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Alessandra Gallo - capirsi al volo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 13:19

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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CAPIRSI AL VOLO

di Alessandra Gallo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 febbraio 2008





Non è esattamente come l’avevo pensata.
Nelle mie fantasie, non ci saremmo mai dati il primo bacio a San Valentino. In piedi. Davanti alla porta del cesso. Dopo esserci scontrati in modo così goffo. Fra l’altro mi ha piantato il gomito in un fianco, nello scontro, e adesso che mi ha afferrata e mi tiene stretta mi ritrovo a calcolare il momento giusto di riprendere fiato. Perché tra il bacio con la lingua, le fitte intercostali e i ferretti del reggiseno che mi stanno stritolando credo che morirò asfissiata.
Chissà se se ne accorge, che ho voglia di urlare.
Non sono affatto preparata a questo, no.
Ho studiato per tre giorni il momento in cui dovevo fargli capire che avevo capito di piacergli, e agire di conseguenza. Tutto ciò non somiglia per niente a quello che immaginavo.
C’era la versione timida, delle mie fantasie. Quella che cozzava un po’ con la mia immagine disinibita. Ma me ne fregavo. Era la versione in cui lui, dopo cena, mi chiedeva di leggere il testo di una delle mie canzoni, che gli era piaciuta un sacco. Io ero seduta con i fogli sparsi sul tavolo, e poi trovavo il testo in questione e incominciavo a canticchiarlo. Lui restava dietro di me, mentre leggevo. Poi si chinava per leggere insieme a me, appoggiandomi la mano sulla spalla. Sentivo perfino il suo respiro nei capelli (un fiato alla birra, sì, così lo immaginavo). Mi giravo di scatto, allora, perché doveva sembrare una cosa assolutamente non programmata: girarsi all’improvviso e mettergli la faccia in faccia e diventare rossa. Quest’ultimo punto avrebbe richiesto un po’ di impegno, in effetti. Ma mi ero esercitata così tanto che non potevo fallire. Allora lui mi afferrava da dietro il collo, con le dita allargate dentro ai capelli e con la stessa mano mi tirava su contro di lui, e mi baciava e baciava e baciava ancora. Avrebbe avuto il respiro corto. I miei addominali avrebbero cominciato a tremare. Lui se ne sarebbe accorto e avrebbe provato tenerezza. E sorpresa. L’avrei colto alla sprovvista con il mio lato indifeso e passivo. Questo l’avrebbe eccitato da morire e sarebbe stata la scopata del secolo. Così, per terra, ancora mezzo vestiti e con i miei testi sparsi tutti intorno. Pensa che figata.
C’era anche la versione cucina che m’intrigava. Quella in cui lui mi afferrava da dietro all’improvviso, mentre risciacquavo i bicchieri per il vino.
Di questa versione i particolari che mi eccitavano di più erano l’idea delle mie mani bagnate sotto la sua maglietta, mentre gliela toglievo dopo che ci eravamo baciati. E l’acqua che continuava a scorrere mentre lui mi sollevava a sedere sul bordo del piano cottura. I pomelli dei quattro fuochi che mi si piantavano nelle natiche sotto i suoi colpi. E il problema di dove cacchio appoggiare i talloni durante il tutto.
Invece eccoci qui.
Il tenerone mi ha portato una coccinella di peluche che in testa ha una corda con una maniglia. Bisogna afferrare la maniglia e lasciare cadere la coccinella per terra, facendola rimbalzare. E quella quando tocca il pavimento col sedere si mette a ripetere “I love you, I love you, I love you”.
Gesù, aiuto. Ma i baci perugina no, eh?
Abbiamo cenato al cinese. Trentadue euro compreso il suo decaffeinato e il mio sakè. Ti andrebbe un cinema, mi fa. Cinema una sega, ho pensato, poi però ho solo accennato al fatto che faceva troppo freddo e che era meglio salire da me.
L’ho fatto entrare e gli ho detto di fare come se fosse a casa sua. Ho fatto un passo verso di lui per prendergli il cappotto e portarlo in cucina, solo che lui evidentemente ha pensato la stessa cosa e bam.
‘mazza, che dolore.

Però bacia bene. Anche se stare davanti alla porta del cesso non è il massimo della vita. Lui non mi fa la minima fretta. Si adegua ai miei tempi. Respira quando respiro io. Muove le mani quando le muovo io. Poi mi porta a sedere sul divano.
Dio, il divano no.
Il divano è banale, cazzo.
Comunque mi rassegno, cerco di non perdere il ritmo.
Altrimenti questo invece di andare avanti va indietro. Già se ne voleva andare al cinema!
Ma eccolo che non mi bacia più.
Mi sta abbracciando.
E questa cosa proprio non la trovo in nessuna delle mie fantasie. Noi due seduti sul divano che ci abbracciamo come fratello e sorella.
Eh, no. Così non va.
Lo allontano un po’ per vedere che gli è preso e lo becco con gli occhi sigillati. Madonna, sta a vedere che non ho ancora digerito le cipolle di ieri.
Eppure no, sembra proprio concentrato. Che sia…
No, non ci voglio nemmeno pensare. Perché quella volta in spiaggia con il batterista tedesco che se ne venne nei pantaloni solo baciandomi m’è bastata.
Che cavolo.
Non ricapiterà, una cosa del genere. Perché altrimenti devo farmi visitare, io.
- Stai bene? - gli chiedo, tanto per fugare ogni dubbio.
Per tutta risposta mi fa segno di sì con la testa e mi rigira la stessa domanda.
- Anche io - gli dico, appoggiandogli una mano sulla gamba.
Non ne sono sicurissima, ma m’è parso di vederlo trattenere un sorriso. Solo che sembra distratto, come se gli fosse venuto in mente qualcosa.
No, no, no, no, no, caro mio, adesso ti riacchiappo.
Che strano, sembra quasi dispiaciuto.
- Bevi qualcosa?
Ci perdiamo in chiacchiere. Non so come ci riesce, ma mi porta a parlare di me, e poi di lui, e poi del mio talento.
Merda. Quando cominciano a parlare della tua bravura o della tua intelligenza invece che delle tue tette, vuol dire che non c’è trippa per gatti. Comunque sto dietro alle sue risate, sperando che la faccia finita in fretta, perché se mi incazzo lo sbatto fuori.
All’improvviso infila due dita nel collo del maglione. E’ fatta, penso, comincia ad avere troppo caldo. Invece eccolo che se ne esce con la frase dell’anno.
- Devo andare.
Adesso lo uccido.
Prima però conto fino a dieci.
- Vorrei che restassi a dormire qui, stanotte.
In verità vorrei che mi scaraventasse a terra e mi facesse ricordare perché sono viva, prima di tornarsene a casa sua. Perché non ho nessuna intenzione di lasciarlo dormire qui, cazzone di un geometra. Solo che a volte è meglio non dirla proprio tutta.
- Oh. Oh, d’accordo - sibila.
Posso anche sopportare che parli con la voce di qui quo e qua. Ma quando non capisce, non capisce davvero o fa finta? Siccome sono stremata, lo porto all’angolo.
- Allora ti fermi?
- Occhei.
Alleluia.

Spero che non sia uno di quelli contrari al preservativo. Perché altrimenti me lo mangio vivo. E anche che non abbia la concezione del vero uomo come di colui che per principio non usa il deodorante. Soprattutto perché sono quattro ore che si tiene addosso ‘sto maglione sbiadito. Col caldo che faceva al ristorante.
Prendo la borsa e lo porto di là in camera. Prima però vado in bagno a lavarmi i denti.
Chissà se lo trovo sveglio quando esco. Perché non si sa mai. Magari quando ho detto vorrei che restassi a dormire mi ha preso alla lettera.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:53 )
 

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