talmente lancinanti da non lasciarlo quasi respirare. Vicino a lui giaceva un grosso sacco colmo solo a metà di monete d’oro e un coniglio morto. Da lontano pesanti passi si avvicinavano lentamente al ruscello. “Tuc, sono qui!”, gridò l’uomo dolorante. “Schifosi insetti che si infilano nelle smagliature della calzamaglia, si approfittano di un momento di debolezza del grande guerriero”, gracchiò ad alta voce. Un grosso e grasso frate in tunica marrone sbiadito comparve di fronte a lui con il fiatone e il sudore che gli grondava dalla fronte a fontana. “Robin, non cambierai mai! Quante volte ti ho detto che, alla tua età, buttarsi dagli alberi per fermare i conducenti delle carrozze non è bene per i tuoi dolori alla schiena! Sei miope, hai la cataratta e non riesci a centrare più il bersaglio da almeno 20 anni!” Robin, sdraiato in stato comatoso vicino al fiume, rispose con un gesto di stizza. “Sei peggio di una monaca che assiste i moribondi! Io sono il grande Robin Hood, principe dei ladri, che ruba ai ricchi per dare ai poveri e che ha combattuto e vinto più battaglie nella storia d’Inghilterra”, rispose in tono solenne Robin. Tuc girò in su gli occhi aprendo le braccia verso il cielo, come a invocare un aiuto divino per il suo oramai decennale amico e compagno di avventure e sventure. “Sì, anche l’eroe che si ostina a fare il mito, quando si perde nella boscaglia per giorni, assale e scambia poveri braccianti che si recano al lavoro per ricchi funzionari di stato - prendendosi peraltro sempre una marea di botte -, si ostina a portare da anni un costume attillato pieno di buchi, verde slavato, e con almeno 30 kg in più, lancia le frecce contro i nemici e prende invece i conigli di passaggio. O mio Signore, quando porterai quest’uomo verso la pace interiore?!”. “La mia è una missione, Tuc… E poi questa volta il coniglio non l’ho preso per sbaglio…” Rispose. “E il sacco mezzo pieno di monete?” “La faccenda, mio caro frate, è andata così: avevo sentito da lontano, nonostante il mio udito non sia più acuto, il rumore di una carrozza in arrivo sul sentiero nel bosco. Intravidi, da dietro i cespugli, cavalli bianchi, un cocchiere e luccichii dorati. Pensai subito: “Ecco un’altra avventura per l’eroe più grande di tutti i tempi”. Nel frattempo il frate sospirava senza speranza. “Mi arrampicai sulla cima di una quercia che dava proprio sulla strada e che mi avrebbe consentito un balzo degno di una lince sul cocchiere, per fermare la carrozza, ovviamente!”, continuò Robin. “La conformazione non usuale - ci tengo a sottolineare - dell’albero non mi ha consentito di arrampicarmi agevolmente… ecco il motivo di questi nuovi buchi sulla calzamaglia… ago e filo ne abbiamo?” “Forse…”, mugugnò Tuc. “Vabbè, procedendo con il mio racconto. Mi ero arrampicato sulla cima altissima della quercia al bivio con Eznam, quando…” “Robin, la quercia al bivio non sarà più alta di tre metri, l’ho piantata io poco tempo fa…”, interruppe Tuc. “Per l’appunto, frate”, precisò Robin scocciato dell’ironia del frate. “Il ramo non ha tenuto e sono caduto in mezzo al sentiero. Ripresomi dallo scossone, sento la carrozza che si ferma dietro di me. Pronto all’azione con arco e frecce, mi rimetto in piedi e chi ti vedo?” “Un esattore delle tasse”, rispose Tuc. “No, riprova!” “Un principe”. “No, riprova ancora!” “Che ne so, Robin, un duca!” “No. Non ci arriverai mai”, disse in tono sornione e misterioso Robin. “Ho visto… John Finnegans” “John Finnegans, il macellaio del paese?”, chiese Tuc strabuzzando gli occhi. “Sì, proprio lui”, esultò Robin. “Robin, ma con cocchiere e carrozza d’oro?” “Esattamente Tuc, vestito di tutto punto, lui e tutta la sua famiglia”. “E che è successo?” chiese incuriosito Tuc. “Mi ha abbracciato commosso, ringraziandomi per avergli portato per anni tante ricchezze rubate ai prepotenti, che gli hanno consentito di vivere ora quasi come un re! Vedendomi affamato e stanco, mi ha dato un coniglio cacciato da poco dal cocchiere e del denaro per le nostre esigenze…” e indicò il sacco di monete mezzo vuoto. Tuc era senza parole, guardava nel vuoto con aria assente. “Poi avevo dolore alla schiena per la caduta, mio caro fraticello, per cui mi sono trascinato fino a qui…” “Il macellaio…”, scosse il capo il vecchio frate, guardando nel vuoto. “Tuc, ti prego, aiutami, non riesco più a rialzarmi, sono come immobilizzato! Hai qualche pomata con te?”. “Carrozza d’oro e ti dà pure i soldi… il povero macellaio a Robin Hood!”, continuò nel suo triste monologo ad alta voce Tuc. “Se è per quello, ci ha anche invitati a cena stasera. Dobbiamo metterci in cammino prima dell’imbrunire…” disse lamentoso Robin. “Ha una casa meravigliosa ora, il nostro amico John!” Dopo un minuto di interminabile silenzio, il frate prese per le braccia Robin e lo aiutò a sollevarsi. “Meglio cominciare a incamminarci lungo il sentiero nel bosco, verso il “podere” del macellaio. Ci metteremo una vita, nelle condizioni in cui sei ridotto! A proposito… che ci sarà per cena?” Robin, ansimante, rispose: ”Mi ha detto polenta e latte, un piatto dei poveri che va molto di moda ora…” “Pure…” bofonchiò il frate.
LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO
Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992 " Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo, una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia. Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto, e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi, e perfino gli oggetti perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati, e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"
Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
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| Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:52 ) |
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