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Paolo Severi - dall'osteria al palazzo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 14:09

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

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Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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DALL’OSTERIA AL PALAZZO

di Paolo Severi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 febbraio 2008





Il vino è di pessima qualità, lo so benissimo, ma non me ne posso permettere di migliore e, in questi postacci, cosa pensi mai di poter trovare. Cara grazia che ho trovato questa osteria, che fuori non si vede un accidenti. O dio, non è che qui, fra il fumo del camino e quello dei sigari e delle pipe ci si veda quel gran ché, e forse è meglio così, perché non credo che nessuno, qui dentro, abbia un bell’aspetto. In quanti siamo? E chi lo sa! Quel poco che si vede è offuscato dalla pessima qualità del vino, e l’unico rimedio per non rimanerne disgustati è di berne un altro bicchiere. Violino. Sì, c’è anche uno che suona il violino. Dirti se suona bene o male non lo so, perché se c’è uno strumento che si intona con questo postaccio caliginoso e puzzolente è proprio il violino, che sembra faccia vibrare le spire di fumo e di nebbia, rendendole palpitanti e ancora più azzurrine, ma sì, ascoltiamo questo violino straziante, che non so neanche che ore sono, dovrebbe essere verso sera o verso notte, o magari anche l’alba, non si capisce niente, ma chi se ne frega, ma senti come suona, e cerca anche di metterci delle note allegre, come quei pagliacci che più si vestono per essere ridicoli, più riescono a essere tristi. Mah! Ha finito, e c’è anche qualcuno che applaude, vuol dire che non sono tutti addormentati con la testa sul bancone, come stavo facendo io. Che fare? Aspettare? Cosa aspettare? Che venga giorno? Che passi l’oste con la caraffa per un altro bicchiere? Di uscire non se ne parla, nel buio si sentono anche gli ululati dei lupi, anche se, beh, in fondo, anche quella può essere una soluzione. Riprende il violino, e si unisce una voce. Femminile. Mi ero dimenticato dell’esistenza delle voci femminili. O dio, mi ero anche dimenticato dell’esistenza delle donne; di molte cose mi sono dimenticato. Forse, prima o poi smetterò di bere, o, forse, berrò di meno. Chi lo sa. Non so se canta bene o male; non capisco le parole, forse canta in una lingua che non conosco, forse non conosco nessuna lingua, forse emette dei gorgheggi senza senso, ma forse un senso ce l’hanno, perché mi si muovono le gambe per seguire il ritmo, quasi che mi venisse voglia di ballare. Sì, questo desiderio è venuto anche ad altri, e si vedono strani personaggi che si muovono in modo grottesco, in una strana danza che fa muovere le fiammelle delle poche candele accese, e che aumentano l’aspetto surreale a questo posto. Anche la voce femminile danza; forse, canta e danza assieme. Forse, forse ha anche una gonna rossa. Fine. Silenzio. Doonghh!... Doonghh!... Dooonghh!... Da qualche parte un enorme orologio a pendolo sta rintoccando il tempo che passa e che sta varcando una nuova soglia. Conto i battiti: quattordici! C’è qualcosa di strano? Mah! Piuttosto, cosa c’è che non sia strano, qui dentro! Passa l’oste, e mi versa un altro bicchiere.
Il suono del Dooonghh! dell’orologio cambia di tono, diventa più sibilante, quasi un trillo.
In bagno, dieci minuti prima che in camera da letto suonasse la sveglia, si è riempita la vasca con acqua tiepida e sali profumati, mentre l’accappatoio si riscaldava sull’apposito stenditoio. Dopo il bagno rilassante, una doccia un po’ più fresca per dare energia e aiutare meglio il risveglio, mentre dalla cucina si spande il profumo di caffè caldo. Anche il pane è appena tostato, e lo sciroppo d’acero è vicino al tovagliolo immacolato. La camicia è nuova, ma l’ho fatta ugualmente lavare, perché troppo inamidata non mi va. La cravatta; la lunghezza dei due capi, a nodo stretto, deve essere assolutamente identica, questo sì, ma il nodo deve essere un poco storto, come se non gli dessi importanza. Il palmare è ancora sotto carica, me lo metto in tasca e sono pronto per affrontare la giornata. Due passi sotto la nebbia, un quarto d’ora di metropolitana, altri due passi, un supplemento di caffè in quel bar dove spero di non incontrare nessun collega, poi al quattordicesimo piano del palazzo in cui lavoro.

(lunghezza del testo: 4.000 caratteri)





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:51 )
 

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