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Michele Bertolotto - la poetessa Meliconi PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 22 Luglio 2011 07:50

 

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LA POETESSA MELICONI

di Michele Bertolotto
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 novembre 2006




Eh sì! Dura la vita per un Commissario dei carabinieri che deve usare sette sensi anziché cinque e che nelle indagini non sempre può usare la vista, ma l’istinto…
Era un radioso mattino di marzo, dalla sua finestra al terzo piano il commissario Santagazio poteva ammirare le Alpi che dividono la sua amata terra natia da quel fazzoletto di prati verdi, banche e ruote di formaggio con i buchi di pasta filata di vacca lilla che è la Svizzera.
La luce del mattino, rifratta dall’atmosfera e da chissà quali altri misteriosi fenomeni che non avrebbero mai smesso di meravigliare il commissario, si stendeva in un arcobaleno di colori nella tavolozza del cielo primaverile.
Questi poetici pensieri danzavano come putti alati e ignudi nella mente del commissario, quando l’agente Pasquale Agnello irruppe nell’ufficio senza bussare.
Va precisato che l’espressione del commissario mutò in pochi millisecondi dal modello “estasiato ellenico” a una più consona tipologia “incavata barocca”.

”Agne’! Quante volte ti dissi di bussare”
“Mi scussasse Dotto’, la fretta...c’e’ qui la signorina Meliconi che le vuole parlare” “Meliconi? Chi era costei?” pensò il Santagazio tra sé e sé citando, solo in parte involontariamente, il Manzoni tanto caro ai milanesi.
“La faccia accomodare” rispose frettolosamente il commissario, rammaricandosi di non essersi impomatato i baffi, come gli era costume ogniqualvolta aveva un appuntamento con una femmina.
L’ingresso della signorina Annamaria Pia Meliconi fu accompagnato da un’occhiata inquisitoria del Santagazio, che immediatamente la catalogò con il non disprezzabile appellativo qualificativo di “potabile”.
“Commissario, mi spiace disturbarla con una faccenda di così poca importanza, non vorrei fare tanto rumore per nulla, ma sono due giorni che ricevo corone di fiori e a casa mia non c’è stato nessun decesso di recente, ho dapprima chiamato i fiorai, ma costoro dicono che non c’è nessun errore, che l’indirizzo è giusto. Io mi sono prodigata ad avvertire amici e parenti, ho persino scritto un trafiletto per il Corriere, in versi, sa, io amo scrivere tutto in versi, persino la lista della spesa, ma prima che venga pubblicato ci vorranno giorni e... beh, insomma capirà il mio disagio..”
“Capisco signorina... Meliconi...?”
“Annamaria, mi chiami pure Annamaria” fece la Meliconi, che, va detto, aveva nel frattempo mutato la sua espressione da un “disagio futurista” alla Marinoni a una “lusinga cubista” decisamente picassiana per l’affabilità del sedicente e non-poi-così-male commissario.
Il commissario congedò la Meliconi con la promessa che avrebbe visto, provveduto... se in una settimana... e lasciò che la donna in tailleur porpora scivolasse via dal suo ufficio.
“Bigazzi, cos’hai da fare?”
“Beh, siur commissario, c’avrei su un paio di analisi del DNA e poi c’è una autopsia, dovrei andare all’obitorio tra un’oretta”
“Ah, ecco bravo, visto che sei lì, guarda un po’ se trovi una certa Meliconi, Annamaria”
“Ma siur commissario, non ghe l’è mica la signorina che è venuta nel suo ufficio poco fa?”
“Sì, cioè no... insomma, Bigazzi, un caso di omonimia sospetto, ma forse è il caso di dare un’occhiata al cadavere, se ce n’è uno fai due foto e portamele prima che puoi... anzi, prima ancora”
“Signor sì, siur commissario”
Di lì a poco il Bigazzi tornò con una serie di istantanee raffiguranti una donna senza volto, la pelle mangiata dai topi dei Navigli.
“Come l’hanno riconosciuta, Bigazzi?”
“Aveva con sé i documenti, ne ho fatto una copia guardi, Annamaria Pia Meliconi, anni quarantaquattro, la foto corrisponde alla signorina di stamane, giovanile però!”
“Già, uno strano caso di omonimia, Bigazzi, oppure i documenti non sono suoi, grazie a ogni modo”
Quella sera il Santagazio era invitato a cena a casa del carissimo amico Brambilla, per celebrare l’inizio della primavera, ma soprattutto l’arrivo della produzione autunnale di prosecco della rinomata casa vinicola “Fratelli Tosto”, che il Brambilla si era premurato di ordinare con generosità ben prima che la vendemmia avesse luogo, dopo avere personalmente ispezionato i vitigni in una notte di luna piena.
L’inconfondibile aroma dello zafferano avvolse le narici del commissario al suo arrivo a casa Brambilla. Va qui precisato che la signora Adele Cordero in Brambilla aveva un segreto per cucinare il suo risotto appreso dal grande Carnaroli in persona sul letto di morte.
“Perché vede commissario, al giorno d’oggi nessuno più usa il midollo, che va cotto e non rosolato nel burro”
È opportuno aggiungere che eco della ricetta della signora Brambilla era giunta sino agli alti quartieri. Voci non confermate riportavano che dopo una furiosa notte di tentativi, suor Germana si arrese all’evidenza che il suo risotto era qualitativamente inferiore e recitò ventisette ave Maria affinché le venisse perdonato il suo peccato, o quantomeno le fosse alleviata la pena derivante dalla sua presunzione. È noto poi come suor Germana, nata Martina Consolaro, ebbe occasione di passare alle cronache per i suoi numerosi libri di ricette, mentre la Brambilla continuò la sua anonima esistenza fatta di cucina amatoriale e incontri furtivi con il sedicente Mario Appinati, in arte Cavallo Pazzo.
“Caro Ugo, avrai certamente sentito di quel cadavere ripescato senza volto nei navigli, quella Melidei...no Meliarella...”
“Meliconi?”
“Sì, ecco, proprio lei, che brutta storia!”
“Non è di mia competenza, ma stiamo a ogni modo indagando.”

Fu in quel preciso istante che il Santagazio ebbe un effetto rebound delle tavolette di melatonina, che il commissario divorava come chewing-gum per superare quello che ebbe a definire nelle sue memorie come “il jet lag di vivere” e si congedò dai Brambilla con pensieri multicolori che gli affollavano la mente.
Il commissario che si ritrovò a guidare per una strada che non conosceva, si rese conto che la diritta via era smarrita e si rammaricò di aver ceduto alle insistenti offerte del Brambilla accompagnate da logorroici pistolotti per assaggiare tutte, ma proprio tutte, le varietà di prosecco dei “Fratelli Tosto”.
Mentre il Santagazio stava rassegnandosi all’idea di essersi perso, vide qualcosa dinnanzi a sé che ebbe a cambiare in maniera irrimediabile il corso della serata.
Decise di fermarsi, spense i fari e rimase a guardare.
A un centinaio di metri di fronte a lui la signorina Annamaria Pia Meliconi stava deplorevolmente impiastrando i muri di un edificio con una bomboletta spray.
Il commissario decise allora di intervenire
“Ma che sta facendo? A quest’ ora poi?”
“Ah, è lei commissario, mi aiuta? Che lassù non ci arrivo...”
“Ma come mi aiuta? Ma lo sa che è vietato imbrattare i muri?”
“Commissario mi stupisco di lei, non sto imbrattando, compongo, scrivo versi, non vede?”
“Come scrive versi? Ma non lo può fare a casa sua come tutti i cristiani?”
“Ho già riempito tutti i muri”
“Scriva su un foglio!”
“Ah no! La poesia deve liberarsi dalla carta, la carta è la prigione delle parole, lo diceva Prévert commissario, sa che quasi ebbi una relazione con lui? Ci mancammo di pochi anni in una piazza di Parigi, lui ci passò nel settantadue e io nel settantasette, alle volte il destino, le piace Prévert commissario?”
“Ma che c’entra? Sì, preferisco Neruda a ogni modo”
“Bestemmia! Allora, mi aiuta o no?”
“No che non l’aiuto, torniamo a casa”
“Cos’è, una proposta?”
“Ma no”
“Le va un caffè, commissario?”
Il Santagazio lottò contro il suo desiderio di rifiutare l’invito di quella che aveva rapidamente retrocessa dal ruolo di “potabile” a quello di “matta da legare”, si rese però conto che l’effetto rebound della melatonina misto all’abuso di prosecco stava avendo il sopravvento sul suo sesto senso.
“Un caffè mi va, ma solo quello”
“Altro non ho commissario... non pensi che...”
“Non penso signorina Meliconi, piuttosto lei perché non mi detto che aveva perduto i documenti?”
“Ah sì? Ah, è vero, me ne ero scordata, caro il mio commissario, è dura essere poetesse, ti viene l’ ispirazione e tac, ti scordi del resto, ma era successo anni fa, ora ne ho dei nuovi commissario, ci vollero mesi, ma alla fine...”

Il commissario ebbe modo di constatare che la Meliconi non mentiva quando affermava di avere ricoperto le pareti di versi

“storie
di finti amori
e storie di capricci
di favole e dispetti
d’ire divine e umane...”

”Che fa commissario, legge?”
“Sì, leggevo...”
“Ecco qui il suo caffè nero e amaro come piace a lei”
“Ma io veramente prenderei un po’ di zucchero...”

“storie di primedonne
che vogliono corone
d’umili schiavi e sudditi
pronti sempre all’inchino...”

“È la mia opera prima sa commissario, che coincidenza, lei crede alle coincidenze? E alle stelle...?”
Nel pronunciare l’ultima parola la Meliconi si piegò verso il commissario mostrando una scollatura che ad anni di distanza l’ormai ottuagenario Santagazio ebbe a ricordare con un sorriso che gli avrebbe fatto cadere la dentiera in un tombino di corso Buenos Aires.
“Beh, grazie per il caffè, io andrei, si fa tardi”
“Se crede commissario, ma torni, torni quando vuole”
“Lei piuttosto, voglio vederla domattina in commissariato, dobbiamo parlare”
“Ullallà... come corre, non preferisce a cena, le piace l’indonesiano?”
“Sì, ma che c’entra? L’aspetto in commissariato alle undici”

Il Santagazio ritrovò tosto la via di casa e confessò tra sé e sé che quell’incontro lo aveva non poco turbato.
“Dunque di una pazza si tratta, un’artista o come la si vuol definire, di certo con qualche rotella fuori posto, eppure piacevole a modo suo, forse un po’ naïf, di certo non un’omicida, qui non ci capisco più nulla”
Durante la notte il Santagazio fu assalito da una raffica di sogni popolati da troll e goblin che danzavano un ballo popolare tirolese di fronte a un paiolo di fonduta, d’improvviso una creatura dei boschi si girò verso di lui
“Helga, commissario, la scritta sul muro...”
“Cosa? Ma che dice, si spieghi o la denuncio!”
“Commissario, la sveglia”
“Che sveglia?”
“Lo sente questo scampanellio? È la sveglia”
“Mannaggia all’anima delli mortazzoni...”

Il commissario mise su il caffé secondo la metodologia sviluppata nelle furiose notti passate di fronte al testo di diritto penale, che, va ricordato, il Santagazio passò solo all’ottavo tentativo accettando un generosissimo diciannove.
Alle undici e quarantacinque minuti il commissario esortò l’agente Agnello ad andare a prendere la signorina Meliconi a casa.
“Buongiorno signor commissario, mi ero proprio scordata, ma mi faccio perdonare subito, tenga!” Disse porgendogli un pacco, che per distorsione professionale il Santagazio analizzò con occhio clinico e, resosi conto che non poteva trattarsi di bomba, lo catalogò come libro.
“Grazie, ma non doveva”
“Mi ha detto ieri sera che le piaceva Prévert, così le ho preso una raccolta, Sangue e Piume, le ha già lette?”
“No, grazie”
Il Santagazio ebbe a modificare in un istante la definizione “matta da legare” con una più eufemistica “decisamente naïf”
“Chi è Helga?”
“Helga? Come sa di Helga?”
“L’ho letto sul muro del suo soggiorno”
“Helga Biraghi fa parte del mio passato, era una poetessa con cui avevo avuto una relazione professionale”
“Sentimentale?”
“Ma che pensa commissario? No, non sono mica lesbica.”
“Signorina Meliconi...”
“Mi chiami Annamaria o Anna se preferisce...”
“Annamaria, quando perse i documenti frequentava la signorina Biraghi?”
“Mi pare di sì, perchè?”
“Solo un sospetto, aveva qualche segno particolare la signorina Biraghi?”
“Mi faccia pensare, sì, un tatuaggio con un diavoletto sul braccio, ora che mi ci fa pensare”
“Grazie, può andare”
“Come... così?”
“E come allora?”
“Non so, un commiato, io pensavo di invitarti a cena a mangiare indonesiano,  conosco un ristorantino delizioso”
“Ma, non so se è il caso...”
“Allora stasera alle nove... ti passo a prendere a casa”
“Come a casa?”
“Ma sì, ma sì, ti trovo, non ti preoccupare.”

Tutto era chiaro nella mente del commissario, la vittima, la Biraghi, aveva ancora i documenti della Meliconi, che aveva preso per sbaglio o volutamente, ma chi era l’assassino? Non la Meliconi, quella era persa nel suo mondo di poesia, coincidenze astrali e ristoranti etnici, non poteva far male a una mosca…

DRINNNNN
“Pronto Santagazio”
“Sono Pasquino, senta commissario i ragazzi qui hanno beccato l’ assassino della donna del canale, dice di conoscerla, tal Gennaro Lo Pesce, ma questo non si sbottona e vuole parlare solo con lei”
“Lo Pesce? Ma quello è un poveraccio, a ogni modo arrivo subito.”

Il Santagazio sorrise sotto i baffi. Il questore Pasquino, per questioni legate a una annosa diatriba su un vecchio caso, gli stava sullo stomaco e ricevere una richiesta diretta d’aiuto era occasione da prendere al volo per eventuali velati sberleffi futuri.

“Commissario, ce lo dica lei che io sono innocente, io sono un povero padre di famiglia!”
“Lo Pesce, tu sei padre di famiglia come me e se hai prole di certo non ne sei al corrente” fece il Santagazio.
“Commissario, abbiamo trovato tracce di sangue della vittima sull’auto rubata su cui viaggiava il Lo Pesce quando lo abbiamo fermato, la macchina non aveva documenti a bordo” intervenne tosto il questore.
“Lo Pesce, ti sei fatto di nuovo beccare con le mani nel sacco, ma questa è ‘na cosa grossa, capisci a me, qui c’è di mezzo un morto, se non mi racconti tutto io ti sbatto dentro e butto via la chiave”
Il Santagazio aveva studiato queste frasi a effetto all’accademia della polizia di Hollywood e annoverava, tra le sue citazioni preferite, alcune uscite di Al Pacino in Serpico e di Sydney Poitier dell’ispettore Tibbs. In misura minore si rifaceva a Dirty Harry, anche se trovava la sua stazza poco credibile per le battute assegnate al duro e scheletrico Eastwood, tanto più che costui aveva sempre la pistola in mano e il Santagazio nemmeno ricordava dove l’aveva lasciata quella mattina. “Commissa’, io non uccisi nessuno” il Lo Pesce scoppiò in lacrime, vista alla quale il cuore di panna del commissario era lì lì per vacillare.
“Vabbuo’ Lo Pesce, ma dove l’hai fregata sta macchina, ah? E il libretto di circolazione dove l’hai buttato?”
“Nun lo sacci commissa’, la macchina stava in una via, abbandonata, io non ho buttato via nessun libretto, mammamia, ch’ aggi a ‘ffa?”
“Vabbuo’, andiamo a vedere ‘sta macchina”
La macchina in questione era uno dei pochi esemplari di Opel Ascona cabriolet che piovvero per caso su questo pianeta, una follia della casa automobilistica tedesca, forse di un designer in preda a chissà quali droghe.
Va precisato che l’abilità nello scovare dettagli significativi solo ai suoi occhi aveva fatto del Santagazio un vero e proprio segugio.
Il Santagazio non poté fare a meno di notare che alitando sul parabrezza appariva chiara la dicitura

“leggesti di sorrisi
nascosti tra colline
e dolci monti
velati dalle sere
sulle spiagge
a dita incrociate
per sogni non votati a stare muti
sfogliasti quella stella
dentro il petto
per cogliere un amore rifiorito
che avanti si faceva
dubbio e incerto
temendo d’ogni vento
le folate...”

“Caro questore, per me il caso è chiuso, per questa volta lascerei perdere il Lo Pesce, che si è rivelato utile alle indagini
“Ma come Santagazio, non capisco!”
“Capirà, caro questore, venga, le offro un caffé, qui al bar Augusto lo fanno sublime, le pastarelle poi, nu babbà.”

Alle nove in punto la signorina Meliconi si presentò alla porta del Santagazio con un abito che lo stesso commissario, non senza un certo rammarico, avrebbe definito quanto mai provocatorio.
“Ugo, non sei ancora pronto?”
“No, Annamaria, siediti, che metto su un caffè”
“Ma come, prima di cena?”
“Con comodo, ho da raccontarti la storia di un’avvenente signora che appare normale di giorno, ma la notte cade in una trance poetica e non sa resistere alla tentazione di scrivere i suoi versi ovunque le capiti... e che persa nel suo mondo di liriche d’amore si è persino scordata di aver commesso un omicidio... davvero uno dei casi più bizzarri che mi siano capitati.”


 



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GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:56 )
 

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