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Antonella Filippi - la seconda avventura di Chandler Cat, detective zen PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 17 Luglio 2011 16:03

 

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LA SECONDA AVVENTURA

DI CHANDLER CAT, DETECTIVE ZEN

di Antonella Filippi
Cascina Macondo -  Scritturalia, domenica 20 aprile 2008





Sono Chandler Cat, investigatore privato. Dopo aver risolto alcuni casi a dir poco spinosi, avevo spostato la mia agenzia dal sottoscala del magazzino n. 1, nel porto, al seminterrato di un palazzo signorile, in uno dei viali centrali. Avevo sostituito anche parte dell’arredamento, sapete com’è l’equazione, “bella zona-buoni clienti-più apparenza-più fiducia-moltiplicato guadagni-meno rogne”, ma la cassetta di legno con la vecchia coperta nella quale mi raggomitolavo durante pensieri e meditazioni era rimasta con me. Bella Miao, la mia assistente, aveva cercato di convincermi a farla sparire, ma dopo un po’ di resistenza passiva da parte mia, aveva desistito. Ogni tanto la guardava ancora di storto, però, come fosse una rivale. La dotazione del mio ufficio era aumentata grazie a una lente d’ingrandimento, ricevuta come ricompensa dalla confraternita dei gufi, per i quali avevo svolto un’indagine. Come prima, comunque, l’ufficio rappresentava anche la mia abitazione e il luogo d’incontro dei pivelli che avevo assunto per riportarmi le notizie di misteri e possibili casi.
Oggi vi voglio raccontare un’altra delle mie avventure, la seconda in ordine di tempo.
Una mattina, poche settimane dopo aver risolto il caso del collare scomparso della gatta Van Salmon (so che la mia biografa umana ve l’ha riportato in Scritturalia 9 aprile 2006), ero appena entrato nell’agenzia investigativa quando la porta si era aperta di schianto. Era entrata una bellissima gatta, flessuosa come un giunco, dal pelo chiaro; aveva due occhi grandi, di un verde intenso, e lunghi baffi sensibili, che lasciavano cadere sul suo muso la loro ombra.
Avevo deglutito a vuoto e Bella Miao mi aveva dato una pedata, per farmi chiudere le fauci.
“Sono Jolanda, la figlia del Gattaro Nero!” aveva esordito la bellissima.
Pragmatica come sempre, Bella Miao aveva bisbigliato “Chiamo la neurodeliri?”
Le avevo sussurrato all’orecchio una delle mie massime preferite: “Non di sole coccole vive il gatto, ma di ogni croccantino uscito dalla scatola della fortuna” e lei aveva chiuso la bocca, ricordando che c’erano ancora da pagare un paio di bollette.
Avevo guardato Jolanda. Lei aveva colto il rapido innalzarsi del mio sopracciglio sinistro per un invito a proseguire.
Con una certa enfasi, aveva iniziato a raccontare la sua storia, che qui riassumo, per non annoiarvi. No, mio caro, la memoria non mi difetta ancora, la demenza gattile o il Gatthaimer ce l’avrà tuo nonno! Se ometto di riportare la conversazione parola per parola è per non perdere il gathos, l’intensità, la liricità e la potenza drammatica di questa storia. Tiè! Insomma, Jolanda, figlia del Gattaro Nero e della sua sposa, Honorata, si era imbarcata qualche mese prima per Maracaybo, nei Caraibi, per entrare in possesso di alcuni beni, ma un lontano cugino (che, pur essendo figlio illegittimo di un ex-certosino e pure spagnolo, aveva ricevuto un nome carico di virtù: Fortezza y Giustizia y Prudenza y Temperanza, chiamato per brevità “Il Cardinale”) era in agguato per attentare alla sua eredità. Costui l’aveva fatta rapire da Pelem Igat, il feroce mastino che era già stato nemico di suo padre: per poco non l’aveva azzannato durante l’assedio di Gattinara, ma aveva rimediato tali ferite da cambiare subito dopo nome in Igat Tepelan. Jolanda era riuscita a liberarsi dalla prigionia grazie al prode Morgan, la zampa destra di suo padre, che aveva lasciato sul terreno per lei un po’ di pelo e una delle sue sette vite. A quel punto anche i fedelissimi gattibustieri seguaci del Gattaro Nero si erano affiancati alla coraggiosa Jolanda, che si era dimostrata somigliante al padre non solo nell’aspetto, ma anche nel carattere, fiero e forte: aveva combattuto contro falchi e gattibali (della famigerata tribù dei Mao-Mao), aveva a sua volta salvato la vita al prode Morgan e si era trasformata in una vera e propria Gattara.
E allora, che ci faceva nel mio ufficio? Lo so che ve lo state chiedendo, ma ancora un po’ di pazienza. In effetti, la storia mi aveva incuriosito, ma neppure io capivo perché fosse venuta all’agenzia investigativa.
“La curiosità uccide il gatto!” mi aveva sussurrato Bella Miao. Al che le avevo risposto: “Ma la soddisfazione lo ingrassa!”
Cogliendo l’arricciarsi del baffo destro, Jolanda aveva chiarito il perché della sua presenza.
“Mio padre e mia madre sono spariti! Sono sicura che il Cardinale li ha rapiti, aveva promesso di vendicarsi. Voglio che li troviate!”
Avendo visto le mie orecchie rizzarsi, Jolanda aveva proseguito: “Il Cardinale mi ha seguito fin qui, dopo che a Maracaybo ero sfuggita al mio rapitore grazie al prode Morgan” (“e aridàie!”, avevo pensato) “Mi aveva fatta sequestrare perché voleva entrare in possesso dei miei beni in quell’isola costringendomi a sposarlo. Quando ha visto che neppure il suo tirazampe ce l’aveva fatta a tenermi legata, ha deciso di affrontare la faccenda da solo. Si è imbarcato subito dopo di noi e so che adesso è qui. Ogni volta che vedo un collarino rosso mi manca il cuore!”
Devo dire che avrei volentieri accarezzato il pelo sopra quel cuore… Fantasticavo di essere il protagonista di un romanzo di cappa e artiglio e di affettare cardinali e collarini, di ritrovare i suoi genitori e di vederla illanguidirsi tra le mie zampe, mentre declamavo poesie d’amore.
E intanto quel babbione del prode Morgan dov’era?
“Si è subito messo sulle tracce del Cardinale. Trovato lui, dove altro potrebbero essere i miei? Però temo che corra rischi inutili e qualche zampa in più lo aiuterebbe.”
Avrebbe pagato 6 chili di cozze. Avevo fatto alcuni conti, la cifra da lei proposta al cambio fa 2 chili di ostriche. Troppo poco. Avevamo contrattato come mercanti levantini e alla fine ci eravamo accordati per l’equivalente di 9 chili di cozze. Le avevo miagolato che avrebbe dovuto pagarmi in ostriche, o al massimo in capesante. Finché non ci sarà una moneta unica, preferisco depositare valuta forte…
Appena la bellissima era uscita, un’altra pedata di Bella Miao mi aveva distolto da pensieri profani e mi aveva dato lo slancio per iniziare la mia indagine.
Avevo convocato velocemente uno dei pivelli, quello che nell’indagine sul collare scomparso della gatta Van Salmon si era dimostrato particolarmente intraprendente, e gli avevo detto di verificare l’arrivo e i movimenti del Cardinale.
Avevo chiesto a Bella Miao di chiamare altri due sgattozzi e di mandarli a fiutare l’aria dai soliti informatori: il vecchio Bill, detto “Gatto delle nevi” perché una volta era rimasto quasi congelato, Nick, detto “Aerocane” perché per liberarsi di un segugio che si stava interessando troppo dei suoi affari si era fatto inseguire fino all’aeroporto, era entrato nella stiva di un aereo, nascondendosi mentre il cane lo cercava ed era sceso al volo mentre stavano chiudendo il portellone, lasciando il segugio a volare probabilmente fino al Canada o nel Deccan; se gli era andata male era finito invece sui Ghat di Bombay… Le avevo ricordato di mettersi in contatto soprattutto con Sciarbella, denominato “Oracolo”, un gatto di origine genovese, che parlava sempre di tutto e di più e del giusto mai, proprio come una ciabatta rotta da cui traeva il nome, ma che nella sua logorrea si lasciava sfuggire informazioni utili al momento giusto.
Io mi ero recato all’abitazione del Gattaro Nero e di sua moglie Honorata, dove avevo trovato un’affranta e non ancora consolabile Jolanda.
Avevo iniziato ispezionando le gattaiole e le finestre. Una di queste aveva un vetro rotto e i frammenti erano sparsi sull’erba del grande giardino recintato. Con la mia nuova lente d’ingrandimento avevo analizzato tutto il telaio della finestra e, impigliato in un pezzo di vetro, avevo trovato un ciuffetto di peli scuri, che avevo messo in una bustina e riposto in tasca.
Avevo poi dato un’occhiata al resto della casa. C’era una baraonda, croccantini sparsi a terra, erba gatta divelta, poltrone rovesciate. Ma il mio sesto senso era stato colpito da qualcosa di strano… ecco, tutto sembrava in disordine, ma con un certo grado di ordine, non so se mi spiego. Avevo fotografato la scena, decidendo di meditarci in seguito.
Avevo un amico che lavorava alla CIA, la Cat Intelligence Agency, che mi faceva usufruire del loro laboratorio scientifico quando avevo per le zampe una patata bollente. Uscito dalla casa e lasciata Jolanda con un certo rimpianto, ero andato da lui e mi ero acciambellato sulla sedia del microscopio a scansione. Quello che pensavo fosse pelo, era invece un frammento di pelliccia. O si trattava di un gatto ricco, come supponevo fosse il Cardinale, o un altro animale era implicato nella scomparsa del Gattaro Nero e della sua sposa.
Ero tornato in ufficio e Bella Miao, con un tono di dispetto, mi aveva comunicato che Jolanda mi stava aspettando. Non capirò mai le gatte, diffidano di ogni loro simile, salvo poi fare comunella contro noi poveri quadrupedi!
Jolanda si era alzata velocemente e mi aveva guardato con ansia. Aveva tra le zampe una busta, dalla quale aveva estratto un foglio su cui una grafia tutta svolazzi recitava: “Mia cara, adorata Jolanda! Hai spezzato il mio cuore a Maracaybo, rifiutando di dividere la tua vita e i tuoi beni con me. Con le buone o con le cattive dovrete essere miei. A questo scopo i tuoi genitori sono miei graditi ospiti…per ora. Ti lascio 24 ore di tempo per pensare alla mia proposta, dopo di che…”. La fine della lettera aveva un tono di minaccia che non poteva non scuotere un animo sensibile come quello di Jolanda. Come faccio a saperlo? Sono un fine conoscitore di gatte, perciò… Cosa? Screanzato! Gatto senza rispetto!
Andiamo avanti. Mi aveva detto di averla trovata sotto la porta, poco dopo la mia uscita. Rabbrividiva ancora al pensiero che il Cardinale fosse stato a pochi passi da lei, e allo stesso tempo era furiosa, se solo se ne fosse accorta gli avrebbe messo gli artigli addosso, fino a fargli miagolare dove teneva nascosti i suoi prigionieri.
Avevo approfittato di una pausa nei suoi progetti assassini per chiederle se, per caso, il Cardinale avesse una pelliccia scura. Aveva aggrottato la sua adorabile fronte: “Pelliccia? Non credo, ha il pelo talmente folto che… e poi viene da Maracaybo” aveva proseguito, come se questo chiarisse la sua risposta. Dopo un lungo sospiro, si era acciambellata, persa nei suoi pensieri. Avrei dato chissà cosa per poterla consolare!
In quel momento un rapido bussare mi aveva distolto da questa considerazione. Il pivello che avevo mandato sulle tracce del Cardinale era entrato di corsa e frenando a pochi centimetri dal mio naso aveva esclamato: “Capo, ho rintracciato il soggetto in oggetto, sta tramando un intervento ablativo, non potremo arrivare all’impianto accusativo, se il nominativo…”
La mia occhiata severa l’aveva fermato. In quel periodo era un po’ confuso, stava studiando legge, rispolverando il latino e affrontando il tedesco perciò portavo pazienza.
“Ehm, scusi, volevo dire che ho rintracciato il covo del Cardinale, sono riuscito a entrare quando non c’era, grazie alle tracce lasciate dalla penna sulla carta assorbente ho capito che sta progettando un trasferimento coattivo di beni… scusi, sta cercando di ricattare la nostra cliente per portarle via i beni, ma attualmente non possiamo accusarlo di nulla né farlo arrestare…”
Mentre ancora parlava erano tornati i due sgattozzi che Bella Miao aveva mandato dagli informatori.
“Capo, Sciarbella si è lasciato sfuggire involontariamente che il Cardinale si nasconde nell’hangar 5 dell’aeroporto, i prigionieri però non sono con lui e…”
In quel mentre la porta si era spalancata e una specie di zerbinotto aveva fatto la sua comparsa. Jolanda si era riscossa dal suo torpore e, arrossendo come solo una gatta di pelo chiaro può fare, aveva esclamato “Morgan!”
E così eccolo qui, il “prode Morgan”, in stivali, cappello piumato e artigli! Anche Bella Miao aveva sgranato gli occhi, non so se per la sorpresa o se affascinata anche lei da quel cicisbeo da strapazzo. Geloso? Io? Bah…
Dopo un lezioso inchino e sventolio di cappello e piume in direzione delle due dame, il “prode Morgan” aveva affermato con voce stentorea: “All’hangar 5, allora! Cardinale, te la vedrai con me!” e in un attimo se n’era andato. Jolanda, con un sorriso ebete sul muso, sbatteva le ciglia, estasiata.
Tutte uguali, le gatte! Il paziente lavoro di deduzione e logica non è forse più importante dell’azione sconsiderata?
Il pivello aveva esclamato, prima di uscire a sua volta: “Audax felis fortuna iuvat!”
Avevo cacciato tutti gli altri fuori dall’ufficio e, tentando di mettere insieme tutti i pezzi del rompicapo, mi ero acciambellato sulla vecchia coperta della cassetta da meditazione.
Facendo le fusa, a poco a poco mi ero estraniato da fatti e pensieri e tutto quello che sapevo del caso si era mescolato e frammentato e ricomposto in una vaga visione ordinata… Ordine! Lo scompiglio a casa del Gattaro Nero e della sua sposa Honorata era fasullo! I croccantini sparpagliati, l’erba gatta estirpata dai vasi, le poltrone cadute, tutto era stato disposto ad arte, da qualcuno che non voleva sporcare troppo o perdere troppo tempo a ripulire, dopo.
E anche il vetro rotto: quando mai qualcuno che rompe un vetro per entrare in una casa fa cadere i frammenti all’esterno? Il vetro era stato rotto dall’interno!
Cominciavo a vedere una luce in fondo al tunnel e a sospettare che le cose non fossero così chiare come le aveva prospettate la bella Jolanda. Anzi, avrei sospettato di Jolanda, se la sua apprensione e la preoccupazione per i genitori non fossero state così palesemente autentiche. Cosa? Chandler Cat non si è mai fatto prendere per il naso da nessuna gatta!
Mi ero stiracchiato ed ero uscito dalla stanza. A vedere la mia espressione Bella Miao aveva capito che il caso stava per essere risolto.
Avevo chiesto a Jolanda se suo padre o sua madre avessero un cappotto o una giacca di pelo nero. Lei aveva risposto che la madre ne aveva una, piuttosto vecchia, ma alla quale era affezionata, in ricordo dei tempi e delle avventure del passato. Adesso sì che tutto era chiaro!
Senza miagolare una parola avevo trascinato Jolanda con me, fino alla casa dei suoi genitori. Una volta entrati, avevo iniziato a battere alle pareti fino a quando l’interno di uno sgabuzzino era suonato a vuoto.
“Presto!” avevo sibilato a Jolanda “C’è per caso una frase, un modo di dire che il Gattaro Nero ripeta spesso? Una parola d’ordine tra voi?”
Jolanda mi aveva guardato per un istante con aria sconcertata, poi si era illuminata in muso e aveva detto: “Oh, si, certo! E’ un gioco tra di noi, una frase dalla favola di “Alì ‘nu Babbà e i 40 Mastini”: “Apriti, Kit&Kat!”
A quelle parole la parete sul fondo dello sgabuzzino si era aperta silenziosamente. Pelo e coda ci si erano rizzati, poi, appena ci eravamo ripresi, avevamo sporto il collo nell’apertura. Una rampa di scale scendeva nel buio, ma al fondo si intravedeva una leggera luminosità.
Con passo felpato eravamo scesi lungo le scale, trovandoci in breve a camminare lungo un corridoio che, secondo i miei calcoli e il mio infallibile senso dell’orientamento, portava sotto il giardino della casa.
Al fondo, vicino a una botola nel soffitto, che, sempre secondo il mio notevole senso dell’orientamento, sbucava dall’altra parte della siepe di recinzione, c’erano il Gattaro Nero e la sua sposa Honorata!
Con un miagolio di gioia Jolanda si era gettata tra le zampe dei suoi genitori e, quando fusa e gnaulii si erano calmati, il Gattaro Nero le aveva spiegato: “Appena abbiamo saputo che il Cardinale era arrivato in città abbiamo deciso di far venire allo scoperto quel malnato gatto di incerta parentela e ancor più incerta origine e di sventare i suoi piani nei tuoi confronti. Per questo ci siamo nascosti e abbiamo messo in giro la voce di essere stati rapiti. Mi spiace, cara figliola, di averti fatto soffrire e non averti detto niente, ma in questo modo le tue reazioni sono state autentiche e hanno tratto in inganno il Cardinale, che ha deciso di trarre vantaggio dalla nostra scomparsa per ricattarti. Il prode Morgan (“rieccoci..” avevo pensato) ci ha aiutati a indagare e adesso, a quanto ci ha detto, è corso ad affrontarlo. E poi…” e qui si era interrotto un attimo, guardando dolcemente la sua sposa e poi me “E poi devo dire che mettere in scena il nostro rapimento ci ha riportato ai tempi delle nostre avventure e fatto sentire di nuovo giovani!”
Aveva proseguito: “Abbiamo lasciato alcuni indizi, come il vetro rotto verso l’esterno e il frammento della giacca di pelliccia nera, certi che solo l’acume di un grande investigatore li avrebbe colti.”
Scostumato! Certo che ha detto così! Vuoi rogna? Allora zitto e mosca!
In quel momento un certo trambusto al fondo delle scale ci aveva fatti trasalire, poi avevamo visto che era il “prode Morgan”, che si trascinava zoppicando verso di noi.
Con un grido Jolanda si era lanciata tra le sue zampe, mentre lui si rimbaldanziva, smettendo di zoppicare, e mi faceva l’occhiolino. Che impudente!
Esagerando sicuramente, aveva detto di aver scovato e affrontato il Cardinale, di aver lottato all’ultimo artiglio, di aver lasciato una seconda e forse una terza vita nell’hangar 5 per Jolanda (“ma che faccia di latta!”) e, allo stremo delle forze, di aver infine, con un trucco, chiuso il Cardinale in una gabbia diretta in un Paese in cui le “lepri dei tetti” sono molto apprezzate!
Si era poi rivolto a Jolanda: “Il Cardinale, come avrai capito, non aveva niente a che fare con la sparizione dei tuoi, ha solo approfittato dell’occasione per costringerti a seguirlo. Appena arrivato ha sentito che erano stati rapiti e ha deciso di tentare il colpo. Se ci fosse riuscito, mia dolce Jolanda, a quest’ora tu saresti sposata e io disperato. Ora, invece… Vuoi?”
La “dolce Jolanda” si era sciolta in brodo di croccantini tra le sue zampe. Poi quell’impunito l’aveva baciata di fronte a tutti e le aveva detto che in viaggio di nozze sarebbero tornati a Maracaybo, per reclamare quanto le era dovuto e rivedere i gattibustieri amici di tante avventure.
Era la seconda volta che venivo snobbato per un damerino infiocchettato!
Lacrimando sul mio ennesimo amore perduto, quella sera mi ero consolato con il mio film preferito: “Nove scatolette e mezzo”.
Pazienza! Va bene, adesso andatevene a dormire, come dice la protagonista di “Via con l’acciuga” domani è un altro giorno!
 

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GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:44 )
 

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