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Florian Lasne - tuoni lontani PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 17 Luglio 2011 16:26

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
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TUONI LONTANI

di Florian Lasne
Cascina Macondo – Scritturalia, domenica 20 aprile 2008





Come al solito, mi sveglio di soprassalto con una paura al ventre lancinante, e delle visioni allucinanti. Non so cosa mi tormenta, mi bazzica. Solo alcuni lampi di pensiero mi sollevano da un oblio preoccupante: dov'è passata la mia vita, ho vissuto il mio passato? Niente di tutto questo è chiaro, nessuna certezza mi s'illumina. Mi addormento.
Cinque del mattino, non so se Parigi si sta svegliando, ma un tuono di Dio rimbomba nel mio sudore et mi urla fuori dalle lenzuola. Là, davanti a me, un rumore. Il muro si sbriciola, si spacca da una risata eclatante. Rido anch'io, piango ugualmente. Non capisco più, ho da tempo dimenticato di capire, rinunciato a... forse. Il folgore continua il suo lavoro di demolitore et mi apre il suo antro. La risata si amplifica, diventa pazza, m'invita al viaggio, mi attrae verso questo ventre di pietra, mi apre un varco nelle sue macerie. E comincia la scomposizione del tempo.
     5- Avanzo verso una via rettilinea ma sfocata, sfumata. Evanescente. Alberi bassi e pesanti fumano nei vicini dintorni della mia sagoma zoppicante. Davanti: una nebbia più che londinese, un pioggia fine, minuta. Due lune, come due fari Est ed Ovest, trapassano timidamente l'atmosfera lattea. Avanzo. Il freddo intorpidisce le mie membra, il suo morso mi fa soffrire. Avanzo. Il mio corpo si apre in piccoli punti, in buchi. Le gocciole d'acqua ci entrano ad una ad una, si annidano, si rannicchiano nelle cavità dei miei pori. Avanzo in corpo, la via scende e scorro dritto davanti. Ruzzolo vertiginosamente verso un nulla spaventoso. Fauci aperte, spalancate, aspettano un pasto allettante. Voglio frenare la loro rabbia sbavante, stoppare il mio flusso delirante, il mio arrivo ineluttabile, incontrollabile verso la mia fine vicina. Raschio le mie profondità marine, mi aggrappo alla mia flora, ritengo i miei flussi, ma avanzo ancora. E le mascelle malvagie mirano già il loro sanguinoso festino. La risata raddoppia perché si avvicina la messa, mi avvicino alla cena. La risata si decuplica e s'inebria della promessa prossima. La risata tace e mastica.
    4- Inghiottito, mi trasformo, raccolgo i miei pezzi, rappezzo i miei brandelli e avanzo. Il suolo è ruvido, rosso, ripido. I miei piedi soffiano la loro pena, nuda. La grotta è profonda, l'uscita, in lontananza, visibile comunque. Sono accompagnato da gridi leggeri ma diffusi. Un cumulo di carne si ammucchia  sulla mia sinistra, basso ma sicuro. A misura che avanzo prende forma e voce. Questo inizio di corpo è perso in un monologo a più pezzi, a più voci, in un dialetto tutto suo, ancora incomprensibile. Questo grammelot mi accompagna verso l'uscita che, senza fretta, si velocizza e si avvicina. Batto il tempo coi miei piedi feriti come per ritmare la pulsazione della mia angoscia. Arriverò fino in fondo? Uscirò? Oscillo? O sogno?
La risata lontana fa da coro a questo mucchio di carne e di parole che mi segue come un cane. Sembriamo due esseri braccati da un nemico invisibile ma certo. Le parete laterali si gonfiano e sputano, si restringono.
D'un colpo l'ammasso mi parla o vuole parlarmi, grida, tende una mano, appena nata, verso la mia e mi tira verso di lui. Urla e corre. Urlo, corro. Ci spingiamo lontani, fino alla luce, l'entrata, l'uscita, chissà? Esplodiamo in dentro in fuori, avvinti, abbracciati.
    3- Fa molto giorno, la luce ci bagna. Sdraiati in un bozzolo, nel cotone razzolo, osservo. Osservo. Mi osservo. Sono attaccato al mio corpo, come intorno ad un ammasso di me. Solo. Cerco di muovermi ma niente da fare, i lacci fanno l'affare. Sgambetto da tutte le parti, dò dei colpi, di piedi, di mani. Domani, forse... Lo spazio è poco, troppo. Perché essi mi hanno stretto così forte? Perché mi hanno permesso così poco spazio, essi? E comunque chi? Chi sono questi essi? Cosa vogliono? Cosa ho fatto loro per essere ridotto così?
E cosa è questa sensazione in me che batte e fare gemere le mura, e fa fremere l'amore? Ho così tante domande rinchiuse che non chiedono altro che vivere. Intorno a me esiste solo un eterno cimitero di risposte. Ho sete di capire, ho sete della vita, portatemene! Allora batto, accompagno i pazzi battiti del mio corpo. Voglio gridare, ma rubo a Munch il suo più famoso quadro e rimango muto.
    2- Ma il diluvio si avvicina, lo sento. E già sono pronto ad affrontare di nuovo le fauci sbadiglianti del mio lontano ricordo. Preparo il mio corpo ad una nuova immersione e ho già meno voglia di trattenermi come in passato. Non so dove vado, dove andrò a finire, ma di sicuro ci vado con meno paure, più desiderio e tanta curiosità. E' deciso, non rimanderò a domani quest'ultimo canyoning. Parto oggi di certo e spero di cadere tra due buone mani.
    1- E via, scivolo, scivolo, mi capovolgo, cado, scorro, affondo, mi tendo, scendo, pendo e finalmente mi fendo. Sono diventato due. Uno mi taglia. Voglio gridare ma Munch è ancora qui.
Da lontano, nei miei propri interni, sento i fulmini. Un tuono favoloso aspetta l'ora di risuonare. Egli bolle, io bollo. La tempesta è scatenata nel mio corpo, il temporale è pronto, la rabbia orale è pronta. Abbandono Munch finalmente.
    0- “Attenta Mamma, eccomi!”
 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:44 )
 

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