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Enzo Pesante - in breve dall'inizio dei tempi ad oggi PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 05 Maggio 2013 16:55

 

 

 
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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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IN BREVE DALL'INIZIO DEI TEMPI AD OGGI

cosa successe, perché accadde, chi fu che lo fece,
come si realizzò quel che si realizzò...
e molto altro ancora

di Enzo Pesante

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 21 aprile 2013

 

 




C’era una volta, tanto tanto tempo fa, in un punto preciso dell’universo, un pianeta, appena creato, che se ne stava lì, solo soletto, immoto. Attorno, nulla.
Il creatore si rallegrava per la sua opera: che bella palla, impastata con tanta passione e cura!
Passò molto tempo e altro tempo ancora, in cui, ogni tanto, trovandosi da quelle parti, il signore tornava a soffermarsi davanti a quel globo senza fili sospeso, senz’acqua galleggiante, senz’aria fluttuante, senza scopo paziente, insomma, senza niente esistente.
Bello era bello, o almeno a lui così pareva. Ma che farne?
E pensa che ti ripensa, arrivò un determinato momento, un mattino forse, ma un mattino non si può definire, mancando per determinarlo la notte prima e il pomeriggio dopo… una sera nemmeno, perché s’è già detto dell’assenza del pomeriggio che chissà dov’era e della notte che non c’era… insomma, arrivò un momento in cui il signore stava per distruggere la sua palla, quando un’illuminazione, evidentemente divina, folgorò la sua mente. E qui è d’uopo usare il passato remoto: folgorò, per l’appunto, perché per quanto il tempo allora sfuggisse a se stesso e alla misura del calcolo (mancando il metronomo dell’alternarsi di luce e di buio a marcarne l’incedere), sicuramente si trattava di tempi andati, persi nei tempi, smarriti nella notte dei tempi verrebbe da dire, ma, sia chiaro, di un modo di dire si tratta, né più né meno, da non prendersi alla lettera: s’è già detto dell’impossibilità di  usare il termine notte, che presuppone il suo contrario allora latitante… Anzi, per amor di chiarezza a proposito della locuzione: quel sia chiaro, usata in riferimento alla notte dei tempi, è chiaro che chiaro non s’ha da interpretare nel senso di luce, ché luce non poteva esserci, se tutto buio era, ma come certo sì, che certo è invece affermazione dogmatica e qui chi vuol credere creda e chi no, faccia qual che gli pare!
Ma insomma, per non disperderci in questi meandri, quella terra non volle distruggerla, anzi, semmai amarla, abbellirla, farne un giardino, un paradiso, che poi paradiso presuppone inferno e inferno non poteva esistere giacché… ma non ripetiamo, non abusiamo… talvolta il voler esprimere troppo compiutamente il pensiero finisce per ingarbugliare la matassa e trovare il filo poi è un’impresa…
Dunque, eravamo rimasti alla creazione della palla… no, più avanti se ben ricordo… la palla è fatta, non è distrutta, ecco… volle ornarla e così fece. La ornò: prima di tutto di luce, emessa d una palla di fuoco come faro sul palco; poi di mari, di fiumi, di laghi, di ruscelli, di acque d’ogni tipo e dimensioni, increspate da fiordi, da golfi, da anse, da insenature e poi, ecco, uno in sbizzarrirsi d’altitudini, di monti, di altopiani, di colline, di burroni e ancora, di distese di praterie aperte all’orizzonte, e non bastandogli la tavolozza dei liquidi e dei solidi a contendersi lo spazio, eccolo a pennellare l’aria con venti, cirri, nubi, vapori… e ancora il ventre della terra non volendolo mero supporto di cotanto estro, reso vivo e pronto ad eruttare le sue interiora verso il cielo e dal cielo ricadere a terra e nel mare e dal cielo ancora lo scatenarsi di fulmini e saette…
Insomma, uno spettacolo!
Passò molto tempo ancora, in cui il signore si fermò a rimirare quelle meraviglie, dimentico di tutto e di sé prima di ogni altra cosa.
E il tempo passò e passando il tempo, il tempo consumò ogni cosa. Implacabile, depositò pulviscolo d’oblio, subdolo e instancabile, coprì le meraviglie con la polvere dello scontato, del già visto, del ripetuto… e il signore tornò a ricordarsi di se stesso… e si annoiò!
Stava perciò di nuovo per distruggere la palla, quando s’accorse che l’acqua su quella terra s’era increspata e non per le perturbazioni dell’aria, ma per moto interno. Curioso s’affacciò dalla volta e vide miniscoli tesserini agitarsi, vivi! Non era più solo… sgomento, incredulità, paura…
Il resto è storia nota. Quegli esserini lievitarono, uscirono dall’acqua a popolare la terra e il cielo, financo.
Ronzanti, striscianti, saltellanti, piccoli e grandi, in ogni luogo, finché il signore affacciandosi di nuovo si accorse dell’ultimo sopravvenuto. Diverso dagli altri, protervo nel suo protendersi su due appoggi soli, protervo nel prostrarsi in adorazione di un se stesso idealizzato, protervo nel pronunciarsi depositario di verità, protervo nel procurarsi agi e ricchezze, protervo nel professarsi centro di tutto, protervo nel promuoversi figlio e padre insieme, protervo nel procedere ignaro delle conseguenze dei propri atti, protervo nel prolassare da creatura a creatore, protervo, insomma!
E qui giunge al termine la nostra storia. Ed urge quindi il finale. È con il finale una morale. Non c’è finale senza morale, perché la fine sia un nuovo inizio, perché il passato illumini il nuovo.
E qui il signore si fermò! Che finale dare alla sua storia?
L’apocalisse? La distruzione di ogni cosa? Del protervo, innanzi tutto e con lui la fine del mondo, ché ormai il mondo senza quel protervo non avrebbe più avuto senso alcuno… troppa protervia però in questo finale, ragionò.
Allora il suicidio. Lasciare il mondo al mondo, scomparire, eliminarne solo la fonte, l’origine, col rischio però di un’implosione, che mai s’è visto l’esistente senza l’essere… troppa protervia anche in questo caso….
Allora, colpo di genio, la redenzione del protervo, il suo innalzarsi all’illuminazione… ma nessun finale potrebbe essere più protervo di questo, pensò…
Ed ecco la vostra curiosità… non il primo finale, non il secondo, non il terzo… quale allora, chiederete!
Ci sto ancora pensando!

 



                                     
 
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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

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Ultimo aggiornamento ( Domenica 05 Maggio 2013 17:05 )
 

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