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Elena Remogna - incontri PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 24 Maggio 2011 10:16

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
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Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 


INCONTRI

di Elena Remogna
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 luglio 2006






Il suo motto era “Vietato perdere tempo”.
Odiava gli imprevisti, programmava tutto fino nei minimi dettagli in modo da ottimizzare i tempi e non sprecarne nemmeno un po’.
Odiava anche i viaggi, pericolosi sovvertitori dell’ordine, ma il suo lavoro lo costringeva a compierne parecchi. Lui ne avrebbe fatto volentieri a meno, stava così bene in ufficio!
Era solo un fastidioso effetto collaterale della sua perfezione. Doveva fare tutto al meglio e in questo erano, ahimè, compresi anche i viaggi di lavoro.
Quando era stato assunto, naturalmente, si era dato anima e corpo alle sue nuove responsabilità, doveva essere il migliore e così era stato. In capo a pochissimi anni era diventato l’insostituibile braccio destro del direttore, un uomo col suo stesso carattere, che avrebbe potuto trovare insopportabile quel suo “gemello”, oppure riconoscerlo come tale.
Ma l’aumento di prestigio sul lavoro aveva portato un aumento di responsabilità e la costrizione a frequenti viaggi.
Non aveva mai dato molto peso allo squallore della sua vita sociale: non aveva certo tempo da perdere con feste, appuntamenti e altre sciocchezze del genere. La sera faceva sempre tardi in ufficio e quando tornava a casa spesso finiva per continuare ancora a lavorare perché gli era venuto in mente un qualche cosa che assolutamente andava rivisto.

Aveva un posto prenotato in prima classe. Odiava il treno. Se proprio doveva viaggiare preferiva l’aereo, più comodo e più veloce, ma questa volta la distanza era troppo breve e aveva dovuto obbligatoriamente scegliere il treno.
Era pieno, anche il vagone di prima classe era affollato. Mentre cercava il suo posto, sperava di trovarlo libero. Quanto erano sgradevoli le discussioni sul genere “Scusi, quello sarebbe il mio posto!”
Fortunatamente lo era, ed era anche libero quello accanto.
Meglio così, aveva più spazio, anche se i posti di prima classe erano già abbastanza confortevoli.
Tirò fuori il computer portatile, lo accese e si immerse nel lavoro, concentratissimo. Ci riusciva facilmente, se anche c’era rumore lui non lo sentiva neppure, tutto preso da ciò che stava facendo.
Verso la metà del viaggio fu costretto a interrompersi per l’arrivo della donna che aveva prenotato il posto a fianco al suo; la fece passare, spostò alcune cose che aveva appoggiato sul sedile e riprese a lavorare. Leggeva, concentrato sullo schermo, ma non poteva non accorgersi di essere osservato. Quella donna non gli toglieva gli occhi di dosso!
Dapprima non se ne era quasi accorto, poi però a mano a mano quello sguardo gli era come entrato dentro, lo metteva a disagio.
Provò ad alzare gli occhi, più volte, rapidissimo, nel tentativo che lei non se ne accorgesse.
Non notò molto, solo che lei non stava facendo assolutamente nulla se non osservarlo e questo lo metteva sempre più a disagio.
Non riusciva a lavorare.
Si sentiva quegli occhi chiari puntati addosso, come se volessero scavalcare la superficie e guardarlo direttamente dentro.
Spazientito, chiuse il computer e si alzò.
Non aveva un motivo per farlo, se non sfuggire a quello sguardo. Andò fino alla toilette, tornò indietro, provò a riprendere il lavoro.
Nulla, la concentrazione era svanita, assorbita da quegli occhi che lo fissavano con un’espressione tra lo stupito e il curioso.
Alzava spesso lo sguardo anche lui, irritato. Sperava forse di indurre lo stesso disagio che provava, ma sembrava assolutamente inutile.
Lei continuava a guardarlo senza il minimo timore di essere notata, mentre lui non riusciva a fare a meno di abbassare frettolosamente gli occhi non appena lei, anziché fissare la sua cravatta - o almeno così gli sembrava - lo guardava direttamente negli occhi.
Pensava alla riunione del pomeriggio e avrebbe voluto ripercorrere le argomentazioni che intendeva usare per sostenere la sua tesi, ma faticava troppo a concentrarsi.
Infine si decise.
Alzò lo sguardo e facendo bene attenzione a non guardarla proprio negli occhi domandò:
- Posso fare qualcosa per lei, signorina?
Lei sorrise e sussurrò:
- Nulla, grazie
e smise di guardarlo.
Lui si sentiva molto stupido. Forse avrebbe dovuto spiegarle il suo disagio, detta così quella frase pareva un approccio maldestro e basta.

Tutto preso nei suoi pensieri non riusciva a riprendere a lavorare, anche se la sconosciuta non lo fissava più. Lui fingeva di lavorare, ma pensava a lei. Alzò gli occhi, lei guardava fuori dal finestrino. Li riabbassò sullo schermo. Le lanciò diverse occhiate, sembrava assorta in qualcosa di lontanissimo. Non lo guardava più.
Era deluso. Confuso. Forse anche un po’ arrabbiato. Pensava che se solo fosse stato meno impacciato avrebbe potuto parlarle ancora, poi scacciava questi pensieri, si dava dell’idiota e cercava di riprendere il lavoro. Questo era l’importante, il lavoro! Non tutte quelle sciocchezze. Ma non riusciva proprio a ritrovare la concentrazione.
Infine, dall’altoparlante gracchiò il nome della stazione in cui doveva scendere.
A malincuore radunò le sue cose e si alzò, avviandosi verso l’uscita e cercando di non degnare di uno sguardo quella donna che gli aveva rovinato la mattina.
Al momento di scendere lei lo superò. Si girò verso di lui e sempre sussurrando gli disse, fissandolo negli occhi:
- Ci incontriamo, ed è già il momento di dirsi addio.





 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:04 )
 

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