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Scritto da Super Amministratore   
Venerdì 22 Luglio 2011 09:27

 

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SASSI

di Flavio Bignone
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 aprile 2006




Sua madre lo aveva partorito in primavera, sul greto del torrente che scorreva in fondo alla valletta sulla quale dominava il paese, un piccolo agglomerato di case delle quali solo le più recenti erano state costruite in mattoni, le altre avevano il tetto che poggiava sopra solidi blocchi di pietra.
Questo villaggio non compariva neppure nelle carte geografiche che riportavano, in una scala abbastanza ricca di dettagli, i centri abitati e l’oroidrografia della zona. Si chiamava Quattrocase, probabilmente il nome che gli era stato dato all’alba della sua storia, quando le prime quattro strutture abitative diedero origine in forma embrionale a un primo ridotto nucleo di popolazione.
A quelle antesignane costruzioni, con l’aumento del genere umano che si insediò su quelle terre che anticipavano le prospicienti montagne, ne seguirono altre, fabbricate con tecniche via via sempre più moderne, sino ad arrivare all’epoca di questa vicenda.
Quella domenica mattina Elio si era alzato da letto di buon’ora, muovendosi silenziosamente per non svegliare la moglie Agnese ancora immersa nel sonno, e si era attrezzato di tutto l’armamentario per poter tornare a casa, all’ora di pranzo, carico di trote fario da consegnare orgogliosamente alla cuoca di famiglia.
Per Elio, contadino avvezzo a svegliarsi alle prime ore dell’alba, quello non era un sacrificio, e poi ci teneva a creare una variante al solito menù quotidiano a base di frittate e pollame.
Agnese era una compagna affettuosa e all’uomo dispiacque un poco abbandonare il calore che avvolgeva il letto e il florido corpo della donna col quale, se la passione della pesca non lo avesse rapito, avrebbe potuto stabilire un dolce contatto quando lei si fosse svegliata.
Elio e Agnese, dal giorno del loro matrimonio, si erano molto amati ma, come direbbe un aspirante poeta, il fiore fatto nascere dal loro amore non era sbocciato, nonostante lo avessero coltivato con infinita cura. Passato il tempo dello sconforto si erano rassegnati a non avere figli e avevano compensato a meraviglia la loro mancata genitorialità con una dedizione l’uno per l’altro che non aveva di uguali nella piccola comunità di Quattrocase.
Il marito generava perle di saggezza quando diceva alla moglie: “Oltre alla donna che amo, tu sarai anche mia madre, e l’uomo che ami sarà anche tuo padre”.
Prima di uscire dalla camera Elio sfiorò con le labbra la fronte della moglie in un lievissimo bacio, nel quale concentrò tutto la tenerezza che provava per lei. Fuori di casa lo investì la fredda e profumata aria del primo mattino, che lo colmò di energia e voglia di vivere. I suoni della campagna rappresentavano per Elio una melodia che non aveva di eguali e alla devozione per la terra, che forniva il sostentamento per la sua famiglia, si univa un viscerale attaccamento verso tutto ciò che lui definiva “il grande dono che all’uomo ha fatto la natura”.
Imboccò lo stretto e ripido sentiero che dal paese scendeva lungo la valle per raggiungere il fondo dove scorreva il torrente Cantico, reso impetuoso dalla grande portata d’acqua dovuta al recente disgelo delle nevi. Arrivato al letto del fiume, Elio iniziò la risalita del corso d’acqua per raggiungere alcune pozze dove avrebbe effettuato i primi lanci, sicuro che lì le sue prede avrebbero abboccato.
Dai rami che, gettando le prime ombre, si protendevano verso l’acqua, dove il sole appena levato mandava riflessi cangianti, proveniva un concerto di suoni che gonfiavano l’animo del pescatore di grande entusiasmo: il canto degli uccelli si insinuava tra lo stormire delle foglie, a tratti frenetico per una improvvisa raffica di vento. Il gorgogliare delle piccole e vorticose cascate che si formavano tra i sassi sporgenti dal pelo dell’acqua, si univa all’armonia emessa dalle piante creando un controcanto dai toni modulati ad arte.
Silenzio e musica si fondevano in un tutt’uno magistrale, ma a un certo momento a Elio parve che da quell’amalgama perfetta di strumenti abilmente accordati si staccassero delle note che, per la loro acutezza, fuoriuscivano dalla gamma di frequenze che quel paradiso emetteva. Dapprima credette di aver percepito dei suoni di fantasia, poi si convinse che erano reali, e allora aguzzò l’udito per capire di cosa si trattasse e da dove provenisse.
Dopo alcuni istanti di attento ascolto non ebbe più dubbi: da qualche parte un neonato stava emettendo dei vagiti.
Elio posò la canna a mulinello e si diresse verso la fonte di quel pianto, che intuiva essere al di sopra del tratto di fiume dove lui si trovava. Infine giunse in un punto dove il torrente era delimitato a nord da una ampio greto ora illuminato dal sole e, in una zona riparata dal vento, a ridosso di una sporgente parete di roccia, vide un fagotto di coperte appoggiato sopra i ciottoli levigati che ricoprivano la sponda.
Da quell’apparente involto di stracci si liberava un pianto acuto parzialmente coperto dai rumori della natura. Elio si precipitò su quel disperato segnale di vita e rimase allibito nel vedere spuntare dalle coperte macchiate di sangue una piccola testa arrossata dal freddo e coperta di rada lanugine. Con delicatezza svolse i lembi di quei ruvidi panni e il suo sguardo fotografò quell’istante per imprimere per sempre l’immagine nella mente: un neonato appena partorito, lordo di sangue e di placenta, con il cordone ombelicale tranciato e annodato, dalla pelle raggrinzita per la poca massa del suo contenuto, si contorceva per la sofferenza inflittagli dalla temperatura di pochi gradi. Anche Elio avvertì un lungo brivido che gli percorse da capo a fondo la spina dorsale, e si precipitò a ricoprire immediatamente quel povero corpicino scosso dai tremiti.
L’uomo fu preso da un principio di panico, poiché non era certo di riuscire a salvare quella vita che appena iniziata rischiava già di finire. Notò che evidenti tracce di sangue partivano dal punto dove si trovava la creatura e seguitavano in una precisa direzione, sino ad addentrarsi in una fitta boscaglia che si staccava dal greto per perdersi sul fianco della vallata. L’uomo era combattuto tra la decisione di seguirle per essere portato sino alla madre esangue, forse ancora viva, e il timore che se non avesse fatto in fretta a portare il bambino in salvo, avrebbe avuto per sempre il rimorso di non avergli salvato la vita.
Prese quel leggero fardello e lo appoggiò adagio al petto, ricoprendolo anche con il suo giaccone imbottito. Provò a seguire per una breve distanza quel tracciato insanguinato, nella speranza di imbattersi al più presto nella seconda protagonista di quel dramma, ma dopo un quarto d’ora perse sia le tracce che l’illusione di poter aiutare quella povera sventurata sconosciuta. Tornò sui suoi passi e imboccò nuovamente il sentiero che portava al paese. Nonostante la salita camminava con passo spedito, e lo sforzo unito all’ansia che lo attanagliava lo facevano ansimare al punto da avvertire in ogni arteria i battiti del cuore.
Elio pregava tutte le sacre entità, da lui sempre bandite dalla propria spiritualità, affinché gli facessero la grazia e il dono di poter vedere diventare adulto quel minuscolo germoglio di essere umano. A tratti il suo pensiero andava alla donna della quale ignorava sia l’identità che la sorte e si chiedeva quale abitante del paese potesse essere la madre di una creatura non desiderata. Forse, pensava, si trattava di una ragazza che aveva tenuto nascosta ai suoi genitori la gravidanza, frutto di un rapporto non consentito da loro o dalla morale comune a tutti i paesani.
Elio immaginava quella donna, dai lineamenti del viso sfocati, in preda alle strazianti doglie che durante la notte l’avevano spinta lontana dal villaggio perché nessuno si accorgesse del suo travaglio. Però, se quella donna misteriosa aveva partorito sul greto del fiume e aveva avvolto il povero figlio nelle coperte che aveva portato con sé, significava che in cuor suo sperava di salvarlo, pur abbandonandolo. Ma come poteva quell’infelice madre sperare che il suo neonato sopravvivesse se non sapeva che lui sarebbe passato di lì poche ore dopo?
Elio ebbe all’improvviso la certezza che quella donna era al corrente che lui quel giorno sarebbe sceso al fiume e, poiché non vi si recava tutte le domeniche, di sicuro aveva saputo che lui proprio quel giorno ci sarebbe andato. Elio provò a ricordare a chi avesse detto nei giorni scorsi della sua intenzione di andare a pescare quella domenica. Oltre che con la moglie ne aveva parlato anche agli amici, e quindi la notizia non aveva avuto difficoltà a diffondersi tra tutti i componenti del borgo. Non aveva così alcun elemento per dare un volto alla sfortunata madre.
Elio quella mattina all’alba voleva stupire la moglie portandole un cospicuo numero di trote, ma, pur senza portarne alcuna, la stupì assai di più. Agnese, prima ancora di fare qualsiasi domanda, provvide a lavare con acqua calda la creatura, dopo essersi accertata che non avesse ferite. Avvolse il bambino in morbidi panni caldi e lo nutrì con il latte che Elio poco prima aveva munto da Fiorina, la loro mucca. Mentre il pargolo, ormai fuori pericolo, dormiva sazio e beato nella culla prelevata dalla cantina e accuratamente pulita e disinfettata, Agnese iniziò il fuoco di domande che aveva trattenuto sino a quel momento.
Elio le raccontò tutto senza omettere alcun particolare, dopodiché vennero aperte le porte a una numerosa folla di commenti. Elio chiese alla moglie:
“E ora cosa facciamo? È facile che la madre sia una del paese”.
Il buon senso femminile si rivelò attraverso le parole di Agnese:
“Se questa povera donna ha abbandonato la sua creatura, è perché non vuole che si sappia che lei era incinta. Se noi andiamo in giro per il paese per rintracciarla, non solo non la troveremo, ma scateneremo un vespaio di dubbi e nessuno potrà più dormire sonni tranquilli”.
Elio era più lento a centrare la situazione:
“Ma allora dovremo portarlo in città, presso qualche istituto”.
Agnese aveva ben chiaro in testa qual era il da farsi:
“Non dire sciocchezze. Se come mi hai detto non ti hanno visto mentre lo portavi a casa, non lo dovrà sapere mai nessuno che lo hai trovato giù al fiume. Questo ora è figlio nostro e rimarrà tale”.
Il marito non era convinto:
“E come lo spieghi alla gente che tu hai avuto un figlio senza i nove mesi di gravidanza? Potresti gridare al miracolo, ma non so se saresti convincente.”
La donna si dimostrò davvero intraprendente:
“Diremo che lo abbiamo adottato, ma andremo in città a registrare la nascita come se fosse un figlio naturale. Mi farò fare un certificato, per dichiarare che è nato in casa, dal marito di mia sorella che è medico condotto, e all’impiegato dell’anagrafe non interesserà di certo se ho avuto il pancione oppure no.”
Elio rimase diversi istanti a riflettere sulle parole della moglie, poi, non trovando altro da chiedere, disse solamente:
“Come lo chiameremo? Con il nome che volevamo dare a nostro figlio se fosse arrivato?”
Agnese si lasciò sfuggire un sorriso accennato, fatto nascere da un suo pensiero:
“Lo hai trovato in mezzo ai sassi, no? Lo chiameremo Pietro. Cosa ne dici?”
Anche Elio sorrise.
“Pietro delle pietre - disse tra sé, poi, rivolto a lei - Agnese, sei unica. Come farei senza di te?”
Si abbracciarono, consapevoli entrambi di aver raggiunto un traguardo nel quale ormai più non speravano. Elio guardò con commozione gli occhi umidi della moglie che volevano liberare i suoi stati d’animo più repressi, e le disse:
“Piangi pure, Agnese. Le lacrime non sempre fanno male”.

§

I primi tempi Elio scrutava le espressioni delle giovani donne del paese che incontrava e con le quali si soffermava a parlare. Le fissava per rendersi conto di un loro battito di ciglia diverso dal solito, di un improvviso velo di tristezza, di una ritrosia a reggere il suo sguardo che potesse tradire un loro sentimento nascosto e quindi svelare quel grande segreto. Niente di tutto questo, la vita nel villaggio continuava il suo corso come sempre, con l’unica variante di quell’ultimo ospite inatteso che attirò la curiosità della gente, però subito appagata dalle spiegazioni che Agnese ed Elio avevano concordato di fornire ai compaesani.
Fece meraviglia che i due coniugi non avessero mai accennato alla loro intenzione di adottare un bambino, ma essi convinsero gli amici che, essendo già stati duramente provati in quel senso dal destino, non avevano voluto divulgare la notizia finché il nuovo arrivato non fosse entrato in casa loro.
Pietro entrò a far parte della comunità e, come residente nuovo di zecca, fu colmato di attenzioni da tutti. Ben presto il bambino si inserì nel modesto tessuto sociale del paese e venne considerato a tutti gli effetti il figlio di Elio e Agnese. Anzi, molti degli abitanti trovarono che il bambino avesse preso gli occhi dalla madre e le fattezze del viso dal padre.
Pietro crebbe diventando un bimbo vivace, forse anche troppo, e questo suo carattere si discostava nettamente da quello dei suoi genitori adottivi, persone molto miti, che facevano fatica a tenerlo a freno. Quando Pietro iniziò a frequentare la scuola elementare anche gli insegnanti ebbero il loro bel da fare per convincerlo a non molestare i compagni di classe e a stare fermo dentro al banco. Spesso Elio e Agnese dovettero subire le lamentele degli altri genitori e le convocazioni degli insegnanti che li invitavano a essere più severi con il figlio.
In casa poche suppellettili resistevano alla furia di Pietro, che non degnava di uno sguardo né libri né quaderni. Era sempre in giro per la campagna con la sua fionda infilata in una tasca posteriore dei calzoni, ma sempre pronta a entrare in azione per centrare un nido di passeri, o il vetro di una finestra, o le gambe di altri ragazzi che stavano giocando tra loro.
Pietro era un solitario, malvisto dai suoi coetanei e dai loro genitori, e nelle buone stagioni passava i pomeriggi dopo la scuola in caccia di animaletti come lucertole, gechi e simili, da catturare e torturare con gli spilli che aveva preso dalla scatola del cucito di Agnese. Era soprannominato Attila e ogni bambino del paese aveva ricevuto dalla madre la raccomandazione di non frequentarlo. Proprio per questo Pietro odiava tutti e provava piacere nel provocare sofferenze agli altri.
Oltrepassò il limite quando diede fuoco alla tenda che i ragazzi del paese avevano montato in una radura dove stavano campeggiando. Approfittò di una loro assenza per cospargere di benzina il sopratelo di nylon impermeabile e buttarvi sopra un fiammifero acceso. I ragazzi andati in cerca di funghi stavano rientrando alla base in quel momento e poterono vederlo. Lui li tenne lontani prendendoli di mira con la fionda, dopodiché fuggì via.
La vendetta fu inevitabile. Il giorno dopo Pietro stava percorrendo come al solito un viottolo che lo portava verso i campi, quando all’improvviso fu fatto bersaglio di una scarica di sassi lanciati da diverse mani. Non fece in tempo a cercare riparo, ed uno dei proiettili a lui indirizzati lo colpì all’occhio destro causandogli lo sfondamento del globo oculare.
Quando Agnese lo vide arrivare a casa coperto di ematomi e con l’occhio sanguinante ebbe un malore. Fu avvertito Elio che lo portò velocemente in città all’ospedale. Durante il viaggio l’uomo ricordava la stessa ansia provata mentre in tutta fretta stava portando il neonato a casa per salvargli la vita. Elio si stava chiedendo dove e quando lui e la moglie avevano sbagliato con Pietro: forse quella domenica di anni prima lui doveva proseguire la ricerca della madre che stava subendo una emorragia, invece di interromperla. Quanti ripensamenti da quel giorno!
Sull’auto il figlio scontroso si rifiutò di dare spiegazioni al padre, ed Elio rinunciò a chiederle. Quando ritornarono a Quattrocase il volto torvo di Pietro portava i segni delle medicazioni e sopra l’occhio destro una vistosa benda incerottata stava a indicare che il ragazzo da quell’occhio non avrebbe visto più. Da lì a essere chiamato “il guercio” dagli altri ragazzi il passaggio fu breve.
Adesso Pietro non aveva neanche più un nome, nemmeno Attila, che lui portava con orgoglio anche se non sapeva chi fosse. Ora il suo pessimo carattere lo faceva definire nient’altro che “il guercio”, e questo aumentò ancor più l’odio che provava per il mondo intero.
Elio e Agnese erano invecchiati precocemente, afflitti da innumerevoli preoccupazioni, rimorsi, sensi di colpa. Elio malediceva spesso quel lontano giorno che aveva deciso di andare a pescare, e in quei momenti tornava a chiedersi chi mai fosse la madre di quel demonio dalle sembianze di ragazzino, e chi il padre. Ormai questi erano interrogativi inutili perché non avrebbero mai avuto una risposta.
Pietro con la benda sull’occhio sembrava un giovane pirata all’inizio della sua  infausta carriera, e poiché il destro era l’occhio di mira per i primi tempi dovette rinunciare all’uso della fionda, ma non si scoraggiò. Ben presto imparò a impugnare la sua arma con l’altra mano e quindi a mirare con l’occhio sinistro. In apparenza quindi niente era cambiato rispetto a prima, ma in realtà nel ragazzino si era operata una profonda trasformazione: adesso che la sua visuale del mondo si era dimezzata,  il suo odio nei confronti del mondo stesso si era raddoppiato.
Pietro ogni giorno si svegliava col pensiero di chi sarebbe stata la sua vittima di turno. Dapprima furono gli animali, anche quelli di taglia più grossa delle solite lucertole, come cani, gatti e altri, ma questi dopo un po’ non gli diedero più soddisfazione, e allora decise di accanire il suo livore verso gli esseri umani, e non più solamente i suoi coetanei.
I genitori del ragazzo che più detestava avevano davanti alla casa un giardino che curavano in modo maniacale, con dedizione religiosa. Le varie aiuole di begonie, calendule officinali, crisantemi, dalie, iris, primule, rose, tulipani, viole e altre, erano disposte rigorosamente in ordine alfabetico, da sinistra a destra e dall’alto in basso. Per puro caso l’effetto cromatico era straordinario e le fotografie scattate al giardino dai suoi curatori e spedite a varie riviste del settore, erano state spesso pubblicate e avevano procurato loro anche diversi premi.
Quel giorno Pietro decise di recidere tutta quella ricchezza floreale appartenente a due sole persone, per ridistribuirla in perfetto stile Robin Hood a tutti gli abitanti del paese. Uscì silenziosamente di casa a notte fonda, con una sottile falce di luna che lasciava il buio così come lo trovava. Pietro andò nel magazzino degli attrezzi e prelevò la falce che il padre teneva sempre molto affilata. Nelle stradine del paese, illuminate a stento da fiochi lampioni, non incontrò che un cane randagio e un paio di gatti, ma ormai gli animali non gli procuravano più alcuna voglia di infierire su di essi.
Raggiunta la meta non ebbe certo difficoltà a scavalcare il recinto che delimitava i confini di quella riserva botanica. Anche Pietro fu ligio, e iniziò a recidere gli steli in ordine alfabetico, per uniformarsi alle abitudini della casa. La falce descriveva nell’aria dei perfetti archi di circonferenza, e calava senza pietà sulle corolle che non potevano mettere in atto alcuna forma di difesa. Appena ebbe finito con le begonie,  le raccolse in un mazzo che in seguito avrebbe distribuito sui davanzali delle finestre al piano terra delle varie abitazioni di Quattrocase. Poi passò alle calendule e ripeté il rito. Ogni volta poggiava la falce nell’aiuola che aveva appena rasa al suolo, raccoglieva i fiori per raggrupparli e passava a quella successiva. Dopo le dalie non tenne più conto che ogni aiuola era cintata da una serie di pietre che facevano da contenimento, per cui nel buio che lo avvolgeva non se ne avvide e incespicò in uno di questi sassi appuntiti.
Pietro finì lungo disteso e la terra soffice del prato permise che la sua caduta non avesse conseguenze: la terra... ma non la falce. Cadendo, il suo polso sinistro urtò violentemente sulla lama affilatissima rivolta verso l’alto. L’urlo fu lancinante e svegliò di soprassalto gli occupanti della casa che subito accesero le luci interne, poi quelle del giardino. Quando uscirono, la visione che più li fece inorridire non fu certo quella dei loro preziosi fiori recisi.
Per la seconda volta Elio si trovò diretto in città, per portare il figlio al pronto soccorso dell’ospedale a tutta velocità. Erano le tre passate di notte e sui sedili posteriori dell’auto sedevano Pietro, svenuto, e l’ex proprietario del più bel giardino di Quattrocase che gli reggeva il capo sulle ginocchia, tenendogli delle bende sul polso per tamponare parzialmente la grande quantità di sangue che usciva: lo stesso sangue che intrideva completamente il panno disinfettato, posto sul sedile accanto al guidatore, nel quale era avvolta la mano sinistra del ragazzo.

Adesso il suo nome era diventato Capitan Uncino. Con la benda nera sull’occhio e il moncherino privo della mano il suo appellativo non poteva essere diverso. Per Pietro ogni essere vivente era un Peter Pan da detestare e dare in pasto ai coccodrilli, se lo avesse potuto. Da monco non poteva più mettere in atto le sue torture sugli animali, né fare il minimo tentativo per recare danno alle persone: era diventato un essere inutile agli altri e soprattutto a se stesso.
L’espressione normale del suo volto di ragazzo undicenne, era quella di un malvagio criminale che avesse già scontato diversi anni di galera. Si sentiva sempre più solo poiché ormai non riusciva e non poteva trovare alcuna solidarietà nelle sue azioni scellerate.
Elio e Agnese provavano vergogna a confrontarsi con gli altri abitanti, poiché sapevano di essere oggetto dei loro contrastanti sentimenti: compassione e disprezzo, partecipazione al dolore e biasimo nei confronti di genitori che non avevano saputo educare il figlio. Quindi i coniugi si autoemarginarono e, a completare il vuoto che si era creato attorno, non avevano neppure più l’amore reciproco che risvegliasse i motivi per fare trovare loro uno scopo nella vita. I sentimenti che dominavano la loro attuale esistenza erano un profondo senso di colpa del quale ognuno dei due si caricava, per alleviare quello dell’altro. Si trovavano spesso a piangere, e questa volta era un pianto che faceva male.
Come potevano essere d’aiuto a Pietro, se non avevano neppure la forza di sopportare sé stessi? Un giorno decisero di vendere tutto, casa e terreni, e trasferirsi altrove, magari in città dove Elio avrebbe cercato lavoro, ma quando comunicarono la notizia a Pietro questi si ribellò.
“Non vi basta quello che mi avete già fatto? Adesso volete che tutta la città sappia che io sono un relitto umano?”
Elio ed Agnese restarono di stucco. Fu Agnese che trovò il coraggio di dire:
“Ma... Cosa ti abbiamo fatto, se non darti tutto il nostro affetto?”
L’unico occhio di Pietro lanciava messaggi di disprezzo.
“Mi avete fatto nascere! Ma chi ve lo ha chiesto? Io vi detesto per questo!”
Agnese scoppiò per l’ennesima volta in lacrime ed Elio non riuscì a tollerare il dolore che quella vista gli procurava. Perse il controllo e urlò al ragazzo:
“Noi non ti abbiamo fatto nascere!... La nostra sola colpa è stata quella di raccoglierti giù al fiume, dove tua madre ti aveva abbandonato dopo averti partorito, e di allevarti, e farti crescere con tutto l’amore che abbiamo da darti... Ed è tanto!... Credi che noi ci meritiamo queste tue parole?”
Pietro rimase folgorato da quella verità, provò a balbettare qualcosa, poi voltò le spalle ai genitori.
Elio incalzò:
“Non volere ferire te stesso, cercando di ferire noi. Non c’è niente che non si possa ricostruire, se c’è la volontà di farlo... Pietro, abbi fiducia nei tuoi genitori. Noi in te ne abbiamo tanta... Stiamo solo aspettando che tu te ne accorga.”
Pietro si voltò di scatto. Il suo occhio sinistro era bagnato di lacrime:
“C’è un solo modo per ricominciare... Ed è tornare al fiume, come allora... Ma stavolta, vi prego... Non venite a salvarmi... Lasciate che sia il fiume a decidere.”
Detto questo si voltò nuovamente verso la porta e uscì correndo. Elio e Agnese, superato il primo momento di stupore, si precipitarono fuori sforzandosi inutilmente di raggiungerlo. Fecero solo in tempo a vedere che era arrivato al parapetto che faceva da protezione al dirupo che scendeva a precipizio verso il fondo della valletta dove scorreva il torrente Cantico.
Pietro scavalcò il muretto reggendosi con l’unica mano, si voltò a guardare per l’ultima volta i genitori, infine si gettò prima che loro riuscissero a lanciare un urlo per fermarlo.

“Noooo!”
Urlò Elio svegliandosi di colpo. Ansimava ed era sudato fradicio. Il sogno che drasticamente lo aveva svegliato continuava a produrre i suoi effetti ansiogeni. Elio, ora ben desto, non riusciva più a mettere bene a fuoco le immagini che lo avevano scosso nel sonno, ma continuava a sentirne le conseguenze concentrate nel plesso solare. Anche Agnese aprì gli occhi.
“Che ti succede? È tutta la notte che ti rigiri nel letto e che ti lamenti. Non hai digerito bene la cena di ieri sera?”
Elio cercava di afferrare le immagini che nella sua mente poco alla volta si stavano dissolvendo, ma riuscì a catturarne solo pochi brandelli, troppo pochi per riuscire a dare una spiegazione alla moglie.
“Ho fatto un sogno strano. C’era un bambino che era nostro figlio, ma nello stesso tempo non lo era... Però non riesco a ricordare bene.”
“Mi sembrava che ci fossimo messi il cuore in pace - replicò Agnese - Ma vedo che in realtà per te non è così, se fai di questi sogni... Ma che ore sono? Non dovevi andare a pescare?”
Ora più rilassato Elio guardò la sveglia sul comodino, con le sfere fosforescenti.
“Sono quasi le sei... Se devo essere sincero quel sogno mi ha smontato. Ho l’impressione che mi convenga rimanere a letto... Sì, rimango con te a dormire ancora un po’... E poi, quando saremo di nuovo svegli e riposati... Avrò di meglio da fare”.
Elio fece un sorriso malizioso che voleva spiegare meglio la sua ultima frase. Ma la moglie gli freddò l’entusiasmo rispondendo con ironica voce assonnata:
“Non farti illusioni. Mi sono venute le mestruazioni... Quindi oggi niente cigolio del letto. Sarà meglio che vai a procurare un po’ di pesce per la cena, se no ti toccherà il solito spezzatino di pollo”
Quindi si girò dall’altra parte, sprimacciò il cuscino per restituirgli morbidezza e si rituffò nel sonno.
- Beh... A questi punti...- Pensò Elio, e si alzò per andare a preparare tutta la sua attrezzatura per la pesca.
Il cielo limpido era già passato dal blu profondo della notte all’azzurro indaco che preannunciava l’alba. L’aria del mattino era frizzante e trasmetteva ondate di sensazioni piacevoli. Con l’umore alle stelle Elio iniziò la discesa dello stretto e ripido sentiero che lo avrebbe portato sino al greto del torrente che scorreva in fondo alla valle. Il sole non era ancora spuntato e il pescatore stava già pregustando lo spettacolo dei primi raggi che avrebbero scavalcato a oriente le creste dei monti per inondare la vallata di luce purissima.
Raggiunto il fiume, ne iniziò la risalita per arrivare alle pozze d’acqua che sapeva abitate da numerose famiglie di trote fario, la sua preda preferita. Mentre il canto della natura e gli anticipi dei bagliori solari lo stavano accompagnando, Elio ebbe la percezione di un suono che gli risultava estraneo al concerto di gorgheggi degli uccelli sugli alberi, sovrapponendosi a essi invece di amalgamarsi.
Dopo alcuni minuti di attento ascolto, riuscì a capire di cosa si trattasse: era il vagito di un neonato, ed Elio ne individuò anche la provenienza. Quella fonte sonora arrivava da una zona al di sopra del punto in cui lui si trovava e dopo poco la raggiunse.
Ormai il sole sorto del tutto illuminava un ampio spiazzo dove il greto del fiume si allargava e, sotto una sporgenza di roccia che faceva da riparo, lui vide qualcosa appoggiato sui sassi che a prima vista sembrava un involto di stracci.
Quando si avvicinò poté rendersi conto che si trattava di una coperta che rifasciava un essere, del quale spuntava solo un capino arrossato dal freddo ricoperto di radi capelli lanuginosi che si muovevano appena per le sporadiche raffiche di vento. Scostò adagio i lembi della coperta sporca di sangue per scoprire il contenuto, e si accorse che...

§

Elio si svegliò di colpo affannato. Smarrito, si rese conto con sollievo che stava sognando e, uscendo dal sonno, finalmente era riuscito a liberarsi dell’incubo che quella notte a più riprese continuava a non dargli tregua. Respirò profondamente per un minuto, al fine di azzerare l’ansia provocata dagli eventi a catena che si erano susseguiti nel suo sogno.
Accanto a lui la moglie dormiva, respirando sommessamente. Lui le si accostò, infilò una mano sotto la sua camicia da notte e la appoggiò lievemente sopra il suo seno morbido e opulento. Agnese si svegliò per quel contatto, aprì gli occhi e sorrise sonnolenta al marito.
“Non devi andare a pescare?” bisbigliò lei.
“No” rispose lui, ricambiando il sorriso “Ho cambiato idea”.
“Meglio così” riprese la moglie con voce impastata dal sonno, ma allusiva al tempo stesso “Speravo che tu rimanessi a letto... Questa tua scelta verrà premiata. Adesso dormo ancora un pochino”.
E si riaddormentò.
Elio rimase in attesa, dandosi ogni tanto dei pizzicotti: voleva essere ben certo che quella non fosse la prosecuzione del sogno...


FINE



 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:53 )
 

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