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Antonella Filippi - invidia? PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 03 Marzo 2014 14:37

 

 
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INVIDIA ?

                                                       di Antonella Filippi

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 02 febbraio 2014

 




Freud, le cui teorie sono principalmente orientate al maschile e che affermò “la psicologia è incapace di risolvere l'enigma della femminilità”, parla di invidia del pene ("le ragazze sentono profondamente la mancanza di un organo sessuale di egual valore a quello maschile, esse si considerano inferiori e l'invidia del pene è il motivo principale di un certo numero di caratteristiche reazioni femminili"), ma non è affatto invidia, si tratta di volontà di autodeterminazione, che viene contrastata ogni volta dal maschile (basta pensare alla difficoltà di ottenere il diritto di votare, di accedere alle “stanze dei bottoni” – come non pensare che in USA abbiano preferito eleggere un presidente nero piuttosto che una donna? – e la stessa definizione di “quote rosa” è un’aberrazione).
Nell’isola di Utopia, anche se è la cultura a dominare e regolare la vita umana (ma vige comunque la schiavitù), pure questa cultura non produce né afferma niente di davvero utopico: la donna si sposa a 18 anni e l’uomo a 22, la famiglia è sempre monogamica e volta alla riproduzione, il capo è sempre il maschio; anche se le donne possono ambire al sacerdozio, devono essere vedove e di età avanzata. E guai all’ateo, portatore di una psiche malata, moralmente e politicamente inaffidabile!
Nessuna cultura, nel momento della formulazione nel suo presente, riesce ad andare tanto avanti da staccarsi dal suo tempo: ieri l’ateo è il malato, oggi l’omosessuale, domani?
Platone è persino più aperto e, diremmo noi, moderno, nel quinto libro della sua “Repubblica”, per quanto dica comunque che, anche se non esistono differenze rilevanti a tal punto da determinare una radicale disuguaglianza e distinzione di funzioni e attività, “non c'è occupazione che sia propria di una donna in quanto donna né di un uomo in quanto uomo; ma le attitudini naturali sono similmente disseminate nei due sessi e natura vuole che tutte le occupazioni siano accessibili alla donna e tutte all'uomo, ma che in tutte la donna sia più debole dell'uomo”.
Ma Dio ci scampi da Aristotele, per il quale la natura, che non fa nulla invano e con tutto ciò che ha a disposizione si diletta della varietà, per sovrabbondanza di materia crea scarti: così è anche per la donna, che viene creata dalla natura come “scarto”, tuttavia si tratta di uno scarto che serve all'uomo per perpetuare la specie.
Quanti aristotelici ci sono ancora al mondo e nei governi?
Persino gli insulti razzisti alla fin fine sono sessisti.
Economia e governo sono già nelle corde femminili, per l’abitudine a occuparsene in piccolo, e la corruttela meno probabile, per l’abitudine a pensare che risorse tolte alla “grande famiglia” vadano a inficiare quelle della “famiglia”.
Famiglia comunque sempre mononucleare, sancita per legge…
La diversità e la scelta sempre in contrasto.
Siamo “normali” quando siamo “diversi” e quanto più lo siamo. La natura mescola abilmente per avere sempre di che stupirsi.
In un mercato di automobili tutte simili, indistinguibili, meglio una bicicletta, un paio di pattini a rotelle, un monopattino.
E quando siamo “diversi” siamo “sani”: se siamo ammalati abbiamo poca voglia di muoverci, di pensare, di leggere, di informarci, di comunicare, di progettare e proporre.
A chi fa comodo la malattia?

Come punizione per aver sfidato gli dei, Sisifo viene condannato a spingere un masso dalla base alla cima di un monte e, ogni volta che raggiunge la cima, il masso rotola nuovamente in basso. Ogni volta, e per l'eternità, Sisifo deve ricominciare da capo la sua scalata senza mai riuscirci.
Un altro mito vede Prometeo incatenato nella zona più alta e più esposta alle intemperie di un monte e un'aquila che squarcia il petto e gli dilania il fegato, che gli ricresce durante la notte, rinnovando il tormento.
Come in questi casi, e senza essere un mito, il lavoro delle donne è destinato a essere distrutto, fortemente alterato, una fatica di Sisifo, un fegato di Prometeo.
Qualsiasi cosa si faccia in una casa, fare i letti, preparare la tavola, cucinare, stirare, lavare,.. niente di quanto si fa rimane costante, ogni mattina si ricomincia. Non c’è mai una base da cui partire per progredire e implementare, si ricomincia sempre da zero.
Questa è l’alienazione, non quella dell’operaio che Marx confronta con l’artigiano tradizionale.
Forse il lavoro della donna non è alienato dal prodotto del suo lavoro, perché i beni che produce in casa le appartengono, almeno in parte; e forse non è neanche alienato dalla propria attività perché produce per sé e per chi la circonda, nel tempo stabilito da lei stessa o dalla necessità e neppure alienato dal suo prossimo, perché il suo lavoro non è trattato come un mezzo da sfruttare per incrementare il profitto di terzi; ma è sicuramente alienato dalla sua stessa essenza, perché il suo non è un lavoro costruttivo, libero e universale, bensì ripetitivo, forzato e unilaterale.
Il lavoro di un qualsiasi lavoratore ha una funzione, il suo prodotto dura, ed è pagato.
Di questi tre aspetti, il lavoro delle donne ha solo l’aspetto della funzione, ma non è una funzione sociale generale, ha una funzione sociale particolare, l’unica cosa positiva è che si occupa del benessere delle persone che ama o di cui sceglie di curarsi, pure se con queste deve combattere per essere ascoltata, facendo di lei una “voce che grida nel deserto”.
E in aggiunta, nel luogo di lavoro la salubrità dell’ambiente è regolata da leggi, in casa si è soggette al “buon cuore e comprensione” del signore e padrone che può imperversare con sigarette, pipe, sigari, ecc. e non c’è giudice del lavoro che tenga.
In più, nessuna possibilità di sciopero.
Povera Lisistrata, non è lo sciopero di notte a letto che funziona, ma quello di giorno, facendo sentire il peso di quello che le donne fanno (lavoro a casa e fuori, commissioni, cura di figli e anziani e attenzione all’alimentazione e alla salute facendo risparmiare soldi allo Stato, parsimonia, risparmio, investimento sul futuro, appoggio psicologico e interessamento emotivo per figli, mariti, familiari, amici, pensare prima agli altri che alle proprie esigenze e anche se ammalate stare in piedi lo stesso, se no la famiglia si deprime e va a rotoli e in ansia...).
L’alienazione della ripetitività è la stessa, anche per la donna c’è un modo migliore, che richiede meno tempo per fare le cose, organizzato per “tempi e metodi” e la ripetitività è alienante. Se a questo si aggiunge il fatto che il lavoro viene metodicamente alterato…
Il lavoratore, se lavora bene, in genere riceve delle gratificazioni, aumenti, bonus, avanzamenti di carriera; la donna non ha nessuna gratificazione, a volte neanche il “grazie” dovuto a un buon lavoro; spesso ci si dimentica anche delle piccole cose che possono fare piacere, gli auguri per il compleanno, una festa, un anniversario, un regalo.
Le feste inventate dal maschile, come San Valentino o la Festa della Mamma, sono il contentino per tenere la ribellione nei ranghi.
Svendiamo la parte migliore di noi in cambio di caramelle.



                               

 
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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

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GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 03 Marzo 2014 14:43 )
 

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