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Ivana Greco - luce lucetta e lampadario PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 16:55

 

 

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LUCE LUCETTA E LAMPADARIO

di Ivana Greco
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 febbraio 2010


 
 

Lampadario, lampadina
lampo di luce,
che splendore !
Che dolcissime parole
mi sussurri nottetempo
quando il mondo è quasi buio,
quasi assente, quasi spento.

E la luce può filtrare
sottilmente
filamento delicato
che ti avvolge come fiato.

Che bisogno c’è, io dico,
di un assurdo lampadario
che schiarisca ogni pertugio,
che ogni cosa metta a nudo?

Stiamo al buio,
andiamo a naso.
Son sicuro che mi oriento
anche senza questi occhi,
senza stelle,
senza tante cose belle...
Belle, care, luminose
bimbe gioiose,
luci accese nell’oscuro quotidiano
di un bruttissimo paesano.

Perché mai dovremmo andare
a vedere “oltre la siepe”?
Perché mai la “fiamma antica”
ci dovrebbe illuminare?

C’è un gran fuoco all’orizzonte
senza vetro smerigliato
senza filtri, senza specchi,
brucia gli occhi,
è accecante o illuminante?

C’è un gran fuoco nel profondo,
e divampa in pieno giorno
quando mai lo accenderesti.
Ti consuma, ti soverchia,
ti riscalda in un istante
poi si spegne,
fuoco d’amante...

Ma il lampadario?
In un lampo lo accendiamo.
Lampi e saette!
Incantevole lo squarcio
di una luce,
che è improvvisa,
rimbombante,
conturbante.

Uno sguardo acuminato,
perforante...
Lampo di genio,
luciferino,
chi porta la luce
sul mio cammino?

C’era una volta
un grande amore...
Fiabe sonore di meraviglia
lumi di vetro, fata giunchiglia.





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IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:47 )
 

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